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"La Storia siamo noi."


venerdì 4 ottobre 2019

“La Società delle Facce False” degli Irochesi


Rieccomi dopo questa "pausa di riflessione", che mi è servita per pensare a come organizzare un diverso calendario di pubblicazioni, cosa di cui vi ho parlato nel post precedente. Proprio per mantenere una certa assiduità e un peso specifico adeguato negli articoli, mi è venuta l'idea di usare anche dei miei appunti di Antropologia culturale per inaugurare un nuovo filone... spero gradito!

L'Antropologia è una materia davvero affascinante perché riguarda noi e i nostri sistemi sociali e culturali, che assumono una loro coerenza anche simbolica. Gli studi antropologici possono essere svolti anche dietro casa nostra, non è necessario andare in posti lontani. Anzi, penso che studiare i comportamenti antropologici di certi politici nostrani, celebri ecclesiastici, o anche dei membri della nostra famiglia possa diventare materia di intenso studio.

Cominciamo però con la popolazione degli Irochesi, presso cui visse uno dei padri nobili dell'Antropologia, Lewis H. Morgan (1818-1881). Morgan studiò in modo particolare i loro sistemi di classificazione familiare, com'è ovvio alla luce delle convinzioni tipiche della sua epoca, l'Ottocento, oggi sorpassate o rivisitate. In questa sede, però, non vi parlerò del sistema di consanguineità e affinità di Morgan, bensì della "società delle facce false". Se la si menzionasse a bruciapelo a un ascoltatore, senza offrire alcun rapporto con i nativi americani, egli penserebbe a qualche club dove i componenti siano impegnati in ipocrite attività mondane o a una consorteria politica ugualmente fasulla. L’evocativo nome di Società delle Facce False riguarda invece una delle principali società di medicina o “società sciamaniche” degli Irochesi dove si utilizzavano maschere per le cerimonie di guarigione.

Il tema della "maschera", tra l'altro, è di estremo interesse e fascino, anche a livello istintivo. Incominciando la nostra indagine dalla parola stessa, secondo il vocabolario Treccani il termine deriva da una voce preindoeuropea, masca, per indicare «fuliggine, fantasma nero», ovvero un «finto volto, di cartapesta, plastica, legno o altro materiale, riproducente lineamenti umani, animali o del tutto immaginarie generalmente fornito di fori per gli occhi e la bocca.» La maschera viene usata nei rituali magico-propiziatori di evocazione o guarigione, ma anche in guerra per spaventare i nemici o nelle rappresentazioni teatrali.

Originariamente stanziati tra gli attuali Stati Uniti e il Canada, i fieri Irochesi si riferivano a loro stessi con il nome di Haudenosaunee ovvero Popolo della Lunga Casa. Questa definizione si rifaceva alla tipica abitazione irochese consistente in una costruzione di legno la cui lunghezza poteva raggiungere fino a sessanta metri ed era in grado di ospitare diverse famiglie. Come capirete meglio più avanti, questa dimora ha una particolare importanza nell'ambito delle nostre "facce false".

Le maschere rappresentavano spiriti della foresta e venivano scolpite nel legno di un albero vivo, in base ai sogni in cui si erano rivelati determinati spiriti. Si trattava di oggetti cui si attribuivano grandi e misteriosi poteri, tanto è vero che gli Irochesi credevano che esse dovessero essere trattate con il massimo rispetto per non scatenare il pericolo racchiuso nelle effigi. Le regole rituali prescritte per la loro cura erano codificate con attenzione. Esse erano periodicamente unte con olio di girasole e veniva loro offerto del tabacco e del cibo; in loro presenza si cantava e si facevano invocazioni. Curiosamente, ci si rivolgeva loro con l’appellativo di “nonni”. 

Le maschere venivano impiegate nelle cerimonie per curare determinati ammalati che ne avessero fatto richiesta; in questo modo si cacciavano gli spiriti maligni e si purificava il malato. Qui accanto potete vedere, per l'appunto,  alcune maschere della Società delle Facce False irochesi, intagliate nel legno e intessute in foglia di mais, sospese agli alberi della foresta.

La Società teneva la sua assemblea principale in occasione della Cerimonia di Metà Inverno, durante la quale veniva eseguita la più importante cerimonia di tipo pubblico. I membri eseguivano non solo rituali per curare le malattie, ma anche per placare i tornado e i venti impetuosi o contrastare la stregoneria, allo scopo di cacciare le potenze negative del villaggio. Altri riti erano connessi al sogno avuto da un paziente, o quando un veggente aveva consigliato proprio questo tipo di cura rituale.

L’equipaggiamento consisteva nelle maschere, in una canna di legno, un sonaglio composto dal guscio di una tartaruga dove erano posti alcuni semi o sassolini, un palo, un canestro per il tabacco e poco altro. I membri erano coloro che erano stati curati durante i rituali della Società, oppure persone che avevano sognato di far parte di essa. Potevano partecipare sia uomini sia donne, sebbene le donne non potessero indossare le maschere. Coloro cui era consentito farlo erano dotati dei poteri sciamanici di maneggiare carboni ardenti senza bruciarsi; alle volte essi mettevano le mani nelle ceneri ardenti e le strofinavano sul corpo dell’ammalato scopo terapeutico.

William N. Fenton riporta nella sua opera The False Faces of the Iroquois del 1987 alcune invocazioni in lingua seneca durante l’estate del 1940 presso la Coldspring Longhouse, registrate dalla testimonianza di Henry Redeye. In una di queste vi era un’invocazione al tabacco che ne identificava la funzione di tramite, grazie a cui gli intervenuti erano in grado di mettersi in contatto con le potenze spirituali. Il fumo del tabacco, infatti, costituiva la forma più diffusa di offerta perché si pensava trasportasse le invocazioni e le richieste degli uomini fino al cospetto delle divinità. L’invocazione si rivolgeva dapprima alle Facce False riunite nella capanna delle cerimonie, dopo aver percorso il villaggio di casa in casa. Gli uomini mascherati erano comunque indicati come distinti dagli spiriti che rappresentavano; nessuno spirito esterno, cioè, si incarnava in loro possedendoli ma si trattava piuttosto di una sorta di “sacra rappresentazione”.

Riunione della Società delle Facce False nella capanna delle cerimonie.

Un’altra tradizione trascritta dall’autore negli anni ’30 nella riserva di Tonawanda racconta in forma leggendaria l’origine della cerimonia di primavera in cui le Facce False si recavano di casa in casa per scacciare le influenze maligne. In esso compare lo spirito delle maschere, il capo di tutte le Facce False che abita ai confini della terra e che porta il difficilissimo e impronunciabile nome (almeno per noi!) di Shagodyowéhgo’wa’h

Alcuni anziani irochesi avevano raccontato all’autore che vi era stata sempre la consuetudine della coabitazione di diverse famiglie in una sola casa. In quel tempo vi erano state quattro famiglie che abitavano in una sola “lunga casa” con i loro figli. Un componente si era ammalato e ben presto tutti gli abitanti della casa si erano ammalati anche loro. Una notte, qualcuno aveva scorto una presenza che scendeva dal buco praticato sul tetto per far uscire il fumo. Era colui che causava le malattie, ovvero lo Spirito della Malattia Shagodyowéhgo’wa’h, il grande senza volto-il-portatore-di-morte. Gli ammalati si erano celati la faccia con le coperte per non vederlo. Shagodyowéhgo’wa’h era andato attorno cercando di tirar via le coperte e fissare il volto degli ammalati senza riuscirci. Essi avevano sentito improvvisamente un gran frastuono esterno, cioè il rumore della Grande Faccia Falsa di legno che scuoteva il suo sonaglio e gridava in modo terrificante. Lo Spirito della Malattia si era impaurito e aveva cercato una via d’uscita dalla casa, ma la porta era bloccata dalla Grande Faccia Falsa. Un’altra Faccia Falsa lo aveva inseguito e finalmente egli era scappato da dove era entrato, cioè dal foro per il fumo. Le Facce False avevano poi scacciato la malattia nella casa e tutti gli ammalati si erano rimessi in salute. 

In primavera, dunque, quando le persone iniziano ad ammalarsi con maggiore frequenza e le epidemie a diffondersi, presso gli Irochesi era cominciata l’abitudine di andare di casa in casa indossando le maschere. Si credeva infatti che lo Spirito della Malattia si aggirasse, indugiando nelle abitazioni e producendo malattie. Le Facce False quindi avevano il compito di spaventarlo e cacciarlo via.

A mio parere queste maschere rituali possono essere considerate alla stregua di opere d’arte per forza ed espressività anche raccapricciante, esattamente come le maschere africane che tanto ispirarono Pablo Picasso per la sua rivoluzione cubista. Qui sotto ve ne propongo un paio, tratte dal Granger Historical Picture Archives:


e un altro paio di maschere tratte da altrettanti musei: sulla sinistra una maschera attualmente presso il Museo Etnico, Berlino, sulla destra una maschera appartenente al Museo d’Israele, Gerusalemme

 

Se ancora non siete contenti e ne volete vedere altre ancora più deformi e spaventose, vi rimando al sito https://www.granger.com o ai numerosi siti web dove sono proposte maschere fabbricate e vendute ai giorni nostri secondo le antiche usanze. 

***

Ebbene, che ne pensate delle facce false irochesi? Non trovate che la descrizione dello Spirito della Malattia che entra dal buco nel tetto sia degna di un racconto dell'orrore di Stephen King? 

***
Fonti per il testo:
  • Riti e misteri degli Indiani d’America – edizione Utet
  • Antropologia culturale - I temi fondamentali - Raffaello Cortina editore
Fonti immagini:
  • Irochesi - sito http://www.indigenouspeople.net/iroquois.htm
  • Maschere della Società delle Facce False irochesi nella foresta - https://www.granger.com
  • Riunione della Società delle Facce False nella capanna delle cerimonie - web
  • Maschere irochesi -  https://www.granger.com

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24 commenti:

  1. Nel folklore e nelle mitologie si trovano spunti che neppure il miglior Stephen King potrebbe mai concepire :-D
    Comunque ho trovato molto interessante questa "magia" attribuita alle maschere. Mi ha fatto venire in mente riti analoghi che avvenivano (e avvengono ancora oggi, anche se ridotti a spettacoli per turisti) anche nella nostra vecchia Europa, ovvero la sfilata dei krampus nel Tirolo.
    Per non parlare dei mamutones sardi, anche se nel loro caso dovrebbe essere una sorta di maschera carnevalesca (ma originante da chissà quali antichi riti pagani...)

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    1. In effetti il folklore e le mitologie riproducono spesso le nostre paure più ancestrali. :) Tempo fa avevo letto un articolo molto interessante sulle maschere e i riti connessi, proprio a livello mondiale, ed erano molto simili uno all'altro. Molto spesso sono collegate agli animali. C'erano anche i krampus e i mamutones. Un mio vicino di casa aveva assistito alla danza dei mamutones in Sardegna, e la figlia, che all'epoca era piccolissima, era scoppiata in lacrime per la paura!

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  2. Probabilmente King si sarà ispirato a qualcuna delle leggende e tradizioni irochesi per le sue storie.
    Il tuo nuovo ciclo m'interessa parecchio, come sai il folklore è uno degli argomenti che più m'intriga.

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    1. Da bravo americano del Maine, è più che probabile! Grazie per l'apprezzamento, il materiale che posso proporre è variegato e molto interessante. A presto.

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  3. L'antropologia è sempre stato uno degli argomenti che più mi interessano e il soggetto delle maschere è secondo me tra i più affascinanti. In linea generale le cose qui esposte mi erano note, anche se non riguardo gli Irochesi in particolare. Quindi, compatibilmente con le mie scomparse e ricomparse, cercherò di seguirti in questo percorso. Mi pare di capire, tra l'altro, che tu stessa ti stia instradando su binari simili ai miei da questo punto di vista.
    Mi permetto anche di segnalarti, già che ci sono, questo post di un blog amico, che parla di Medioevo. Nel caso, improbabile ma non si sa mai, tu non sia al corrente dell'iniziativa di cui tratta.

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    1. https://nonquelmarlowe.wordpress.com/2019/10/04/mente-2019-alessandro-barbero/

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    2. Grazie del passaggio e del commento, Ivano. Sì, come spiegavo nel post precedente, attualmente mi è impossibile mantenere le pubblicazioni con un post alla settimana. Certo, potrei cominciare a parlare di quante volte al giorno mi lavo i denti, ma non è nello stile di questo blog e non penso che le mie abluzioni quotidiane interessino a qualcuno. Quindi meglio diradare le pubblicazioni, qui, e soprattutto disintossicarmi da fb.

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    3. Grazie anche del link, molto gradito: senz'altro andò a curiosare. Tra le poche innovazioni del blog che ho introdotto c'è anche il collegamento a Rai Storia, di lato sul colonnino. Sono riuscita a seguire molte puntate di "Passato e presente" che è una delle proposte di questo bellissimo canale.

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  4. Maschere bellissime e inquietanti! Il tuo post è molto interessante, perché unisce due argomenti affascinanti: nativi d'America e antropologia. Mi sono tenuta da parte per leggerlo il testo su cui Enrico ha preparato l'esame di Antropologia Culturale.

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    1. Anche una mia amica, che ha un figlio all'incirca della nostra età, si sta interessando all'antropologia: materia vasta come il mare e come la terra.

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  5. Temo di trovarmi in disaccordo con la Treccani... Il termine masca, di origine incerta, indica la strega. Forse deriva dal provenzale "mascar", cioè borbottare, nel senso di recitare incantesimi. E' quasi certo invece che da masca derivi maschera, cioè qualcosa usato per mettere paura.

    Il post infatti è ad alto tasso di mascafobia! 😀
    E' stata una lettura molto interessante, e direi che fa il paio col mio guest post sull'ondinnonk degli Irochesi.

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    1. Allora bisogna tirare le orecchie ai compilatori della Treccani. :)
      Ahahah, in effetti non sono propriamente maschere tranquillizzanti, e io non le terrei mai in salotto anche se non soffro di mascafobia. Come ho già scritto in un commento sul tuo blog, ci sono persino persone che hanno paura delle bambole, dall'aspetto apparentemente innocuo.
      Sì, assolutamente, questo articolo si sposa bene col tuo guest post.

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    2. Editto di Rotari (643 d.C.): "Stria quod est masca" (una strega che viene detta masca). Che poi in Piemonte, masca è proprio la strega.
      Sì, stai parlando della pediofobia. Tra l'altro entrambe ricadono nella automatonofobia, la paura dei simulacri del corpo umano, e ci sono connessioni anche con la coulrofobia.

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    3. Anche "persona" in realtà significa "maschera". Dal termine teatrale greco πρόσωπον [prósôpon] per intermediazione del latino e probabilmente, ancor prima, dell'etrusco, dove "phersu" significa appunto "maschera".

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    4. @Marco: insomma, ce n'è per tutti i gusti. ;) Non avevo mai sentito il termine 'coulrofobia', che leggo essere la paura di pagliacci e clown. Non ne ho mai sofferto, ma ho sempre provato un senso di antipatia nei confronti dei clown che tra l'altro non mi hanno mai fatto ridere! Com'è ovvio, non ho mai letto "It" né visto il film, l'apoteosi dell'orrorifico pagliaccio...

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    5. @Ivano: grazie dell'ulteriore contributo. Per dirla alla maniera di Pirandello, siamo tutti delle maschere.

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  6. Ho adorato questo post. Ultimamente leggo moltissimi testi di antropologia culturale e, se potessi, prenderei una seconda laurea nella disciplina.
    E sì, Lo spirito della Malattia che entra dal buco nel tetto vuole un racconto e lo vuole subito!
    Infine, anch'io ero abbastanza sicura che Masca indichi la strega, ma ora non saprei indicare la mai fonte.

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    1. Ti vedo benissimo nelle vesti di antropologa! E ti vedo bene anche all'opera nel creare un racconto basato sullo spirito della Malattia, magari rivisitato ai giorni nostri e ambientato in uno dei nostri paesi, solo all'apparenza sonnolenti.

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  7. Molto interessante, questo ciclo promette belle cose. Sopratutto mi piace il fatto che tu abbia messo le fonti da dove hai tratto per il testo.

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    1. Grazie mille, Long John. :) Di solito metto sempre le fonti negli articoli, a meno che non siano mie elucubrazioni personali. A presto.

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  8. L'antropologia culturale è davvero una bellissima materia, ai tempi dell'università aiutai una mia amica nel ripasso di un esame di Antropologia (in pratica la interrogai con il libro sotto mano) e rimasi affascinata dagli argomenti trattati. Molto inquietanti le maschere, potrebbero essere uscite da un racconto di Stephen King, in effetti potrebbero scacciare bene lo "spirito di una malattia"...

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    1. Si tratta di una materia che ha anche molte implicazioni filosofiche e che è più complessa di quanto non sembri. Quello che è certo è che ti aiuta molto ad allargare gli "orizzonti". Pensa che ieri il professore di Storia della Chiesa, il corso autunnale che sto seguendo, ha nominato un libro di un antropologo dal titolo "Un etnologo nel metrò" di Marc Augé. L'autore applica le tecniche dello studio antropologico nella metropolitana di Parigi, studiando individui e comportamenti. Lo devo assolutamente leggere!

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  9. A distanza di molto tempo, finalmente hai potuto pubblicarlo. :)
    Ricordo fra i miei studi per la tesi il popolo irochese e le sue usanze, in particolare mi piaceva la "casa lunga" e la tradizione di farne un luogo della comunità. Nella casa lunga un "grande dispensatore", figura archetipica di molte culture, distribuiva le risorse accumulate, mentre il popolo rinnova il proprio giuramento di fedeltà. Trovavo molti usi di questi antichi popoli estremamente interessanti, e ricordo che per certi aspetti questi usi assomigliavano a quelli di piccole comunità montane italiane, quando in tempo di guerra e negli anni immediatamente successivi ci si metteva a servizio di un capopopolo locale che dispensava la sua generosità regalando beni e mettendoli a disposizione della gente.
    Interessante anche il rituale delle Facce false, che credo sia un leit motiv di migliaia di etnie di tutto il mondo. La maschera, oggetto ancestrale che permette di incarnare lo spirito buono, è salvifica (ah quanti significati la maschera, se penso anche alla Commedia dell'arte!). È singolare come queste maschere assomiglino a sculture africane, per altro.

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    1. Penso che queste antiche culture abbiano molto da insegnarci con la loro saggezza. Ricordo anch'io che, quando leggevo l'opera "Riti e misteri degli Indiani d’America" menzionata nelle fonti, rimanevo colpita dal buon senso nell'uso delle risorse, a beneficio della collettività, nel rispetto della natura a partire dagli animali cacciati, nel ridurre a minimo lo spreco. In uno dei testi che ho preparato per l'esame di Antropologia culturale, "Dialoghi con i non umani", sono rimasta impressionata, allo stesso modo, dal rapporto con la natura dei cacciatori nel Nord Alaska alle prese con i cambiamenti climatici e da nuove difficoltà nel seguire le migrazioni degli animali.
      La maschera è un tema affascinante al massimo grado. Mi viene in mente il racconto di Edgar Allan Poe "La maschera della morte rossa", molte commedie di Pirandello, il caso dell'uomo con la maschera di ferro, i balli in maschera nelle città europee del Settecento con il loro gioco di seduzione...

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una trilogia di romanzi ambientati nel periodo della Rivoluzione Francese, ed è in corso la revisione del romanzo "Le regine di Gerusalemme". Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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