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"La Storia siamo noi."


venerdì 17 aprile 2015

Il lettore davanti al buco della serratura / 53

Ho voluto dare un titolo da “guardoni” al post per introdurre un argomento che ogni tanto ritorna nell’ambito delle mie letture e delle discussioni con gli amici.  È riaffiorato grazie a un recente post di Tenar “Vedi alla voce ‘scrittore’”, in modo particolare leggendo i punti che riguardano il genio e la sregolatezza come l'assunzione di alcool o stupefacenti, o altri comportamenti fuori dalle righe.

Il mio post però non riguarda tanto come si pone lo scrittore con se stesso, ma del lettore in rapporto alla vita privata dello scrittore, e cioè: quanto siamo desiderosi di sapere di più anche sulla vita privata di uno scrittore? E, soprattutto, quanto ci influenza la sua biografia nella valutazione della sua opera, o influenza tanta critica letteraria?

Ci sono diverse categorie anche in questo senso, e ho provato ad etichettarle:

"Mirame" di Ruurmo 
· Il lettore-voglio-saperne-di-più. Ci sono lettori che partono dall’opera e poi, se piace, desiderano anche informarsi sul tipo di esistenza che fece l’autore. Alcuni sono anche invogliati a leggere una biografia o autobiografia, se la vita risulta particolarmente movimentata e potrebbe solleticare il suo lato “gossiparo”.

· Il lettore-io-vado-sul-sicuro. Ci sono lettori che, al contrario, partono dalla biografia, magari perché l’autore è celebre e campeggia sulle pagine dei giornali o passa in televisione, e di conseguenza leggono l’opera. O addirittura conoscono l’autore personalmente, e quindi sono incuriositi da quello che scrive.

· Il lettore-non-voglio-saper-niente. Ci sono lettori che non sono per nulla attirati dai fatti personali dello scrittore, e anzi si rifiutano di andare alle presentazioni dei suoi libri anche avendone la possibilità. Vogliono scorporare la vita privata dalla letteratura, e temono di perdere lucidità di giudizio per simpatia o antipatia conseguenti.

Penso di collocarmi nella prima categoria, cioè del tipo di lettore che parte dall'opera, di solito consigliata da qualcuno che l’ha letta e la promuove positivamente, e poi ha voglia di leggere qualche notizia in più sull'esistenza dell’essere umano-autore. Non penso, con questo, di farmi influenzare nel mio giudizio, o almeno spero! Ogni opera non è solo lo specchio del suo tempo, ma lascia intravedere anche chi l’ha scritta. Persino Gustave Flaubert, che ripudiò il punto di vista onnisciente e che sosteneva come l’autore non debba scorgersi dietro i personaggi, trapelava eccome… se non altro per il suo ossessivo controllo stilistico, che aprì la strada al romanzo moderno. Se non sapessimo nulla della vita di Dostoevskij, come il fatto che si trovò davanti al plotone di esecuzione e fu a un soffio dalla morte, forse non potremmo cogliere in pieno l’incandescenza delle sue pagine; se ignorassimo che Ernest Hemingway era dedito alla bottiglia, oltre che alla scrittura, tralasceremmo alcune considerazioni; se ci rifiutassimo di sapere che le sorelle Brönte vivevano nella selvaggia brughiera, e che dovettero pubblicare con uno pseudonimo maschile, potremmo passar sopra a molte sfumature.

La questione riguarda tra l’altro ogni campo della creatività, e in modo particolare le tre forme di creatività che amo di più, e che sono interconnesse in questo blog: SCRITTURA, ARTE e POESIA.

Per questo motivo vi propongo tre esempi, uno per ogni campo, di autori dalla vita particolarmente movimentata oppure tormentata, e in cui la biografia può mettere in ombra l’opera. Spiegherò perché ho scelto loro e, delle vite, inserirò solo alcuni aspetti tratti da Wikipedia, che considero sostanzialmente esatti avendo letto alcune biografie.

SCRITTURA


Emilio Salgari, una vita tormentata

Perché lo amo: è stato l'autore della mia infanzia, quando ero in un'età (10-14 anni) in cui non avevo certamente né l'indipendenza né i mezzi economici per viaggiare. Con i suoi corsari e i suoi pirati ho attraversato la giungla, combattuto duelli contro temibili nemici e schivato agguati mortali. Ho anche conosciuto l'importanza dell'amicizia e della fedeltà, che sono validi per ogni stagione della vita.
  • Esordì come scrittore nelle appendici dei giornali. Nel 1883 pubblicò a puntate sul giornale veronese La nuova Arena il romanzo La tigre della Malesia (riedito come Le tigri di Mompracem), che riscosse un notevole successo, ma non ne ebbe alcun ritorno economico significativo
  • Nel 1887 morì la madre, mentre nel 1889 vi fu il suicidio del padre: credendosi malato di una malattia incurabile, Luigi Salgari si gettò dalla finestra della casa di alcuni parenti. 
  • Nel 1892, Emilio sposò Ida Peruzzi, un'attrice di teatro, con cui poi si trasferì a Torino. 
  • Tra il 1892 e il 1898 pubblicò circa una trentina di opere. Il motivo di tutto questo lavoro erano i debiti che Salgari continuava ad accumulare. Nel 1896 lo scrittore firmò un altro contratto con altri editori. Nel 1897, venne insignito dalla Real Casa del titolo di "Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia". Ciononostante la sua situazione economica non migliorò, anzi a partire dal 1903 - quando la moglie iniziò a dare segni di follia - si moltiplicarono i debiti che fu costretto a contrarre per poter pagare le cure. Nel 1910 la salute mentale della donna peggiorò ulteriormente e nel 1911 dovette entrare in manicomio.
  • I contratti obbligarono Salgàri a scrivere tre libri l'anno e per mantenere quei ritmi fu costretto a scrivere tre pagine al giorno. Più che un problema di sottocompensi in proporzione alla mole di lavoro, il suo esaurimento nervoso fu dovuto soprattutto alla fatica e alla stanchezza. Non era nemmeno considerato dai circoli letterari dell'epoca. Stressato e umiliato, rimase da solo e con i figli da accudire. Sempre più depresso, nel 1909 tentò per la prima volta il suicidio, gettandosi sopra una spada, ma venne salvato in tempo.
  • Infine, la tragedia: la mattina di martedì 25 aprile del 1911 Salgàri lasciò sul tavolo tre lettere e uscì di casa. Il corpo fu ritrovato in un parco con la gola e il ventre squarciati in modo atroce. In mano stringeva ancora il rasoio. Si uccise come avrebbe potuto uccidersi uno dei suoi personaggi, facendo harakiri.

Coin de table di Henri Fantin-la-Tour.
Paul Verlaine e Arthur Rimbaud sono i primi sulla sinistra.
POESIA

Arthur Rimbaud e Paul Verlaine, una relazione tumultuosa

Perché voglio bene a entrambi: loro sono stati i compagni della mia adolescenza, quando, ai tempi del liceo, vestivo con abiti scuri e camicette bianche con jabot e, insieme alle amiche, mi atteggiavo a fare la dandy decadente.

Mi hanno fatto comprendere le dinamiche, sofferenze e gelosie comprese, degli amori omosessuali. E, naturalmente, mi hanno esaltato con le loro splendide poesie.
  • Nel 1867 compare nella vita di Paul Verlaine, già poeta affermato, il diciassettenne Arthur Rimbaud, che va a turbare gli agi borghesi nei quali il poeta si era adagiato. Chiamato da Verlaine a cui ha inviato qualche lirica, Rimbaud comincia con lui una relazione amorosa e una vita di vagabondaggio. Verlaine lascia allora la moglie e il figlio, Georges (nato il 28 ottobre 1871), per seguire il giovane poeta e compagno di vita in Inghilterra e in Belgio. Durante questi viaggi Verlaine scrive Romances sans paroles.
  • Questa relazione termina dolorosamente: nel 1873, i due poeti sono a Londra. Verlaine abbandona tutto d'un tratto Rimbaud, affermando di voler tornare dalla moglie, deciso, se ella non lo riaccettasse, a spararsi. Trasloca quindi in un albergo a Bruxelles. Rimbaud lo raggiunge, persuaso che Verlaine non avrebbe avuto il coraggio di mettere fine ai suoi giorni. Nel momento in cui Rimbaud lo vuole lasciare, Verlaine, ubriaco, gli spara due colpi di pistola, ferendolo leggermente a una mano.Verlaine viene così incarcerato a Mons, Rimbaud invece raggiunge la fattoria di famiglia a Roche, nelle Ardenne, dove scrive Une saison en enfer. Verlaine è condannato a due anni di prigione per sodomia, sebbene Rimbaud avesse dichiarato di non voler denunciare il suo compagno per essere stato ferito,
  • Nel 1885 Verlaine divorzia ufficialmente dalla moglie, e sempre più schiavo dell'alcol tenta di strangolare la madre, finendo nuovamente in carcere. A partire dal 1887, mentre s'accresce la sua fama, Verlaine cade nella miseria più nera. Le sue condizioni di salute intanto peggiorano, aggravate dal suo alcolismo ormai cronico e da una malattia venerea contratta a causa della sua continua frequentazione di prostitute. Nel 1896 muore a causa di una polomonite.
  • In quanto a Rimbaud, dopo lunghi vagabondaggi si stabilisce Africa, dove si mette a fare il mercante e, si dice, anche il commerciante di schiavi. Ritornato in Francia, gli viene diagnosticata una cancrena al ginocchio destro, per la quale gli viene amputata una gamba. Muore all'età di trentasette anni nel 1891.

ARTE 

Pablo Picasso, il classico genio egoista e le donne

Perché lo detesto cordialmente: va bene, era un genio e ha innovato l'arte come nessuno prima di lui, scardinando le rappresentazioni tradizionali, e trasformando le sue opere, in ogni corrente, come un camaleonte. Ma le sue opere non mi piacciono in nessuno dei suoi periodi (ad esempio, nel periodo cubista, tra lui e Braque preferisco Braque!), e ho il sospetto che gran parte della mia antipatia sia derivata da lui come persona.
  • Pablo Picasso ebbe quattro figli da tre donne diverse e numerose relazioni extra-coniugali. Nel 1918 sposò a Parigi Ol'ga Chochlova, una ballerina. La Chochlova introdusse Picasso nell'alta società parigina degli anni venti. I due ebbero un figlio, Paulo. 
  • L'insistenza della moglie sul corretto apparire in società collideva però con lo spirito bohémien di Picasso creando tra i due motivi di continua tensione. Nel 1927 Picasso conobbe la diciassettenne Marie-Thérèse Walter e iniziò una relazione con lei. Il matrimonio con Ol'ga Chochlova si concluse in una separazione anziché in un divorzio, perché secondo le leggi francesi un divorzio avrebbe significato dividere equamente le proprietà della coppia tra i due coniugi, cosa che Picasso non volle fare. I due rimasero legalmente sposati fino alla morte della Chochlova, avvenuta nel 1955. 
  • Dalla relazione con Marie-Thérèse Walter nacque la figlia Maia. Marie-Thérèse visse nella vana speranza di unirsi in matrimonio all'artista e si suiciderà impiccandosi quattro anni dopo la sua morte. Anche la fotografa Dora Maar fu amica e amante di Picasso. I due si frequentarono spesso tra la fine degli anni trenta e l'inizio degli anni quaranta.
  • Dopo la liberazione di Parigi nel 1944, Picasso divenne il compagno di una giovane studentessa d'arte, Françoise Gilot. Insieme ebbero due figli, Claude e Paloma. Fu lei, unica tra le tante, a lasciare l'artista, stanca delle sue infedeltà. 
  • Qualche anno dopo conobbe Jacqueline Roque nella fabbrica di ceramiche Madoura a Vallauris, mentre lavorava alla produzione di ceramiche da lui decorate. I due si sposarono nel 1961 e rimasero insieme fino alla morte dell'artista.

***


E a voi quanto interessano le notizie sulla vita di uno scrittore, un poeta, un artista, un attore, un regista, o anche un musicista? Vi sentite sufficientemente obiettivi nel valutare le loro opere, oppure vi fate influenzare da personali simpatie o antipatie?
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27 commenti:

  1. Mi interessano abbastanza le notizie sulla vita di uno scrittore, anche se mi dico e mi ripeto spesso che conoscere da vicino un autore è spesso fonte di delusione. E infatti spesso è così: Dostoevskij è un grande autore, forse il più grande, ma aveva uno spiccato antisemitismo (anche se lo smentiva). Ma mi pare di riuscire a essere obiettivo nel giudicare le storie degli autori che preferisco: Tolstoj è un grande, ma "Resurrezione" non è all'altezza degli altri suoi romanzi.

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    1. Grazie per il tuo commento, Marco. E' vero quello che dici... ricordo una mia collega cui, anni fa, era capitato di conoscere Paul Auster, un autore che adorava. Ebbene, a livello umano fu una cocente delusione, perché mi disse che era l'uomo più noioso e scialbo del mondo. Chissà, magari quel giorno non era al suo meglio, o forse la sua capacità di comunicazione verbale non è il suo forte, a differenza di quella scritta.

      Non sapevo dell'antisemitismo di Dostoevskij.

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  2. Mi interessa abbastanza la vita dello scrittore, soprattutto se vivente, ma non ne sono ossessionata. Purtroppo sì, mi faccio influenzare dalla personalità, anche su questo ragionavo tra me e me tornando a casa, in relazione a un'autrice italiana che non citerò che ho visto agli esordi e che ora mi pare se la tiri un po' e mi è scaduta, anche se il romanzo mi era piaciuto ora che ne è uscito uno nuovo nicchio sull'acquisto. Bacio Sandra

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    1. Anch'io mi rendo conto di farmi influenzare dalla personalità, addirittura dalla fisionomia delle persone. La stessa cosa mi succede quando incontro le persone per la prima volta, in carne ed ossa beninteso... all'inizio ne ho un'impressione molto netta, sia al positivo che al negativo, poi subentra la parte razionale che mi dice: "Ma no, mai giudicare dalle apparenze..." Però devo dire che il mio intuito raramente ha fatto cilecca.

      Pensa che io non ho comprato il libro di un'autrice, italiana anche lei, che va per la maggiore, perché nutro un'istintiva antipatia nei suoi confronti! Magari è la stessa tua... o forse no perché la mia non è esordiente.

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  3. Articolo interessante e originale (come sempre!). Ho scoperto che Picasso mi sta sulle scatole già dalla foto, pensa un po'! Io sono una lettrice del genere se-il-tuo-libro-mi-piace-vorrei-conoscerti-meglio. L'interesse per il privato dello scrittore nasce proprio dal sentirmi in sintonia con le sue opere, e non ha a che vedere con il gossip ma con la voglia di capirlo meglio. Secondo me c'è un vero rapporto tra lettore e autore, quando scocca la scintilla. Quando non scocca... peccato! Mi limito a guardare la foto sulla terza di copertina.

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  4. Grazie per il tuo commento e per la condivisione!

    Non sono mai riuscita a farmi piacere Picasso a partire dalle sue opere. Anni fa andai a una mostra a Palazzo Reale tutta dedicata a lui, ma quasi per dovere perché non mi piaceva per niente. Invece, se hai voglia, prova a dare un'occhiata in questo mio post (http://ilmanoscrittodelcavaliere.blogspot.it/2014/03/il-volto-del-900-secolo-tragico-e.html) al ritratto che lui fece di Dora Maar. Non l'aveva conciata come un pagliaccio? Sarà stato anche un grande artista, ma era quantomeno discutibile come persona.

    Concordo sul feeling tra lettore e autore, la magia della lettura crea un'autentica amicizia, persino se l'autore è passato a miglior vita!

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    1. Grazie per la condivisione del post, Grazia. :-)

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  5. Io di solito non mi interesso della biografia di autori e artisti, ma credo sia più per abitudine che per il timore di restare delusa. Ormai ho accettato il fatto che la maggior parte degli artisti erano delle anime tormentate e alcuni in particolare erano tutto eccetto che degli esempio di moralità, ma non svaluto la loro opera per questo.
    Forse penso che sia meglio limitarsi ad apprezzare l'opera che cercare di conoscere l'autore dalle notizie che si hanno sulla sua vita. In fondo, non potrò mai conoscere ciò che l'autore era come persona, perché non ho la possibilità di parlargli o di prendere un caffè insieme, e non sono del tutto sicura che una biografia permetta di farsi un'idea realistica del carattere di una qualcuno.
    Chissà che cosa penserebbe di me uno sconosciuto, leggendo una mia biografia. Quelle poche notizie gli farebbero davvero intravedere la persona che sono, come se avesse veramente passato del tempo con me?

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    1. Il tuo commento è molto saggio, Elisa. Alle volte non si conosce neppure chi ci sta a fianco tutti i giorni, come fidanzati, mariti e figli, figuriamoci coloro di cui abbiamo notizie di seconda mano. Poi c'è un altro aspetto da considerare, che magari una persona ha avuto una vita piatta all'apparenza, ma, viceversa, una ricchissima vita interiore.

      Personalmente non riesco a disinteressarmi totalmente alla biografia di un autore. Quello che ho voluto dire è che non giudico il soggetto né come persona né come autore, però per me è inevitabile avere un grado di minore o maggiore simpatia a seconda dei suoi trascorsi. Penso che succeda anche nella vita!

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    2. Certo, la simpatia è normale! Quello che intendevo io è che tendo a percepire l'opera come qualcosa di distinto dall'autore. Quindi non cambierei opinione su un buon libro se venissi a sapere che lo scrittore era, ad esempio, filonazista oppure favorevole al mantenimento della schiavitù.

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    3. Anch'io la penso così in questo senso. Ad esempio non ho mai letto Céline, ma non perché sia stato accusato di antisemitismo, ma semplicemente perché non mi è mai capitata l'occasione. Il suo "Viaggio al termine della notte" pare sia un autentico capolavoro.

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    4. Grazie per la condivisione del post, Elisa. :-)

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  6. Sia al liceo che all'università ho avuto ottimi docenti di italiano di scuola strutturalista, secondo i quali il testo deve parlare da solo e la vita degli autori va conosciuta sono in funzione dei loro scritti. Sopratutto il prof del liceo era forse un po' eccessivo (ma eravamo grati di non dover studiare a memoria ogni singolo movimento di Dante e compagnia, come facevano i compagni dell'altra sezione). Quest'idea mi è un po' rimasta dentro e quindi se mai approfondisco la vita di un autore (neppure troppo) solo dopo averne apprezzato le opere. A volte così facendo mi stupisco per fatti banali o mi sento terribilmente ignorante quando "cado dal pero" a proposito della biografia di un autore, però non penso, ormai, di poter cambiare il mio modo di vedere la letteratura.
    PS: grazie per il link

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    1. In effetti l'opera, che sia letteraria, artistica, o d'altro genere, è quella che sarà o meno destinata a durare nel tempo. In questo senso è vero il detto: "il tempo è galantuomo". Come i loro artefici si comportano, poi, privatamente, riguarda la loro sfera più intima.

      Alle volte accade anche che le stesse esistenze siano lo specchio di un'epoca. Ad esempio non bisognerebbe meravigliarsi della violenza di un Caravaggio o di un Cellini, perché i tempi erano violenti di loro, e quindi sguainare il coltello e massacrarsi in risse e agguati era la norma.

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  7. Un argomento davvero interessante!
    In generale divento curiosa sugli autori dopo aver letto due o tre libri che mi sono piaciuti, devo ammettere però che qualche volta sono rimasta delusa dallo scoprire retroscena nella vita degli scrittori. Forse si dovrebbe davvero distinguere l'opera da chi l'ha creata, ma è abbastanza normale farsi influenzare. Per fare un esempio concreto, quando tempo fa vennero fuori le voci su Marion Zimmer Bradley, rimasi piuttosto disgustata. Avevo letto diversi suoi romanzi e l'ammiravo come scrittrice. Ci ho messo un po' a riprendere in mano un suo libro (letto di recente), ma poi durante la lettura non ci ho più pensato.

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    1. Non so nulla su Marion Zimmer Bradley! (ecco il mio lato gossiparo che emerge...) Che cosa successe? Io avevo letto anni fa "Le nebbie di Avalon" e mi era piaciuto molto.

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    2. Stessa reazione di Anima! È uno dei casi in cui mi sono sentita nel giusto a dividere autrice da opera. Alla fine i romanzi di Darkover hanno avuto un bel peso nella mia adolescenza, quando ho cambiato scuola, al liceo, mi hanno aiutato a fare amicizia con una ragazza che è tutt'ora tra le mie migliori amiche, che era una fan della serie. Non posso che riconoscere a quei libri un valore (forse più emotivo che letterario) a dispetto di ogni torbida storia sull'autrice (che per altro è morta e quindi non può neppure fornire la sua versione dei fatti).

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    3. Oh, accidenti, ho letto ora! Non lo sapevo proprio. Però, come in tutti i casi umani, chi può stabilire dove sia la verità? Quindi meglio leggere e valutare solo l'opera nella sua validità (o meno).Lo stesso è successo anche con noti registi.

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    4. Sono d'accordo con le vostre conclusioni, la distinzione va fatta. E poi non si può mai dire dove sia la verità. Come dicevo su, di recente ho letto "L'erede" di M.Z.B. (niente di che, comunque) e durante la lettura mi sono dimenticata del tutto dell'autrice. In fondo è così che deve essere.

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    5. ... grazie anche a te per la condivisione, Maria Teresa!

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  8. Ciao Cristina, anche questa volta il tema che hai scelto è molto intrigante e fa riflettere. Di solito parto dalle opere e non dalla biografia, poi, se attraverso il suo lavoro, quell’autore tocca le mie corde, allora avverto il desiderio di conoscerlo meglio. A questo punto, però posso avere due tipi di reazione completamente polarizzate:
    1) se l’artista non è più vivente, procedo senza indugio ad approfondirne la vita, il carattere e così via, mantenendo ferma in me la convinzione che la sua testimonianza artistica (e il positivo effetto che ne ho tratto inizialmente) prevalga rispetto al lato più intimo e privato (sulle cui scelte potrei trovarmi meno e per nulla d’accordo). Il concetto che metto in pratica in questo caso è: “non posso influenzare direttamente il suo modo di pensare, quindi ne prendo atto e mi concentro unicamente sulla sua produzione, con distacco” Nel caso, dunque, che la biografia mi destabilizzi, il mio coinvolgimento verso quell’opera d’arte si affievolisce inevitabilmente, ma non al punto di rinnegarla.
    2) se l’artista è vivente, ho molti più tentennamenti nell’approcciarlo dal punto di vista umano temendo di scoprire un lato del suo pensiero e quindi del suo agire in netto contrasto con il mio modo di vedere e di percepire l’esistenza a tutto tondo. Detto questo, prevale sempre la curiosità e quindi, una volta affrontata la biografia, decido se continuare ad apprezzarne la sua arte, oppure, se prenderne le distanze. In pratica, in questo secondo caso, il mio approccio è differente proprio perché più attivo: “posso in qualche modo influenzare il suo modo di pensare, quindi, se ritengo che la sua opera sia in qualche modo rilevante, esprimendo potenzialmente dei principi che condivido e che apprezzo, posso scegliere di appoggiarla, oppure di scoraggiarla, invitando l’uomo – anche se indirettamente – ad una riflessione”. Per sintetizzare, se la biografia di quell’artista mi rivela attitudini e/o comportamenti che aborro, per protesta posso arrivare a scegliere anche di rinnegare la sua arte: insomma, per citare Gino&Michele, anche le formiche si incazzano ;-)

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    1. Ciao Daniela, grazie mille del tuo commento così articolato, che aggiunge uno spunto di riflessione ulteriore. La distinzione tra artista non più vivente e artista vivente è molto interessante, come a dire che, in qualche modo, e sia pure di lontano, possiamo comunque esprimerci anche su lati che magari non condividiamo, e dire la nostra.

      Resta stabile anche il concetto, però, che ogni scrittore (o artista) è figlio del suo tempo, e certe prese di posizione anche politiche riflettono il clima che si viene a instaurare. Di recente mi è capitato di leggere un paio di romanzi del Ventennio fascista, di autori peraltro molto diversi tra loro, che ho recensito sul blog. Le loro pagine erano comunque attraversate dallo spirito della loro epoca.

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  9. Esattamente come scrivi nel tuo commento: l'epoca, influenzando ancora prima dello stile, il pensiero e dunque la prospettiva dell'artista, va tenuta in seria considerazione. Pertanto, se da una parte credo sia giusto procedere sempre contestualizzando l'opera e l'autore; dall'altra, mi verrebbe da pensare che sia più facile confrontarsi con epoche concluse, piuttosto che con ciò che ci tocca direttamente nel quotidiano e che assume necessariamente contorni più sfumati e difficili da stabilire. Da questo, infatti deriva anche la mia titubanza ad immaginare che si possano stabilire dei criteri di valutazione condivisi riguardanti gli artisti attualmente viventi e produttivi, proprio perché essendo noi stessi coinvolti nel medesimo processo temporale (storico, filosofico,... ), difficilmente riusciremmo a porci in modo obiettivo. In fondo, dovremmo vederci nei panni di un fisico ricercatore che cerca di studiare un fenomeno, consapevole di essere egli stesso parte dell'esperimento. Non a caso il Manzoni, essendo uno storico (che condivide molti tratti dello scienziato), sapeva bene che per giudicare con obiettività un personaggio, un avvenimento, una guerra, in questo caso un artista, bisogna lasciar passare del tempo e così, nel Cinque Maggio, scriveva: "ai posteri l'ardua sentenza"!

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  10. Esattamente come scrivi nel tuo commento: l'epoca, influenzando ancora prima dello stile, il pensiero e dunque la prospettiva dell'artista, va tenuta in seria considerazione. Pertanto, se da una parte credo sia giusto procedere sempre contestualizzando l'opera e l'autore; dall'altra, mi verrebbe da pensare che sia più facile confrontarsi con epoche concluse, piuttosto che con ciò che ci tocca direttamente nel quotidiano e che assume necessariamente contorni più sfumati e difficili da stabilire. Da questo, infatti deriva anche la mia titubanza ad immaginare che si possano stabilire dei criteri di valutazione condivisi riguardanti gli artisti attualmente viventi e produttivi, proprio perché essendo noi stessi coinvolti nel medesimo processo temporale (storico, filosofico,... ), difficilmente riusciremmo a porci in modo obiettivo. In fondo, dovremmo vederci nei panni di un fisico ricercatore che cerca di studiare un fenomeno, consapevole di essere egli stesso parte dell'esperimento. Non a caso il Manzoni, essendo uno storico (che condivide molti tratti dello scienziato), sapeva bene che per giudicare con obiettività un personaggio, un avvenimento, una guerra, in questo caso un artista, bisogna lasciar passare del tempo e così, nel Cinque Maggio, scriveva: "ai posteri l'ardua sentenza"!

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    1. ... E la stessa cosa succede allo storico, cioè all'esperto per così dire, nel valutare la Storia: deve passare un lasso di tempo piuttosto lungo - non so se la valutazione della lunghezza dipenda dalle influenze che ha sul nostro presente o meno - per potersene distaccare. Da qualche parte avevo letto un giudizio sulla Rivoluzione Francese da parte di un eminente storico: "E' troppo vicina a noi per valutarla con obiettività", come a dire che 225 anni sono un soffio. La questione diventa spinosa non solo per lo storico, ma anche per chi scrive romanzi o racconti storici.
      Grazie per il tuo ulteriore commento, molto molto acuto davvero! :-)

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  11. Io preferisco godermi l'opera senza sapere troppo dello scrittore prima, poi, magari, se ho voglia di capire di più, vado a curiosare nella biografia. Sono una ferma sostenitrice del fatto che, in fondo, ogni scrittore, scrive solo di se stesso e della sua vita, in un modo o nell'altro.

    Bel post!

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    1. Grazie di essere passata sul blog e per i complimenti al post, Romina. In effetti hai ragione, dietro ogni pagina e soprattutto ogni personaggio, per quanto bislacco, c'è sempre lo scrittore che parla.

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO:

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Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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