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sabato 24 maggio 2014

I Crudeli. - Il veleno della regina. Nella Gola dei Volti 32.

Sotto la volta celeste colma di stelle i villaggi della Conca di Smeraldo erano bui ed addormentati e, nel silenzio, s’udiva solamente il fruscio delle foglie degli alberi e il mormorio del piccolo fiume. Poi, a quelle voci s’aggiunse, soffocato, uno scalpitio di zoccoli e, poco dopo, dagli alberi neri del sentiero d’improvviso sbucò la sagoma d’una donna, con un fardello sulla schiena, e in groppa ad un cavallo.


The City Prelude di Mikalojus Konstantinas Ciurlionis (1908-09)
"Ho il sospetto che la mia amatissima sposa stia cercando d’avvelenarmi,” stava dicendo in quel mentre Fomalhaut ad Aldebaran, giunto al castello-fortezza, “e la causa delle mie lancinanti e frequenti fitte allo stomaco sia da ricercarsi nei miei piatti e nelle mie bevande.” Il re dei Crudeli giaceva raggomitolato nel letto, con le mani premute sul ventre, ed il fratello gemello, ritto accanto al suo capezzale, sembrava condividere con lui un’identica sofferenza, anche se meglio sopportata. 

“Procura che entrambi mangiate nello stesso piatto, secondo il nostro costume,” suggerì il Mago del Nord, “sempre che tua moglie non si sia resa immune al veleno, nel corso degli anni, assumendolo a piccole dosi." "Ma se tu hai il sospetto che stia cercando di avvelenarti,” aggiunse, porgendo al gemello un’ampolla in cui aveva versato un liquido color amaranto, “perché non indaghi a fondo e, nel caso di sua colpevolezza, non la fai giudicare o te ne sbarazzi?” "Perché Denebola è un’Orgogliosa, e parente, alla lontana, di Achernar. Fino a quando da tale parentela potrò trarre vantaggi, quella donna sarà un’esca preziosa per mantenere rapporti di buon vicinato,” rispose il re dei Crudeli, e trangugiò d’un fiato il contenuto dell’ampolla. Dopo poco, i dolori parvero cessare come per incanto, ed egli si ridistese sul letto e chiuse gli occhi, sollevato; pure la fisionomia di Aldebaran, poco prima pallida e contratta, sotto il nero cappuccio levato riacquistò il suo colore abituale.

Lyra attraversò i villaggi, uno dopo l’altro, senza che dalle finestre sorgessero lumi di candele, o dalle case provenissero voci di uomini destati. Solamente un cane alla catena, al suo passaggio, abbaiò, scambiandola, forse, per una volpe giunta a rubare le galline, o a una lince rapida e feroce, ma la sua voce presto si acquietò, ed il silenzio, alle spalle di Lyra, ritornò a posarsi sui villaggi come un drappo, appena sollevato e subito ridisteso.

***

Quando la principessa s’affacciò alla strada che, scendendo, conduceva alla Gola, un vento improvviso, ed innaturale in quella notte di quiete, investì la madre, il figlio e l’animale, e la sua voce orrenda ruggì così fortemente che rischiò di strapparle il fazzoletto che aveva in testa; la criniera del cavallo si rizzò sul collo dell’animale, la coda fluttuò come uno stendardo impazzito. Il cavallo, allora, protese il muso per avanzare, e anche Lyra, d’istinto, s’accucciò per non cadere e trascinare nella caduta il figlio. Era un vento proveniente dall'entrata della Gola, dall'altra parte della montagna e, non trovando ostacoli sul suo cammino, acquistava forza, fino a farsi raffica, rombo, e diventare simile ad una piena in arrivo, staffilava la faccia, stracciava le vesti, riempiva gli occhi di polvere. La principessa decise di scendere dal cavallo, che stentava a procedere, impedito dal vento e gravato del suo carico; quindi afferrò con entrambe le mani le briglie, e smontò, mezza soffocata e mezza cieca per la polvere, stordita dal fischio sonoro.

Il Mago del Nord volse lo sguardo in un angolo della stanza, da cui s’udiva provenire un lamento, quasi un sibilo prolungato: là, uno dei molossi di Fomalhaut giaceva a terra, disteso su un fianco, il ventre che sussultava, rapido, negli spasmi dell’agonia; la lingua penzoloni, dalla bocca semiaperta, lordata di schiuma biancastra; e l’occhio vitreo fisso su un punto indefinito. Aldebaran lo guardò, poi stese la mano e, in un gesto lieve e rapido come l’ala d’un uccello, la passò nell'aria, e il ventre dell’animale cessò i suoi battiti, la lingua smise di fremere e l’occhio rimase immobile, aperto. Anche il re dei Crudeli aperse le palpebre.“Era il mio preferito,” commentò, rammaricato, “e ha mangiato un pezzo di carne del piatto." Il Mago del Nord si volse verso la finestra del castello, dove il vento, prima impetuoso, d'un tratto era caduto.

The Past di Mikalojus Konstantinas Ciurlionis (1907)
Stordita, la principessa si fermò, nella quiete del vento cessato, anch'essa improvvisa ed innaturale, pulì gli occhi dalla polvere, tossì piano, li aperse, e raggelò di paura. Era la Gola dei Volti, ora, ad aprirsi dinnanzi a lei con la sua teoria di profili: sentinelle di pietra in cui, forse, il Mago del Nord aveva racchiuso una magia pronta a scaturire e a colpire. Fra loro era, comunque, obbligata a proseguire il cammino.

Prima di procedere, la principessa degli Innocenti si mise allora in ginocchio, là, in mezzo al sentiero, col figlio addormentato sulla schiena e, ancora una volta, rivolse una preghiera alla Voce, affinché il suo piede non urtasse e facesse rotolare i ciottoli, il cavallino non emettesse un nitrito d’inquietudine, e il bambino, nel sonno, non desse alcun lamento; e che quindi i Volti non si risvegliassero. Pregò a lungo, fervidamente, col cavallo, al suo fianco, che teneva il muso basso a sfiorare il terreno, quasi fosse anch'esso intento alla medesima orazione.

Quindi ella s’alzò, ed anche il cavallo rialzò la testa, Lyra riprese le briglie nella mano destra, girandole più volte attorno alla mano in modo che la presa fosse ben salda, trattenne il respiro ed avanzò. Avanzava e guardava fisso davanti a sé, fino ad arrivare a metà della Gola... là, vinta dalla curiosità, gettava un’occhiata alle fisionomie ai due lati e, con sordo spavento, s’accorgeva che i loro occhi erano chiusi, proprio come creature viventi immerse nel sonno, mentre ricordava di averli visti, durante il giorno, aperti o socchiusi. Ritornava a guardare innanzi, vincendo l’istinto, che l’aveva assalita, di mettersi a correre, mentre il cuore prendeva a batterle a ritmo accelerato, e la mano destra era divenuta quasi insensibile per la forza con cui stringeva le briglie, e il cavallo sembrava scivolare, con la silenziosità di un felino, sulle pietre del sentiero, ed il piccolo era immobile, anch'egli mutato in sasso nel suo sacco di lana, e Lyra si convinceva che tutti e tre erano divenuti incorporei, tanta era la levità con cui passavano in mezzo ai Volti.

Dopo un tempo interminabile, le rocce ridivennero levigate e s’allontanarono alle sue spalle, ed ella si ritrovò fuori dalla Gola. Là, Lyra s’inginocchiò per la seconda volta, rivolse una preghiera di ringraziamento alla Voce, montò a cavallo e riprese la fuga costeggiando il torrente.
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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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