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"La Storia siamo noi."


sabato 3 maggio 2014

La revisione: sfoltire, arricchire, tagliare un testo / 40

Per pura coincidenza alcuni amici che amano scrivere, e io stessa, ci troviamo oggi nel momento in cui si è terminata la prima stesura di un romanzo e abbiamo intrapreso una delle fasi più impegnative e faticose del processo di scrittura: la revisione, e di questo vorrei parlare nel post. Il vocabolario Treccani non ci suggerisce, dell’etimologia e del significato generale, niente più di quello che possiamo intuire da soli: reviṡióne s. f. [dal lat. tardo revisio -onis, der. di revidere «rivedere»]. – Nuovo esame inteso ad accertare e a controllare, ed eventualmente a correggere o a modificare, i risultati e le valutazioni dell’esame già operato, oppure la situazione iniziale o precedente. 

Che cos’è dunque una revisione a livello letterario?

Il sarto di Giovanni Battista Moroni
(1570-75) Londra, National Gallery
http://www.nationalgallery.org.uk/
Come il buon sarto, anche lo scrittore
deve prepararsi a tagliare nei punti giusti.
Molti scrittori, specie quelli alle prime armi o che peccano di presunzione, considerano la revisione una fase superflua, e si rifiutano di metter mano una seconda volta a quello che hanno scritto, magari di getto. Se ricevono critiche o consigli, si sentono attaccati in prima persona, e giungono a considerare la cosa come un affronto personale sentendosi i classici “geni incompresi”. È vero invece il contrario: la revisione è un momento cruciale per la buona riuscita di un lavoro letterario da presentare agli altri. Proprio qui risiede la differenza tra uno scritto che abbiamo steso a scopi quasi terapeutici, per dare sfogo a qualche nostra fantasia o forma di sofferenza, e che leggeremo e rileggeremo solo noi, e qualcosa che è destinato anche al prossimo. Il nostro mondo interiore sta per essere svelato a sguardi estranei e, volente o nolente, per farlo abbiamo come nostro unico strumento la parola scritta, una parola che dobbiamo affinare al massimo.

Erroneamente alcuni pensano che la revisione si traduca nel fatto di sostituire una parola con un’altra più adatta, o migliorare qualche frase,  migliorare una scena scritta in maniera frettolosa, tagliare un passaggio riuscito male. Per fare un paragone sartoriale, un po’ come limitarsi ad accorciare i fili pendenti, o sostituire un punto venuto storto, quando bisognerebbe invece di prendere il tessuto e rivoltarlo e rinnovarlo da cima a fondo, tagliarlo, sostituire le parti rovinate e… scrollarne il superfluo; poi ben venga anche il lavoro di fino, ma alle volte quella è solamente una parte di contorno.

Rivedere un testo significa innanzitutto rileggerlo, lasciando passare del tempo per riesaminarlo a mente lucida e distaccata, per considerarlo nella sua interezza, e non sprofondati  nel coinvolgimento emotivo della prima stesura o considerandolo come un insieme di parti separate tra loro. Un lavoro letterario è un’entità vivente, e quindi (pur con gli inevitabili difetti perché la perfezione non è di questa terra) bisognerà che ogni suo arto od organo sia ben sviluppato e adempia al compito per cui è stato pensato. Affinché si muova in maniera autonoma, e generi a sua volta altri significati, dovrà quindi possedere una sua indipendenza, e un suo senso intrinseco.  

Prima di intraprendere la revisione di un testo, c’è una grande domanda che credo stia alla base di tutto, e che dovremmo porci: “Qual è il tema di fondo della mia storia?” Chiamiamolo leitmotiv, significante, filo conduttore, senso riposto, come preferiamo, è quel qualcosa che tiene insieme tutta la nostra narrazione, e che vogliamo trasmettere al lettore: il disegno che si intuisce sottotraccia, nel tessuto narrativo, il sangue che irrora vene e arterie del nostro organismo, e che si intravede nella trama, nel comportamento nei personaggi, il motivo musicale che ritorna nella partitura, in tutto il corpus dell’opera. Se preferiamo, potremmo anche chiamarlo anima. Raymond Carver dice che “la revisione mi guida progressivamente al centro, verso il vero argomento della storia.” In un altro passaggio, ci dice ancora: "È difficile essere semplici. La lingua dei miei racconti è quella di cui la gente fa comunemente uso, ma al tempo stesso è una prosa che va sottoposta a un duro lavoro prima che risulti trasparente, cristallina. Questa non è una contraddizione in termini. Arrivo a sottoporre un racconto persino a quindici revisioni. A ogni revisione il racconto cambia. Ma non c'è nulla di automatico; si tratta piuttosto di un processo. Scrivere è un processo di rivelazione."

E potrebbe darsi persino che, nel rileggere quello che abbiamo scritto, comprendiamo d’aver iniziato con un’idea in testa e di essere arrivati ad esprimere tutt'altro. Questo va bene e significa che il lavoro non è qualcosa di inerte, l’importante è capire se questo significato inaspettato può ora applicarsi alla storia così com'è, o se non occorrano aggiustamenti nel tiro per renderla coerente. Se abbiamo le idee chiare su questo, avremo chiarezza anche nel compiere il nostro lavoro di ripasso del testo e capiremo che il tempo speso nell'intervenire non sarà stato vano.

A livello puramente tecnico, invece, si possono distinguere tre momenti nella revisione con armi da calibro pesante, cioè:
  • sfoltire (o tagliare, se preferite);
  •  arricchire (o integrare e ampliare, è lo stesso);
  • spostare

e che si possono applicare anche nell'ambito di una porzione ridotta di testo con un lavoro da setaccio fine.

Vediamoli uno ad uno, cominciando dagli interventi svolti con armi da calibro pesante:
  • Sfoltire o tagliare. Per molti tagliare parti di testo è un’operazione dolorosa, che però diventa più facile man mano che si acquisisce pratica con la scrittura. In fondo, perché dobbiamo lasciare una scena che non c’entra nulla solo perché “è scritta bene”? Se ne siamo davvero innamorati e se è autosufficiente, potremmo persino recuperarla e ricavarne un racconto. Ancora, perché dovremmo scrivere una scena usando venti righe anziché dieci? Di solito le lungaggini nuocciono al testo e minano la pazienza del lettore. Non parliamo poi delle divagazioni da narratore onnisciente, che si usavano nei romanzi del XIX secolo, e che oggi sono intollerabili. Taglieremo quindi le scene poco funzionali e anche quelle ripetute e il nostro testo ne guadagnerà in tutti i sensi.
  • Arricchire. Alle volte, invece, è necessaria un’operazione di rimpolpamento nel testo perché manca qualcosa sia per il ritmo che per la comprensione, o alcuni passaggi sono troppo secchi e stentati. Si dovrà quindi aggiungere altre scene, o parti, o momenti descrittivi; usando un’espressione che mi era stata detta da un’editor inglese cui avevo inviato il mio primissimo manoscritto de Il Pittore degli Angeli, offrire “more meat to chew”, più carne da masticare. Il nostro bambino è deboluccio, bisogna fornirgli più nutrimento perché si sviluppi in modo forte e robusto, e riesca a camminare sulle sue gambe, altrimenti non farà molta strada nella vita.
  • Spostare. Gli spostamenti vengono fatti per creare anticipazioni nella storia (i cosiddetti flashforward), e magari preparare per gradi o con qualche accorgimento ad un colpo di scena, oppure per far ritornare i personaggi con la memoria a ricordi del passato (i classici flashback). Entrambi hanno lo scopo di movimentare il tempo lineare nella narrazione, e renderlo meno piatto e sequenziale. Tuttavia bisogna tenere sotto controllo il tutto con l’aiuto di una sinossi dettagliata delle scene o una mappatura per non rischiare di inserire incongruenze, o sciupare l’effetto con qualche rivelazione di troppo.
La merlettaia di Johannes Vermeer  (1669-71)
Museo del Louvre, Parigi - http://www.louvre.fr/
Un romanzo è esattamente
come un merletto o un tessuto.
La revisione a setaccio fine si attua quando avremo operato gli interventi di cui sopra, e saremo soddisfatti del risultato complessivo. Si provvederà quindi a tagliare l’eccesso per rendere più incisiva la frase (l’aggettivo di troppo, l’avverbio che rallenta, il concetto ripetuto ecc.) o arricchire (aggiungere un passaggio per precisare meglio o migliorare una descrizione ecc.) o spostare (anticipare un paragrafo o posticiparlo può fare la differenza in termini di chiarezza).

***

Ci sarebbe molto altro da dire sulla fase di revisione, come ad esempio la rilettura a seconda del “punto di vista” del personaggio o un approfondimento della revisione a setaccio fine, che magari formeranno l'oggetto di altri post; tuttavia questo articolo intende solo offrire, come sempre, solo qualche spunto di riflessione generale per cominciare a parlarne insieme.

Quali sono i vostri metodi in fase di revisione e sulla base della vostra esperienza? E in quali passaggi della revisione riscontrate più difficoltà? 
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15 commenti:

  1. Sono innamorata di questo pezzo! L'ho stampato e credo finirà attaccato al muro qui davanti. Sarà che per la prima volta mi ritrovo a confronto con una revisione forzata e mi ripeto un "perché?" degno delle peggiori sventure della vita. Però, devo farti un appunto, hai dimenticato un aspetto importantissimo: la pigrizia. Esistono persone affette da accidia patologica, per le quali la prospettiva di uno sforzo mentale è comunque foriera di un'ernia alle sinapsi (oltre ad altri sgradevolissimi inconvenienti che non sto ad elencarti perché mi fa fatica). Dette persone sono umanamente infrequentabili, se non fosse che è complicatissimo buttarsi fuori casa. Dicevamo, i pigri non si percepiscono come geni incompresi ma davanti alla richiesta di revisioni si sentono stanchi prima di iniziare; somatizzano, gli pare di dover affrontare la maratona di New York e gli pesa anche mettersi il numero sulla maglietta, o a fondo pagina. Ripetono il mantra "non ce la farò mai... al primo punto di ristoro mi defilo e vado a dormire". Purtroppo, perlopiù i romanzi non hanno punti di ristoro... ma ci sto lavorando. COMPLIMENTI, hai dato un senso ad un lavoro di cui non riuscivo a capacitarmi.

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    1. Alessandra, benvenuta sul mio blog anche se, naturalmente, già ci conosciamo per frequentazioni “pedestri” ;-) e, spero non “pedanti”. Hai ragione sulla pigrizia, anche un’altra amica scrittrice me l’ha ricordata una volta come caratteristica connaturata all’uomo: quel ribollire d’entusiasmo cui fa seguito la debolezza dello spirito e delle membra, e un senso di affaticamento preventivo. Tendo a dimenticarmene perché, pur avendo molti difetti, non mi appartiene, come non mi appartiene la noia in generale. Sono lusingata del fatto che il mio pezzo finirà in bella mostra sul tuo muro! Il fatto è che la revisione è un lavoro improbo, ma necessario come sgrezzare una seconda volta la materia della scultura. Personalmente sono alle prese con la revisione e riscrittura delle primissime pagine de “Le Strade dei Pellegrini” che ho rivoltato già come un guanto e di cui, evidentemente però, ho perso il controllo. Mi hanno detto da più parti che l’inizio è lento, e che cosa c’è di peggio per un lettore di un incipit che fa sbadigliare? Poi la trama fila via liscia e l'azione diventa brillante (sempre a detta di altri), ma rimetter mano a qualcosa che ho già rivisto mi sta facendo penare come non mi era mai successo.

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  2. Ciao, approfitto del commento al post (che condivido appieno) per segnalarti che ho provato a mandarti una mail all'indirizzo che mi hai dato, ma mi è tornata indietro. Possiamo sentirci su fb?
    Antonella Mecenero

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    1. Ciao Tenar, misteri misteriosi di blogspot e della tecnologia in generale... prima il blog si mangiava il commenti, ora la mail ritorna indietro. Ci cerchiamo allora su fb prossimamente? Ci tengo. A presto!

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  3. Grazie, Crisitna, il quadro che tracci della revisione è ottimo. Su questo argomento fra qualche giorno arriverò anch'io con un contenuto scaricabile per gli iscritti del mio blog. Spero che le informazioni si integreranno a vantaggio di tutti. :)
    A me la revisione è sempre piaciuta - sai, quei lavorini di fino con i sinonimi, oppure i dialoghi da rendere più affilati - ma la verità è che il macroscopico mi risulta più difficile, soprattutto nelle correzioni sulla trama, che spesso richiedono una vera e propria riscrittura di alcune parti. La difficoltà non è nel rimboccarmi le maniche, ma nel fare uscire il cervello dal loop creato da ciò che ho già scritto. E' come se mi trovassi in un solco da cui non posso uscire: le cose devono andare in quello specifico modo e non in un altro, anche se sento che il pezzo zoppica. Fastidioso, e dannoso! :(

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    1. Grazia, hai detto una parola significativa al massimo grado: il loop. È come se si creasse un corto circuito mentale da cui non si riesce a uscire, specie con certe parti. A me sta succedendo ora con l’incipit di questo nuovo romanzo, un tempo mi è capitato con altre parti interne che non riuscivo proprio ad eliminare, come se avessi dovuto tranciarmi una mano o affettarmi il naso. Probabilmente bisognerebbe lasciar “riposare” il romanzo a lungo, prima di rimetterci mano, per cambiare il punto di vista e assumere quello del lettore veramente a digiuno della storia. Attendo allora le tue integrazioni all’argomento sul tuo blog, la questione è articolata e sarà interessante leggere i nuovi commenti. Ho trovato affascinante anche il punto di vista di Raymond Carver per cui la revisione è riscrittura, come se si procedesse a scavare per strati geologici.

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    2. Il riposo del testo infatti è fondamentale, ma per acquisire un vero distacco occorrerebbero mesi, se non anni. Difficile accettare un'attesa del genere!

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    3. Hai ragione, anche perché non è facile nemmeno capire quale sia il giusto tempo di riposo da dare al manoscritto, prima di riprenderlo in mano. Siamo in continua evoluzione come esseri umani, per cui quello che scrivo oggi mi sembrerà strano il mese successivo, per non parlare di quello che rileggerò a distanza di mesi. Si corre il rischio che non piaccia più niente!

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  4. ANDREA RUFFOLO4 maggio 2014 13:19

    Ottimo documento. la revisione è la parte fondamentale della creazione e hai colto i diversi passaggi critici. E' fondamentale tenere presente il proprio stile e direi che in generale non esistono regole a cui attenersi: lo stile va aldilà delle regole. ma è opportuno specie per chi deve farsi ancora conoscere restare in un solco di accettabilità.

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    1. Ciao Andrea, ben trovato anche a te nel mio blog e grazie del commento. Probabilmente la revisione serve a dare chiarezza non solo al lettore, ma anche a se stessi (se si risulta oscuri o confusi, ad esempio). Per quanto riguarda lo stile, ci sono tanti stili quante sono le voci di chi parla, ed è bene rispettare il proprio e non seguire linguaggi che non ci appartengono solo perché sono di moda.

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  5. Mi sono piaciuti molto la metafora della sartoria e i tre passaggi della revisione, che hai reso in modo chiarissimo. La revisione è un processo davvero complicato, in confronto la prima stesura è proprio una passeggiata. Di buono c'è che rispetto alla sartoria, si ha molta più libertà di movimento, soprattutto grazie ai computer che ci permettono tutti i taglia-sposta-incolla-cancella-ricuci di cui abbiamo bisogno :)

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  6. Cara Maria Teresa, grazie per la tua osservazione. Mi era venuto in mente anche il paragone con il giardinaggio, cosa di cui so pochissimo (esattamente come del mondo sartoriale, peraltro! ;-). In tutti i modi la revisione è un processo lungo e complesso e non facile da condurre a buon fine.

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  7. Che bell'articolo, Cristina! Quasi quasi mi sta venendo nostalgia della Revisione, ora che invece dovrei impegnarmi per la prima stesura del nuovo romanzo! Sarà la pigrizia, come dice Alessandra... per quanto riguarda lo "spostare" è una cosa che mi piace tanto, anche in fase di stesura non faccio altro che provare flashforward e flashback per vedere l'immagine che assume il mosaico della storia a seconda dei diversi incastri. Mi mette più pensiero "il tagliare" e "l'arricchire", ma tu mi hai insegnato quanto siano essenziali!

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    1. Ciao Stella, grazie innanzitutto per il tuo commento. Devo dire che per me la fase di revisione è in assoluto la più impegnativa, anche perché di solito l’affronto subito dopo la prima stesura in quanto non vedo l’ora di concludere il tutto. Anche a me, comunque, interessa sperimentare spostando avanti o indietro i segmenti narrativi per dare più movimento alla storia… proprio come un prestigiatore!

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  8. Arrivo tardi, ma ci tengo a elogiare la ricchezza del tuo articolo. A parte la pigrizia di Alessandra (ma non ci credo, lei scrive anche quando non lo fa materialmente) condivido tutte le difficoltà su elencate. Di mio ci aggiungo che, siccome procedo per lampi e intuizioni, faccio una fatica del diavolo a imbastire una trama che scucio e ricucio per un tempo prolungato all'inverosimile. Aggiungo che non scrivo mai di getto per evitare di generare delle porcherie per cui sono sempre in fase "revisionista". Poi arriva un momento in cui spostare un solo mattoncino della costruzione mi dà l'ansia e temo che crolli tutto... E lì arriva il bello... o il brutto, chissà.

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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