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sabato 12 aprile 2014

I Crudeli. - Combattimento con l’oca. Lyra apre gli occhi 28.

Rex II di Mikalojus Konstantinas Ciurlionis
(1904-5)
Un giorno Antares propose al cugino di esplorare da cima a fondo il Castello-Fortezza, ed insieme si ritrovarono a gironzolare in uno dei cortili interni. Il luogo era deserto e silenzioso, ma in un recinto erano rinchiuse delle galline, un gallo ed alcuni tacchini, che passeggiavano innanzi e indietro, borbottando e razzolando nel terreno. I due cugini si avvicinarono, e subito le galline accorsero zampettando, affollandosi davanti a loro e fissandoli con occhio vacuo. Essi colsero alcuni ciuffi d’erba e glieli porsero attraverso lo steccato, ridendo nel vedere le galline, impadronitesi del boccone, contenderselo, strapparselo dal becco, agitando le ali e facendo un gran baccano. A poca distanza, il gallo guardava sussiegoso la scena, senza degnarsi di partecipare al banchetto. I due bambini rimasero a lungo accanto al pollaio, poi decisero di andare ad esplorare la legnaia.

Avevano appena attraversato il cortile quando uno stridio terrificante li fece voltare. Mettendo avanti, l’una dopo l’altra, le zampe palmate, lentamente avanzava una grossa oca grigia, spuntata da chissà dove, che, a tratti, sbatteva furiosa le ali ed allungava il collo, aprendo il becco e lanciando uno strozzato grido d’assalto, mentre la sua pancia quasi si trascinava sul terreno, tanto era grassa e pesante. A quella vista, Ofiuco iniziò a piagnucolare e ad aggrapparsi al cugino. Antares lo respinse bruscamente, si armò di un bastone, tolto da una catasta di legna, ed andò incontro all'oca. Questa stette un attimo immobile davanti al bambino, incredula di fronte a tanta spavalderia, quindi attaccò. Antares parò il primo colpo di becco, assestando una bastonata al collo dell’animale, che lo ricevette di striscio.

L’oca attaccò ancora, e ancora. Malgrado la pesantezza, l’animale tentava dei rapidi malvagi affondi col becco che avrebbero cavato un occhio ad Antares, se fossero giunti a tiro. Per alcuni minuti non vi fu nulla di fatto, e i due avversari finirono col girare in tondo, fissandosi. Ofiuco rimaneva raggomitolato in un angolo, troppo spaventato per muoversi. Poi, l’oca mosse il collo, in una finta calcolata, si spostò, riuscì ad aggirare il bastone di Antares, e afferrò saldamente il bambino alla mano sinistra, dove il muscolo si tendeva fra il pollice e l’indice. Per il dolore, lasciò andare il bastone e cercò di liberarsi dando strattoni . Quando il volatile mollò la presa, la mano di Antares sanguinava.

“Via, via!” Dall'altra parte del cortile, accorrevano alcune serve in soccorso dei due bambini, e cacciavano via l'animale, inferocito e pronto ad attaccare di nuovo.

***

Quella sera, la principessa Lyra era seduta al capezzale del figlio e lo guardava desolata. Il bambino dormiva, con la mano sinistra fasciata; di tanto in tanto, ella allungava la mano e gli carezzava, dolcemente, i capelli scuri, e pensava al pericolo corso. “Non rimarrà che una cicatrice sul palmo della mano,” le aveva detto Aldebaran, per rassicurarla, ma avrebbe voluto che lo sposo, con l’aiuto della magia, sanasse per sempre la ferita e che non rimanesse traccia alcuna – Antares era così bello! 

E, nel contemplare suo figlio, le si aperse davanti una nuova visione –­ o un sogno... No, non era visione o sogno, stavolta il suo corpo era rimasto là, immobile vicino al letto, involucro vuoto di un bozzolo da cui si sia appena sprigionata una farfalla... e lo spirito di Lyra s’alzava, lieve, usciva dalla stanza, attraversava le pareti, si dirigeva lungo i corridoi, verso la sala da pranzo dove sapeva esservi lo sposo, e faceva parte, di volta in volta, delle ombre delle stanze e delle fiamme delle torce. Infine, si fermò, veleggiando nell'aria e, da là, vide i due Oscuri Gemelli, seduti al lungo tavolo ancora ingombro di piatti e calici, nella grande sala da pranzo, in compagnia dei molossi. I due fratelli stavano parlando proprio di Antares, forse dell’incidente occorso con la grossa oca grigia e Lyra, fluttuando, ascoltò.

"Come procede l’educazione di Antares? Hai già iniziato ad operare secondo gli antichi testi?” chiedeva Fomalhaut, stendendosi sullo scranno. “Inizierò al nostro rientro al castello, ormai è tempo,” rispose Aldebaran, ed aggiunse: “Non sarà difficile, poiché, sin dall'inizio, la sua volontà è stata formata per obbedire alla mia, grazie ad un solo gesto della mano. Col tempo, inclinerò anche la sua indole a compiacermi in tutto, fino a renderlo docile come un cagnolino ai miei comandi.” “Gli sarà lieve, dunque, perpetrare crimini o
Eternity di Mikalojus Konstantinas Ciurlionis (1907)
compiere nefandezze?” suggerì Fomalhaut. “Se sono necessari a me, e ai miei scopi, sì” rispose Aldebaran freddamente. “Potrebbe ribellarsi.” “Questo non sarà possibile, poiché sono io il padrone assoluto della sua volontà.” Il fuoco del grande camino crepitò nel silenzio, e le scintille volarono in alto, disperdendosi simili ad una manciata di spiritelli impazziti. Il Mago del Nord fece una pausa, continuò: “Tuttavia, fino a che egli non sarà nel pieno dell’adolescenza, potrò soltanto preparare il terreno per la semina. Quando sarà tempo di officiare la Cerimonia dell’Immortalità – quando cioè Antares sarà mio veramente – allora avrò la certezza che l’antico testo di Magia Nera non ha mentito. Grazie a mio figlio,” completò, "sarò immortale." "E io con te," gli ricordò il gemello con un sorriso storto.

Una pausa aveva fatto seguito alle parole dei due fratelli, pausa rotta da un nuovo scoppiettio del fuoco e, stavolta, pure dal sordo brontolio d’uno dei molossi, che aveva rizzato le orecchie e s’era dato a ringhiare verso il soffitto. Là, lo spirito di Lyra seguitava a fluttuare. “Silenzio!” comandò Fomalhaut e la sua stessa voce risuonò quale l’abbaiare d’un cane. Il molosso si riaccucciò, continuando a brontolare contro qualcosa d’indefinito, sopra la sua testa. “E Lyra? Che intendi farne?” chiese, d’un tratto, il re dei Crudeli, e a quel nome lo spirito di lei ebbe un trasalimento. “La terrò accanto al bambino ancora per qualche giorno. In seguito, visto che egli dovrà dipendere da me per tutto – compreso il cibo che riceve, l’acqua che beve – me ne sbarazzerò. Ci sono mille modi per farlo.” “Dalla a me,” disse subito Fomalhaut. Seguitò: “Dal primo momento che l’ho vista, ho provato il desiderio di giacere con lei e trarne piacere, e tale desiderio s’è accresciuto nel tempo.” “Prendila, se vuoi,” acconsentì Aldebaran, indifferente, la mente tutta presa dai progetti futuri.

Fluttuando, la principessa si ritrasse e, con la silenziosità e la trasparenza d’un fantasma, ripercorse la strada del ritorno lungo i corridoi, attraverso ombre e luci, persone ed oggetti, fino a ritrovarsi nella stanza. In un attimo, fu accanto al letto di Antares, sbatté le palpebre, si scosse, si guardò attorno. Poi abbassò lo sguardo su suo figlio, che riposava tranquillo. Solo allora fu trafitta – e il dolore la trapassò come una lama – dalla consapevolezza che Aldebaran non l’aveva mai amata. Si coprì il volto con le mani e pianse.
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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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