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ARAZZO DI BAYEUX, seconda metà dell'XI secolo

La conquista normanna dell'Inghilterra del 1066.

BERNABO' VISCONTI E LA SUA FAMIGLIA

Affresco a Santa Maria Novella, Firenze - secolo XIV.

VITA DI TRINCEA

Prima Guerra Mondiale (1914-1918).

sabato 13 ottobre 2018

Da dove arrivano i nomi dei personaggi letterari - Guest post di Michele Renzullo



"Ma poi, che cos’è un nome?… Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome? Così s’anche Romeo non si dovesse più chiamar Romeo, chi può dire che non conserverebbe la cara perfezione ch’è la sua? Rinuncia dunque, Romeo, al tuo nome, che non è parte della tua persona, e in cambio prenditi tutta la mia."

Queste sono le parole pronunciate dalla dolce Giulietta, che fantastica sul giovane Romeo, riflettendo anche sul suo nome, nella celeberrima scena del balcone. Per accompagnare queste parole e l'argomento del post, ho scelto uno splendido quadro di Franck Dicksee dipinto nel 1884, che potete vedere qui accanto.

In qualunque modo la pensiate, attribuire il giusto nome a un personaggio è uno snodo fondamentale per dare ancora maggiore consistenza alle creature della nostra fantasia. Questa scelta è croce e delizia per ogni scrittore, esattamente come l'individuazione del titolo. Ci sono casi in cui abbiamo le idee chiare fin da subito, come se fosse lo stesso personaggio a pretendere di essere chiamato in un certo modo, altri in cui rimaniamo incerti molto a lungo e non sappiamo decidere quale nome gli calzi meglio.

Oggi però ci parla dell'argomento Michele Renzullo, titolare del sito www.scritturacreativa.org e mio gradito ospite. Lascio volentieri la parola a Michele, che ci può offrire spunti di riflessione molto interessanti.

***

Un personaggio memorabile non può prescindere da un nome importante Se un bambino non ha il privilegio di scegliere il proprio nome di battesimo, né un genitore può predire la personalità del suo pargolo, voi come autori siete molto fortunati: conoscete (o dovreste conoscere) molto bene il vostro personaggio letterario. Di conseguenza, non dovete affidargli un nome a caso. Il nome del vostro personaggio letterario, come tutti gli altri elementi che costituiscono un romanzo, ha una sua funzione narrativa

“Lavora sul testo e non tornare più indietro. Chiedi conferma al testo e non alla vita.” Giuseppe Pontiggia

Vorrei farvi un esempio pratico, che mi è accaduto personalmente di recente.

Da una vicenda biografica drammatica, Claudia (una scrittrice mia amica) ha deciso di nominare la protagonista del suo romanzo Claudia: non perché volesse darle il suo stesso nome, ma perché voleva richiamare l’etimologia claudicante: un marchio a fuoco e senza scampo del suo essere instabile.

Ispirato da questo personaggio, decido di creare un antagonista per un mio racconto. Chiamo questo personaggio Alba. Nella mia opera, difatti, Alba riveste il ruolo di antagonista, contrapposto alla protagonista Luna. Mi piaceva simbolizzare questa contrapposizione.

Ecco come i nomi possono assumere un significato aggiuntivo e simbolico.

Da dove prendere ispirazione, allora, per inventare i nomi dei vostri personaggi?

Personalmente mi faccio ispirare sia dalla vita reale (annoto nomi che mi colpiscono), sia dalla letteratura.

Ad esempio, un nome che mi colpì particolarmente fu la fidanzata dello scrittore Fitzgerald: Ginevra King. Nome bellissimo, importante e con un bel suono. Il nome lo appresi dalla biografia presente nel libro (vi sprono a essere sempre curiosi: spulciate tutte le parti del romanzo che avete tra le mani).

Altri nomi, in ordine sparso, che ho annotato:

Laide, Eloisa, Diletta, Viola, Aureliano, Raoul, Dean, Dorian, Blanca, Alma, Romeo, Samuel , Aurelio, Arturo, Domitilla, Michelino, Pietruccio, Teresa, Iris, Lara, Misia, Alfonso, Karl

E i cognomi?

Sta a voi e, naturalmente, al genere e a che tipo di atmosfera volete trasmettere.

Lo scrittore Andrea De Carlo, ad esempio, gioca sempre con le assonanze tra nome e cognome (vedi Misia Mistrani), altri scrittori decidono di non svelare il nome del protagonista della storia, oppure affibbiargli un soprannome.

Un libro che vi può ispirare

Fabio Stassi ha pubblicato un libro bellissimo (molto gradevole anche nella scelta della copertina e della grafica) in cui passa in rassegna alcune caratteristiche di grandi personaggi letterari conosciuti dal grande pubblico.

Il suo Il libro dei personaggi letterari dal dopoguerra a oggi (minimum fax) può essere fonte di ispirazione quando se siete in crisi.

Ecco alcuni nomi citati nel libro:

Holly Golightly: l'indimenticabile protagonista di Colazione da Tiffany di Truman Capote

Oskar Matzerath: il protagonista de Il tamburo di latta di Günter Grass

Johnny: il protagonista di Primavera di bellezza di Beppe Fenoglio (1959)

Will Andrews: il protagonista di Butcher’s Crossing di John Williams, pubblicato nel '60 e proposto in Italia da Fazi.

Atticus Finch: il protagonista di Il buio oltre la siepe

Il capitano Bellodi: Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia

Il dottor Pereira di Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi, pubblicato da Feltrinelli nel 1994 e vincitore, lo stesso anno, del Premio Campiello.

Guglielmo da Baskerville: il protagonista de Il nome della rosa di Umberto Eco.


E voi, in base a cosa scegliete i nomi dei vostri personaggi? A cosa vi ispirate?



CHI È L'AUTORE DEL GUEST POST

Michele Renzullo è nato a Milano dove ha vissuto fino all’età di 33 anni. Poi si trasferisce a Dublino per un lungo periodo e infine opta per Barcellona. Vivere all’estero, dice, gli dà la possibilità di vedere le cose da un punto di vista alternativo.

Nel 2016 crea la prima accademia di scrittura creativa online, coniugando il suo amore per la scrittura e il suo interesse per il digital marketing.

Il suo ultimo romanzo si chiama L’Una di Ferragosto (disponibile su Amazon), ed è nato proprio grazie a questo respiro cosmopolita e internazionale.

Sulla pagina Facebook dell’accademia si possono trovare tips, esercizi e risorse gratuite relative alla narrativa.

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sabato 6 ottobre 2018

Il Caffè della Rivoluzione: Uomini senza padrone / 37



Tra un impegno e l'altro, ecco che riapre anche il nostro caffè rivoluzionario, inaugurando la nuova stagione, ormai entrata definitivamente nell'autunno. Come sempre ho scelto un argomento nuovo e, spero, interessante: i banditi. Chi di noi, quand'era ragazzino, non è mai rimasto colpito dalle storie dei briganti, degli avventurieri, di figure forse inventate che rubavano ai ricchi per dare ai poveri? Senza ombra di dubbio la figura del ribelle a un sistema ingiusto e oppressivo ha sempre suscitato la simpatia del popolo per svariati motivi.

Vediamo dunque qualche figura di bandito celebre nella società di Antico Regime, cioè quell'ordinamento che, per convenzione, indica un periodo che va dal 1492 al 1850, ovvero l'Età Moderna. L'Antico Regime aveva costruito una società fortemente gerarchica e, come tale, produttrice di disuguaglianze; e le masse di poveri che abitavano le campagne, o migravano verso le città in cerca di lavoro o di un'occupazione qualsiasi, erano una costante nel paesaggio dell'epoca. Man mano che le masse di vagabondi e disadattati crescevano di numero, aumentava anche la diffidenza nei loro confronti, soprattutto in ambito urbano.



Xaver Hohenleiter e la sua banda (1788-1819) di Johann Baptist Plug

Uomini senza padrone è il titolo di un celebre saggio dello storico polacco Bronislaw Geremek, pubblicato in francese nel 1977, e indica coloro che riuscivano a sopravvivere, ingegnandosi, negli interstizi della società, sfuggendo a qualsiasi inquadramento. Gli "uomini senza padrone" erano appunto marginali, vagabondi, artisti, lavoratori saltuari, zingari, che godevano di una libertà notevole ma restavano ai margini della società, esposti a ogni forma di precarietà. A questo proposito storici e sociologi impiegano l'espressione "marginali" per indicare individui o gruppi umani che per varie ragioni si collocano ai margini della società, mentre gli "emarginati" sono coloro che vengono espulsi o respinti ai margini. Entrambi i termini implicano il concetto di una società con un centro e un margine, e con regole, scritte o derivate dalle consuetudini, codificate e condivise.

Vi erano dunque diverse forme di marginalità ed emarginazione a livello economico, sociale, spaziale, culturale. A questi "marginali" ed "emarginati" veniva attribuito il marchio d'infamia, come ai delinquenti recidivi, agli ebrei, alle prostitute, ai vagabondi, ai figli illegittimi, ai ciarlatani e agli attori girovaghi, e a molti mestieri legati al sangue. Questa sanzione viene dunque attribuita dai poteri dominanti a quanti non rispettavano le regole sociali, o che suscitavano avversione come le minoranze etniche e religiose. Distinguersi dagli altri causava sentimenti di insicurezza negli altri, che si sentivano minacciati. 

Tra coloro che si ponevano fuori dalle regole sociali c'erano sicuramente i criminali di cui rigurgitavano le fonti giudiziarie, protagonisti dei registri della polizia militare francese, con una schedatura che va dai "senza fissa dimora" a "i recidivi" a "individui al primo reato".  Tra loro moltissimi banditi  i cui nomi sono passati alla storia.

Ecco dunque il "bandito gentiluomo" e contrabbandiere Dick Turpin (1705-1739) in Inghilterra, di cui potete vedere una stampa che lo raffigura a cavallo mentre spara. In Germania si ha notizia di Schinderhannes (1783-1803), specializzato nel derubare i ricchi ebrei, alimentando l'antisemitismo popolare. Eccolo, sempre in basso ma sulla destra, in un dipinto di K. H. Ernst (1803).

















Ma in Francia la palma della notorietà è senza dubbio meritata dall'inafferrabile Cartouche (1693-1721) - qui sotto sulla sinistra, in un ritratto forse idealizzato - e anche da Mandrin (1724-1755) - sempre in basso sulla destra - attivo quest'ultimo nel contrabbando ai confini con la Svizzera e nelle azioni di rappresaglia contro gli appaltatori delle tasse, gli odiati Fermiers.

Quasi tutti questi uomini finirono per essere catturati e giustiziati, alcuni di loro in maniera orribile come Cartouche, ma quello che è certo è che, sicuramente trasfigurati dall'immaginazione popolare, finirono per diventare eroi da leggenda al punto da dedicare loro ballate; e  alcuni diventarono anche veri e propri personaggi letterari.

***
Che cosa pensate del fatto che le esistenze dei fuorilegge siano spesso abbellite dalla fantasia popolare? Se ci pensate, succede anche ai giorni nostri. Conoscete qualche figura che abbia colpito la vostra immaginazione giovanile?

***

Fonte testo:
La società di antico regime (XVI-XVIII secolo) di Gian Paolo Romagnani

Fonte immagini:
Wikipedia

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sabato 29 settembre 2018

Alla conquista del mercato editoriale: ieri, oggi, domani


Nello scorso post sul mio esame di Storia della Stampa e dell'Editoria (qui li link), avevo preannunciato il mio desiderio di condividere con voi un estratto molto divertente, ricavato da Il libro. Editoria e pratiche di lettura del Settecento, una raccolta di interventi di vari autori nell'ambito di un ciclo di conferenze sulla storia del libro nel XVIII secolo.

L'intervento che ho scelto s'intitola Il libro in satira. Pier Jacopo Martello e la rappresentazione del mondo dell'editoria  di Alessandra Di Ricco e parla della ricerca spasmodica di notorietà e prestigio sociale a qualsiasi costo, oliando bene i meccanismi del mercato editoriale.


Felice Arcadia di Konstantin Makovsky (1890), collezione privata

Siamo appunto nel Settecento italiano, e nel mondo poetico dell'Arcadia. Per chi non lo sapesse o non lo ricordasse, l'Accademia dell'Arcadia era un'accademia letteraria fondata a Roma il 5 ottobre 1690 da Gian Vincenzo Gravina e da Giovanni Mario Crescimbeni. Era considerata non solamente come una semplice scuola di pensiero, ma come un vero e proprio movimento letterario che si era sviluppato e si era diffuso in tutta Italia durante tutto il Settecento in risposta a quello che era considerato il cattivo gusto del Barocco. Essa si richiama nella terminologia e nella simbologia alla tradizione dei pastori-poeti della mitica regione dell'Arcadia e il nome fu trovato durante una adunata ai Prati di Castello, a quei tempi un paesaggio pastorale. Oltre al nome dell'Accademia, emblematico, fu scelto seguendo questa tendenza anche il nome della sede, una villa sulla salita di via Garibaldi sulle pendici del Gianicolo: "Bosco Parrasio". I suoi membri furono detti Pastori, Gesù bambino (adorato per primo dai pastori) fu scelto come protettore; come insegna, venne scelta la siringa del dio Pan, cinta di rami di alloro e di pino e ogni partecipante doveva assumere, come pseudonimo, un nome di ispirazione pastorale greca.

Dopo il necessario ripasso veniamo alla parte divertente, cioè al fatto che molti ambiziosi vedevano sancita la propria promozione culturale con l'ottenimento della patente di arcade. Le satire di Pier Jacopo Martello, membro dell'Arcadia sotto il nome di Mirtilo (lo potete vedere nell'immagine qui sotto, sono una presa in giro della smania di essere ascritti a poeti arcadi, e anche un dettagliato e ironico prontuario che insegna come usare i meccanismi dell'industria culturale per acquisire un'immeritata fama.

Nelle sue satire Pier Jacopo Martello usa un luogo di stampa di fantasia, Cosmopoli, e si nasconde dietro l'anonimato nel dettare le sue sette satire, anche se manifesta l'intenzione di farsi riconoscere come autore: le iniziali di ciascuna di esse compongono il suo nome pastorale, Mirtilo. Le satire sono indirizzate a un certo "Baron di Corvara" dal Segretario Cliternate - lo stesso Martello - cui il barone si è rivolto per soddisfare l'ambizione di diventare pastore d'Arcadia.

Il Segretario gli confezionerà dei versi che il barone spaccerà come suoi. La sua ambizione è descritta come il capriccio di un non più giovanissimo, e certamente ignorante, cicisbeo. Raggiungere i torchi, cioè veder stampate le sue opere, deve rimanere l'obiettivo principale cui punterà il barone. Affinché la pubblicazione incontri un sicuro successo sono necessarie alcune operazioni preliminari. Occorre come prima cosa allestire una ben organizzata rete di corrispondenti con i quali carteggiare regolarmente (Ma cosa ho a suggerir che assai mi preme. / Affiggetevi avanti in un lunario / tutte le poste ed i lor giorni insieme.) A questi destinatari il barone manderà qualche regaluccio, e gradiranno che sia dato loro dell'Illustrissimo e del Colendissimo. Tanto onore sarà corrisposto con l'invio di libri e manoscritti, che il barone esporrà sui tavolini della propria casa e mostrerà agli ospiti, ammirati e invidiosi, quando offrirà loro lauti rinfreschi. Il giorno dopo gli invitati correranno a farsi fare copia di quei preziosi manoscritti, e nella bottega del copista si sentirà risuonare solo il nome del barone (Stupiran, voi commerci aver coi dotti / di quanta è Italia, allor che ognuno inzuppa / i savoiardi entro il caffè biscotti.) 

Ma non basta! Occorre stabilire contatti a Parigi e a Londra, aggiungere corrispondenti all'esterno, nomi prestigiosi, e farsi spedire i loro libri. Il barone si incaricherà di ristamparli a sue spese, tradotti da altri nella nostra lingua. Tutti gli autori ambiscono infatti aver fama all'estero e gli stranieri sanno di poter contare sul favore dei lettori italiani, che li idolatrano. (Giunti, fateli poi girare intorno / fateli ristampar  per voi tradotti / di chi è di nostra e di lor lingue adorno.) L'Italia, tuttavia, decaduta dal suo primato europeo, non esporta più cultura, e il barone contraccambia i libri ricevuti dalla Francia e dall'Inghilterra con spedizioni di casse di vino e agrumi, le uniche merci nazionali ancora in grado di farsi apprezzare a Londra e Parigi.


Il risveglio del libertino, circondato da artisti e professori
di William Hogarth (1735)
Per il barone è giunta l'ora di fare sul serio, cioè di dare alla luce la sua intera produzione in versi! che ammonta a 80 sonetti, 6 canzoni, 4 egloghe e 40 madrigali. Per avere più valore la raccolta dovrà essere stampata non presso uno stampatore locale, cioè romano, ma a Firenze, con l'approvazione linguistica dell'Accademia Fiorentina. Il libro dovrà distinguersi come prodotto tipografico di qualità, curato nel formato, nella carta, nei caratteri, nell'impaginazione, nei fregi e nei rami, tra i quali spiccherà l'ovale con il profilo dell'autore, classicamente atteggiato (In un dodici grande e in carta fina / stampisi con caratteri d'argento / la poesia, che a un bel corsivo inchina.)

Stampato in non più di cento copie, affinché diventi subito raro, il libro del barone potrà prendere posto tra gli oggetti di pregio che sono ricercati, e tesaurizzati, dal "bel mondo". Il libro finirà sugli scaffali dei grandi signori ignoranti cui l'autore l'avrà donato, e da qui sarà prelevato solo per essere ostentato ai visitatori con la devozione che si deve alle sacre reliquie (O se il torrà, lo toccherà co' guanti, / ostentandolo altrui, come per grazia / le reliquie si mostrano de' Santi.)

A questo punto prende avvio il gioco del mercato, nel quale il barone è invitato a inserirsi allo scopo di pilotare a suo vantaggio le leggi della domanda e dell'offerta, che appaiono dunque truccate. A muovere i fili della macchina c'è anzitutto la forza dell'opinione: resosi raro e prezioso, il libro del barone diventa oggetto della ricerca affannosa delle "anime ansiose" di acquistarlo, ma nelle librerie non si trova, tranne l'unica copia che, non per caso, è in vendita all'insegna del Corvo (una libreria romana con sede in piazza Pasquino) al prezzo inarrivabile di "tre ducatoni". Il barone ne cede allora un esemplare al proprio confessore, che naturalmente si vanta in giro di averlo ottenuto "a buon patto". Da qui in avanti il libro non potrà scendere sotto tale soglia. Per evitare poi la concorrenza, il barone avrà provveduto a porre sul frontespizio "del papa il privilegio / e de' Prenci fra noi di prima classe."

Il libro del barone andrà incontro a una seconda edizione, da lui fatta fare di nascosto a Parigi, ma in sole cento copie: dirà, mentendo, che la tiratura è stata realizzata a sua insaputa. La stessa messa in scena si ripeterà l'anno successivo, quando, dopo quella di Parigi, ormai dimenticata, ne spunterà un'altra in Olanda. per realizzare queste edizioni non serve troppo denaro, ma occorre impiegarlo al momento giusto, avvalendosi, ad Amsterdam come a Lipsia o a Londra, dell'aiuto di qualche frate trafficone che si incarichi di seguire le operazioni di stampa (A far questo, o Baron, non van tesori; / basta spender a tempo, e in Amsterdam / un frate aver che a trafficar dimori.)

In questo modo il libro diventa un best-seller, e il successo ottenuto con le edizioni fintamente non autorizzate farà gonfiare di boria il barone. Alla fine delle sette satire il barone però si ravvederà: non gli importa più rimanere in Arcadia e di essere un sedicente poeta senza alcun talento. Ma il panorama editoriale che ci illustra Jacopo Martello esce davvero a pezzi dalle sue satire.

***
Senz'altro avrete riconosciuto tante, tantissime somiglianze di quel mondo, e quei meccanismi editoriali, con quelli dei giorni nostri. Come si comporterebbe il barone di Corvara con gli strumenti di oggi per acquisire fama e possibilmente soldi? Che consigli gli darebbe Pier Jacopo Martello?

***

Fonte testo:
Il libro. Editoria e pratiche di lettura del Settecento di AA.VV.
Wikipedia per Accademia dell'Arcadia

Fonte immagini: Wikipedia

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sabato 22 settembre 2018

Fatiche e numeri nell'esame di Storia della Stampa e dell'Editoria


Come molti di voi già sanno, la mia prima settimana di settembre è stata al calor bianco: c'è stata il ritorno al mio posto di combattimento lavorativo, con tutte le questioni da riprendere in mano, la replica del mio spettacolo "Il Diavolo nella Torre" che è stato un successone da tutto esaurito, insieme alla gradita presenza dell'edizione Meravigli a fare da sponsor, e soprattutto il mio esame di Storia della Stampa e dell'Editoria.

Vorrei raccontarvi nel dettaglio come si è svolta questa prova sostenuta il giorno 10 settembre, nella mia solita maniera semiseria. Anche stavolta ci sono stati dei "fuori programma": devo dire che ogni esame è unico nel suo genere e che l'università "è una scatola di cioccolatini e  non sai mai cosa ti capita", come dice Forrest Gump nell'omonimo film. Come di consueto avevo una pesante badilata di libri da portare, in qualità di non frequentante e aspirante alla conquista di altri 9 crediti, cioè:
  •  Stampa e cultura in Europa tra XV e XVI secolo di Lodovica Braida
  •  Libri di lettere - Le raccolte epistolari del Cinquecento tra inquietudini religiose e "buon volgare" di Lodovica Braida
  •  Dalle carte ai muri - storia e società nella Spagna della prima età moderna di Antonio Castillo Gómez
  •  Il libro. Editoria e pratiche di lettura del Settecento di AA.VV.
  •  Libri proibiti. Pornografia, satira e utopia all'origine della Rivoluzione francese di Robert Darnton



per un totale di circa milletrecento pagine, che avevo studiato in lungo e in largo nei mesi precedenti, e in special modo a luglio e agosto.

Munita del mio bagaglio, ho preso i mezzi di trasporto e sono andata a far colazione in un bar di corso di Porta Romana, dove posso sedermi e rimanere quanto voglio, leggendo e ripassando, senza essere bersagliata da occhiate critiche.

Da lì sono recata in via S. Sofia con anticipo, data la necessità di avere la solita mezz'ora per girovagare come un'anima in pena alla ricerca dell'aula il cui rapporto numero-piano sfida ogni logica elementare. Finalmente l'ho trovata e, tutta contenta di aver raggiunto questo primo obiettivo, mi sono accomodata in corridoio, aspettando che si potesse entrare nella fatale aula 101.

In quel mentre mi sono sentita chiamare: era Paolo, un maestro di scuola elementare in pensione con cui avevo fatto amicizia al corso d'inglese, e che avrebbe dovuto affrontare lo stesso esame. Abbiamo chiacchierato e abbiamo effettuato un reciproco aggiornamento. Quando è arrivato l'orario, siamo entrati nell'aula e... siamo rimasti sbalorditi! I candidati a sostenere l'esame erano una schiera sterminata, una vera armata di ragazzi disposta a perdita d'occhio nelle file di una sorta di aula magna. Non c'era da meravigliarsi, dato che questo tipo di esame è trasversale a varie facoltà, la docente è una luminare nel suo campo e la materia è particolarmente appassionante.

L'appello avrebbe dovuto iniziare alle 9.30. Invece la docente e le due assistenti sono arrivate con quaranta minuti di ritardo e, bontà loro, hanno iniziato la chiamata, il che ha richiesto una ventina di minuti per snocciolare nomi e cognomi e segnare se "frequentante" o "non frequentante". Infatti i candidati erano oltre 250. Hanno poi confabulato per suddividerci in tre gruppi ripartiti in tre giornate, di circa una sessantina di studenti a giornata (noi due per fortuna siamo rientrati nella prima tornata); poi l'esame è iniziato. Paolo e io siamo andati a sistemarci nell'ultima fila di sedie in alto, con le nostre masserizie e per poter ripassare in santa pace.

La giornata è stata interminabile. La tensione nervosa, mista a noia, è andata crescendo per arrivare alla stelle verso il tardo pomeriggio. Poi, com'è ovvio, più ripassi e meno ti sembra di sapere, e alla fine avevo una gran confusione in testa tra i librillos de memoria, le epistole degli "spirituali", i libri di famiglia, gli inventari post mortem, le biblioteche degli ambasciatori e les chroniques scandaleuses francesi e chi più ne ha più ne metta.

Sono rimasta dieci ore di orologio in università, tredici se conto anche i mezzi di trasporto presi per raggiungere l'edificio, un po' ripassando furiosamente, un po' mangiando le mie barrette energetiche, un po' andando a prendere dei caffè con il mio compagno di sventura, un po' chiacchierando con lui. Ogni tanto gettavamo uno sguardo panoramico alla situazione, constatando che gli studenti si andavano assottigliando, e cercando di calcolare a spanne quando sarebbe arrivato il nostro turno: io ero la cinquantesima, lui il sessantunesimo. Per giunta la docente scompariva, poi ritornava e scompariva un'altra esaminatrice... insomma, il tutto andava parecchio a rilento. A un certo punto si è spalancata la porta ed è entrata un'altra infornata di una ventina di studenti e la docente ha fatto un altro appello, il che ci ha disorientato non poco. Poi abbiamo capito che questi nuovi studenti si sarebbero assommati agli altri, dato che avrebbero dovuto essere interrogati in Storia del Libro per la laurea magistrale; e quindi i nostri calcoli sulla tempistica erano andati a farsi benedire.

Quando si stava approssimando il mio turno, ho disposto i miei tomi in ordine di simpatia, mettendo quello che proprio non mi piaceva (i libri di lettere del Cinquecento, una "zuppa" noiosissima) schiacciato e nascosto sotto gli altri. Per fortuna mi ha chiamato una delle assistenti, nel tardo pomeriggio, cioè alle diciassette, quando ormai cominciavo a perdere ogni speranza, e stavo fissando il vuoto con sguardo vitreo. Paolo era andato, nel frattempo, a prendersi l'ennesimo caffè. Mi sono calata fino alla cattedra con il mio bagaglio di libri e mi sono seduta. Ormai non ero nemmeno più agitata: ero soltanto stufa e non vedevo l'ora che la giornata terminasse per poter chiudere il discorso con un risultato qualsiasi, uscire da quel luogo di detenzione e prendere una boccata d'aria!

L'assistente stessa era stremata dopo ore e ore di interrogazioni. Comunque mi ha chiesto tutti argomenti che sapevo molto bene, ergo sono stata fortunata, perché ogni esame è come la roulette russa: i processi di Gutenberg e l'invenzione della stampa, l'organizzazione lavorativa di una bottega tipografica, la diffusione della stampa in Europa e specialmente nella città di Venezia, l'editoria didattica nell'Italia del Settecento e le modalità di circolazione dei libri proibiti pre-rivoluzione. Non mi ha chiesto niente sul testo della Spagna e soprattutto sugli epistolari, dicendo alla fine: "Non ci sono dubbi sulla sua preparazione", e mi ha messo 30 x 9 crediti ^_^ Evviva!

Ho aspettato che anche Paolo terminasse la sua prova, che è andata molto bene anche a lui (28): siamo dei vecchietti d'assalto. Quando sono uscita dall'edificio, mi sentivo come un pugile suonato, e sono stata letteralmente abbracciata da un caldo vischioso e appiccicaticcio che mi ha ricoperto di sudore. Calava la sera, e finalmente ho preso la metropolitana, esausta ma soddisfatta, mentre i miei familiari mi davano già come inghiottita dal vorace edificio universitario.

Ad ogni modo Storia della Stampa e dell'Editoria è un argomento oltremodo affascinante, un'avventura straordinaria specialmente per noi che, in vari modi, bazzichiamo questo mondo come lettori o autori o addetti nel settore. L'invenzione della stampa a caratteri mobili, e delle sue conseguenze, è stata l'avvio di una rivoluzione che prosegue anche oggi. Basti pensare al business che ha subito rappresentato per editori intelligenti e audaci come Aldo Manuzio, alla forma del libro e alle professioni che lo hanno contraddistinto, o all'uso che ne hanno fatto i riformatori luterani e i cattolici per combattersi a suon di pamphlet e illustrazioni satiriche, agli indici di Santa Romana Chiesa e alle varie forme di censura e di espurgazione del testo, ai libri "filosofici" che venivano contrabbandati dalla Svizzera alla Francia nel periodo pre-rivoluzionario... Ci sono tanti di quegli argomenti che potrei aprire un blog soltanto per parlare di stampa, ma soprassiedo per ragioni di tempo.

Tuttavia ho già scritto per voi un post sulle modalità del mercato editoriale del Settecento, una vera e propria chicca che vi svelerà... come i meccanismi commerciali e la ricerca della fama fossero identici a quelli dei giorni nostri, e gli scrittori-pavone, nello specifico i poeti-pavone, fossero numerosi, vanesi e assai agguerriti!

***
Quindi non mi resta che dire "Anche questa è fatta", proseguire nella mia avventura universitaria e darvi appuntamento al prossimo sabato! 

***

Fonte immagine finale: un torchio da stampa (Wikipedia)
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sabato 15 settembre 2018

Titoli cinematografici, magnifici titoli


Qualche tempo fa pubblicai un post un po’ particolare sui titoli di romanzi o libri, sulle emozioni che mi evocavano e su alcuni quadri che avevo abbinato. Qualora desideriate recuperarlo o rileggerlo, lo trovate qui.

Siccome l’iniziativa aveva avuto un ottimo riscontro, e alcuni di voi si erano cimentati volentieri, ho pensato di darvi seguito facendo la stessa cosa con i titoli dei film. Ero partita dall’idea di scrivere una nuova trama in 120 caratteri, abbinando una fotografia, ma mi sono incagliata quasi subito per i seguenti motivi:

- non sono riuscita a distaccarmi del tutto dal tema del film per elaborare una nuova trama. Probabilmente, sarebbe stato diverso se non lo avessi visto.

- mi sono resa conto che l'abbinamento con una fotografia, preferibile in quanto si tratta di film, avrebbe comportato un lavoro improbo, perché avrei dovuto cercare scatti di grandi fotografi e non immagini banali. Inoltre ho sempre qualche dubbio sull’opportunità di usare materiale coperto da diritti d’autore... più che mai dopo l'approvazione della legge sul diritto d'autore sul web (devo ancora capire che cosa comporta).  

Sono quindi ritornata sui miei passi con la formula di titolo + poesia + quadro.

Alcune considerazioni prima di partire con i miei magnifici dieci:

1. In generale ho notato che i titoli dei film italiani sono molto più suggestivi. Alcuni di loro sono tratti da libri, che peraltro non ho letto. Dovendo mantenere molto spesso i titoli in inglese nei film, a beneficio del pubblico, la sonorità perde inevitabilmente in fascino, almeno per me. Inoltre molti titoli di film anglosassoni sono relativi al genere poliziesco, thriller o giallo, e trovo che si assomiglino un po’ tutti.

2. Dopo ogni esperimento, troverete il link al film con la vera trama. Sono tutti film molto belli e meritevoli della vostra visione.

E ora si va ad incominciare!


BIANCA COME IL LATTE, ROSSA COME IL SANGUE

Io t’amo perché sei bella.

Sul tuo viso l’impronta,
diafana, di biacca e madreperla.
Sei perfetta come il colore
di cui porti il nome: Bianca.

Le tue labbra s’aprono al bacio
della vita, color vermiglio.

Amore mio, che guardi dal ritratto
che ti feci quando fosti mia.
Io, il tuo pittore, immortalai la vita
che fuggiva poco a poco,
goccia a goccia, passo dopo passo,
come il tempo che fugge e tutti ci abbandona.

***

Opera: Ritratto di donna con cravatta nera di Amedeo Modigliani (1917)
Film: Bianca come il latte, rossa come il sangue di Giacomo Campiotti (2013)



MARE DENTRO


Acqua infinita
Racchiusa dentro me,
spesso calma e serena
a volte tempestosa o triste.

Nessuno potrà rubare
Il mare che mi porto dentro.
Nessuno potrà scrutare
I segreti del mare, i suoi tesori.
Nessuno potrà scendere
Negli abissi senza fondo

Dove i mostri abitano i secoli.
Strane, orride creature
Di un mondo prodigioso e rovesciato.

***

Opera: Scena sulla spiaggia con fanciulla e cane di Alexander Averin (1809-10)
Film: Mare dentro di Alejandro Amenábar (2004)



STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI


Sono avida di libri, non mi bastano mai.

Ne vorrei possedere a mucchi, 
e leggerli in un battito di ciglia
per passare al successivo,
divorarli come divoro il pane.

Un libro, un’avventura, un’esistenza.
Vivo molte esistenze,
avanti e indietro
nel tempo e nello spazio.

Compio viaggi senza fine,
in luoghi reali o in quelli
che non esistono.
Conosco genti strane, personaggi
Di cui scruto i pensieri.

Sono miei tutti i libri del mondo.

***
Opera: La Maddalena penitente di Georges de la Tour (1630-35)
Film: Storia di una ladra di libri di Brian Percival (2013)



UN SAPORE DI RUGGINE E OSSA

Sfasciacarrozze con automobili 
contorte di lamiere
porte sfondate
gomme ed esistenze sgonfie.
Ruggine.

Il cimitero delle auto
e quello del cuore.
In questa discarica dell’anima
uno scheletro calcinato finisce
di consumarsi al sole.

Ruggine e ossa
si tengono compagnia.

***

Opera: No. 20 di Jackson Pollock (1948)
Film: Un sapore di ruggine e ossa di Jacques Audiard (2012)



LA CADUTA DEGLI DEI


Un tempo si ergevano uomini
che si fecero uguali a dei.
Nella loro superbia
s’inerpicarono sulle nuvole
ponendo il loro piede
sul collo delle vittime
onde raggiungere meglio il cielo.

Avevano i raggi del sole come lance
nuvole di tempesta come cuscini.
Il mondo fu scosso da un tremito
quando caddero rovinosamente
nei larghi crepacci apertisi nella terra.

L’Inferno li inghiottì senza un lamento.

***

Opera: Sala dei Giganti a Palazzo Te, affresco di Giulio Romano (1532-35)
Film: La caduta degli dei di Luchino Visconti (1969)



IL GIARDINO DELLE VERGINI SUICIDE

Frammiste ad arbusti, alberi e cespugli,
originate dal canto degli uccelli,
dal calore della terra.

Voi siete le vergini del sole,
destinate a scomparire nel suo abbraccio,
nel suo geloso possesso.

Mai mano d’uomo toccherà i vostri capelli,
mai abbraccio mortale accarezzerà le vostre membra,
o violerà il vostro grembo intatto.

Voi bastate a voi stesse,
l’una per l’altra, componendo un cerchio
senza inizio né fine che gira sulla terra.

***

Opera: A spray of goldenrod di Charles Courtney Curran (1916)
Film: Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola (1999)



L'UOMO SENZA SONNO

Mi interrogo sul senso delle cose,
uomo senza sonno,
cercando affannosamente
di tirare ogni capo del filo nel telaio,
di riordinare le asimmetrie dell’universo,
di trovare la formula alchemica perfetta.

Le tenebre mi sono compagne,
notte dopo notte, segmenti di tempo
che saettano attraverso le imposte.

I lampioni della strada sorvegliano
il mio mancato sonno
fino a quando un’alba sfinita
non rischiarerà i miei occhi,
ormai perennemente aperti.

***

Opera: Autoritratto con dita aperte - Autoritratto con vaso nero di Egon Schiele (1911)
Film: L'uomo senza sonno di Brad Anderson (2004)



LE REGOLE DEL CAOS

La vita è un lungo terremoto,
fatto di piccole, giornaliere scosse,
o di altre più grandi e devastanti.

Eppure dietro l’incomprensione
sta l’intuizione che ogni cosa
è armonia perfetta
che regole e caos
sono fatti per stare insieme.

Nelle equazioni matematiche,
formule di fisica,
geometrie euclidee
nel grande movimento dei pianeti.

***

Opera: Mercurio passa davanti al sole di Giacomo Balla (1914)
Film: Le regole del caos di Alan Rickman (2014)



LA DOLCE ALA DELLA GIOVINEZZA

Nostalgia di un tempo
dove la fiamma della vita
arde alta,
dove tutto sembra
pronto per esser colto
dove l’amore è a un tempo
dolore e calore, ardente.

Ma nulla è ciò che sembra.

E anche il frutto saporito
della giovinezza
nasconde il boccone amaro
il veleno dell’inganno.

***

Opera: Sulla città di Marc Chagall (1918)
Film: La dolce ala della giovinezza di Richard Brooks (1962)



LA STELLA CHE NON C'È

Sogno il cielo azzurro
io, navigante sopra acque nere.

La notte sopra il mio capo
a scrutare le stelle del mistero.

Cerco una stella che esiste
soltanto nella mia fantasia.

Colei che sola può indicarmi
la strada, in un viaggio.

Dove è lei stessa la mia meta.

***

Opera: Sogno dentro un sogno di Joan Mirò - serie "Costellazione Amorosa" (1939-41)
Film: La stella che non c'è di Gianni Amelio (2006)

***

Fonti immagini: Wikipedia

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sabato 8 settembre 2018

Le mie estati da bambina - Meme da un'idea di Miki Moz


Buongiorno a tutti e ben trovati!

Come state? Io sto bene, come spero anche voi. Mi auguro che le vacanze siano state rigeneranti e, anche se non siete andati via, abbiate comunque ritrovato una giusta misura del tempo.

Durante le mie ferie hanno avuto la priorità il ripasso dei miei tomi universitari per l’esame di Storia della Stampa e dell’Editoria del 10 settembre, ormai imminente, brrr... , e il mio viaggio in Calabria di cui ho postato numerose foto su Fb.

Mi sono portata avanti con la revisione del mio romanzo Le regine di Gerusalemme, che devo dire mi sta dando parecchie soddisfazioni anche se procede a rilento in quanto il tempo è poco, il materiale da gestire molto complesso e i personaggi femminili sono da trattare in maniera affettuosa e delicata. A ogni modo ci saranno delle grandi novità per quanto riguarda la copertina. Si tratta di un’artista al femminile, stavolta, e una persona speciale cui ho voluto affidare la nuova composizione.

Ho anche scritto e inviato il mio racconto per il concorso Philobiblion di Italia Medievale. In considerazione del fatto che ho dovuto leggermi due libri per farlo, direi che posso considerarmi molto soddisfatta!

Per ricominciare in maniera più che mai attinente all'argomento delle vacanze, ahimè terminate, aderisco molto volentieri a un meme di Miki Moz dal titolo Le mie estati da bambino. Al meme ha già partecipato Ivano Landi con la sua proposta che potete trovare qui.

All'età di quattro anni, sulla spiaggia di Celle Ligure - scatto personale.

Le regole per aderire al meme sono le seguenti:

1. Elencare tutto ciò che è stato un simbolo delle nostre estati da bambini, in base ai vari macroargomenti forniti;

2. Avvisare Moz dell'eventuale post realizzato, contattandolo in privato o lasciando un commento a https://mikimoz.blogspot.com/2018/06/le-mie-estati-da-bambino.html;

3. Taggare altri cinque blogger, avvisandoli.

Procedo subito a ripescare i ricordi del mio passato, avvisandovi che ogni tanto dovrò suddividerli in "ricordi di montagna" e "ricordi di mare" in quanto fino a un certo periodo passavo rigorosamente le mie estati in due località. Questo perché negli anni '60/'70, nel periodo d'oro della nostra economia, si facevano le ferie lunghe!


GIOCO IN CORTILE

Rinchiusa com'ero tutto l'anno in un appartamento di città, mi trasformavo in una furia scatenata non appena si riaprivano i cancelli del carcere. In montagna ritrovavo tutti i miei amici e cuginetti con cui ero benissimo integrata perché parlavo dialetto come loro, suscitando lo stupore degli abitanti; tutti insieme ci scatenavamo in svariati giochi all'aria aperta.

I nostri giochi prediletti erano:

- nascondino in quanto ci servivamo di numerosi anfratti: sotto le scale delle case, dietro le fontane in pietra, dietro gli angoli delle case e gli alberi, fra cespugli o dietro le panchine. Insomma, era davvero divertente!


- il fucile ad elastici. Sì, non si direbbe, ma era uno dei miei giochi preferiti dato che eravamo una piccola banda di guerrafondai. Fabbricavamo fucili in legno che sparavano elastici come in questa immagine del sito Giocomania. Naturalmente a ogni tiro rischiavamo di cavarci un occhio, ma secondo me sono i rischi che si corrono da bambini.

- "un, due, tre... stella!" Il tipico gioco in cui uno volge le spalle agli altri, conta fino a tre e poi si gira, e se sorprende qualcuno in movimento lo squalifica. Scopo del gioco è quello di arrivare alla meta e toccare la parete accanto al compagno incaricato della conta. Una variante è quella delle "belle statuine d'oro e d'argento...".

- "strega comanda color..." . Questo gioco era davvero eccitante perché non sapevi che colore sarebbe stato nominato, e quindi non appena il compagno "strega" ordinava il colore in questione, si correva all'impazzata nel tentativo di mettere la mano sul colore che ti salvava. Naturalmente "la strega" puntava uno di noi in particolare per non disperdere le energie.


GIOCO IN SPIAGGIA

Di questo non ho ricordi particolari, dato che sono andata al mare soprattutto quando ero molto piccola (a Celle Ligure), trasferendomi poi stabilmente nei luoghi di montagna dove c'erano, e ci sono, tutti i parenti da parte di mia mamma. Della spiaggia ricordo il classico castello di sabbia e i giochi con paletta e secchiello.


FUMETTO 



Al mare e in montagna, come in città, il mio preferito era Topolino. Ma in montagna c'era un negozio che vendeva un po' di tutto, una vera e propria celebrità grazie anche alla coppia dei proprietari, e che aveva anche l'angolo dei giornalini dal buon profumo di carta stampata.

Qui cercavo anche fumetti con la mitica Nonna Abelarda, una vecchietta molto combattiva, il nipote Soldino con la corona in testa, Tira e Molla e naturalmente il buon diavolo Geppo. Anche allora ero convinta che il diavolo non è poi così brutto come si dipinge!

CIBO

Il cibo maggiormente legato alla mia infanzia è la merenda con pane e Nutella, oppure con pane e marmellata preparati dalla mamma o da una sua cugina che consideravo come una zia. Questa zia preparava anche delle splendide torte, tra cui quelle semplici o quelle allo yoghurt. Erano un vera poesia.

Tornando ai prodotti industriali, preferivo i gelati confezionati come il Calippo, il Mottarello e il gelato con il biscotto su cui c'erano fumetti o barzellette. Si inforcavano le biciclette e si andava al negozio di cui sopra, fornito di ogni ben di Dio. Anche il sacchetto delle patatine Pai rientrava nei miei gusti, specialmente perché erano inserite le sorprese!


CANZONE

Negli anni Settanta o giù di lì, ce ne sono stata veramente moltissime. A me piaceva molto Notte rosa di Umberto Tozzi: non è una delle più conosciute, ma per me aveva un suono incredibile, ipnotico come la sua voce.


LIBRO

Quando ho imparato a leggere, sicuramente tutta la produzione di Emilio Salgari, a partire dal ciclo dei pirati, ma mi piaceva anche il ciclo delle Filippine e, com'è ovvio, il Corsaro Nero. Se però dovessi scegliere un libro in particolare, indicherei Capitan Tempesta sempre di Salgari, di cui ho parlato diffusamente nel post dal titolo "I primi eroi letterari dell'infanzia", qui il link se volete leggerlo o rileggerlo. La copertina era diversa da questa che vedete, perché erano tutti libri delle edizioni Paoline con fondo bianco e grandi illustrazioni.


FILM

Sicuramente i film che maggiormente ricordo sono gli sceneggiati Rai in bianco e nero, e in modo particolare Poldark ambientato in Cornovaglia. Ricordo la sigla iniziale con l'acqua che si abbatteva sullo scoglio, e che rispecchiava la tempesta che imperversava nell'anima dei protagonisti. Siccome non avevo la televisione, andavo da mia cugina per la puntata di rito... era bellissimo condividere le nostre impressioni! So che di recente ne hanno prodotto un rifacimento, dove l'attore principale dell'epoca interpreta una parte.


LUOGO

Il post mi ha fatto venire in mente un luogo che in dialetto trentino fiemmazzo si chiama tabià e che equivale a una sorta di soffitta. Là c'erano dei vecchi mobili e oggetti appartenuti alle nonne e alle prozie, ed era il mio posto preferito che condividevo con le mie cugine. Ricordo il profumo del sole che entrava a scaldare il legno, l'odore della polvere, quello di medicina che emanava dai vecchi libriccini che avevamo trovato, e che erano romanzi per fanciulle scritti da Delly (Anita) ma anche i sussidiari dell'epoca fascista.

Foto dal sito: http://agordinodolomiti.it/:
un esempio di "tabià", cioè la parte che si trova sotto il tetto.

VIDEOGAME
Qui non posso menzionare nulla perché, data la mia età veneranda, erano di là da venire. ;)


GIOCO DA TAVOLO

Anch'io Monopoli, come Miki, ma anche Non t'arrabbiare che era davvero micidiale. Penso che solo chi abbia raggiunto il nirvana non possa perdere le staffe quando viene mangiato a un passo dalla meta, e dopo un lungo e tortuoso percorso dove si cerca di salvare la pelle.

GIOCATTOLO

Direi senz'altro la Barbie, ne avevo tre di cui una con i capelli che si potevano arricciare, e anche la Barbie nera. Penso sia stato il giocattolo che ho desiderato di più. 

Però ci piaceva molto ideare delle bamboline di carta con cui componevamo famiglie intere e che sistemavano in case create con sgabelli messi in pila, pezzi di legno a simulare i mobili e altri oggetti. Davamo a questi personaggi dei nomi improbabili, traendoli dai santi del calendario, come Gaudenzio. Ricordo che avevamo sistemato questa sorta di condominio su un terrazzo di una casa sfitta, e che un giorno il vento aveva fatto volar via ogni cosa. Non avevamo più trovato tracce, ad esempio, del povero Gaudenzio. 
:(


TELEVISIONE
Anch'io seguivo con assiduità Giochi senza frontiere, però non mi ricordo di programmi specifici legati all'estate tranne, appunto, gli sceneggiati come Poldark, o anche il Dottor Jekyll e Mr Hyde che aveva come protagonista Albertazzi e che faceva una gran paura!


LIFE
Come accennavo all'inizio, le mie estati sono state divise in due per un lungo periodo:

- Liguria, Celle Ligure dove mi portavano per guarirmi dalla pertosse e farmi respirare aria di mare. Potete trovare me stessa nella foto in apertura;
- Trentino, Tesero e poi Lago di Tesero in val di Fiemme, dove è nata mia mamma.


FOTO DI UN'ESTATE PASSATA 

Ho scelto questa della montagna, per par condicio con la foto iniziale e anche perché è bella e luminosa, e molto allegra. Sono la bambina dal vestitino rosso, e sono molto piccola: infatti ho due anni, come indica la data posta di lato.

Qui ci troviamo proprio a Lago di Tesero in val di Fiemme vicino alla casa di mia nonna. Sullo sfondo potete vedere le propaggini del monte Cornon, o Cornacci (non ricordo mai la posizione). Alle nostre spalle la tipica fontana in pietra da dove sgorga la fresca acqua di montagna. Nella didascalia, ci sono i nomi delle persone ritratte, mentre mia mamma ha eseguito lo scatto.

Tengo a farvi notare il segno dei miei denti sul lato superiore destro della foto: se la ingrandite si vede benissimo. Un giorno avevo trovato la scatola delle fotografie e le avevo passate in rassegna masticandole una dopo l'altra!

Da sinistra a destra: la nonna Rosa, mio papà,
io, la zia Gisella, lo zio Paolo - scatto personale.

I CINQUE BLOGGER

Qui contravvengo alla regola e non designerò nessun blogger, perché dovrei verificare chi è stato sorteggiato oppure chi ha partecipato, e magari alcuni non gradiscono essere coinvolti. Invito soltanto ad aderire a chiunque voglia cimentarsi con questo amarcord. Grazie!

***

Foto: Wikipedia dove non diversamente indicato.
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sabato 28 luglio 2018

L'eternità nello sguardo di Arthur Rimbaud



 Sunset Sky, Chiesa della Salute and San Giorgio Maggiore (1859)
di Edward William Cooke


L'Eternità

È ritrovata.
Che? – L’Eternità.
È il mare andato
Con il sole.

Anima sentinella,
Mormoriamo la confessione
Della notte sì nulla
E del giorno di fuoco.

Dagli umani suffragi,
Dagli slanci comuni,
Là ti disciogli
E libera voli.

Da voi soli invero,
Tizzoni di raso,
Si esala il Dovere,
E non si dice: finalmente.

Là, niente speranza,
Nessun orietur.
Scienza e pazienza,
Supplizio sicuro. 

È ritrovata.
Che? – l’Eternità
È il mare andato
Con il sole.


 L’Eternité

Elle est retrouvée.
Quoi ? – L’Eternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

Ame sentinelle,
Murmurons l’aveu
De la nuit si nulle
Et du jour en feu.

Des humains suffrages,
Des communs élans
Là tu te dégages
Et voles selon.

Puisque de vous seules,
Braises de satin,
Le Devoir s’exhale
Sans qu’on dise : enfin.

Là pas d’espérance,
Nul orietur.
Science avec patience,
Le supplice est sûr.

Elle est retrouvée.
Quoi ? – L’Eternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.


Jean Nicolas Arthur Rimbaud (Charleville, 20 ottobre 1854 – Marsiglia, 10 novembre 1891) è stato un poeta francese. La breve stagione della sua poesia, originalissima e fra le più moderne e attuali, coincide con quella della sua rivolta giovanile, con il totale disprezzo di ogni convenzione sociale e morale e della stessa letteratura.

L'opera di Rimbaud comincia con versi legati per arrivare al verso libero e alla poesia in prosa. Ma ciò che in Charles Baudelaire era enunciato con la compostezza degli alessandrini e trasparenti simbolismi, in Rimbaud diventa lirica che attinge alla libertà dell'immaginario, ai sensi, alla visione irreale. L'ordine sintattico ne risulta spezzato, il ritmo ricreato al di là della tradizione. In Rimbaud «lo sguardo poetico penetra attraverso una realtà coscientemente frantumata fin nel vuoto del mistero» (Hugo Friedrich).






***

Fonte testo:
  • L'eternitè da "Opere" di Arthur Rimbaud - Feltrinelli economica - traduzione di Ivos Margoni
  • Biografia - Wikipedia e Treccani.
Fonte immagini:
  • Edward William Cooke - Sunset on the Lagoon of Venice - http://19thcenturybritpaint.blogspot.com
  • Arthur Rimbaud in una foto di Étienne Carjat (dicembre 1871) - Wikipedia

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sabato 21 luglio 2018

Storia, battaglie e l'epic metal dei Sabaton



Potevo stupirvi con effetti speciali, e invece... no, non temete, il caldo non mi ha dato alla testa e sì, siete sempre su Il Manoscritto del Cavaliere. Il fatto è che ho scoperto questo gruppo musicale heavy/power metal svedese, i Sabaton, grazie a un mio giovane amico che mi ha segnalato alcune loro canzoni legate alle battaglie e quindi a fatti storici ben precisi, e la cosa ha suscitato il mio interesse. Dunque vorrei parlarvene.

Non sono per nulla un'amante del metal, e tanto meno delle battaglie - faccio sempre molta fatica a scrivere nei miei romanzi le scene legate alla guerra - ma devo dire che le tre canzoni che vi presenterò hanno un giusto grado di vigore e orecchiabilità, ragioni per cui mi sono piaciute.

Prima, però, è bene darvi qualche notizia di questo gruppo il cui album Carolus Rex è stato premiato nel 2013 con il disco di platino in Svezia, rendendo i Sabaton primo gruppo heavy metal svedese a raggiungere tale risultato. E non c'è dubbio che questi ragazzoni siano diretti discendenti degli antichi Vichinghi! Li potete vedere nella foto qui al Rockbjörn 2013, mentre ricevono il premio e ci fanno le corna, probabilmente a memoria degli elmi indossati dai loro avi: da sinistra compaiono Thorbjörn Englund, Pär Sundström e Joakim Brodén. Potete trovare qui il loro sito ufficiale.

Le tematiche da loro trattate vertono principalmente sulla guerra, antica e, soprattutto, moderna. Molti testi riguardano battaglie famose, viste da un punto di vista generale o dall'occhio di una delle fazioni. Ho trovato un'interessante e completa intervista in italiano che potete leggere qui  a cura di Fabio Polo sul sito Metalitalia.com in occasione dell'uscita dell'album The Last Stand, dove vi sono due delle tre canzoni che presenterò. Questa band è stata accusata di insistere troppo sul tema della guerra, come a dire di farle pubblicità; al contrario il loro scopo, specialmente in The Last Stand, è presentare episodi anche poco noti dove una delle due parti si è trovata in uno stato di enorme inferiorità numerica e ha compiuto atti di estremo coraggio con sacrificio della vita.

La Storia è la protagonista indiscussa dei loro lavori, e ben venga quello che toglie la patina della polvere da questa materia che molti hanno odiato con tutte le loro forze durante lunghe e noiose ore di lezione a scuola... perché, come recita lo slogan di questo blog, "la Storia siamo noi" e le sue vicende sono spesso più intense e drammatiche delle pagine dei romanzi.

Ecco dunque le tre canzoni, che vi propongo in ordine cronologico in relazione al fatto storico:


The Last Stand


Il sacco di Roma del 1527 di Francisco Javier Amérigo (1887),
Museo delle Belle Arti di Valencia.
Questa canzone dà il titolo all'album omonimo, e narra il sacrificio della guardia papale, ovvero 189 mercenari svizzeri, che durante il sacco di Roma del 6 maggio 1527 sacrificò la sua vita nella difesa di papa Clemente VII e della Basilica di San Pietro. Altri 42 soldati scortarono il papa, permettendogli di fuggire a Castel Sant'Angelo attraverso il Passetto di Borgo. Da qui dovette arrendersi dopo un mese di assedio, ma, nel frattempo, nessuna delle altre guardie svizzere era sopravvissuta.

L'orrendo scempio di Roma e della sua popolazione fu perpetrato dalle truppe dei lanzichenecchi, i soldati mercenari arruolati nell'esercito dell'imperatore Carlo V d'Asburgo. Pur non essendo il primo sacco subito da Roma - ricordo quello dei Visigoti di Alarico del 410 - questo destò un'enorme impressione in tutto il mondo per la ferocia della soldataglia, che si accanì su persone e luoghi per oltre un anno. Probabilmente uno dei motivi del loro accanimento fu il fatto che i lanzi erano di fede protestante. Vi furono danni incalcolabili anche al patrimonio artistico, come testimonia Francesco Guicciardini nella sua Storia d'Italia:
« Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de' santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de' loro ornamenti, erano gittate per terra; aggiugnendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi. E quello che avanzò alla preda de' soldati (che furno le cose più vili) tolseno poi i villani de' Colonnesi, che venneno dentro. Pure il cardinale Colonna, che arrivò (credo) il dí seguente, salvò molte donne fuggite in casa sua. Ed era fama che, tra denari, oro, argento e gioie, fusse asceso il sacco a più di uno milione di ducati, ma che di taglie avessino cavata ancora quantità molto maggiore. »

La canzone inizia con un suono di campane per introdurre l'atmosfera, seguita dalla musica di tastiere e chitarre. Se volete potete ascoltarla qui seguendo anche il testo in inglese.


Winged Hussars

Questa canzone mi ha svelato l'esistenza di un corpo di ussari molto particolare, detti gli "ussari alati", che non conoscevo. Essi furono il corpo militare che costituì il nerbo delle forze di cavalleria dell'esercito del Regno di Polonia prima e della Confederazione Polacco-Lituana.

Reclutati tra i ranghi della nobiltà polacco-lituana (la szlachta), i Towarzysz Husarski ("Compagni Ussari") mantenevano alle loro dipendenze piccole squadre di cavalieri (secondo il modello medievale della lancia), da loro armati e stipendiati, e rispondevano direttamente al rotmistrz, comandante supremo dello squadrone (chorągiew) di cavalleria.

Caratteristica distintiva degli Husaria erano le "ali", supporti di legno ornati di penne, assicurate alle loro selle o alle lamine posteriori della loro corazza. Il loro aspetto doveva essere incredibile a dir poco, come potete vedere dall'immagine qui accanto che ne mostra uno di profilo, in un dipinto intitolato  "La guardia del Hetman" di Wacław Pawliszak.



Nello specifico la canzone narra della loro impresa durante la battaglia di Vienna del 1683, che pose fine a due mesi di assedio da parte dell'esercito turco. L'assedio alla città fu posto a partire dal 14 luglio 1683 dall'esercito dell'Impero Ottomano. In tutto le forze europee contavano su 75/80 000 uomini, contro 140.000 ottomani che avevano invaso l'Austria. Durante l'assedio, inoltre gli ottomani avevano iniziato a minare le mura della città per poi prenderla. Solamente l'arrivo delle forze cristiane della Lega Santa (alleanza di Confederazione Polacco-Lituana, Sacro Romano Impero, ducato di Mantova, Granducato di Toscana, Repubblica di Venezia, Etmanato cosacco di Ucraina) permise di sferrare una vigorosa controffensiva.

La battaglia cominciò l'11 settembre, e si concluse il raggruppamento dei rinforzi dalla Polonia, comandati dallo stesso re polacco Giovanni III Sobieski, dalla Germania e dal resto dell'Austria, oltre alle forze presenti nella città. La canzone narra del momento decisivo della battaglia, dove l'attacco viene condotto da Sobieski in persona e dai suoi 3000 Ussari. La carica sbaragliò definitivamente l'esercito turco, mentre gli assediati uscirono dalle mura per raggiungere i rinforzi che già inseguivano gli ottomani in rotta. Il cronista turco Mehmed, der Silihdar così commentò l'arrivo dell'armata del Sobieski:

« Gli infedeli spuntarono sui pendii con le loro divisioni come nuvole di un temporale, ricoperti di un metallo blu. Arrivavano con un'ala di fronte ai valacchi e moldavi addossati ad una riva del Danubio e con l'altra ala fino all'estremità delle divisioni tartare, coprivano il monte ed il piano formando un fronte di combattimento simile ad una falce. Era come se si riversasse un torrente di nera pece che soffoca e brucia tutto ciò che gli si para innanzi. »
Se desiderate ascoltare la canzone, non avete che da cliccare sul seguente link!


40:1


La battaglia di Wizna, protagonista della terza canzone tratta dall'album The Art of War del 2008, fu combattuta tra il 7 e il 10 settembre del 1939, tra le forze contrapposte del Terzo Reich e della Polonia, durante le fasi iniziali della seconda guerra mondiale.

Secondo lo storico polacco Leszek Moczulski, tra i 350 e i 720 soldati polacchi mantennero le loro posizioni fortificate contro oltre 40.000 tedeschi. Benché la sconfitta fosse inevitabile, i polacchi bloccarono l'avanzata della Wehrmacht per tre giorni, posponendo l'accerchiamento del Gruppo operativo indipendente "Narew", impegnato in combattimento nei dintorni. Il terzo giorno i carri armati tedeschi sfondarono la linea polacca e eliminarono i bunker uno per uno. L'ultimo bunker si arrese intorno a mezzogiorno del 10 settembre. Nell'immagine sopra, potete vedere uno dei bunker polacchi distrutti, oggi conservato come memoriale.

Soldati tedeschi abbattono la sbarra di confine
alla frontiera con la Polonia
Dal momento che questa battaglia avvenne in circostanze simili (un numero esiguo di soldati che si contrappone ad un soverchiante numero di nemici, difendendo posizioni fortificate con grande spirito di sacrificio e protraendo lo scontro fino al proprio annientamento), Wizna viene sovente paragonata alla battaglia delle Termopili. Uno dei simboli della battaglia fu il capitano Władysław Raginis, ufficiale in comando delle forze polacche, il quale giurò di mantenere la sua posizione fino a che avrebbe avuto fiato in corpo. Quando gli ultimi due bunker sotto il suo comando terminarono tutte le munizioni, egli ordinò ai suoi uomini di arrendersi e si suicidò.

Da ultimo ecco dunque il link per ascoltare la canzone, che commemora questo evento tanto drammatico, quanto poco conosciuto, dell'ultimo conflitto mondiale.

***

Mi auguro che abbiate gradito la mia innovativa carrellata, e vi do appuntamento al prossimo sabato, giorno in cui pubblicherò l'ultimo post prima della chiusura estiva!

***

Fonti testi: 

  • Sito ufficiale dei Sabaton per la copertina dell'album
  • Wikipedia per le altre foto

Fonte testo per le notizie sul gruppo e i fatti storici: 

  • Wikipedia



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sabato 14 luglio 2018

Il ritorno di fiamma... de "Il Diavolo nella Torre"!


Biscia nimica di ragione umana,
che 'l verno, quando l'altre stan sotterra,
tu vai mordendo e faccendo guerra,
mancata t'è la tua speranza vana!



Ho voluto aprire questo post con alcuni versi tratti dal Sonetto per San Miniato di Franco Sacchetti (1370), poeta toscano contemporaneo di Bernabò Visconti e appartenente alla Repubblica di Firenze, arcinemica della Biscia milanese, perché vengono recitati nello spettacolo Il Diavolo nella Torre

Lo spettacolo di sabato 7 luglio, organizzato stavolta presso sede della Società Operaia di Trezzo sull'Adda, è stato anche stavolta un successo. Come sempre gli attori di Teatrok si sono dimostrati impareggiabili, in primis l'interprete del personaggio di Bernabò, Dave Coal, che regge sulle spalle lo spettacolo da vero mattatore. Ma non bisogna dimenticare che la macchina da guerra di un allestimento teatrale non può funzionare senza la collaborazione di tutte le persone coinvolte, cui va il mio ringraziamento. Ci sono state anche delle innovazioni molto gradite, ideate per rispondere meglio al nuovo spazio scenico, per certi versi molto più confortevole ma indubbiamente differente dal precedente: una sala più lunga e stretta con poltroncine e con una pedana sopraelevata in modo che alcuni personaggi avessero il giusto risalto, specialmente nelle scene dove sono in ginocchio. Gli attori hanno coinvolto di più il pubblico, scendendo dal palco e con l'accensione di giochi di luce molto suggestivi.

Le fotografie che vado a presentarvi sono state scattate da Jennifer Marangon che ringrazio di cuore. Accanto a ogni immagine ci sono alcuni passaggi del dramma storico che, come sapete ormai ad nauseam, narra della vita e delle vicende del dominus Bernabò Visconti,  che spadroneggiò su Milano e i territori orientali della Lombardia, insieme con i fratelli Matteo o Galeazzo, e poi con il nipote Gian Galeazzo. Suddiviso in tre quadri scanditi da sonetti, il primo dei quali avete trovato sopra, il dramma narra del suo enorme potere, esercitato per trent'anni, del suo rapporto con i familiari, delle numerose donne e dei figli avuti da loro, legittimi e illegittimi, dei suoi svaghi preferiti come la caccia praticata con i suoi amatissimi cani, del suo carattere collerico e imprevedibile e del terrore che incuteva nei suoi sudditi, e non solo.

Ed ecco la carrellata delle mie foto preferite:

***



Bernabò: Nessuno avrebbe osato far proprio il simbolo del diavolo. Solo noi Visconti potevamo. Noi, che siamo la sua progenie, dove il parente ammazza il parente, esattamente come i serpenti che si azzannano tra loro, a morte, nelle loro tane oscure.






Gian Galeazzo: Posso chiederti quanti figli hai, zio?

Bernabò: Bisognerebbe interrogare Domineddio in persona per saperlo. Ma a tutti quelli che provengono dai miei lombi provvedo con la medesima giustizia. Ai maschi concedo territori, titoli e cariche, alle femmine assegno cospicue doti affinché facciano ottimi matrimoni.





Bernabò: Hai lo stesso nome della mia figlia prediletta, Caterina… E tra poco, piccola mia, sarai una donna maritata. Penserai a me con gratitudine anche allora?


Giovannola: E, dopo qualche tempo, già mi tenevate tra le braccia, facendomi vostra. E mi avete amato tanto anche dopo, e io amavo voi. E dalla nostra unione nacque la nostra Bernarda.



L'astrologa: Da lungo tempo si ripetono presagi di morte. Ricordatevi di che cosa apparve sopra il castello di Porta Romana due anni fa: un cerchio di fuoco, dentro cui c’era un teschio, e che fu veduto sostare in cielo per un’ora e mezza.


















Gian Galeazzo: Disponiamo quindi, pur con la morte nel cuore, il suo trasferimento nel castello di Trezzo dove sarà rinchiuso fino a quando Dio avrà pietà della sua anima e lo chiamerà a sé.


***


Come si svolgerà tutta la vicenda, però? Per saperlo non vi resta che assistere allo spettacolo! Vi segnalo che 

















l'8 settembre 
si replica

per cui non lasciatevi sfuggire l'occasione se siete nei paraggi! Vi aspettiamo a Trezzo sull'Adda!





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QUALCOSA DI ME

QUALCOSA DI ME
Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una trilogia di romanzi ambientati nel periodo della Rivoluzione Francese, ed è in corso la revisione del romanzo "Le regine di Gerusalemme". Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO:

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Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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Romanzo storico ambientato nella fulgida e sontuosa Venezia di fine 1500. Uno dei protagonisti è il vecchio e spregiudicato pittore Tiziano Vecellio, pronto a difendere fama e ricchezza. Ma lo attende un incontro sconvolgente: quello con "il pittore degli angeli". La sua vita non sarà più la stessa.

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Venice, late spring of 1560. In his studio, the old Venetian painter Tiziano is waiting for the visit of the “painter of angels”, a mysterious artist just arrived in Venice. Tiziano senses a foreboding danger to his position, fame and standing. In fact, the arrival of the artist does upset both the professional and private life of Tiziano. And the struggle has just begun.

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