Blog su Letteratura, Storia e Arte in tutte le sue forme.

"La Storia siamo noi."


ARAZZO DI BAYEUX, seconda metà dell'XI secolo

La conquista normanna dell'Inghilterra del 1066.

BERNABO' VISCONTI E LA SUA FAMIGLIA

Affresco a Santa Maria Novella, Firenze - secolo XIV.

VITA DI TRINCEA

Prima Guerra Mondiale (1914-1918).

sabato 21 settembre 2019

Il punto della situazione: blogosfera, scrittura e concorsi...


LA BLOGOSFERA

"Il blog è morto. Lunga vita al blog." Ovvero, come si diceva un tempo, "Il re è morto, lunga vita al re" o adottando il più cinico "Morto un papa se ne fa un altro".

Ormai la blogosfera è entrata in una fase agonica e non sono certamente la prima che intavola questo discorso o ne fa l'oggetto delle sue riflessioni. Blog che aprono e chiudono dopo pochissimo tempo, o che non vengono aggiornati da mesi e mesi, per non dire anni, articoli scritti con evidente svogliatezza, senso di fatica nel mantenere l'impegno assunto, crisi dovuta anche a legittimi motivi di carattere personale, blog tenuti in vita soltanto per pubblicizzare gli ultimi lavori, lagnanze per scarsità di interesse, lettori e commenti, tentazione incipiente di chiudere, poco tempo a disposizione... Pressoché ovunque, il panorama dei commenti è questo, inutile negarlo.

Penso che, come ogni fenomeno umano, anche la "formula blog" abbia abbondantemente superato la fase entusiasta e fresca della novità, derivata dal fatto di poter aprire uno spazio individuale da personalizzare, dove pubblicare con la massima libertà e in modo del tutto gratuito. Quasi certamente ha anche toccato la sua piena maturità, un periodo che si è verificato qualche anno fa, con la massima vivacità nelle visite reciproche, la lettura di articoli ricchi e interessanti, i commenti lasciati, anche scherzosi ma sempre pertinenti, la certezza che gli articoli pubblicati fossero in qualche modo rintracciabili in rete a differenza dei social, e anche il piacere di poter conoscere un blogger in carne e ossa dopo una frequentazione virtuale.

Siamo dunque entrati, come sostenevano alcune civiltà precolombiane nei loro cicli cosmici, in una fase di declino. Nessuno sa che cosa avverrà o come si trasformerà questa porzione così particolare del web, ma è senz'altro destinata a cambiare, e forse è giusto che sia così.

Il mio blog

Il Manoscritto del Cavaliere aveva aperto i battenti nel dicembre 2012. Ecco di lato un dipinto a colori acrilici che avevo eseguito per la sua inaugurazione, ispirato al quadro "Sir Galahad" di George Frederick Watts. Nella mia illustrazione, il "cavaliere" ha sottobraccio una pergamena arrotolata ("il manoscritto").

L'esperienza nella gestione di un blog è stata entusiasmante e, col tempo, il blog stesso ha mutato pelle, migliorando sotto molti aspetti. Dopo i primi timidi post, sono diventata sempre più disinvolta, e soprattutto mi sono divertita. Ho conosciuto molti blogger in gamba, con cui mantengo rapporti di reciproca stima. Il Manoscritto del Cavaliere mi ha dato enormi soddisfazioni e ho anche vinto dei premi!

Per gli argomenti dei miei articoli, e la natura degli impegni presi di recente, però, mi trovo anch'io ad arrivare col fiato corto a ogni scadenza del sabato, e ad arrancare fino al periodo della chiusura estiva o natalizia dove posso tirare un sospiro di sollievo. Le idee non mi mancano per nulla, anzi! ma il tempo, ormai, è ridotto al lumicino e si manterrà ai minimi termini fino a quando non avrò terminato il mio percorso universitario (manca poco che porti i libri anche nella vasca da bagno!). E, purtroppo, non ho altri soci con cui condividere l'onere delle pubblicazioni.

Ho quindi preso alcune decisioni:

1. sia pure con rincrescimento, ho selezionato al massimo i blog dal mio elenco tenendo quelli che seguo con più affetto e interesse, o da maggior tempo. Trovo inutile avere un lungo elenco di blog di cui riesco a leggere poco o nulla, o a cui posso fare visite saltuarie. Ho anche depennato quei blog i cui titolari non mi hanno mai lasciato un commento in tutti questi anni, o l'hanno lasciato in circostanze del tutto eccezionali.

2. ho deciso di non mantenere la scadenza del sabato, ma di pubblicare "random". Inizialmente avevo concepito di pubblicare un articolo al mese suddiviso in due parti, o due articoli gemellari, cioè interconnessi, ma reputo che il problema per me sia proprio avere una scadenza. E la soluzione dei due post si tradurrebbe in un'altra scadenza. Capisco che la pubblicazione "random" farebbe deflettere ulteriormente visite e lettori, ma l'alternativa sarebbe quella di cessare del tutto.

Ma ora termino le mie geremiadi sul blog e passo a...


SCRITTURA E DINTORNI

Novità letterarie in arrivo!

Mi è arrivato il feedback dei primi beta-reader che durante l'estate hanno letto il manoscritto Le regine di Gerusalemme. Al di là degli inevitabili errori da correggere e di alcune integrazioni da fare, specialmente nella parte iniziale dove ho commesso una svista a causa dell'omonimia di un personaggio minore, il responso è stato entusiastico... com'è ovvio mi fa molto piacere, anche perché arriva da persone che non lesinano le critiche. Lo sto rileggendo anch'io per riportare le correzioni sul manoscritto, e poi, quando avrò il riscontro di tutti, le riporterò a video. Quindi, come annunciato in questo post, le mie ragazze, con i loro mariti e fidanzati vari, vedranno la luce preferibilmente nel mese di novembre!

In considerazione dei miei impegni, considero l'uscita di questo corposo romanzo un vero e proprio miracolo. Ormai mi sono trasformata nella scrittrice del sabato sera, ma, passo dopo passo, alla lunga questa strategia paga.

Il concorso Neri Pozza

Non nascondo che sono rimasta delusa dall'esito di questo concorso, cui avevo inviato il mio romanzo "I serpenti e la fenice" ambientato nel primissimo periodo della rivoluzione francese. Non speravo di arrivare in finale, beninteso, ma contavo di essere inserita nella rosa dei semifinalisti. Invece la risposta mai giungeva, ed è stato mio marito a leggere il verdetto sul giornale, nel mese di luglio, riportato sul sito della casa editrice. Il mio nome non compariva per nulla. Mi sembrava di aver fatto un buon lavoro, ma evidentemente non è stato abbastanza buono.

Sono diventata sempre più scettica sull'opportunità di partecipare a concorsi per quanto riguarda i romanzi (anche l'esito del concorso DeA Planeta mi aveva lasciato di stucco, peraltro). Penso che i risultati possano arrivare con dei racconti, che vengono inseriti nell'ambito di antologie o riviste in caso di vittoria, ma nel caso dei romanzi si tratta di sfondare un vero e proprio "soffitto di cristallo". Ora ho deciso di occuparmi del nascituro e poi farò un'ulteriore riflessione su questo romanzo: se pagare un editor per realizzare la sinossi con conseguente invio a case editrici, o autopubblicarlo.

***
Mi piacerebbe avere la vostra opinione sugli argomenti di cui sopra, dopodiché taccio per sempre... e soprattutto metterò una pietra tombale sulla parola "concorsi".

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Fonte immagini:
  • foto iniziale: Freepik
  • foto seconda: Sir Galahad da me eseguito, da un dipinto di George Frederick Watts
  • foto terza: Pixabay 
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sabato 14 settembre 2019

Il punto della situazione: i miei esami universitari...


Buongiorno a tutti e ben trovati! Mi avevate dato per dispersa, ormai? Spero di no. Molti di voi sanno che quest'estate ho fatto un bel giro in Friuli, e ho visto posti meravigliosi sia dal punto di vista culturale che gastronomico, come la magnifica Trieste, la scenografica Udine, l'antica Aquileia... Per il resto sono rimasta a casa, ma il tempo è passato molto lentamente, e ho assaporato ogni istante con la massima tranquillità, riposandomi, leggendo, vedendo dei bei film e serie tv, e facendo delle brevi gite in Lombardia. E anche, com'è ovvio, ripassando per l'esame di Antropologia culturale che avevo programmato per il 3 settembre. Bene, direi di fare un po' il punto della situazione sugli esami universitari, argomento che mi sta molto a cuore visto l'impegno profuso, insieme al mio solito resoconto semiserio...

STORIA DELLE ISTITUZIONI POLITICHE - Nel mese di maggio ho frequentato un laboratorio universitario obbligatorio per avere 3 crediti, e ho scelto "Feminisms, Fascism, War" con una professoressa scozzese di Dundee. Come vi ho già accennato, è stata un'esperienza entusiasmante, sia per quanto ho imparato in pochi incontri, sia per l'interazione con i miei compagni. Il problema era che stavo frequentando anche il corso di storia delle Istituzioni Politiche, così mi ero trasformata in una specie di gioppino che saltava dalle aule di via Santa Sofia a via Festa del Perdono nell'intento di non perdermi nemmeno una lezione dell'ultimo Modulo C che verteva sullo stato-nazione in età moderna.

Avevo programmato l'esame di Storia delle Istituzioni Politiche per il 25 giugno ed ero molto preoccupata perché la materia non è per niente semplice in quanto è un misto di politica, diritto, filosofia. Dovevo portare tre testi, brevi ma intensi come si dice in questi casi: "Lo Stato moderno in Europa - Istituzioni e diritto" a cura di Maurizio Fioravanti, dalla copertina gialla, "Storia delle istituzioni politiche - Dall'antico regime all'era globale" a cura di Marco Meriggi e Leonida Tedoldi, dalla copertina rossa; infine, per il Modulo C "La spada e la bilancia - La giustizia penale nell'Europa moderna (secc. XVI-XVIII)" di Leonida Tedoldi. Inoltre avrei dovuto sapere tutte le slide delle lezioni e gli appunti presi furiosamente nel corso delle stesse, con grande sollazzo dei miei compagni, che però alla fine se li contendevano. Prima di ogni esame, poi, cominciano a diffondersi voci incontrollate sui vari professori e sui loro umori variabili da parte di chi ha già sostenuto l'esame. Stavo studiando da febbraio, ripassando e glossando a più non posso, con il ripasso finale delle slide nei fine settimana del mese di giugno, e sono arrivata alla vigilia dell'esame con la testa che sembrava la centrale di Chernobyl appena prima della fusione del nocciolo.

Ero sesta in ordine progressivo. Come al solito sono arrivata nell'aula con la sensazione di avere un buco al posto dello stomaco e la testa completamente vuota. Non è una posa, la mia, ma a ogni esame ho la sensazione di non sapere nulla. All'ora dell'appello sono arrivati puntuali il docente dei moduli A e B, e la docente del modulo C. Non eravamo in tanti, ma la tensione si tagliava col coltello come in un thriller (mancava soltanto la colonna sonora). Coloro che davano l'esame per nove crediti, come la sottoscritta, sarebbero stati esaminati separatamente dai due docenti. La prima esaminanda era una "non frequentante", e si è incartata subito sulla domanda a proposito dello Stato cetuale, cetual-assolutistico, di diritto e costituzionale. Mi sembrava comunque che il docente avesse un bel modo di interagire, dando degli spunti per sbloccarsi e, insomma, cercando di mettere a proprio agio. Nel frattempo osservavo la docente del Modulo C, che faceva tutto il contrario e fissava con la faccia di pietra la sfortunata vittima, senza porgere alcun aiuto, e addirittura, mentre i silenzi si prolungavano, fissandosi con interesse le unghie delle mani. Dovete sapere che questa docente era molto brava a spiegare, ma le lezioni erano totalmente frontali e senza alcuna possibilità di fare delle domande, né al termine della lezione né all'inizio della lezione successiva, cosa di cui mi sono lamentata nella valutazione della didattica.

Per fortuna mi ha chiamato lui per primo e tutta trepidante sono andata alla cattedra. Io mi ero preparata come argomento a piacere la nascita del welfare state. Invece mi ha chiesto: "Bene, cominciamo dal testo di Fioravanti... da che cosa vogliamo partire?" "Mannaggia la peppa," ho pensato, "per una volta che mi chiede l'argomento a piacere, si parte con l'altro testo." Comunque ho risposto astutamente che avremmo potuto incominciare con il primo saggio sullo Stato cetuale, cioè con l'argomento che l'altra studentessa non era riuscita a elaborare. Ho cominciato quindi a parlare di quanto vi ho accennato, inserendo anche il concetto del momento di emersione della sovranità in antico regime in rapporto a quello di abrogazione nelle Ordonnances di Luigi XIV. Il prof ha precisato meglio un paio di concetti, ma mi sembrava che andasse bene. Poi mi ha chiesto di parlare della nascita dei diritti sociali, e della Repubblica di Weimar. Siamo passati poi all'altro testo, che avevo portato e, aprendolo, ha sgranato gli occhi e ha detto: "Oooh! Quante annotazioni!" Sorridendo, mi ha detto che lui non annota nulla, e non fa nemmeno delle sottolineature. Mi ha chiesto se mi era piaciuto e io ho detto di sì, perché è chiaro che, anche se mi avesse fatto ribrezzo, avrei detto che era stupendo (alle volte i prof fanno delle domande proprio strane). Comunque mi ha chiesto lo stato totalitario nazista, e il suo tribunale politico. Infine è stata la volta degli argomenti a lezione, e lì mi ha chiesto il codice napoleonico. Quando gli ho detto del divieto di eterointegrazione, e del principio del combinato disposto, ha fatto un balzo dalla sedia verso di me e ha esclamato: "Lei è da 30!" Mi ha dato la mano e mi ha scritto il voto su un bigliettino. Era proprio raggiante, e io ero contenta... perché lui era contento!

Tuttavia ero molto intimorita perché avrei dovuto passare sotto le forche caudine dell'arpia, e sono tornata al posto con il mio prezioso biglietto. I miei compagni mi guardavano sorridendo, poiché durante l'esame avevano fatto il tifo per me. Da lì a poco mi chiama lei. Vado con il terzo libro, che ero pentitissima di aver scelto perché è molto complicato e ricco di dettagli sulla giustizia penale di antico regime, ma ormai era tardi per avere rimpianti. Mi chiede, sempre con la faccia di pietra, il sistema inquisitorio, al che parlo di accusatorio e inquisitorio per completezza; poi mi chiede il funzionamento del Tribunale dell'Inquisizione Romana. Quindi mi chiede di spiegare che cos'è la "common law". Infine prende il libro e lo sfoglia, alla ricerca di argomenti per beccarmi in castagna. Io stavo sudando freddo. Va in fondo al libro e mi chiede di spiegare la nascita del sistema carcerario, al che tiro un sospiro di sollievo perché lo sapevo bene. Ho pensato poi che volesse vedere se avevo studiato tutto il libro, chiedendo l'argomento in fondo, cosa che peraltro mi è già capitata una volta. Ho parlato senza problemi, partendo dalle workhouse inglesi ai tempi di Elisabetta I. Alla fine mi ha detto, delusa: "Le confermo il 30," e io ho pensato: "Brava, niente scherzi, sorella," e siamo andate a firmare. Urrah! Un'altra tacca sul mio fucile.


ANTROPOLOGIA CULTURALE - Anche questo esame è andato molto bene, ma è proprio vero che ogni esame è un caso a parte e che l'università è il regno dell'imprevisto. Antropologia, comunque, è una materia affascinante che ti schiude molto gli orizzonti. Era la prima volta che la studiavo in maniera così approfondita, su testi come "Antropologia culturale - I temi fondamentali" a cura di Stefano Allovio, Luca Ciabarri, Gaetano Mangiameli, "Contro natura - Una lettera al papa" di Francesco Remotti, che consiglierei vivamente a Salvini&Company. Dovevo anche portare, come non frequentante, cinque saggi tratti da "Dialoghi con i non umani" a cura di Emanuele Fabiano e Gaetano Mangiameli e, per i nove crediti, avevo scelto "Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande" di Edward Evans-Pritchard, un classicone. Come potete immaginarvi, anche qui stavo studiando da mesi e mesi.
Il giorno dell'esame mi sono recata alla sede preposta con il mio solito vagone di libri. Continuavo a riguardare una parte del primo libro che proprio non mi entrava in testa e che verteva su concetti filosofici di Percezione/Conoscenza. Anche in questo caso mi ero preparata un argomento a piacere, cioè "La diversità linguistica", dato che le lingue sono il campo in cui lavoro. Per il resto ero abbastanza tranquilla, anche se... il mio obiettivo era quello di prendere un voto alto (vi spiegherò poi perché) ... . Il docente è arrivato in ritardo, ma si è scusato. Il problema era che era solo soletto, e noi eravamo un esercito. Ha fatto il chilometrico appello e, molto flemmatico, ha cominciato a fare i calcoli per ripartirci su tre giornate, e preparare l'elenco, mentre noi spiavamo ogni suo movimento con ansia crescente. Ogni tanto si interrompeva perché gli veniva in mente qualcosa da comunicarci, e noi rosolavamo sulla graticola. La preparazione dell'elenco da affiggere fuori dall'aula ha richiesto altro tempo, con lacerazioni rituali di scotch tra i denti. Alla fine è uscito per appendere l'elenco e poi è rientrato che erano quasi le undici (erano trascorse due ore dall'orario ufficiale dell'appello). Noi pensavamo che stesse per cominciare, invece ha messo la sua roba nello zaino e ha fatto per uscire. Fissando le nostre facce allibite, ha detto: "Dopo torno, non preoccupatevi!" A momenti ci si scioglieva la faccia per l'ansia... Nell'attesa, mi sono messa a chiacchierare con altre tre studentesse, scambiandoci le relative impressioni (anche loro erano non frequentanti e venivano da altre facoltà) e notizie sui vari docenti. Infine, deo gratias, il prof è rientrato e ha cominciato a interrogare, e ci siamo accorti che era di manica larga.

Quando mi ha chiamato, ero la terza in ordine progressivo. Sono andata verso la cattedra, mi sono seduta. Mi ha guardato e mi ha chiesto, con simpatia, a che facoltà ero iscritta e se era il primo esame di antropologia. Ho avuto l'impressione, a mente fredda, che indirizzasse il tiro delle domande sulla facoltà, infatti al primo studente, iscritto a filosofia, ha chiesto proprio il capitolo su percezione/conoscenza. Mi ha fissato e... rullo di tamburi... mi ha chiesto la parte sulla globalizzazione, con i contributi di due autori. Ho cominciato quindi a parlare della storia dello zucchero del primo autore, che sapevo bene perché l'avevo studiata in storia moderna e storia economica, e poi del concetto di globalizzazione del secondo. Ho parlato per un bel pezzo, poi mi ha chiesto che cosa avevo scelto nel testo "Dialoghi con i non umani" e mi ha chiesto il testo sui cambiamenti climatici visti con gli occhi dei Q'eros nel Perù. Alla fine mi ha detto, sempre sorridendo, che non serviva interrogarmi sugli altri due testi, e mi ha dato 30. Phew!! E ora vi spiego perché era necessario che prendessi un voto alto...


STORIA ECONOMICA - ... Infatti veniamo alle dolenti note: ho avuto un intoppo su questo esame, come se me lo sentissi. Si trattava di un esame a computer a risposte multiple: 40 domande in 75 minuti. Avevo studiato tantissimo come al solito, sottolineando e glossando il ciclopico libro "Potere e ricchezza - Una storia economica del mondo" di Ronald Findlay, Kevin H. O'Rourke e il più snello "L'economia italiana nell'età della globalizzazione" di Vera Zamagni. Mi ero fatta delle mappe delle rotte commerciali nell'epoca del mercantilismo, schemi e tabelle, un glossario con i termini di storia economica, studiato le maggiori teorie economiche su un libro di mio figlio. Insomma, un delirio.

Il problema è che l'esame, sostenuto il 15 luglio, si è rivelato di tipo nozionistico-mnemonico sulla maggior parte dei quesiti: la scelta di %, come "Indicate il calo del PIL tedesco in Germania nel 1929" (?), oppure "Indicate la % di crescita dell'immigrazione in Italia dal dopoguerra ai giorni nostri" (??), o ancora "Scegliete la % di aumento del trasporto aereo dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra" (???), oppure di date molto precise.  Ora, io sapevo i concetti, e grossomodo gli eventi, ma indicare una percentuale con uno scarto di cinque punti no. Inoltre capisco che ci possano essere esami che vanno meno bene, ma ritengo che un esame fatto così non abbia alcun senso, perché non verte sulla comprensione, ma sulla memorizzazione di numeri. Infatti è stata un'ecatombe generale con la metà di respinti e con voti in generale molto bassi, come le volte precedenti. Io ho preso soltanto 22 e, dopo aver fatto un sondaggio tra amici e parenti, e una riflessione personale, ho rifiutato il voto. Mio marito mi ha fatto un mazzo quadrato, perché sosteneva che mi conveniva accettare e andare avanti, ma a questo punto ne facevo una questione di principio.

Stavo meditando di gettare la spugna e cambiare proprio materia, quando un mio compagno mi ha detto: "Ma perché non provi a ridarlo a dicembre? Fai un ripasso di un paio di giorni, magari ti va meglio."  Ora, a dicembre ho di meglio da fare nella vita e quindi mi sono detta: o adesso o mai più, e quindi ho ripreso in mano i libri dopo l'esame di Antropologia. Vi assicuro che, nei giorni scorsi, mi veniva la nausea nello sfogliare, per l'ennesima volta, i grafici sull'impennata nel commercio dei chiodi di garofano, il gold standard o le banche universali tedesche. Ho ridato l'esame proprio lo scorso giovedì. In attesa di entrare nell'aula ho fatto due chiacchiere con alcuni ragazzi che, sconfortati, stavano ripetendo l'esame da non so quante volte, e si lamentavano anche loro dei voti bassi. Qualcuno ha scritto al professore facendo presente che l'alto numero di bocciati e i voti bassi non deponevano in favore di come era strutturato l'esame. Mi pare proprio che abbia fatto orecchie da mercante (ahahahah, ho fatto una battuta!), perché c'erano di nuovo le percentuali e le date. Mi sembra, però, che sia andata un po' meglio. Tuttavia una cosa è certa: se il voto è di nuovo basso, o peggio, rifiuto ancora il voto e cambio la materia in storia delle Dottrine Politiche, anche se è tostissimo.  Il voto di Antropologia è stata una dimostrazione che ho ragione, infatti ho ridato questo esame di storia economica in gran segreto, perché, se rifiuto di nuovo il voto, mi tocca un altro mazzo quadrato... ! Quindi acqua in bocca, mi raccomando! ;)

***
Bene, che ne pensate? In questo momento sono esattamente a metà del mio percorso universitario, con 90 crediti e 12 esami affrontati. La prossima volta invece vi racconterò qualcosa del mio stato dell'arte su scrittura, concorsi e su questo blog.

***
Fonte immagini:
  • Foto iniziale: Pixabay
  • Re Enrico II di Francia che cura gli scrofolosi (miniatura del XVI secolo)
  • Edward Curtis photo of a Kwakwaka'wakw potlatch with dancers and singers
  • Firma ufficiale dei Trattati di Roma, nella sala degli Orazi e Curiazi del Palazzo dei Conservatori sul Campidoglio di Roma, 1957 
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sabato 27 luglio 2019

"Tramontata è la luna" nella Grecia di Saffo


La pagina bianca di René Magritte (1967)

Tramontata è la luna
E le Pleiadi a mezzo della notte;
anche la giovinezza già dilegua,
e ora nel mio letto resto sola.

Scuote l’anima mia Eros,
come vento sul monte
che irrompe entro le querce;
e scioglie le membra e le agita,
dolce amara indomabile belva.

Ma a me non ape, non miele;
e soffro e desidero.


Saffo (630 a.C. circa - 570 a.C. circa) è stata una poetessa greca antica. Nella sua produzione si possono sostanzialmente distinguere due tipi di liriche: quella corale, caratterizzata da un rapporto professionale tra il poeta e un committente, normalmente celebrativa, e quella intimista. La lirica di Saffo rientra nella melica monodica (ossia canto a solo), dove la poetessa esprime le proprie emozioni a divinità o ad altri esseri umani. La poetessa offre un'immagine semplice ma appassionata dei sentimenti dell'io lirico, dove l'amore ha un ruolo da protagonista con tutta una serie di riflessioni psicologiche e in cui il ricordo e l'analisi delle emozioni passate ne suscita nuove altrettanto forti. 






Fonte immagini:
  • "La pagina bianca" di René Magritte (1967)
  • Ritratto femminile, detto “Saffo”. Copia romana da originale greco dell'età classica. Musei capitolini di Roma.
Fonte testo:
  • "Tramontata è la luna" da "Lirici greci" di Edizioni Corrente (1940), traduzione di Salvatore Quasimodo
  • Wikipedia per la biografia

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sabato 20 luglio 2019

... per uno spettacolo teatrale magico


Rieccomi con il seguito del primo post, che potete trovare qui. Era la prima volta che il mio Diavolo usciva da quel di Trezzo sull'Adda, ed è stato davvero emozionante assistere allo spettacolo nel cortile cinquecentesco del castello, dotato di un bellissimo porticato e di una scalinata. Si è atteso che calasse il buio, quindi lo spettacolo è iniziato una mezz'ora più tardi. Inutile dirvi che ero in fibrillazione anche perché il pubblico era numerosissimo, e ogni volta è "come la prima volta".

Gli attori della compagnia di TeatrOK sono stati bravissimi, e in modo particolare il primattore, ovvero Dave Coal, che ha superato se stesso: era come se lo spirito di Bernabò si fosse impadronito di lui, per quanto era naturale e fluido nella parte. Tutto è stato perfetto, e anche due piccoli incidenti in scena sono stati agevolmente gestiti. Le luci si sono accese e sono variate di colore al momento giusto, e la musica era fluida e senza intoppi.

Come vi dicevo, la rappresentazione si è svolta all'aperto, e a un certo punto, verso la fine del dramma, si è levato un vento tempestoso. Ha scompigliato i mantelli e le ciocche, e fatto tremare le fiammelle del candelabro, e oscillare lo stemma con il biscione visconteo le cui borchie brillavano, colpite dalla luce delle fiammelle. Era come un effetto speciale o, meglio, come se messere in persona volesse esprimere la sua soddisfazione per la rappresentazione di cui era protagonista.

Eccovi alcune foto che pubblico qui, insieme con il passaggio tratto dal copione, anche per conservarle su questo blog fintanto che avrà vita. Sulla mia pagina Fb potete invece trovare un video preparato da TeatrOK con le immagini salienti sottolineate dalla bellissima musica.


Bernabò Visconti: Nessuno avrebbe osato far proprio il simbolo del diavolo. Solo noi Visconti potevamo. Noi, che siamo la sua progenie, dove il parente ammazza il parente, come i serpenti che si azzannano tra loro, a morte, nelle loro tane oscure.


Voce fuori campo:
Biscia nimica di ragione umana,
che 'l verno, quando l'altre stan sotterra,
tu vai mordendo e faccendo guerra,
mancata t'è la tua speranza vana!


Primo legato papale: Spero che avrà rispetto dell’abito che indossiamo. Siamo inviati del Papa.
Secondo legato: Sapete che quell’uomo non ha rispetto per nessuno, e che si diverte soprattutto a tormentare i preti. Diede ordine di legare un ambasciatore di sua Santità a una graticola a forma di botte, e lo fece bruciare lentamente tra atroci tormenti.


Bernabò Visconti: Allora? Sposerai mia figlia Caterina sì o no? T’avviso, tra poco il veleno comincerà a fare effetto, sentirai atroci dolori e comincerai a emettere schiuma dalla bocca. E allora sarà troppo tardi anche per reggere una penna!

Maffiolo: Mio signore, fu la ragazza a provocarmi. Mi passava davanti, mi sorrideva e con una scusa si appartava con me. Mi seguì senza opporre resistenza, e fu lei stessa a concedersi…
Ambrogiola: Bugiardo!



Giovannola: Abbiate pietà! Sono ormai sette mesi che Bernarda è rinchiusa nella rocca di Porta Nuova, e tenuta a pane e acqua. È ridotta a uno scheletro, non sopravvivrà a lungo.
Bernabò Visconti: Non potevo passar sopra a una cosa del genere. Ho fatto la cosa giusta. Le mie donne devono comportarsi come principesse, dalla prima fino all’ultima. Non potevo nemmeno farla giustiziare, era pur sempre una Visconti.



Bernabò Visconti: Tu… tu, figlia mia, sei già qui... da me… No, no!

L'astrologo di corte: Mio signore, è giunto vostro nipote Gian Galeazzo, conte di Virtù e signore di Pavia. Egli sta viaggiando verso il santuario del Sacro Monte di Varese con un seguito per compiervi un pio pellegrinaggio. Ha mandato a riferire, qui alla Ca’ di Can, che sarebbe lieto di salutarvi, dopodiché proseguirà il cammino.


Gian Galeazzo: Io, Gian Galeazzo Visconti, rendo noto con la presente lettera a voi, nobili signori d’Europa, che mi sono visto costretto ad arrestare mio zio Bernabò e tutta la sua stirpe. Da tempo, infatti, egli intesse losche trame, congiurando per la nostra morte continuamente e in molti modi

Bernabò Visconti: E la mia stirpe sta per essere sradicata dalla terra, come nell’anatema che mi lanciò quel frate, cui feci inghiottire la bolla di scomunica: “Per tutto questo Dio alla fine ti distruggerà, e strapperà te e le tue radici dalla terra dei viventi.”

Gli attori escono per ricevere i meritati applausi! 
Alla prossima: a Trezzo sull'Adda l'8 e il 9 settembre!



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Il castello di Pagazzano: un ambiente eccezionale...


Il 13 luglio, giorno in cui si è svolta la rappresentazione del mio spettacolo Il Diavolo nella Torre  al castello di Pagazzano, è stata una giornata memorabile sotto tutti i punti di vista, a cominciare dal tempo che ci ha graziato sia durante la visita  sia durante lo spettacolo.

In quest'occasione ho avuto modo di incontrare alcune persone che conoscevo tramite Fb a causa di comuni passioni storiche: Angie DalessioStefania Zilioli Susi Gabellini. Sono giunti anche degli amici per vedere, o rivedere, la rappresentazione. Insomma, è sempre un piacere interagire con le persone in carne e ossa, ascoltare il timbro della loro voce e incrociarne lo sguardo! Come lo scorso anno, c'era anche il banchetto della Meravigli Edizioni con romanzi, saggi e altre pubblicazioni sulla nostra regione, con la gentilissima Elena Lanterio che a fine serata mi ha regalato l'ultimo romanzo di Luigi Barnaba Frigoli, "Il morso del basilisco".

Vorrei suddividere quindi il tutto: la presentazione del castello di Pagazzano in un primo post, con alcune notizie e curiosità tratte sia da Wikipedia che dal sito del castello. Farà poi seguito quello dedicato allo spettacolo vero e proprio.


Il castello di Pagazzano 

Non avevo mai avuto modo di visitare questo castello in provincia di Bergamo, assai ben conservato e munito di un fossato ancora colmo d'acqua. Come prima cosa, dunque, abbiamo partecipato alla visita guidata a cura dei volontari del gruppo "Civiltà contadina". Sono stati molto cortesi e ci hanno suddiviso in due gruppi, in considerazione del fatto che avremmo dovuto salire una stretta rampa di scale a chiocciola all'interno del mastio.

La necessità di un castello difensivo in questa zona era dovuta alla forte instabilità politica nell'età medievale del borgo di Pagazzano e di tutta la pianura centrale bergamasca: dapprima assegnato ai conti di Bergamo nell'XI secolo, passò a Milano dopo la pace di Costanza con l'imperatore Federico Barbarossa, unitamente agli altri castelli della Gera d'Adda. Il dominio nella città milanese venne esercitato prima dai Torriani e, dopo numerose lotte, dai Visconti, quindi questo luogo cadeva proprio, ehm, a fagiolo per allestirvi lo spettacolo di Bernabò. Mmm, ho fatto una battuta che probabilmente messere non sta gradendo molto...

Comunque furono proprio i Visconti ad edificare il nuovo castello durante la reggenza di Giovanni, alla morte del quale (1354) subentrò Bernabò Visconti. A quel periodo risale una lapide che, posta all'interno del maniero, ricorda un ricevimento (forse il primo nella nuova struttura) in onore di Filippo Borromeo avvenuto nell'anno 1355. La tradizione vuole inoltre che nelle stanze dell'edificio dimorò per qualche tempo il poeta Francesco Petrarca nel 1359, ospite di Bernabò che amava ospitare il fior fiore degli artisti e degli eruditi dell'epoca.

Curiosità sul Diavolo

A Bernabò il Diavolo, di cui conosciamo ormai vita, morte e miracoli, si fanno risalire storie più efferate tramandate oralmente. Vi racconto dunque una vicenda, macabra com'è nel suo stile, tratta dal sito del castello.

Si narra di alcuni contadini di Pagazzano che dovevano portare della legna a Bergamo. Forti della protezione del loro signore, contavano di non avere ostacoli al loro passaggio e ai gabellieri che intimavano loro di pagare la tassa, risposero che Bernabò Visconti non doveva pagare alcuna gabella. I soldati presero in giro i contadini dicendo che non conoscevano alcuna autorità né di "Bernabò" "né di Bernaaca." Come potete immaginare, mai risposta fu più sbagliata.

Ritornati a Pagazzano, i contadini raccontarono l'accaduto al loro signore, che invitò al castello i gabellieri e organizzò un lauto banchetto. Li fece poi arrestare e condurre nel vicino torchio per essere stritolati. Pare che chiedesse loro con sarcasmo se in quel preciso momento riuscissero finalmente a capire la differenza che intercorreva tra Bernabò e Bernaaca. Ad ogni risposta sbagliata Bernabò ordinava: "Ancora una taca" (riferendosi ad un giro della vite che regolava l’abbassamento della trave del torchio). In effetti all'interno del castello c'è un grande torchio, ma è di molto posteriore e... meglio non approfondire troppo!

L'era di Gian Galeazzo

Dopo la morte di Bernabò Visconti, il potere passò nelle mani del nipote Gian Galeazzo, colui che lo aveva fatto arrestare e deporre, che nel 1386 donò i possedimenti di Pagazzano alla moglie Caterina. Ricordo che la stessa Caterina era la cugina di Gian Galeazzo, essendo la figlia di Bernabò. Il castello andò nelle mani dei Suardi e successivamente di Bertolino Zamboni.


La contesa con la Serenissima

Il successivo insediamento di Filippo Maria Visconti, l'ultimo della famiglia,  portò nuovamente il castello alla famiglia cremonese degli Zamboni, che ne mantennero il possesso fino al 1428, anno in cui i territori vennero acquisiti dalla Repubblica di Venezia. Cominciò un periodo di fortissima instabilità, con la zona contesa da Milano e Venezia: in quegli anni il maniero venne affidato prima a Sagramoro, appartenente al ramo di Brignano dei Visconti, e poi a Francesco de'Isacchi di Treviglio

Nel 1447, con l'instaurazione a Milano della Repubblica Ambrosiana, la Gera d'Adda passò nuovamente alla Serenissima, e il castello di Pagazzano venne nuovamente assegnato al ramo brignanese dei Visconti. Questa famiglia mantenne il controllo dell'edificio anche quando, con la costruzione del fosso bergamasco e la definitiva stabilizzazione dei confini, Pagazzano ritornò sotto l'influenza di Milano. Insomma, era una specie di tira e molla...

Dal 1465 all'arciprete Galeazzo...
La stabilità, sancita da un atto notarile che, datato 1465, confermava il pieno possesso dello stabile a Sagramoro II Visconti, portò il castello ad una serie di interventi di ammodernamento: venne ampliato sia il fossato che il perimetro di cinta, la cui parte esterna venne rivestita in laterizio, a cui furono aggiunte quattro torri agli angoli.

Nel 1551 il castello di Pagazzano passò a Galeazzo Visconti, arciprete del paese. Questi, che desiderava stare comodo come tutti i preti di alto lignaggio, attuò una serie di modifiche che lo avvicinarono a una dimora signorile: nel lato sud vennero distrutte le due torri e tutta la merlatura, mentre il lato nord (quello rivolto verso il confine con la Repubblica di Venezia) venne lasciato integro nelle sue funzioni difensive.

... fino ai giorni nostri
Nel 1657 morì senza eredi l'ultimo dei discendenti del ramo brignanese dei Visconti, dopodiché il castello passò alla famiglia milanese dei Bigli. Questi compirono ulteriori opere di rimodernamento, tra cui la costruzione di un loggiato e di una scalinata a ventaglio, nonché numerose decorazioni. Nel 1828 la marchesa Fulvia Bigli lasciò il castello in eredità al marchese Paolo Crivelli, appartenente al casato del marito, la cui famiglia utilizzò la struttura come azienda agricola, mantenendone la proprietà fino al 1968.
Da allora vi subentrarono altri proprietari fino a quando, nel 1999, il castello venne acquistato dal comune di Pagazzano. Et voilà!

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Prima di chiudere questo primo post, vi invito a leggere anche l'articolo che è comparso su "L'Eco di Bergamo" per pubblicizzare l'evento in tutti i suoi aspetti: siamo diventati davvero internazionali!

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sabato 13 luglio 2019

Viaggio multimodale attorno a me stessa - Da un post di Marco Lazzara


Tra un esame universitario e l'altro, anche quest'anno partecipo molto volentieri all'iniziativa di Marco Lazzara dei Viaggi multimodali. Stavolta si tratta di identificare il tema del viaggio fuori da se stessi, anziché dentro. Si tratta di momenti che si sono rivelati cruciali per la propria formazione, come si evince dal suo post che potete trovare qui. I temi sono comunque sempre quelli dell'Arte, della Letteratura, del Cinema e della Musica.


Arte: Il Battistero di San Giovanni a Firenze

Il viaggio mi è stato sempre congeniale, e spesso l'ho associato con l'arte. Cioè con la Bellezza. Ho sempre desiderato viaggiare per visitare i luoghi d'arte e ho sempre dovuto mordere il freno, perché i miei genitori non avevano grandi possibilità economiche. I primi viaggi sono state le gite scolastiche alla scuola media, ma non li considero perché di quel segmento scolastico ho pessimi ricordi (frequentavo una scuola gestita dalle suore angeliche, che di angelico avevano ben poco...).

Preferisco invece parlarvi del mio primo, vero incontro con l'arte. Ero riuscita a convincere i miei genitori a partecipare a un viaggio organizzato che avrebbe toccato i principali punti della Toscana. Quando vidi la cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze, rimasi a bocca aperta: era come una visione angelica. Stentavo a credere che potesse esistere qualcosa di così bello al mondo, e anche l'interno mi abbagliò.

Ma non era finita, perché passammo a visitare il Battistero di San Giovanni con le meravigliose porte bronzee, e la porta del paradiso del Ghiberti. Infine, la folgorazione finale, cioè l'interno con gli splendidi mosaici... di cui potete vedere, qui, il Cristo Giudice dell'abside. Fui colta dalla sindrome di Stendhal, che ancora adesso non mi è passata!


Letteratura: Il Corsaro Nero di Emilio Salgari

Per me i viaggi in letteratura hanno assunto la forma dei romanzi d'avventura di Emilio Salgari, e che viaggi! Più che altro si potrebbe parlare di avventure, inseguimenti, duelli, imboscate... Gli spostamenti sono padroni assoluti nella produzione di Emilio Salgari, che in realtà si mosse molto poco dalla sua Torino.

Con questi romanzi ho avuto la possibilità di "viaggiare", almeno con la fantasia. Ho partecipato agli arrembaggi insieme ai pirati della Malesia, ho combattuto durante l'assedio di Famagosta, sono fuggita in mezzo alle stragi delle Filippine e, non da ultimo, ho veleggiato sulla Folgore del Corsaro Nero.

A mio campione, eleggo quindi Il Corsaro Nero come uno dei romanzi più rappresentativi. Nel romanzo, al capitolo XXII "La savana tremante", c'è una scena di inseguimento mozzafiato in mezzo alla foresta, di cui riporto un passo:

Lasciarono il cadavere del coguaro e si rimisero in cammino attraverso la sconfinata foresta, riprendendo la faticosa manovra del taglio delle liane e delle radici che impedivano loro il passo.
Si erano allora impegnati in mezzo ad un terreno imbevuto di acqua, dove gli alberi più piccoli avevano acquistate dimensioni enormi. Pareva che camminassero su di una spugna immensa, perché colla sola pressione dei piedi schizzavano fuori, da centomila pori invisibili, dei getti d’acqua.
Forse in mezzo alla foresta si nascondeva qualche savana e chissà, forse qualcuno di quei bacini traditori, chiamati savane tremanti, col fondo costituito di sabbie mobili, che inghiottono qualunque essere osi affrontarle.


Oggi la prosa di Salgari può far sorridere, ma all'epoca era come una miccia che dava fuoco alle polveri, per riprendere un altro elemento tipico delle sue ambientazioni. Inoltre, non si tratta soltanto di un viaggio geografico, quello che il protagonista compie e fa compiere al lettore, perché questo personaggio romantico deve evolvere dall'idea della vendetta contro il duca Van Gould, al perdono e alla pace interiore. Il tutto passa attraverso "il dono del diavolo", come lo chiama lui stesso, ovvero l'amore inaspettato per la figlia di Van Gould...


Cinema: Blade Runner di Ridley Scott (1982)

Avevo diciotto anni quando vidi questo film al cinema, e posso dire che ha rivoluzionato il mio sguardo... perlomeno quello cinematografico. E mi ha fatto compiere un vero e proprio viaggio, aprendo un passaggio spazio-temporale. Mi ero recata a un cinema nel centro di Milano, in compagnia di un'amica. Ricordo ancora la posizione della sala che oggi non esiste più, mi sembra che si chiamasse Anteo e si trovava a metà di corso Vittorio Emanuele. In sala non c'erano moltissime persone: come sapranno i cultori di Blade Runner, il film non decollò subito e fu accolto dalla critica con grande perplessità.

Per me e la mia amica fu una visione sconvolgente, e non solo per gli effetti speciali perché eravamo già abituate con Guerre Stellari, ma perché era qualcosa di assolutamente innovativo da tutti i punti di vista. Ricordo che uscimmo dalla sala senza dire una parola, in quanto eravamo frastornate e occorreva del tempo per raccogliere i pensieri su un'opera gigantesca. Concordammo comunque che il personaggio del replicante Roy Batty faceva mordere la polvere al povero Rick Deckard.

Da quel momento in poi, Blade Runner ha mantenuto saldamente la prima posizione nella classifica dei miei film preferiti, ed è stato da me rivisto innumerevoli volte. La considero un'opera perfetta e completa: contiene la fantascienza, la filosofia, la storia d'amore, la detective story, il tema dell'ambiente, la ricerca delle origini e del proprio creatore, l'essere umano e quello artificiale... Di recente, come regalo ho ricevuto il cofanetto con le versioni cinematografiche, interviste agli attori, ai produttori, agli sceneggiatori e al regista, servizi sulla lavorazione del film, backstage, scene tagliate, curiosità di ogni tipo. Inutile dirvi che ho visto tutto avidamente.


Musica: Bomba o non bomba di Antonello Venditti (1978)

Correva l'anno 1978 quando Antonello Venditti cantava Bomba o non bomba, noi arriveremo a Roma. All'epoca avevo quindici anni e si era in pieno periodo delle Brigate Rosse con attentati, rapimenti e gambizzazioni. Nel testo di il cantautore romano cita il collega e amico Francesco De Gregori, con il quale aveva debuttato con il disco Theorius Campus. Il brano infatti ripercorre metaforicamente il cammino e gli incontri fatti dai due cantautori per raggiungere il successo, rappresentato da Roma come meta finale. Quindi le bombe dei terroristi c'entrano poco, ma io facevo questo tipo di associazioni.

Per quanto mi riguarda questa canzone è particolarmente legata al tema del viaggio per alcuni buoni motivi: per andare a scuola prendevo un paio di mezzi pubblici - la metropolitana linea rossa e poi, in via Ludovico Ariosto, il tram che mi portava in corso Sempione a poca distanza dal mio liceo - e quindi era un piccolo viaggio quotidiano. Si usciva di casa e non si aveva la sicurezza di rientrare illesi, però: una volta ero passata in una strada e poco tempo dopo c'era stata una sparatoria. A dirvi la verità non ero molto preoccupata, perché vivevo il periodo con l'incoscienza dell'età.

In secondo luogo la canzone parla di un viaggio per arrivare a Roma, che sono riuscita a vedere molto più tardi.



... e con questo omaggio a Roma mi raccordo con il tema dell'Arte e chiudo questo post che mi ha fatto ricordare alcuni momenti salienti della mia giovinezza.

Approfitto per comunicare che il mio primo esame universitario, Storia delle Istituzioni Politiche, mi ha fruttato un bel 30. Inutile dirvi che sono molto contenta. ^_^ Ora devo affrontare Storia Economica, di cui ho capito poco e che spero semplicemente di superare.

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Fonti immagini: Wikipedia

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sabato 6 luglio 2019

Il Caffè della Rivoluzione: Minibot e assegnati, pericolose somiglianze / 41




Di recente il nostro "vulcanico" governo, nella persona di Claudio Borghi della Lega presidente della commissione bilancio, ha ventilato la proposta di introdurre i Minibot per onorare i debiti che lo Stato ha nei confronti delle imprese e dei privati che hanno già svolto un lavoro e che attendono di essere pagati. Si tratta di un surrogato di Buono del Tesoro che non viene assegnato in un'asta dal Ministero dell'Economia, e che nell'aspetto assomiglia molto alla moneta cartacea e circolerebbe soltanto in Italia. Però... "O sono moneta, e allora sono illegali, oppure sono debito e allora il debito sale", ha detto Mario Draghi.

Sono convinta che alla base di ogni rapporto di lavoro ci sia un principio sacrosanto: se io svolgo un lavoro per chicchessia è giusto essere pagati con denaro o con un bonifico, insomma con un compenso come da contratto, e possibilmente non con il ritardo cronico con cui lo Stato si diletta nel pagare i fornitori. Peraltro lo stesso Stato che è molto solerte nel pretendere con prontezza il pagamento dei suoi crediti.

Inoltre, pur essendo una capra in economia - e infatti con lo studio della storia economica ho scoperto un sacco di cose interessanti - ho avuto subito la sgradevole sensazione che in questa mirabolante pensata ci fosse qualcosa che non funzionava. A questo proposito mi sono tornati alla memoria "gli assegnati" della rivoluzione francese, e il paragone è stato ripreso dai pareri di alcuni esperti, senz'altro più ferrati della sottoscritta.

Seguitemi nel discorso che, mi rendo conto, non è propriamente da ombrellone e vedrete che ne varrà la pena. Sono in gioco i risparmi che abbiamo in banca, oppure sotto il materasso, e un minimo di consapevolezza su alcune questioni non guasta. Sarebbe un po' seccante essere "cornuti e anche mazziati", non è vero?

Come sempre, la Storia docet. La rivoluzione francese, infatti, venne originata anche da un enorme problema di deficit finanziariosi concluse con una gigantesca bancarotta. L'Assemblea nazionale infatti, come a dire il nostro odierno parlamento, si trovò a dover porre rimedio a una situazione finanziaria drammatica: le entrate fiscali erano ben al di sotto delle esigenze di spesa e non si poteva fare ulteriore affidamento sulle anticipazioni della Cassa di Sconto, ormai in profonda crisi di liquidità.

Nel 1789 l'Assemblea intervenne con due provvedimenti interrelati, e portati avanti con le migliori intenzioni:

1. la confisca dei beni ecclesiastici, trasformati in beni nazionali e posti in vendita attraverso aste, come dire che ci impadroniamo delle proprietà e delle terre del Vaticano, presenti sul territorio italiano, e con quelle cominciamo a fare un po' di cassa. Scommetto che molti di voi sarebbero anche d'accordo, vero? Penso che solo l'attico del cardinal Bertone frutterebbe dei bei soldoni. ;)

La messa in vendita dei beni ecclesiastici nella terra del giglio fu affidata alla Cassa straordinaria, creata il 19 dicembre. Il problema era che per la vendita di tanti beni occorreva del tempo, come minimo un anno. Si trattava di un periodo troppo lungo. Pensa che ti ripensa...

2. la creazione di titoli di debito: gli assegnati. A questo punto furono emessi dei biglietti, gli assegnati appunto, che rappresentavano il valore di questi beni (potete vedere qui un esemplare da 15 soldi).

Chiunque desiderava comprare dei beni nazionali doveva farlo attraverso gli assegnati. Quindi se volevi l'attico del cardinal Bertone compravi gli assegnati dallo Stato e così lo Stato veniva in possesso di moneta.

Una volta effettuata la vendita, gli assegnati, ritornati nelle mani dello Stato, dovevano essere distrutti. In questo modo lo Stato veniva in possesso della moneta prima ancora di vendere i beni.

Questi assegnati ammontavano a 400 milioni di lire tornesi, ogni taglio nominale era di 1.000 lire tornesi e avevano un interesse del 5%. In pratica i beni ecclesiastici garantivano gli assegnati.

Dal 1790 gli assegnati furono progressivamente trasformati in cartamoneta. Vi furono poi l'abolizione dell'interesse e la moltiplicazione dei tagli e, per far fronte alle spese del governo, le emissioni iniziarono a crescere a ritmo esponenziale.

E a questo punto la creatura si trasformò in un mostro e cominciò a rivoltarsi contro il suo creatore: seguì una progressiva e inarrestabile perdita di valore degli assegnati-cartamoneta. Al deprezzamento del titolo si accompagnò un movimento vertiginoso di prezzi verso l'alto che neanche la legge del "maximum", varata dal Terrore, che notoriamente usava il rasoio nazionale con grande facilità, riuscì ad arrestare.

Il tentativo del Direttorio, cioè il governo successivo alla fine del Terrore, di sostituire gli assegnati con titoli analoghi rivalutati, detti mandati territoriali (qui un esempio), naufragò per la completa perdita di fiducia del pubblico nella moneta cartacea. Mi sembra ovvio che se tu, Stato o governo rivoluzionario che dir si voglia, hai cercato di rifilarmi carta straccia e mi hai fatto perdere soldi, non vorrò saperne di altre fregature.

La smonetizzazione degli assegnati nel 1797, con un cambio a 1% del loro valore, e sottolineo 1% per i più distratti, segnò la bancarotta definitiva della rivoluzione. Detto in parole povere, se io avevo investito cento "euro" riuscivo a recuperare solo un "euro" del mio capitale... e potevo soltanto andare a bermi un caffè al bistrot, sempre che il suo prezzo non fosse decuplicato.

Le similitudini con i Minibot mi sembrano evidenti. Tra le economie avanzate, solo la Grecia e il Giappone hanno rapporti di indebitamento pubblico più elevati del nostro. A differenza dei paesi dell'eurozona, però, il Giappone ha una valuta nazionale che quindi può stampare. L'utilizzo dei Minibot si traduce nella solita ricetta miracolosa, e con finalità propagandistiche, per affrontare la scarsità di risorse stampando denaro, il che farebbe aumentare il già consistente debito pubblico dello Stato italiano, e uso l'aggettivo "consistente" per usare un eufemismo.

Oppure la creazione dei Minibot sarebbe il primo passo per un'uscita dall'Europa. Con quali conseguenze, ve lo lascio immaginare.

***

E voi accettereste di essere pagati con questi buoni del Tesoro? Mi piacerebbe avere il vostro  parere sull'argomento: magari c'è qualcosa che mi sfugge.

***

Fonti testo: 

  • "Potere e ricchezza" - Una storia economica del mondo di Ronald Findlay, Kevin H. O' Rourke
  • "Internazionale 1311, 14 giugno 2019" - Da sapere - I minibot e il possibile scontro con l'Europa 

Fonti immagini:
  • Claudio Borghi - ansa.it 
  • Il risveglio del Terzo Stato che rompe le catene - stampa dell'epoca - Wikipedia
  • Un assegnato da 15 soldi - Wikipedia 
  • Un mandato territoriale - Wikipedia

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sabato 29 giugno 2019

Il grande ritorno del Diavolo... al castello di Pagazzano


In quest'estate torrida, davvero infernale, non ho la forza per scrivere post troppo lunghi, o affliggervi con la lettura argomenti particolarmente impegnativi.

Tuttavia voglio farvi partecipi di un graditissimo ritorno, cioè quello del

Diavolo Bernabò Visconti

che ricomparirà tra lampi, tuoni e odore di zolfo il giorno 13 luglio!

Stavolta la sua temibile apparizione avverrà nel castello di Pagazzano, in provincia di Bergamo.

Non ho mai visto questo castello, che mi dicono essere un luogo particolarmente suggestivo e ben conservato, per cui sarà una bella occasione per partecipare alla visita guidata del maniero, e godermi lo spettacolo in un cornice storica dove messere si esprimerà al massimo della sua sulfurea potenza.

Qui il sito dove potrete ammirare le fotografie, informarvi sulla storia del castello e apprendere di altre iniziative.

Invece qui sotto trovate il video realizzato da Teatrok per una delle scorse edizioni. Vi aspettiamo numerosi!



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sabato 22 giugno 2019

"Le regine di Gerusalemme": nascita di una copertina


Di recente alcuni amici blogger, come Giulia Mancini e Grazia Gironella hanno parlato del processo di elaborazione delle loro copertine. L'argomento mi offre lo spunto per parlare dell'immagine che è servita per l'elaborazione della copertina del mio nuovo romanzo, Le regine di Gerusalemme che vedrà la luce entro l'anno, a Dio piacendo.

La copertina vera e propria è pronta ed è già stata elaborata dal mio amico grafico Fabio Gialain, ma non ve la mostro ora, sia perché è prematuro sia per una sorta di scaramanzia.

Vorrei però mostrarvi meglio il quadro dipinto dall'artista Daniela Carcano ed esposto nell'ambito della mostra "Punti di vista in bianco e nero o poco più…" di cui ho parlato di recente in questo post e che ho avuto il piacere di presentare. Il quadro incorniciato e la quarta di copertina che ho lasciato accanto all'opera hanno riscosso molto interesse da parte del pubblico, per cui... se son rose fioriranno.

Premetto che non sarei assolutamente in grado di elaborare graficamente da sola una copertina, dato che per me Photoshop è uno dei grandi misteri dell'esistenza. Quindi se desidero avere qualcosa di particolare e unico, o che richieda un minimo di lavorazione, devo affidarmi ai professionisti. La copertina del primo romanzo del ciclo "La Colomba e i Leoni", ovvero La terra del tramonto, era stata dipinta da me e rielaborata comunque da Fabio.

Per il ciclo crociato l'idea di partenza è stata quella di commissionare ogni copertina a un diverso artista, in modo da avere mani differenti, nonostante il fatto che Maurizio De Rose, autore della copertina de Le strade dei pellegrini con l'immagine del cavaliere, avesse fatto uno splendido lavoro. Mi piaceva inoltre far eseguire il dipinto a un'artista donna per un romanzo dove, finalmente, le donne sono le vere protagoniste.

L'anno scorso ho quindi chiesto a Daniela, visitando un'altra sua mostra, se le sarebbe piaciuto dipingere l'immagine per la copertina del mio terzo romanzo della saga crociata. Mi ha risposto che era onorata della proposta, ma al tempo stesso un po' preoccupata. Conosco la pittrice da molto tempo, essendo lei un'accanita ammiratrice del mio Il Pittore degli Angeli che ha regalato a molti suoi amici e conoscenti, e una delle persone che avevano assistito alla mia prima presentazione del libro, che poi è stata la prima in assoluto. Al di là del rapporto di amicizia che si è venuto ad instaurare tra noi, associo sempre Daniela a momenti piacevoli, limpidi e solari come è lei.

 È venuta a casa mia e abbiamo quindi discusso dei vari dettagli, e le ho dato da leggere i primi due romanzi affinché potesse immergersi nell'atmosfera della storia. I romanzi l'hanno catturata a tal punto che, alla fine della lettura, ha confessato di essersi sentita "orfana". Nello stesso tempo non voleva leggere nemmeno il nuovo romanzo per intero, sia perché non era pronto sia per non rovinarsi la sorpresa. Allora lo ho mandato soprattutto il prologo dove uno dei personaggi principali ha la visione di tre donne in una città che si rivela essere Gerusalemme. Le donne hanno alcune caratteristiche che la pittrice avrebbe dovuto riprodurre con una certa fedeltà, inclusi alcuni oggetti che tengono in mano. 

Man mano che la cosa procedeva, ho pensato che avrei potuto anche adattare un po' il prologo a seconda dell'immagine che sarebbe stata elaborata, come se la copertina rispecchiasse la parola scritta, e viceversa. Non è un caso che un tempo il termine "antiporta" fosse una pagina figurata, in genere fuori foliazione, che precedeva il frontespizio nei libri a stampa.

Ed ecco qui il risultato: “Bagliore sotto il cielo di Gerusalemme”, ottenuto usando la foglia oro, gli acquarelli e i pastelli Caran d'Ache.

Come avrete già capito, lo sfondo mostra le cupole  e le torri di Gerusalemme, mentre davanti all'ingresso principale tre donne sostano, offrendosi ai nostri sguardi. Una luce arriva dal lato destro dell'opera: e il sole sta sorgendo da est e si riflette nelle vetrate. La raffigurazione di Gesù è centrale. Il tutto è incorniciato e abbellito con decori di foglie, e una delle torri emerge dalla cornice. Mentre la figura del cavaliere nel secondo romanzo richiamava la vetrata, questa immagine mi ha richiamato una miniatura medievale. Inoltre, il misticismo è evocato dallo sfondo oro, che in tempi antichi era usato per indicare il paradiso, ma anche sole, calore, passione.

Ed ecco la quarta di copertina che ha accompagnato l'esposizione del dipinto:
Anno Domini 1108. Trasferitosi a Marrakech, lo schiavo cristiano Francesco de’ Nardo è ora al servizio del sovrano almoravide. Lo accompagnano i suoi amorevoli custodi: un medico sufi, due donne guerriere e un orfano andaluso. Dopo molte traversie egli è finalmente sereno, lontano dai pericoli e dal principe Ghassan ibn Rashid, suo padrone e amante.
Un giorno, il giovane vede scaturire, dall’ametista che orna il suo anello, una visione. Pian piano quelle immagini si ricompongono, si rinsaldano e mostrano cupole tondeggianti, alte terrazze, tetti aguzzi, cavità di finestre, alberi e cespugli, lo scintillio del metallo e la scabrosità della pietra; e, soprattutto, le croci. Un’infinità di croci contro il cielo azzurro.

È la Città Santa di Gerusalemme.

Nella visione, compaiono anche tre donne: una fanciulla siciliana, con una voglia di fragola sulla guancia, che regge un ricamo con la triscele; una donna morta, nella mano uno specchio dove balena il passato; e una regina dagli occhi da gatta, innamorata di un cavaliere biondissimo. Ognuna di loro possiede una storia che attende di essere raccontata. E, in queste vicende, il conte fiammingo Geoffroy de Saint-Omer e suo figlio entreranno nel cerchio di fuoco dell’eros, rischiando di rimanervi prigionieri per sempre, poiché “Forte come la morte è l'amore, tenace come gli inferi è la passione”.

Tuttavia, nelle molteplici avventure dei protagonisti de La Colomba e i Leoni, l’amore 
ardente e i ricordi tormentosi non saranno i soli pericoli da cui guardarsi. C’è una presenza oscura e antichissima che si nasconde nelle profondità della moschea di al-Aqsa di Gerusalemme, sede del futuro ordine templare: un demone che scuote le sue catene, impaziente di liberarsi e, finalmente, uccidere.

L'unico svantaggio di dipinti così belli è che dovrebbero essere stampati nelle considerevoli dimensioni che possiedono, anche se in questo caso bisognerebbe dotare il lettore di un vero e proprio leggio. Che ne dite, potrebbe essere un'idea per un gadget?

Bene, vi starete chiedendo: d'accordo la copertina e la quarta, ma quando arriva il contenuto? Il contenuto è quasi finito, mi mancano una decina di pagine, e poi lo affiderò a tre beta-reader che lo rileggeranno durante l'estate. Insomma, le mie regine andranno in vacanza anche loro, come me, e poi ritorneranno più agguerrite che mai e pronte a dare filo da torcere alle loro controparti maschili.

***

Che cosa ne pensate del dipinto? Vi piace il testo della quarta? Si accettano consigli per ulteriori cambiamenti o per qualsiasi altro suggerimento.

***

Immagine di apertura: Pixabay - "Flowers"

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venerdì 14 giugno 2019

"Punti di vista in bianco e nero o poco più...": presentazione!


Nonostante una settimana di fitti impegni, ho avuto anche il piacere di inaugurare, giovedì 13, la mostra di Daniela Carcano, pittrice, e Giuseppe Turati, fotografo. Presentare i lavori di altri due "creativi", anziché essere presentata, è stata un'esperienza bellissima che spero di ripetere, magari per qualche amico di penna. Si ha la sensazione di uscire un po' dal proprio orticello e innescare un circolo di energie virtuose collegando diverse forme espressive.

La mostra è stata allestita presso il Centro culturale Il Pertini, una grande e attivissima biblioteca di Cinisello Balsamo che organizza eventi culturali: teatro, conferenze, presentazioni, concerti, mostre, eventi con le scuole e altro ancora.

La mia introduzione è stata impreziosita dagli interventi musicali dell'ensemble Alois & James Quartet, che ha eseguito le colonne sonore di cinque famosi film (Balla coi Lupi, Schindler's List, Forrest Gump, La vita è bella, Chocolat) e che si esibisce a beneficio dei pazienti ospitati nei centri di malati di Alzheimer.

Tra un brano e l'altro ho potuto introdurre i lavori dei due artisti in mostra, e vorrei condividere con voi questo momento molto arricchente con il discorso che mi ero preparata, perché contiene degli spunti di riflessione interessanti anche per noi.

Introduzione

Il titolo della mostra è “Punti di vista in bianco e nero o poco più…” e compendia lo sguardo di questi due artisti sul mondo, e la voglia di unirlo in maniera simbiotica. Pittura e fotografia diventano quindi l’espressione di un percorso che parte in maniera separata, con l’uso di tecniche differenti, ma poi si fonde in una strada comune.

Il gemellaggio tra due artisti è l’espressione di un’unità di intenti che è positiva e arricchente non solo per i diretti protagonisti, ma anche per chi osserva le loro opere esposte nello spazio di una mostra.

Giuseppe Turati, fotografo

Presento per primo Giuseppe con una frase molto breve, quasi secca: un fotografo è un poeta. Parlo naturalmente non della fotografia mordi e fuggi che ci contraddistingue, quando scattiamo in maniera compulsiva nella frenesia di fermare il tempo che passa e, perché no, di esorcizzare la morte condividendo i nostri ricordi oppure in una costante frenesia di comparire. Parlo di fotografie che, come la poesia, colgono particolari che a noi, camminando di fretta e con l’occhio intento a fissare, magari, lo schermo di uno smartphone, sfuggono inesorabilmente. Il fotografo-poeta li cattura, e in questo caso li nobilita con l’uso del bianco e nero.

Lungi dall’essere uno strumento neutro, come qualcuno proclamò al suo apparire, la macchina fotografica diventa così un occhio sul mondo, con scelte ben precise e quasi programmatiche, che denotano la cifra stilistica del fotografo oltre che i suoi interessi, come nel caso di Giuseppe.

Perché dunque quell’immagine e non un’altra? Perché è il risultato di un processo del tutto interiore, che emerge dal profondo e che si avvale di tempi lunghi come in una lenta germinazione al buio. Le fotografie di Giuseppe appartengono a questo novero, e, parlando di germinazione, non è un caso che in loro la natura sia particolarmente presente.

Così, abbiamo paesaggi con alberi avvolti nella nebbia e un terreno imbiancato di neve, dove la simmetria delle piante è interrotta da un albero spezzato che, cadendo, si è appoggiato sul vicino, chiedendo sostegno, oppure intralciandone la crescita. Si è aperto un varco, come un passaggio verso un “al di là” che non è solo spaziale.

Lo stesso può accadere osservando l’immagine di un tronco ritorto nella neve, nello sforzo di una nuova nascita, o forse nella lotta per non morire, di un fiore aperto al suo massimo e che ci rivela la perfezione del mondo, di misteriose linee create dal fango rappreso, la cui lucidità richiama una pelle animale, delle venature di una foglia di verza che la fanno assomigliare a un oggetto di altri mondi.

Immagini da contemplare lungamente, come in quella che prediligo, la misteriosa margherita che si sporge dallo spazio nero, sulla sinistra della fotografia, e sembra chiamare qualcosa o qualcuno, o forse osservare proprio noi, nello stesso modo in cui noi la guardiamo. Non tutto va spiegato a livello razionale, ma tutto va meditato.

Ognuno di noi ricava dall’immagine il significato, ne fa scaturire personali emozioni, oppure ammira semplicemente lo scatto, in silenzio, facendo affiorare simbolismi inconsci e arricchendo il proprio mondo interiore. Basta anche solo un’immagine per arrivare a tanto.


Daniela Carcano, pittrice

Lo sguardo di Daniela, invece, ci sorprende in questa sua nuova proposta, per molti versi simbolica ed enigmatica, e tuttavia a me è sembrata lo sbocco naturale di un percorso iniziato da tempo.

Agli inizi Daniela ha inaugurato infatti la sua produzione artistica con opere dove la figura umana è chiaramente riconoscibile, pur attraverso un uso del chiaroscuro molto marcato. Nelle sue proposte, la persona viene catturata nel compiersi di un piccolo gesto o nel balenare di un’espressione, un vero “attimo fuggente”. Vi sono spesso figure che sprigionano una forte sensualità di corpi nudi che emergono con il colore nero. Nella mostra che avrete occasione di ammirare, questa modalità espressiva è rintracciabile in opere come “Cenerentola” o “Un filo di fumo” (opera qui accanto).

Daniela ha poi cominciato a unire, alle figure delineate in chiaroscuro, materiali metallici e brillanti come l’oro e il rame. Dagli intarsi sono emerse le sinuosità dei corpi femminili, la tensione dei muscoli maschili, i profili assorti dei volti che si confondono negli scintillanti fondi oro, bizantini o, almeno, klimtiani.

Con il tempo l’artista è andata oltre e non si è fermata al supporto classico della tela o della carta, e con varie tecniche ha sperimentato e giocato in modo libero e gioioso: le tele, il legno e le sue venature, i morbidi pastelli, le chine dalla precisione chirurgica; e poi reticelle, pezzetti di vetro, che hanno conferito sempre maggior consistenza materica ai suoi lavori.

Nella sua produzione più recente, che è questa, gli intarsi e gli sfondi inseriti nelle sue opere, le linee geometriche insistenti, la preziosità dell’oro e del rame hanno infine prevalso sulla rappresentazione figurativa, quasi che il piano dell’inconscio e quello onirico, emergendo, abbiano posto saldamente il loro dominio nel regno espressivo dell’artista. Per il momento. Questo non è un nascondersi, ma il contrario: è una rivelazione di quello che si cela interiormente, e un’operazione coraggiosa di per sé.

Inoltre, esattamente come nei quadri di Magritte, anche i titoli delle opere rivestono la loro importanza e sono come brevi frasi poetiche. Due per tutti, “Ogni mia cellula è un eterno di voi” (opera qui accanto) oppure “L’amore mi avvolge come un’armatura inattaccabile”.

Nelle opere di Daniela, di marcata ispirazione surrealista, osserviamo e cogliamo appena la forma di due mani che si toccano, un occhio che fissa, un volto appena abbozzato. La figura umana appena s’intravede, come in: “Comunque sia… si è sempre soli” dove la persona è ormai prigioniera di un labirinto di linee e segni che creano dei percorsi intersecanti, e dove le geometrie invadono perfino le nuvole che piangono; o in “Decadenza” dove questo è particolarmente evidente, con il concorso di muri sgretolati, pietre cadute e due figure affrante di cui una, ormai, si è definitivamente trasformata in manichino.

Pur con l’arrivo di una sfumatura di malinconia, però, non dobbiamo dimenticare la personalità dell’artista, gioiosa e solare, che pare irradiarsi ed esplodere nell’opera “Il bambino che c’è in noi alimenta i piccoli entusiasmi”, oppure in “Solo chi sogna può volare” dove la figura umana, svincolata dalla materia, pare unirsi a un paesaggio che è sotto di lei, ma che del paesaggio è parte, a testimonianza che la personalità non è mai uguale a se stessa, ma è ricca e composita.

Le proposte sono dunque molteplici, e tutte molto interessanti, come in questa "Trovo conforto nel tocco delle tue mani", dedicata alla madre di Daniela.


Conclusione

Chiudo con un pensiero che, in questi anni, mi ha sempre accompagnato: il vero valore di un artista, come autore ed essere umano, è il fatto di continuare a esprimere se stesso al di là delle mode e degli opportunismi, e della dimensione mondana che non deve mai avere il sopravvento. Questi due artisti ce lo dimostrano ampiamente, donandoci, oltre ai loro lavori, anche un prezioso insegnamento di libertà.

***

Nella mostra è stata posta su un cavalletto un'opera che, qui nella fotografia, si scorge di lato: un'opera molto speciale, che Daniela ha realizzato per me, con l'inconfondibile fondo oro. 

Che cosa sarà? Lo saprete nel prossimo post! Nel frattempo si accettano ipotesi. :)







Le fotografie e i quadri presenti sono (c) Giuseppe Turati e Daniela Carcano.

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una trilogia di romanzi ambientati nel periodo della Rivoluzione Francese, ed è in corso la revisione del romanzo "Le regine di Gerusalemme". Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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