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sabato 2 novembre 2019

Galleria di grandi donne: Margherita Porete e le beghine / 7


Il 1 giugno 1310, una gran folla si riunì in Place de Grève. Si attendeva il supplizio di un uomo e una donna, che sarebbero stati arsi vivi. L'uomo era un ebreo convertito che, stando all'accusa, aveva osato sputare sull'immagine della Vergine. La donna si chiamava

Margherita Porete

e moriva per aver scritto Lo specchio delle anime semplici, un libro che venne deposto ai suoi piedi, una volta che fu legata al palo, e che bruciò insieme a lei. Margherita morì tra le fiamme come eretica e recidiva, non solo per aver scritto un libro proibito, ma perché si rifiutò di sconfessare quanto aveva espresso nella sua opera nonostante una persecuzione lunghissima, durata dieci anni. Il coraggio con cui si era avviata al supplizio colpì la folla al punto tale che un cronista presente all'esecuzione racconta, nel Chronicon di Guglielmo di Nangis, che Margherita era riuscita a strappare lacrime di compassione agli astanti, comportamento per nulla comune all'epoca.

Margherita Porete era una beghina, e non si può comprendere a fondo la sua biografia se non si conosce, almeno a grandi linee, la storia di questo straordinario movimento al femminile nato nel Medioevo a ridosso delle crociate le quali, tra le loro vittime, annoveravano anche le vedove di coloro che erano andati a combattere in Terrasanta.


Una religiosità al femminile

Nell'Europa tra il XII e il XIII secolo, dove le donne non potevano scrivere di religione, o discuterne, si assistette a una prodigiosa fioritura di espressioni religiose al femminile: preghiere, vite di donne degne e di sante, inni e visioni. Forse il lungo silenzio di secoli cui erano condannate, la scelta obbligata tra chiostro e matrimonio, la riaffermazione continua dell'inferiorità morale e giuridica della donna, per una volta espressa nella stretta alleanza tra Chiesa e Istituzioni politiche, basata sull'autorità delle Sacre Scritture e sulla parola di filosofi quali Aristotele, fece esplodere questa molteplicità di voci di donne, questo coro diffusissimo in Europa. Si esprimevano in volgare, nella lingua materna del francese, vallone, brabantino o tedesco. Verso la metà del XIII secolo le donne iniziarono dunque a scrivere e a dare sfogo a una religiosità repressa e privata di espressione autonoma.


I béguinage

Nel Nord dell'Europa queste donne si costituirono in comunità e andarono a vivere in case, dette béguinage, poste alle periferie delle città di Liegi, Bruges, Gand, Delft, Marsiglia, Colonia, Lubecca... Erano comunità di donne che intendevano vivere in piena indipendenza sia dalle famiglie di origine che dagli uomini, laici o di Chiesa. Le donne vennero chiamate "beghine", e gli uomini "begardi".


Né matrimonio né convento

Nell'ospizio di Liegi, il primo a essere istituito si ritirarono molte vedove delle crociate: donne destinate a risposarsi per volontà delle potenti famiglie, per la maggior parte dei casi, poiché non era ammissibile che una donna vivesse sola e indipendente. Queste case comunitarie di donne unite dalla stessa fede religiosa divennero un'alternativa al matrimonio e al convento. Col tempo le case si raccolsero attorno a una chiesa e occuparono un quartiere, molto spesso cintato, che veniva indicato come "la corte delle beghine". Ebbi modo di visitare io stessa un quartiere di questo tipo in occasione della mia visita a Bruges. Lo potete vedere nella foto qui sopra.


L'abito, il lavoro e le guide spirituali delle beghine

In Francia, in Germania, nei Paesi Bassi, le beghine vestivano da laiche - sottana e corsetto, davanti un grembiule, in testa una cuffietta - e si mantenevano con il lavoro manuale. Non appartenevano ad alcun ordine riconosciuto dalla Chiesa - anzi, ritenevano di poter servire meglio Dio in libertà nella loro comunità femminile autonoma. Per andare a messa o confessarsi erano però costrette ad andare dal clero parrocchiale, e molte preferivano quindi assumere come guide spirituali i frati degli ordini mendicanti, francescani o domenicani.


Il braccio di ferro con la Chiesa e la società

Nei béguinage, tuttavia, non entravano donne nullatenenti, bensì coloro che appartenevano al patriziato o all'alta borghesia cittadina. Molte erano sicuramente in grado di leggere e scrivere, tanto è vero che scrivevano in volgare, come accennavo, commenti alla Bibbia, discutevano tra loro di argomenti elevati e si interessavano di teologia. Come dire, mettevano le mani sui fili dell'alta tensione. Ciò determinò un braccio di ferro con il clero nei confronti di queste donne che vivevano del loro, si professavano caste e sfuggivano alla subalternità di un marito o della Chiesa. Destavano scandalo solo per il fatto della loro indipendenza, poiché avevano trovato una via d'uscita semplice e rivoluzionaria che implicava anche la solidarietà al loro interno.


La beghina come sinonimo di ipocrita


Così, verso la metà del XIII secolo, cominciarono a essere accusate di ipocrisia, e a essere oggetto di calunnia e degli interventi disciplinari della Chiesa, che però fallivano miseramente. Il termine "beghina" aveva assunto una connotazione dispregiativa sin dal XIII secolo; nell’uso comune, infatti, si tratta di una donna che ostenta una devozione puramente esteriore e formale; una bigotta e una bacchettona.


Lo specchio delle anime semplici

Nell'intento di ridurre le beghine a più mite consiglio, si moltiplicavano i sinodi e le relazioni al Papa. E si allungava su di loro anche l'ombra dell'eresia... Fu in questo clima che, tra le autrici beghine del tempo - Beatrice di Nazareth con I sette gradi dell'amore sacro, Hadewijch beghina di Anversa e in Germania Mechtild - Margherita Porete scrisse Lo specchio delle anime semplici. Scritto verso il 1280 o 1290, il libro è strutturato come un dialogo fra tre personaggi allegorici: Amore, Anima e Ragione; tutti e tre sono personaggi femminili (l'Amore viene nominata “dama”). Nella sua opera Margherita distingue due Chiese: la grande composta dalle anime semplici, annientate in Dio, e la piccola, formata dalle gerarchie ecclesiastiche.

Afferma inoltre che, per sperimentare Dio nell'estasi, l'anima deve passare attraverso sette gradi. "Sono i gradi attraverso cui dalla valle si ascende alla sommità della montagna, tanto isolata che non vi si vede che Dio." Ma per tale scalata occorre un'Anima Libera, cui Dio ha comandato di amare. Sospinta da Amore, "la creatura abbandona se stessa e si sforza di andare al di là di tutti i consigli degli uomini, con il mortificare la natura, con lo spregiare le ricchezze, i piaceri e gli onori, al fine di adempiere la perfezione del consiglio evangelico del quale Gesù Cristo è l'esempio."

Su questa strada di imitazione, si devono moltiplicare le opere di perfezione. Quest'opera di mortificazione estrema si ritrova anche nell'esperienza di sante come Caterina da Siena (qui nell'opera Estasi di Santa Caterina di Pompeo Batoni). Cercando la sua strada di ritorno a Dio, l'Anima di Margherita si scinde dalla volontà e si annienta in Dio. L'Anima non scorge più se stessa né Dio: è pura quiete. E Dio vede se stesso in lei.

Giunta al punto di estremo approdo, l'anima si immobilizza in una sorta di fatalismo mistico, non si preoccupa più di sé; ma nemmeno si preoccupa di fare, di agire. Il punto dell'eresia è questo: l'estrema dipendenza da Dio finiva, nel suo traguardo finale, con l'esentare l'uomo dalla responsabilità delle sue azioni, anche malvagie, addossandole a Dio. Margherita non lo enunciò mai con chiarezza, ma ne pose le premesse.


Il processo e la morte di Margherita

Le poche notizie che possediamo su Marguerite Porete sono registrate nei resoconti del suo processo. Non si conosce la sua data di nascita, per esempio, ma molto probabilmente fu una beghina itinerante. Le erano stati concessi ben dieci anni per abiurare: dal 1300, anno in cui il suo libro era stato per la prima volta condannato a Valenciennes e bruciato sulla piazza. al 1308, anno in cui l'inquisitore papale e confessore del re Filippo il Bello l'aveva fatta arrestare e gettare in prigione come sospetta eretica. Nel corso del processo Margherita non ritrattò una sola parola del suo libro, e si rifiutò di prestare testimonianza di fronte all'inquisitore del papa, all'arcivescovo di Parigi e a due vescovi della sua diocesi. Scomunicata, mai implorò l'assoluzione dalla scomunica. Non credeva nell'apparato ecclesiastico e nei dottori della Chiesa. E pagò con la vita: come scrivevo sopra, andando al rogo con grande serenità e fermezza.

***
E voi avevate mai sentito parlare delle beghine? Ammirate in modo particolare qualche personaggio storico che, come Margherita Porete, pagò con la vita le sue idee?

***

Fonti testo:
  • Medioevo inquieto di Armanda Guiducci
  • Storia delle donne - Il Medioevo di Georges Duby e Michelle Perrot - a cura di Christiane Klapisch-Zuber

Fonti immagini:

  • Illustrazione di una beghina da Des dodes dantz, stampato a Lubecca nel 1489 - Wikipedia
  • Il béguinage a Bruges oggi - Wikipedia
  • Un'edizione dell'opera Lo specchio delle anime semplici
  • Estasi di Santa Caterina di Pompeo Batoni (1743)


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martedì 15 ottobre 2019

“Il giovane Karl Marx”: alle origini del comunismo


Il film Il giovane Karl Marx di Raoul Peck del 2018 si apre con la scena di una foresta. È un luogo immerso in una dimensione atemporale, attraversata com’è dai raggi del sole, che si posano sulle radure. Il silenzio è rotto soltanto dai canti degli uccelli, ma si tratta di una calma apparente. Da lì a poco, vediamo una mano che si allunga, esitando, a prendere un ramo caduto; la panoramica si allarga su un gruppo di contadini, che si curvano a raccogliere della legna dal terreno: sono uomini, donne, bambini anche piccolissimi. Sono poveri, anzi miserabili, vestiti come sono di veri e propri stracci. Si muovono in silenzio come gli animali del bosco, chinandosi nella raccolta, e ogni tanto sollevando la testa e guardandosi in giro per fiutare il pericolo.

E il pericolo arriva, sotto forma della polizia a cavallo armata di sciabole. A meno di non essere esperti in materia, non riusciamo a capire a chi appartengano quelle uniformi: la foresta è senza tempo, come ho detto, i miseri sono uguali a tutte le latitudini, e quella polizia che si scatena contro di loro è la personificazione del potere. I poveri lasciano cadere la loro legna, urlano terrorizzati, si disperdono in ogni direzione nel tentativo di mettersi in salvo, ma l'azione della polizia è inesorabile: si avventa contro di loro, li prende a sciabolate, li massacra senza pietà.

Mentre si consuma la carneficina, si ode una voce maschile fuori campo, che commenta in tono pacato: “Per raccogliere legna verde, bisogna strapparla con violenza dall’albero vivo. Al contrario, raccogliendo ramoscelli secchi non si rimuove niente del supporto originario poiché sono già separati da esso. Non offende la proprietà. Nonostante questa fondamentale differenza, voi chiamate entrambe le azioni furto, e le punite entrambe come furto. Esistono due generi di corruzione secondo Montesquieu. Il primo, quando il popolo non osserva le leggi. Il secondo, quando viene corrotto da esse. Voi le punite allo stesso modo, negando la differenza tra furto e raccolta, ma vi sbagliate a credere che sia nel vostro interesse. Il popolo vede la punizione, ma non vede il crimine. E, dal momento che non vede il crimine per il quale è punito, voi dovreste temerlo. Perché si vendicherà.” 

Non lo sappiamo ancora, ma queste profetiche parole sono state scritte da un giovane cronista della Gazzetta Renana: Karl Marx. La scelta di aprire con una scena di forte impatto, e al tempo stesso avulsa da qualsiasi connotazione temporale, ci permette di comprendere subito il filo conduttore del film. Per la precisione siamo nel 1843, come ci narra una brevissima didascalia d’ingresso. Dopo le guerre napoleoniche, l’Europa è stata ridisegnata dagli statisti e dai re del Congresso di Vienna, nel tentativo di trovare e preservare un equilibrio secondo i criteri di legittimità dei troni e delle dinastie, e assicurare un periodo duraturo di pace. L’intento non ha tenuto conto delle aspirazioni dei popoli all’autodeterminazione, come nelle zone tedesche (non si può ancora parlare di Germania, la cui unità arriverà, a pochi anni dalla nostra, nel 1870) o nella penisola italiana. L’Europa è ormai una polveriera pronta a deflagrare in quella che sarà conosciuta come “primavera dei popoli”, il 1848 (l’espressione “è successo un quarantotto” nasce da lì). Non si tratta di una questione puramente politica, ma anche di un nuovo tipo produzione: la rivoluzione industriale, iniziata a fine Settecento, ha soppiantato l’ordine mondiale, dando origine alla classe operaia.

Nel film, il giovane Karl è continuamente arrestato e messo in carcere per gli articoli che scrive. Anche a causa di questi articoli, la Gazzetta Renana è costretta a chiudere. Karl vive in modo stentato del suo lavoro di giornalista, che peraltro non viene pagato con regolarità, e lascia Colonia con la moglie Jenny, e la figlioletta malata, trasferendosi a Parigi. Egli scrive al suo editore Ruge: “Ero stanco dell'ipocrisia, della brutalità poliziesca e anche del nostro servilismo.” Tra l’altro Jenny è la figlia del barone von Westphalen, una donna coraggiosa, e forse un po’ incosciente, che ha abbandonato l’altolocata famiglia per amore di Karl. 

Friedrich Engels, invece, è il figlio di un imprenditore, e lavora malvolentieri come contabile presso la fabbrica tessile Emmen & Engels di Manchester, di cui il padre è comproprietario. Nella sua posizione, il giovane Friedrich riesce a vedere entrambi i mondi, quello degli imprenditori e quello degli operai, all’interno di una fabbrica. Rimane perciò colpito dal comportamento dell’operaia Mary Burns che chiede sia garantita la sicurezza sul lavoro dopo un incidente nel quale una compagna ha perso due dita. Mary per il suo gesto di protesta è stata licenziata in tronco, ed egli la cerca nei quartieri più poveri di Manchester dove vivono gli irlandesi, buscandosi anche un pugno in faccia da un amico della giovane. Friedrich s’innamora di Mary, ricambiato. 

Le esistenze di Karl e Friedrich sono destinate a intrecciarsi. I due uomini si incontrano a Parigi a casa di Ruge, l’editore degli Annali franco-tedeschi. Per la verità si sono già visti a Berlino, e non si sono piaciuti per nulla. Karl ritiene Friedrich il classico “figlio di papà” borioso e pieno di soldi, Friedrich considera Karl arrogante e maleducato. Anche nell’aspetto sono agli antipodi, come potete vedere nell'immagine qui a lato: Friedrich è longilineo, biondo e con gli occhi azzurri, con una barba ben curata, elegantemente vestito e con un’apparenza da damerino; Karl è una specie di orso con i capelli ricciuti eternamente scompigliati, burbero e spavaldo. 

Ma hanno già scritto articoli di rilievo, e l’uno ha letto quelli dell’altro, pur non confessandolo all’inizio del loro incontro. Friedrich ha proprio svolto uno studio degli operai di Manchester, descrivendo le loro miserabili condizioni di vita: «Questo lavoro compiuto in stanze basse, nelle quali gli operai respirano più vapore di carbone e polvere che ossigeno, e per lo più sin dall'età di sei anni, è destinato a toglier loro la forza e la gioia di vivere». L’amicizia tra i due giovani nasce come per incanto, e sarà l’inizio di un sodalizio politico e umano che durerà tutta la vita e che costituisce uno dei temi portanti del film, tra fughe dalla polizia, nottate passate a scrivere, e lunghe discussioni mentre giocano a scacchi, come potete vedere nella scena sottostante.

Il film ci presenta dunque gli anni cruciali di formazione nella vita e il pensiero di un filosofo, sociologo, giornalista e imprenditore che, piaccia o meno, rivoluzionò le categorie del pensiero ottocentesco, e quello del secolo a venire. Ha il pregio di non presentarlo in modo didascalico e di non farne un “santino” comunista, se mi perdonate il paradosso, e nemmeno di rappresentarlo in modo caricaturale (sarebbe bastato poco).

Ci presenta invece un Karl Marx inedito, nella sua piena giovinezza, rivoluzionario e, a tratti, passionale nel rapporto d’amore con la moglie, e nel ribollire di un mondo dove basta un articolo che contesta l’autorità per finire in carcere. Si tratta di un mondo dove le ingiustizie perpetrate ai danni nei più deboli sono palesi oltre che scandalose: è considerato normale che i bambini lavorino in fabbrica per turni lunghissimi e massacranti, che l’operaio sia legato alla macchina come da una catena, si venga esposti a incidenti e mutilazioni, e licenziati per dei nonnulla, non si abbia alcun genere di diritti; e contro cui lotta con tutte le sue forze in nome di un pensiero che vada oltre l’esercizio di una filosofia fine a se stessa. “Finora i filosofi non hanno fatto altri che interpretare il mondo intero; il punto è cambiarlo.” E, come dice la moglie: “Non c’è felicità senza rivolta. E spero di vedere il vecchio mondo crollare presto.” Particolare rilievo hanno i dibattiti e le assemblee, i confronti con ispiratori come Proudhon, gli scontri con Weitling della londinese Lega dei Giusti e i primi dissapori con l'anarchico Bakunin

Il giovane Karl Marx interpreta tutta la storia passata come quella di una lotta tra due classi: la borghesia e il proletariato, pensa che lo schiavo moderno sia il proletario e che la sua liberazione avrà un nome: comunismo. Non a caso il punto apicale del film è la redazione del cosiddetto Manifesto del partito comunista. La pellicola insiste sui toni del grigio delle fabbriche, del marrone delle uniformi degli operai e del nero negli abiti e negli ambienti chiusi tranne nella luminosità di un panorama sulla spiaggia di Ostenda in faccia al mare che sembra aprire un orizzonte di speranza e di sollievo per i protagonisti e la causa per la quale si battono. 

Qui di seguito vi propongo il trailer del film, nel caso vi sia venuta voglia di vederlo!



***

E voi avete visto qualche biopic che vi è piaciuto in modo particolare? O che, viceversa, avete trovato indigeribile?



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venerdì 4 ottobre 2019

“La Società delle Facce False” degli Irochesi


Rieccomi dopo questa "pausa di riflessione", che mi è servita per pensare a come organizzare un diverso calendario di pubblicazioni, cosa di cui vi ho parlato nel post precedente. Proprio per mantenere una certa assiduità e un peso specifico adeguato negli articoli, mi è venuta l'idea di usare anche dei miei appunti di Antropologia culturale per inaugurare un nuovo filone... spero gradito!

L'Antropologia è una materia davvero affascinante perché riguarda noi e i nostri sistemi sociali e culturali, che assumono una loro coerenza anche simbolica. Gli studi antropologici possono essere svolti anche dietro casa nostra, non è necessario andare in posti lontani. Anzi, penso che studiare i comportamenti antropologici di certi politici nostrani, celebri ecclesiastici, o anche dei membri della nostra famiglia possa diventare materia di intenso studio.

Cominciamo però con la popolazione degli Irochesi, presso cui visse uno dei padri nobili dell'Antropologia, Lewis H. Morgan (1818-1881). Morgan studiò in modo particolare i loro sistemi di classificazione familiare, com'è ovvio alla luce delle convinzioni tipiche della sua epoca, l'Ottocento, oggi sorpassate o rivisitate. In questa sede, però, non vi parlerò del sistema di consanguineità e affinità di Morgan, bensì della "società delle facce false". Se la si menzionasse a bruciapelo a un ascoltatore, senza offrire alcun rapporto con i nativi americani, egli penserebbe a qualche club dove i componenti siano impegnati in ipocrite attività mondane o a una consorteria politica ugualmente fasulla. L’evocativo nome di Società delle Facce False riguarda invece una delle principali società di medicina o “società sciamaniche” degli Irochesi dove si utilizzavano maschere per le cerimonie di guarigione.

Il tema della "maschera", tra l'altro, è di estremo interesse e fascino, anche a livello istintivo. Incominciando la nostra indagine dalla parola stessa, secondo il vocabolario Treccani il termine deriva da una voce preindoeuropea, masca, per indicare «fuliggine, fantasma nero», ovvero un «finto volto, di cartapesta, plastica, legno o altro materiale, riproducente lineamenti umani, animali o del tutto immaginarie generalmente fornito di fori per gli occhi e la bocca.» La maschera viene usata nei rituali magico-propiziatori di evocazione o guarigione, ma anche in guerra per spaventare i nemici o nelle rappresentazioni teatrali.

Originariamente stanziati tra gli attuali Stati Uniti e il Canada, i fieri Irochesi si riferivano a loro stessi con il nome di Haudenosaunee ovvero Popolo della Lunga Casa. Questa definizione si rifaceva alla tipica abitazione irochese consistente in una costruzione di legno la cui lunghezza poteva raggiungere fino a sessanta metri ed era in grado di ospitare diverse famiglie. Come capirete meglio più avanti, questa dimora ha una particolare importanza nell'ambito delle nostre "facce false".

Le maschere rappresentavano spiriti della foresta e venivano scolpite nel legno di un albero vivo, in base ai sogni in cui si erano rivelati determinati spiriti. Si trattava di oggetti cui si attribuivano grandi e misteriosi poteri, tanto è vero che gli Irochesi credevano che esse dovessero essere trattate con il massimo rispetto per non scatenare il pericolo racchiuso nelle effigi. Le regole rituali prescritte per la loro cura erano codificate con attenzione. Esse erano periodicamente unte con olio di girasole e veniva loro offerto del tabacco e del cibo; in loro presenza si cantava e si facevano invocazioni. Curiosamente, ci si rivolgeva loro con l’appellativo di “nonni”. 

Le maschere venivano impiegate nelle cerimonie per curare determinati ammalati che ne avessero fatto richiesta; in questo modo si cacciavano gli spiriti maligni e si purificava il malato. Qui accanto potete vedere, per l'appunto,  alcune maschere della Società delle Facce False irochesi, intagliate nel legno e intessute in foglia di mais, sospese agli alberi della foresta.

La Società teneva la sua assemblea principale in occasione della Cerimonia di Metà Inverno, durante la quale veniva eseguita la più importante cerimonia di tipo pubblico. I membri eseguivano non solo rituali per curare le malattie, ma anche per placare i tornado e i venti impetuosi o contrastare la stregoneria, allo scopo di cacciare le potenze negative del villaggio. Altri riti erano connessi al sogno avuto da un paziente, o quando un veggente aveva consigliato proprio questo tipo di cura rituale.

L’equipaggiamento consisteva nelle maschere, in una canna di legno, un sonaglio composto dal guscio di una tartaruga dove erano posti alcuni semi o sassolini, un palo, un canestro per il tabacco e poco altro. I membri erano coloro che erano stati curati durante i rituali della Società, oppure persone che avevano sognato di far parte di essa. Potevano partecipare sia uomini sia donne, sebbene le donne non potessero indossare le maschere. Coloro cui era consentito farlo erano dotati dei poteri sciamanici di maneggiare carboni ardenti senza bruciarsi; alle volte essi mettevano le mani nelle ceneri ardenti e le strofinavano sul corpo dell’ammalato scopo terapeutico.

William N. Fenton riporta nella sua opera The False Faces of the Iroquois del 1987 alcune invocazioni in lingua seneca durante l’estate del 1940 presso la Coldspring Longhouse, registrate dalla testimonianza di Henry Redeye. In una di queste vi era un’invocazione al tabacco che ne identificava la funzione di tramite, grazie a cui gli intervenuti erano in grado di mettersi in contatto con le potenze spirituali. Il fumo del tabacco, infatti, costituiva la forma più diffusa di offerta perché si pensava trasportasse le invocazioni e le richieste degli uomini fino al cospetto delle divinità. L’invocazione si rivolgeva dapprima alle Facce False riunite nella capanna delle cerimonie, dopo aver percorso il villaggio di casa in casa. Gli uomini mascherati erano comunque indicati come distinti dagli spiriti che rappresentavano; nessuno spirito esterno, cioè, si incarnava in loro possedendoli ma si trattava piuttosto di una sorta di “sacra rappresentazione”.

Riunione della Società delle Facce False nella capanna delle cerimonie.

Un’altra tradizione trascritta dall’autore negli anni ’30 nella riserva di Tonawanda racconta in forma leggendaria l’origine della cerimonia di primavera in cui le Facce False si recavano di casa in casa per scacciare le influenze maligne. In esso compare lo spirito delle maschere, il capo di tutte le Facce False che abita ai confini della terra e che porta il difficilissimo e impronunciabile nome (almeno per noi!) di Shagodyowéhgo’wa’h

Alcuni anziani irochesi avevano raccontato all’autore che vi era stata sempre la consuetudine della coabitazione di diverse famiglie in una sola casa. In quel tempo vi erano state quattro famiglie che abitavano in una sola “lunga casa” con i loro figli. Un componente si era ammalato e ben presto tutti gli abitanti della casa si erano ammalati anche loro. Una notte, qualcuno aveva scorto una presenza che scendeva dal buco praticato sul tetto per far uscire il fumo. Era colui che causava le malattie, ovvero lo Spirito della Malattia Shagodyowéhgo’wa’h, il grande senza volto-il-portatore-di-morte. Gli ammalati si erano celati la faccia con le coperte per non vederlo. Shagodyowéhgo’wa’h era andato attorno cercando di tirar via le coperte e fissare il volto degli ammalati senza riuscirci. Essi avevano sentito improvvisamente un gran frastuono esterno, cioè il rumore della Grande Faccia Falsa di legno che scuoteva il suo sonaglio e gridava in modo terrificante. Lo Spirito della Malattia si era impaurito e aveva cercato una via d’uscita dalla casa, ma la porta era bloccata dalla Grande Faccia Falsa. Un’altra Faccia Falsa lo aveva inseguito e finalmente egli era scappato da dove era entrato, cioè dal foro per il fumo. Le Facce False avevano poi scacciato la malattia nella casa e tutti gli ammalati si erano rimessi in salute. 

In primavera, dunque, quando le persone iniziano ad ammalarsi con maggiore frequenza e le epidemie a diffondersi, presso gli Irochesi era cominciata l’abitudine di andare di casa in casa indossando le maschere. Si credeva infatti che lo Spirito della Malattia si aggirasse, indugiando nelle abitazioni e producendo malattie. Le Facce False quindi avevano il compito di spaventarlo e cacciarlo via.

A mio parere queste maschere rituali possono essere considerate alla stregua di opere d’arte per forza ed espressività anche raccapricciante, esattamente come le maschere africane che tanto ispirarono Pablo Picasso per la sua rivoluzione cubista. Qui sotto ve ne propongo un paio, tratte dal Granger Historical Picture Archives:


e un altro paio di maschere tratte da altrettanti musei: sulla sinistra una maschera attualmente presso il Museo Etnico, Berlino, sulla destra una maschera appartenente al Museo d’Israele, Gerusalemme

 

Se ancora non siete contenti e ne volete vedere altre ancora più deformi e spaventose, vi rimando al sito https://www.granger.com o ai numerosi siti web dove sono proposte maschere fabbricate e vendute ai giorni nostri secondo le antiche usanze. 

***

Ebbene, che ne pensate delle facce false irochesi? Non trovate che la descrizione dello Spirito della Malattia che entra dal buco nel tetto sia degna di un racconto dell'orrore di Stephen King? 

***
Fonti per il testo:
  • Riti e misteri degli Indiani d’America – edizione Utet
  • Antropologia culturale - I temi fondamentali - Raffaello Cortina editore
Fonti immagini:
  • Irochesi - sito http://www.indigenouspeople.net/iroquois.htm
  • Maschere della Società delle Facce False irochesi nella foresta - https://www.granger.com
  • Riunione della Società delle Facce False nella capanna delle cerimonie - web
  • Maschere irochesi -  https://www.granger.com

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sabato 21 settembre 2019

Il punto della situazione: blogosfera, scrittura e concorsi...


LA BLOGOSFERA

"Il blog è morto. Lunga vita al blog." Ovvero, come si diceva un tempo, "Il re è morto, lunga vita al re" o adottando il più cinico "Morto un papa se ne fa un altro".

Ormai la blogosfera è entrata in una fase agonica e non sono certamente la prima che intavola questo discorso o ne fa l'oggetto delle sue riflessioni. Blog che aprono e chiudono dopo pochissimo tempo, o che non vengono aggiornati da mesi e mesi, per non dire anni, articoli scritti con evidente svogliatezza, senso di fatica nel mantenere l'impegno assunto, crisi dovuta anche a legittimi motivi di carattere personale, blog tenuti in vita soltanto per pubblicizzare gli ultimi lavori, lagnanze per scarsità di interesse, lettori e commenti, tentazione incipiente di chiudere, poco tempo a disposizione... Pressoché ovunque, il panorama dei commenti è questo, inutile negarlo.

Penso che, come ogni fenomeno umano, anche la "formula blog" abbia abbondantemente superato la fase entusiasta e fresca della novità, derivata dal fatto di poter aprire uno spazio individuale da personalizzare, dove pubblicare con la massima libertà e in modo del tutto gratuito. Quasi certamente ha anche toccato la sua piena maturità, un periodo che si è verificato qualche anno fa, con la massima vivacità nelle visite reciproche, la lettura di articoli ricchi e interessanti, i commenti lasciati, anche scherzosi ma sempre pertinenti, la certezza che gli articoli pubblicati fossero in qualche modo rintracciabili in rete a differenza dei social, e anche il piacere di poter conoscere un blogger in carne e ossa dopo una frequentazione virtuale.

Siamo dunque entrati, come sostenevano alcune civiltà precolombiane nei loro cicli cosmici, in una fase di declino. Nessuno sa che cosa avverrà o come si trasformerà questa porzione così particolare del web, ma è senz'altro destinata a cambiare, e forse è giusto che sia così.

Il mio blog

Il Manoscritto del Cavaliere aveva aperto i battenti nel dicembre 2012. Ecco di lato un dipinto a colori acrilici che avevo eseguito per la sua inaugurazione, ispirato al quadro "Sir Galahad" di George Frederick Watts. Nella mia illustrazione, il "cavaliere" ha sottobraccio una pergamena arrotolata ("il manoscritto").

L'esperienza nella gestione di un blog è stata entusiasmante e, col tempo, il blog stesso ha mutato pelle, migliorando sotto molti aspetti. Dopo i primi timidi post, sono diventata sempre più disinvolta, e soprattutto mi sono divertita. Ho conosciuto molti blogger in gamba, con cui mantengo rapporti di reciproca stima. Il Manoscritto del Cavaliere mi ha dato enormi soddisfazioni e ho anche vinto dei premi!

Per gli argomenti dei miei articoli, e la natura degli impegni presi di recente, però, mi trovo anch'io ad arrivare col fiato corto a ogni scadenza del sabato, e ad arrancare fino al periodo della chiusura estiva o natalizia dove posso tirare un sospiro di sollievo. Le idee non mi mancano per nulla, anzi! ma il tempo, ormai, è ridotto al lumicino e si manterrà ai minimi termini fino a quando non avrò terminato il mio percorso universitario (manca poco che porti i libri anche nella vasca da bagno!). E, purtroppo, non ho altri soci con cui condividere l'onere delle pubblicazioni.

Ho quindi preso alcune decisioni:

1. sia pure con rincrescimento, ho selezionato al massimo i blog dal mio elenco tenendo quelli che seguo con più affetto e interesse, o da maggior tempo. Trovo inutile avere un lungo elenco di blog di cui riesco a leggere poco o nulla, o a cui posso fare visite saltuarie. Ho anche depennato quei blog i cui titolari non mi hanno mai lasciato un commento in tutti questi anni, o l'hanno lasciato in circostanze del tutto eccezionali.

2. ho deciso di non mantenere la scadenza del sabato, ma di pubblicare "random". Inizialmente avevo concepito di pubblicare un articolo al mese suddiviso in due parti, o due articoli gemellari, cioè interconnessi, ma reputo che il problema per me sia proprio avere una scadenza. E la soluzione dei due post si tradurrebbe in un'altra scadenza. Capisco che la pubblicazione "random" farebbe deflettere ulteriormente visite e lettori, ma l'alternativa sarebbe quella di cessare del tutto.

Ma ora termino le mie geremiadi sul blog e passo a...


SCRITTURA E DINTORNI

Novità letterarie in arrivo!

Mi è arrivato il feedback dei primi beta-reader che durante l'estate hanno letto il manoscritto Le regine di Gerusalemme. Al di là degli inevitabili errori da correggere e di alcune integrazioni da fare, specialmente nella parte iniziale dove ho commesso una svista a causa dell'omonimia di un personaggio minore, il responso è stato entusiastico... com'è ovvio mi fa molto piacere, anche perché arriva da persone che non lesinano le critiche. Lo sto rileggendo anch'io per riportare le correzioni sul manoscritto, e poi, quando avrò il riscontro di tutti, le riporterò a video. Quindi, come annunciato in questo post, le mie ragazze, con i loro mariti e fidanzati vari, vedranno la luce preferibilmente nel mese di novembre!

In considerazione dei miei impegni, considero l'uscita di questo corposo romanzo un vero e proprio miracolo. Ormai mi sono trasformata nella scrittrice del sabato sera, ma, passo dopo passo, alla lunga questa strategia paga.

Il concorso Neri Pozza

Non nascondo che sono rimasta delusa dall'esito di questo concorso, cui avevo inviato il mio romanzo "I serpenti e la fenice" ambientato nel primissimo periodo della rivoluzione francese. Non speravo di arrivare in finale, beninteso, ma contavo di essere inserita nella rosa dei semifinalisti. Invece la risposta mai giungeva, ed è stato mio marito a leggere il verdetto sul giornale, nel mese di luglio, riportato sul sito della casa editrice. Il mio nome non compariva per nulla. Mi sembrava di aver fatto un buon lavoro, ma evidentemente non è stato abbastanza buono.

Sono diventata sempre più scettica sull'opportunità di partecipare a concorsi per quanto riguarda i romanzi (anche l'esito del concorso DeA Planeta mi aveva lasciato di stucco, peraltro). Penso che i risultati possano arrivare con dei racconti, che vengono inseriti nell'ambito di antologie o riviste in caso di vittoria, ma nel caso dei romanzi si tratta di sfondare un vero e proprio "soffitto di cristallo". Ora ho deciso di occuparmi del nascituro e poi farò un'ulteriore riflessione su questo romanzo: se pagare un editor per realizzare la sinossi con conseguente invio a case editrici, o autopubblicarlo.

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Mi piacerebbe avere la vostra opinione sugli argomenti di cui sopra, dopodiché taccio per sempre... e soprattutto metterò una pietra tombale sulla parola "concorsi".

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Fonte immagini:
  • foto iniziale: Freepik
  • foto seconda: Sir Galahad da me eseguito, da un dipinto di George Frederick Watts
  • foto terza: Pixabay 
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sabato 14 settembre 2019

Il punto della situazione: i miei esami universitari...


Buongiorno a tutti e ben trovati! Mi avevate dato per dispersa, ormai? Spero di no. Molti di voi sanno che quest'estate ho fatto un bel giro in Friuli, e ho visto posti meravigliosi sia dal punto di vista culturale che gastronomico, come la magnifica Trieste, la scenografica Udine, l'antica Aquileia... Per il resto sono rimasta a casa, ma il tempo è passato molto lentamente, e ho assaporato ogni istante con la massima tranquillità, riposandomi, leggendo, vedendo dei bei film e serie tv, e facendo delle brevi gite in Lombardia. E anche, com'è ovvio, ripassando per l'esame di Antropologia culturale che avevo programmato per il 3 settembre. Bene, direi di fare un po' il punto della situazione sugli esami universitari, argomento che mi sta molto a cuore visto l'impegno profuso, insieme al mio solito resoconto semiserio...

STORIA DELLE ISTITUZIONI POLITICHE - Nel mese di maggio ho frequentato un laboratorio universitario obbligatorio per avere 3 crediti, e ho scelto "Feminisms, Fascism, War" con una professoressa scozzese di Dundee. Come vi ho già accennato, è stata un'esperienza entusiasmante, sia per quanto ho imparato in pochi incontri, sia per l'interazione con i miei compagni. Il problema era che stavo frequentando anche il corso di storia delle Istituzioni Politiche, così mi ero trasformata in una specie di gioppino che saltava dalle aule di via Santa Sofia a via Festa del Perdono nell'intento di non perdermi nemmeno una lezione dell'ultimo Modulo C che verteva sullo stato-nazione in età moderna.

Avevo programmato l'esame di Storia delle Istituzioni Politiche per il 25 giugno ed ero molto preoccupata perché la materia non è per niente semplice in quanto è un misto di politica, diritto, filosofia. Dovevo portare tre testi, brevi ma intensi come si dice in questi casi: "Lo Stato moderno in Europa - Istituzioni e diritto" a cura di Maurizio Fioravanti, dalla copertina gialla, "Storia delle istituzioni politiche - Dall'antico regime all'era globale" a cura di Marco Meriggi e Leonida Tedoldi, dalla copertina rossa; infine, per il Modulo C "La spada e la bilancia - La giustizia penale nell'Europa moderna (secc. XVI-XVIII)" di Leonida Tedoldi. Inoltre avrei dovuto sapere tutte le slide delle lezioni e gli appunti presi furiosamente nel corso delle stesse, con grande sollazzo dei miei compagni, che però alla fine se li contendevano. Prima di ogni esame, poi, cominciano a diffondersi voci incontrollate sui vari professori e sui loro umori variabili da parte di chi ha già sostenuto l'esame. Stavo studiando da febbraio, ripassando e glossando a più non posso, con il ripasso finale delle slide nei fine settimana del mese di giugno, e sono arrivata alla vigilia dell'esame con la testa che sembrava la centrale di Chernobyl appena prima della fusione del nocciolo.

Ero sesta in ordine progressivo. Come al solito sono arrivata nell'aula con la sensazione di avere un buco al posto dello stomaco e la testa completamente vuota. Non è una posa, la mia, ma a ogni esame ho la sensazione di non sapere nulla. All'ora dell'appello sono arrivati puntuali il docente dei moduli A e B, e la docente del modulo C. Non eravamo in tanti, ma la tensione si tagliava col coltello come in un thriller (mancava soltanto la colonna sonora). Coloro che davano l'esame per nove crediti, come la sottoscritta, sarebbero stati esaminati separatamente dai due docenti. La prima esaminanda era una "non frequentante", e si è incartata subito sulla domanda a proposito dello Stato cetuale, cetual-assolutistico, di diritto e costituzionale. Mi sembrava comunque che il docente avesse un bel modo di interagire, dando degli spunti per sbloccarsi e, insomma, cercando di mettere a proprio agio. Nel frattempo osservavo la docente del Modulo C, che faceva tutto il contrario e fissava con la faccia di pietra la sfortunata vittima, senza porgere alcun aiuto, e addirittura, mentre i silenzi si prolungavano, fissandosi con interesse le unghie delle mani. Dovete sapere che questa docente era molto brava a spiegare, ma le lezioni erano totalmente frontali e senza alcuna possibilità di fare delle domande, né al termine della lezione né all'inizio della lezione successiva, cosa di cui mi sono lamentata nella valutazione della didattica.

Per fortuna mi ha chiamato lui per primo e tutta trepidante sono andata alla cattedra. Io mi ero preparata come argomento a piacere la nascita del welfare state. Invece mi ha chiesto: "Bene, cominciamo dal testo di Fioravanti... da che cosa vogliamo partire?" "Mannaggia la peppa," ho pensato, "per una volta che mi chiede l'argomento a piacere, si parte con l'altro testo." Comunque ho risposto astutamente che avremmo potuto incominciare con il primo saggio sullo Stato cetuale, cioè con l'argomento che l'altra studentessa non era riuscita a elaborare. Ho cominciato quindi a parlare di quanto vi ho accennato, inserendo anche il concetto del momento di emersione della sovranità in antico regime in rapporto a quello di abrogazione nelle Ordonnances di Luigi XIV. Il prof ha precisato meglio un paio di concetti, ma mi sembrava che andasse bene. Poi mi ha chiesto di parlare della nascita dei diritti sociali, e della Repubblica di Weimar. Siamo passati poi all'altro testo, che avevo portato e, aprendolo, ha sgranato gli occhi e ha detto: "Oooh! Quante annotazioni!" Sorridendo, mi ha detto che lui non annota nulla, e non fa nemmeno delle sottolineature. Mi ha chiesto se mi era piaciuto e io ho detto di sì, perché è chiaro che, anche se mi avesse fatto ribrezzo, avrei detto che era stupendo (alle volte i prof fanno delle domande proprio strane). Comunque mi ha chiesto lo stato totalitario nazista, e il suo tribunale politico. Infine è stata la volta degli argomenti a lezione, e lì mi ha chiesto il codice napoleonico. Quando gli ho detto del divieto di eterointegrazione, e del principio del combinato disposto, ha fatto un balzo dalla sedia verso di me e ha esclamato: "Lei è da 30!" Mi ha dato la mano e mi ha scritto il voto su un bigliettino. Era proprio raggiante, e io ero contenta... perché lui era contento!

Tuttavia ero molto intimorita perché avrei dovuto passare sotto le forche caudine dell'arpia, e sono tornata al posto con il mio prezioso biglietto. I miei compagni mi guardavano sorridendo, poiché durante l'esame avevano fatto il tifo per me. Da lì a poco mi chiama lei. Vado con il terzo libro, che ero pentitissima di aver scelto perché è molto complicato e ricco di dettagli sulla giustizia penale di antico regime, ma ormai era tardi per avere rimpianti. Mi chiede, sempre con la faccia di pietra, il sistema inquisitorio, al che parlo di accusatorio e inquisitorio per completezza; poi mi chiede il funzionamento del Tribunale dell'Inquisizione Romana. Quindi mi chiede di spiegare che cos'è la "common law". Infine prende il libro e lo sfoglia, alla ricerca di argomenti per beccarmi in castagna. Io stavo sudando freddo. Va in fondo al libro e mi chiede di spiegare la nascita del sistema carcerario, al che tiro un sospiro di sollievo perché lo sapevo bene. Ho pensato poi che volesse vedere se avevo studiato tutto il libro, chiedendo l'argomento in fondo, cosa che peraltro mi è già capitata una volta. Ho parlato senza problemi, partendo dalle workhouse inglesi ai tempi di Elisabetta I. Alla fine mi ha detto, delusa: "Le confermo il 30," e io ho pensato: "Brava, niente scherzi, sorella," e siamo andate a firmare. Urrah! Un'altra tacca sul mio fucile.


ANTROPOLOGIA CULTURALE - Anche questo esame è andato molto bene, ma è proprio vero che ogni esame è un caso a parte e che l'università è il regno dell'imprevisto. Antropologia, comunque, è una materia affascinante che ti schiude molto gli orizzonti. Era la prima volta che la studiavo in maniera così approfondita, su testi come "Antropologia culturale - I temi fondamentali" a cura di Stefano Allovio, Luca Ciabarri, Gaetano Mangiameli, "Contro natura - Una lettera al papa" di Francesco Remotti, che consiglierei vivamente a Salvini&Company. Dovevo anche portare, come non frequentante, cinque saggi tratti da "Dialoghi con i non umani" a cura di Emanuele Fabiano e Gaetano Mangiameli e, per i nove crediti, avevo scelto "Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande" di Edward Evans-Pritchard, un classicone. Come potete immaginarvi, anche qui stavo studiando da mesi e mesi.
Il giorno dell'esame mi sono recata alla sede preposta con il mio solito vagone di libri. Continuavo a riguardare una parte del primo libro che proprio non mi entrava in testa e che verteva su concetti filosofici di Percezione/Conoscenza. Anche in questo caso mi ero preparata un argomento a piacere, cioè "La diversità linguistica", dato che le lingue sono il campo in cui lavoro. Per il resto ero abbastanza tranquilla, anche se... il mio obiettivo era quello di prendere un voto alto (vi spiegherò poi perché) ... . Il docente è arrivato in ritardo, ma si è scusato. Il problema era che era solo soletto, e noi eravamo un esercito. Ha fatto il chilometrico appello e, molto flemmatico, ha cominciato a fare i calcoli per ripartirci su tre giornate, e preparare l'elenco, mentre noi spiavamo ogni suo movimento con ansia crescente. Ogni tanto si interrompeva perché gli veniva in mente qualcosa da comunicarci, e noi rosolavamo sulla graticola. La preparazione dell'elenco da affiggere fuori dall'aula ha richiesto altro tempo, con lacerazioni rituali di scotch tra i denti. Alla fine è uscito per appendere l'elenco e poi è rientrato che erano quasi le undici (erano trascorse due ore dall'orario ufficiale dell'appello). Noi pensavamo che stesse per cominciare, invece ha messo la sua roba nello zaino e ha fatto per uscire. Fissando le nostre facce allibite, ha detto: "Dopo torno, non preoccupatevi!" A momenti ci si scioglieva la faccia per l'ansia... Nell'attesa, mi sono messa a chiacchierare con altre tre studentesse, scambiandoci le relative impressioni (anche loro erano non frequentanti e venivano da altre facoltà) e notizie sui vari docenti. Infine, deo gratias, il prof è rientrato e ha cominciato a interrogare, e ci siamo accorti che era di manica larga.

Quando mi ha chiamato, ero la terza in ordine progressivo. Sono andata verso la cattedra, mi sono seduta. Mi ha guardato e mi ha chiesto, con simpatia, a che facoltà ero iscritta e se era il primo esame di antropologia. Ho avuto l'impressione, a mente fredda, che indirizzasse il tiro delle domande sulla facoltà, infatti al primo studente, iscritto a filosofia, ha chiesto proprio il capitolo su percezione/conoscenza. Mi ha fissato e... rullo di tamburi... mi ha chiesto la parte sulla globalizzazione, con i contributi di due autori. Ho cominciato quindi a parlare della storia dello zucchero del primo autore, che sapevo bene perché l'avevo studiata in storia moderna e storia economica, e poi del concetto di globalizzazione del secondo. Ho parlato per un bel pezzo, poi mi ha chiesto che cosa avevo scelto nel testo "Dialoghi con i non umani" e mi ha chiesto il testo sui cambiamenti climatici visti con gli occhi dei Q'eros nel Perù. Alla fine mi ha detto, sempre sorridendo, che non serviva interrogarmi sugli altri due testi, e mi ha dato 30. Phew!! E ora vi spiego perché era necessario che prendessi un voto alto...


STORIA ECONOMICA - ... Infatti veniamo alle dolenti note: ho avuto un intoppo su questo esame, come se me lo sentissi. Si trattava di un esame a computer a risposte multiple: 40 domande in 75 minuti. Avevo studiato tantissimo come al solito, sottolineando e glossando il ciclopico libro "Potere e ricchezza - Una storia economica del mondo" di Ronald Findlay, Kevin H. O'Rourke e il più snello "L'economia italiana nell'età della globalizzazione" di Vera Zamagni. Mi ero fatta delle mappe delle rotte commerciali nell'epoca del mercantilismo, schemi e tabelle, un glossario con i termini di storia economica, studiato le maggiori teorie economiche su un libro di mio figlio. Insomma, un delirio.

Il problema è che l'esame, sostenuto il 15 luglio, si è rivelato di tipo nozionistico-mnemonico sulla maggior parte dei quesiti: la scelta di %, come "Indicate il calo del PIL tedesco in Germania nel 1929" (?), oppure "Indicate la % di crescita dell'immigrazione in Italia dal dopoguerra ai giorni nostri" (??), o ancora "Scegliete la % di aumento del trasporto aereo dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra" (???), oppure di date molto precise.  Ora, io sapevo i concetti, e grossomodo gli eventi, ma indicare una percentuale con uno scarto di cinque punti no. Inoltre capisco che ci possano essere esami che vanno meno bene, ma ritengo che un esame fatto così non abbia alcun senso, perché non verte sulla comprensione, ma sulla memorizzazione di numeri. Infatti è stata un'ecatombe generale con la metà di respinti e con voti in generale molto bassi, come le volte precedenti. Io ho preso soltanto 22 e, dopo aver fatto un sondaggio tra amici e parenti, e una riflessione personale, ho rifiutato il voto. Mio marito mi ha fatto un mazzo quadrato, perché sosteneva che mi conveniva accettare e andare avanti, ma a questo punto ne facevo una questione di principio.

Stavo meditando di gettare la spugna e cambiare proprio materia, quando un mio compagno mi ha detto: "Ma perché non provi a ridarlo a dicembre? Fai un ripasso di un paio di giorni, magari ti va meglio."  Ora, a dicembre ho di meglio da fare nella vita e quindi mi sono detta: o adesso o mai più, e quindi ho ripreso in mano i libri dopo l'esame di Antropologia. Vi assicuro che, nei giorni scorsi, mi veniva la nausea nello sfogliare, per l'ennesima volta, i grafici sull'impennata nel commercio dei chiodi di garofano, il gold standard o le banche universali tedesche. Ho ridato l'esame proprio lo scorso giovedì. In attesa di entrare nell'aula ho fatto due chiacchiere con alcuni ragazzi che, sconfortati, stavano ripetendo l'esame da non so quante volte, e si lamentavano anche loro dei voti bassi. Qualcuno ha scritto al professore facendo presente che l'alto numero di bocciati e i voti bassi non deponevano in favore di come era strutturato l'esame. Mi pare proprio che abbia fatto orecchie da mercante (ahahahah, ho fatto una battuta!), perché c'erano di nuovo le percentuali e le date. Mi sembra, però, che sia andata un po' meglio. Tuttavia una cosa è certa: se il voto è di nuovo basso, o peggio, rifiuto ancora il voto e cambio la materia in storia delle Dottrine Politiche, anche se è tostissimo.  Il voto di Antropologia è stata una dimostrazione che ho ragione, infatti ho ridato questo esame di storia economica in gran segreto, perché, se rifiuto di nuovo il voto, mi tocca un altro mazzo quadrato... ! Quindi acqua in bocca, mi raccomando! ;)

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Bene, che ne pensate? In questo momento sono esattamente a metà del mio percorso universitario, con 90 crediti e 12 esami affrontati. La prossima volta invece vi racconterò qualcosa del mio stato dell'arte su scrittura, concorsi e su questo blog.

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Fonte immagini:
  • Foto iniziale: Pixabay
  • Re Enrico II di Francia che cura gli scrofolosi (miniatura del XVI secolo)
  • Edward Curtis photo of a Kwakwaka'wakw potlatch with dancers and singers
  • Firma ufficiale dei Trattati di Roma, nella sala degli Orazi e Curiazi del Palazzo dei Conservatori sul Campidoglio di Roma, 1957 
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sabato 27 luglio 2019

"Tramontata è la luna" nella Grecia di Saffo


La pagina bianca di René Magritte (1967)

Tramontata è la luna
E le Pleiadi a mezzo della notte;
anche la giovinezza già dilegua,
e ora nel mio letto resto sola.

Scuote l’anima mia Eros,
come vento sul monte
che irrompe entro le querce;
e scioglie le membra e le agita,
dolce amara indomabile belva.

Ma a me non ape, non miele;
e soffro e desidero.


Saffo (630 a.C. circa - 570 a.C. circa) è stata una poetessa greca antica. Nella sua produzione si possono sostanzialmente distinguere due tipi di liriche: quella corale, caratterizzata da un rapporto professionale tra il poeta e un committente, normalmente celebrativa, e quella intimista. La lirica di Saffo rientra nella melica monodica (ossia canto a solo), dove la poetessa esprime le proprie emozioni a divinità o ad altri esseri umani. La poetessa offre un'immagine semplice ma appassionata dei sentimenti dell'io lirico, dove l'amore ha un ruolo da protagonista con tutta una serie di riflessioni psicologiche e in cui il ricordo e l'analisi delle emozioni passate ne suscita nuove altrettanto forti. 






Fonte immagini:
  • "La pagina bianca" di René Magritte (1967)
  • Ritratto femminile, detto “Saffo”. Copia romana da originale greco dell'età classica. Musei capitolini di Roma.
Fonte testo:
  • "Tramontata è la luna" da "Lirici greci" di Edizioni Corrente (1940), traduzione di Salvatore Quasimodo
  • Wikipedia per la biografia

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sabato 20 luglio 2019

... per uno spettacolo teatrale magico


Rieccomi con il seguito del primo post, che potete trovare qui. Era la prima volta che il mio Diavolo usciva da quel di Trezzo sull'Adda, ed è stato davvero emozionante assistere allo spettacolo nel cortile cinquecentesco del castello, dotato di un bellissimo porticato e di una scalinata. Si è atteso che calasse il buio, quindi lo spettacolo è iniziato una mezz'ora più tardi. Inutile dirvi che ero in fibrillazione anche perché il pubblico era numerosissimo, e ogni volta è "come la prima volta".

Gli attori della compagnia di TeatrOK sono stati bravissimi, e in modo particolare il primattore, ovvero Dave Coal, che ha superato se stesso: era come se lo spirito di Bernabò si fosse impadronito di lui, per quanto era naturale e fluido nella parte. Tutto è stato perfetto, e anche due piccoli incidenti in scena sono stati agevolmente gestiti. Le luci si sono accese e sono variate di colore al momento giusto, e la musica era fluida e senza intoppi.

Come vi dicevo, la rappresentazione si è svolta all'aperto, e a un certo punto, verso la fine del dramma, si è levato un vento tempestoso. Ha scompigliato i mantelli e le ciocche, e fatto tremare le fiammelle del candelabro, e oscillare lo stemma con il biscione visconteo le cui borchie brillavano, colpite dalla luce delle fiammelle. Era come un effetto speciale o, meglio, come se messere in persona volesse esprimere la sua soddisfazione per la rappresentazione di cui era protagonista.

Eccovi alcune foto che pubblico qui, insieme con il passaggio tratto dal copione, anche per conservarle su questo blog fintanto che avrà vita. Sulla mia pagina Fb potete invece trovare un video preparato da TeatrOK con le immagini salienti sottolineate dalla bellissima musica.


Bernabò Visconti: Nessuno avrebbe osato far proprio il simbolo del diavolo. Solo noi Visconti potevamo. Noi, che siamo la sua progenie, dove il parente ammazza il parente, come i serpenti che si azzannano tra loro, a morte, nelle loro tane oscure.


Voce fuori campo:
Biscia nimica di ragione umana,
che 'l verno, quando l'altre stan sotterra,
tu vai mordendo e faccendo guerra,
mancata t'è la tua speranza vana!


Primo legato papale: Spero che avrà rispetto dell’abito che indossiamo. Siamo inviati del Papa.
Secondo legato: Sapete che quell’uomo non ha rispetto per nessuno, e che si diverte soprattutto a tormentare i preti. Diede ordine di legare un ambasciatore di sua Santità a una graticola a forma di botte, e lo fece bruciare lentamente tra atroci tormenti.


Bernabò Visconti: Allora? Sposerai mia figlia Caterina sì o no? T’avviso, tra poco il veleno comincerà a fare effetto, sentirai atroci dolori e comincerai a emettere schiuma dalla bocca. E allora sarà troppo tardi anche per reggere una penna!

Maffiolo: Mio signore, fu la ragazza a provocarmi. Mi passava davanti, mi sorrideva e con una scusa si appartava con me. Mi seguì senza opporre resistenza, e fu lei stessa a concedersi…
Ambrogiola: Bugiardo!



Giovannola: Abbiate pietà! Sono ormai sette mesi che Bernarda è rinchiusa nella rocca di Porta Nuova, e tenuta a pane e acqua. È ridotta a uno scheletro, non sopravvivrà a lungo.
Bernabò Visconti: Non potevo passar sopra a una cosa del genere. Ho fatto la cosa giusta. Le mie donne devono comportarsi come principesse, dalla prima fino all’ultima. Non potevo nemmeno farla giustiziare, era pur sempre una Visconti.



Bernabò Visconti: Tu… tu, figlia mia, sei già qui... da me… No, no!

L'astrologo di corte: Mio signore, è giunto vostro nipote Gian Galeazzo, conte di Virtù e signore di Pavia. Egli sta viaggiando verso il santuario del Sacro Monte di Varese con un seguito per compiervi un pio pellegrinaggio. Ha mandato a riferire, qui alla Ca’ di Can, che sarebbe lieto di salutarvi, dopodiché proseguirà il cammino.


Gian Galeazzo: Io, Gian Galeazzo Visconti, rendo noto con la presente lettera a voi, nobili signori d’Europa, che mi sono visto costretto ad arrestare mio zio Bernabò e tutta la sua stirpe. Da tempo, infatti, egli intesse losche trame, congiurando per la nostra morte continuamente e in molti modi

Bernabò Visconti: E la mia stirpe sta per essere sradicata dalla terra, come nell’anatema che mi lanciò quel frate, cui feci inghiottire la bolla di scomunica: “Per tutto questo Dio alla fine ti distruggerà, e strapperà te e le tue radici dalla terra dei viventi.”

Gli attori escono per ricevere i meritati applausi! 
Alla prossima: a Trezzo sull'Adda l'8 e il 9 settembre!



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Il castello di Pagazzano: un ambiente eccezionale...


Il 13 luglio, giorno in cui si è svolta la rappresentazione del mio spettacolo Il Diavolo nella Torre  al castello di Pagazzano, è stata una giornata memorabile sotto tutti i punti di vista, a cominciare dal tempo che ci ha graziato sia durante la visita  sia durante lo spettacolo.

In quest'occasione ho avuto modo di incontrare alcune persone che conoscevo tramite Fb a causa di comuni passioni storiche: Angie DalessioStefania Zilioli Susi Gabellini. Sono giunti anche degli amici per vedere, o rivedere, la rappresentazione. Insomma, è sempre un piacere interagire con le persone in carne e ossa, ascoltare il timbro della loro voce e incrociarne lo sguardo! Come lo scorso anno, c'era anche il banchetto della Meravigli Edizioni con romanzi, saggi e altre pubblicazioni sulla nostra regione, con la gentilissima Elena Lanterio che a fine serata mi ha regalato l'ultimo romanzo di Luigi Barnaba Frigoli, "Il morso del basilisco".

Vorrei suddividere quindi il tutto: la presentazione del castello di Pagazzano in un primo post, con alcune notizie e curiosità tratte sia da Wikipedia che dal sito del castello. Farà poi seguito quello dedicato allo spettacolo vero e proprio.


Il castello di Pagazzano 

Non avevo mai avuto modo di visitare questo castello in provincia di Bergamo, assai ben conservato e munito di un fossato ancora colmo d'acqua. Come prima cosa, dunque, abbiamo partecipato alla visita guidata a cura dei volontari del gruppo "Civiltà contadina". Sono stati molto cortesi e ci hanno suddiviso in due gruppi, in considerazione del fatto che avremmo dovuto salire una stretta rampa di scale a chiocciola all'interno del mastio.

La necessità di un castello difensivo in questa zona era dovuta alla forte instabilità politica nell'età medievale del borgo di Pagazzano e di tutta la pianura centrale bergamasca: dapprima assegnato ai conti di Bergamo nell'XI secolo, passò a Milano dopo la pace di Costanza con l'imperatore Federico Barbarossa, unitamente agli altri castelli della Gera d'Adda. Il dominio nella città milanese venne esercitato prima dai Torriani e, dopo numerose lotte, dai Visconti, quindi questo luogo cadeva proprio, ehm, a fagiolo per allestirvi lo spettacolo di Bernabò. Mmm, ho fatto una battuta che probabilmente messere non sta gradendo molto...

Comunque furono proprio i Visconti ad edificare il nuovo castello durante la reggenza di Giovanni, alla morte del quale (1354) subentrò Bernabò Visconti. A quel periodo risale una lapide che, posta all'interno del maniero, ricorda un ricevimento (forse il primo nella nuova struttura) in onore di Filippo Borromeo avvenuto nell'anno 1355. La tradizione vuole inoltre che nelle stanze dell'edificio dimorò per qualche tempo il poeta Francesco Petrarca nel 1359, ospite di Bernabò che amava ospitare il fior fiore degli artisti e degli eruditi dell'epoca.

Curiosità sul Diavolo

A Bernabò il Diavolo, di cui conosciamo ormai vita, morte e miracoli, si fanno risalire storie più efferate tramandate oralmente. Vi racconto dunque una vicenda, macabra com'è nel suo stile, tratta dal sito del castello.

Si narra di alcuni contadini di Pagazzano che dovevano portare della legna a Bergamo. Forti della protezione del loro signore, contavano di non avere ostacoli al loro passaggio e ai gabellieri che intimavano loro di pagare la tassa, risposero che Bernabò Visconti non doveva pagare alcuna gabella. I soldati presero in giro i contadini dicendo che non conoscevano alcuna autorità né di "Bernabò" "né di Bernaaca." Come potete immaginare, mai risposta fu più sbagliata.

Ritornati a Pagazzano, i contadini raccontarono l'accaduto al loro signore, che invitò al castello i gabellieri e organizzò un lauto banchetto. Li fece poi arrestare e condurre nel vicino torchio per essere stritolati. Pare che chiedesse loro con sarcasmo se in quel preciso momento riuscissero finalmente a capire la differenza che intercorreva tra Bernabò e Bernaaca. Ad ogni risposta sbagliata Bernabò ordinava: "Ancora una taca" (riferendosi ad un giro della vite che regolava l’abbassamento della trave del torchio). In effetti all'interno del castello c'è un grande torchio, ma è di molto posteriore e... meglio non approfondire troppo!

L'era di Gian Galeazzo

Dopo la morte di Bernabò Visconti, il potere passò nelle mani del nipote Gian Galeazzo, colui che lo aveva fatto arrestare e deporre, che nel 1386 donò i possedimenti di Pagazzano alla moglie Caterina. Ricordo che la stessa Caterina era la cugina di Gian Galeazzo, essendo la figlia di Bernabò. Il castello andò nelle mani dei Suardi e successivamente di Bertolino Zamboni.


La contesa con la Serenissima

Il successivo insediamento di Filippo Maria Visconti, l'ultimo della famiglia,  portò nuovamente il castello alla famiglia cremonese degli Zamboni, che ne mantennero il possesso fino al 1428, anno in cui i territori vennero acquisiti dalla Repubblica di Venezia. Cominciò un periodo di fortissima instabilità, con la zona contesa da Milano e Venezia: in quegli anni il maniero venne affidato prima a Sagramoro, appartenente al ramo di Brignano dei Visconti, e poi a Francesco de'Isacchi di Treviglio

Nel 1447, con l'instaurazione a Milano della Repubblica Ambrosiana, la Gera d'Adda passò nuovamente alla Serenissima, e il castello di Pagazzano venne nuovamente assegnato al ramo brignanese dei Visconti. Questa famiglia mantenne il controllo dell'edificio anche quando, con la costruzione del fosso bergamasco e la definitiva stabilizzazione dei confini, Pagazzano ritornò sotto l'influenza di Milano. Insomma, era una specie di tira e molla...

Dal 1465 all'arciprete Galeazzo...
La stabilità, sancita da un atto notarile che, datato 1465, confermava il pieno possesso dello stabile a Sagramoro II Visconti, portò il castello ad una serie di interventi di ammodernamento: venne ampliato sia il fossato che il perimetro di cinta, la cui parte esterna venne rivestita in laterizio, a cui furono aggiunte quattro torri agli angoli.

Nel 1551 il castello di Pagazzano passò a Galeazzo Visconti, arciprete del paese. Questi, che desiderava stare comodo come tutti i preti di alto lignaggio, attuò una serie di modifiche che lo avvicinarono a una dimora signorile: nel lato sud vennero distrutte le due torri e tutta la merlatura, mentre il lato nord (quello rivolto verso il confine con la Repubblica di Venezia) venne lasciato integro nelle sue funzioni difensive.

... fino ai giorni nostri
Nel 1657 morì senza eredi l'ultimo dei discendenti del ramo brignanese dei Visconti, dopodiché il castello passò alla famiglia milanese dei Bigli. Questi compirono ulteriori opere di rimodernamento, tra cui la costruzione di un loggiato e di una scalinata a ventaglio, nonché numerose decorazioni. Nel 1828 la marchesa Fulvia Bigli lasciò il castello in eredità al marchese Paolo Crivelli, appartenente al casato del marito, la cui famiglia utilizzò la struttura come azienda agricola, mantenendone la proprietà fino al 1968.
Da allora vi subentrarono altri proprietari fino a quando, nel 1999, il castello venne acquistato dal comune di Pagazzano. Et voilà!

***
Prima di chiudere questo primo post, vi invito a leggere anche l'articolo che è comparso su "L'Eco di Bergamo" per pubblicizzare l'evento in tutti i suoi aspetti: siamo diventati davvero internazionali!

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sabato 13 luglio 2019

Viaggio multimodale attorno a me stessa - Da un post di Marco Lazzara


Tra un esame universitario e l'altro, anche quest'anno partecipo molto volentieri all'iniziativa di Marco Lazzara dei Viaggi multimodali. Stavolta si tratta di identificare il tema del viaggio fuori da se stessi, anziché dentro. Si tratta di momenti che si sono rivelati cruciali per la propria formazione, come si evince dal suo post che potete trovare qui. I temi sono comunque sempre quelli dell'Arte, della Letteratura, del Cinema e della Musica.


Arte: Il Battistero di San Giovanni a Firenze

Il viaggio mi è stato sempre congeniale, e spesso l'ho associato con l'arte. Cioè con la Bellezza. Ho sempre desiderato viaggiare per visitare i luoghi d'arte e ho sempre dovuto mordere il freno, perché i miei genitori non avevano grandi possibilità economiche. I primi viaggi sono state le gite scolastiche alla scuola media, ma non li considero perché di quel segmento scolastico ho pessimi ricordi (frequentavo una scuola gestita dalle suore angeliche, che di angelico avevano ben poco...).

Preferisco invece parlarvi del mio primo, vero incontro con l'arte. Ero riuscita a convincere i miei genitori a partecipare a un viaggio organizzato che avrebbe toccato i principali punti della Toscana. Quando vidi la cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze, rimasi a bocca aperta: era come una visione angelica. Stentavo a credere che potesse esistere qualcosa di così bello al mondo, e anche l'interno mi abbagliò.

Ma non era finita, perché passammo a visitare il Battistero di San Giovanni con le meravigliose porte bronzee, e la porta del paradiso del Ghiberti. Infine, la folgorazione finale, cioè l'interno con gli splendidi mosaici... di cui potete vedere, qui, il Cristo Giudice dell'abside. Fui colta dalla sindrome di Stendhal, che ancora adesso non mi è passata!


Letteratura: Il Corsaro Nero di Emilio Salgari

Per me i viaggi in letteratura hanno assunto la forma dei romanzi d'avventura di Emilio Salgari, e che viaggi! Più che altro si potrebbe parlare di avventure, inseguimenti, duelli, imboscate... Gli spostamenti sono padroni assoluti nella produzione di Emilio Salgari, che in realtà si mosse molto poco dalla sua Torino.

Con questi romanzi ho avuto la possibilità di "viaggiare", almeno con la fantasia. Ho partecipato agli arrembaggi insieme ai pirati della Malesia, ho combattuto durante l'assedio di Famagosta, sono fuggita in mezzo alle stragi delle Filippine e, non da ultimo, ho veleggiato sulla Folgore del Corsaro Nero.

A mio campione, eleggo quindi Il Corsaro Nero come uno dei romanzi più rappresentativi. Nel romanzo, al capitolo XXII "La savana tremante", c'è una scena di inseguimento mozzafiato in mezzo alla foresta, di cui riporto un passo:

Lasciarono il cadavere del coguaro e si rimisero in cammino attraverso la sconfinata foresta, riprendendo la faticosa manovra del taglio delle liane e delle radici che impedivano loro il passo.
Si erano allora impegnati in mezzo ad un terreno imbevuto di acqua, dove gli alberi più piccoli avevano acquistate dimensioni enormi. Pareva che camminassero su di una spugna immensa, perché colla sola pressione dei piedi schizzavano fuori, da centomila pori invisibili, dei getti d’acqua.
Forse in mezzo alla foresta si nascondeva qualche savana e chissà, forse qualcuno di quei bacini traditori, chiamati savane tremanti, col fondo costituito di sabbie mobili, che inghiottono qualunque essere osi affrontarle.


Oggi la prosa di Salgari può far sorridere, ma all'epoca era come una miccia che dava fuoco alle polveri, per riprendere un altro elemento tipico delle sue ambientazioni. Inoltre, non si tratta soltanto di un viaggio geografico, quello che il protagonista compie e fa compiere al lettore, perché questo personaggio romantico deve evolvere dall'idea della vendetta contro il duca Van Gould, al perdono e alla pace interiore. Il tutto passa attraverso "il dono del diavolo", come lo chiama lui stesso, ovvero l'amore inaspettato per la figlia di Van Gould...


Cinema: Blade Runner di Ridley Scott (1982)

Avevo diciotto anni quando vidi questo film al cinema, e posso dire che ha rivoluzionato il mio sguardo... perlomeno quello cinematografico. E mi ha fatto compiere un vero e proprio viaggio, aprendo un passaggio spazio-temporale. Mi ero recata a un cinema nel centro di Milano, in compagnia di un'amica. Ricordo ancora la posizione della sala che oggi non esiste più, mi sembra che si chiamasse Anteo e si trovava a metà di corso Vittorio Emanuele. In sala non c'erano moltissime persone: come sapranno i cultori di Blade Runner, il film non decollò subito e fu accolto dalla critica con grande perplessità.

Per me e la mia amica fu una visione sconvolgente, e non solo per gli effetti speciali perché eravamo già abituate con Guerre Stellari, ma perché era qualcosa di assolutamente innovativo da tutti i punti di vista. Ricordo che uscimmo dalla sala senza dire una parola, in quanto eravamo frastornate e occorreva del tempo per raccogliere i pensieri su un'opera gigantesca. Concordammo comunque che il personaggio del replicante Roy Batty faceva mordere la polvere al povero Rick Deckard.

Da quel momento in poi, Blade Runner ha mantenuto saldamente la prima posizione nella classifica dei miei film preferiti, ed è stato da me rivisto innumerevoli volte. La considero un'opera perfetta e completa: contiene la fantascienza, la filosofia, la storia d'amore, la detective story, il tema dell'ambiente, la ricerca delle origini e del proprio creatore, l'essere umano e quello artificiale... Di recente, come regalo ho ricevuto il cofanetto con le versioni cinematografiche, interviste agli attori, ai produttori, agli sceneggiatori e al regista, servizi sulla lavorazione del film, backstage, scene tagliate, curiosità di ogni tipo. Inutile dirvi che ho visto tutto avidamente.


Musica: Bomba o non bomba di Antonello Venditti (1978)

Correva l'anno 1978 quando Antonello Venditti cantava Bomba o non bomba, noi arriveremo a Roma. All'epoca avevo quindici anni e si era in pieno periodo delle Brigate Rosse con attentati, rapimenti e gambizzazioni. Nel testo di il cantautore romano cita il collega e amico Francesco De Gregori, con il quale aveva debuttato con il disco Theorius Campus. Il brano infatti ripercorre metaforicamente il cammino e gli incontri fatti dai due cantautori per raggiungere il successo, rappresentato da Roma come meta finale. Quindi le bombe dei terroristi c'entrano poco, ma io facevo questo tipo di associazioni.

Per quanto mi riguarda questa canzone è particolarmente legata al tema del viaggio per alcuni buoni motivi: per andare a scuola prendevo un paio di mezzi pubblici - la metropolitana linea rossa e poi, in via Ludovico Ariosto, il tram che mi portava in corso Sempione a poca distanza dal mio liceo - e quindi era un piccolo viaggio quotidiano. Si usciva di casa e non si aveva la sicurezza di rientrare illesi, però: una volta ero passata in una strada e poco tempo dopo c'era stata una sparatoria. A dirvi la verità non ero molto preoccupata, perché vivevo il periodo con l'incoscienza dell'età.

In secondo luogo la canzone parla di un viaggio per arrivare a Roma, che sono riuscita a vedere molto più tardi.



... e con questo omaggio a Roma mi raccordo con il tema dell'Arte e chiudo questo post che mi ha fatto ricordare alcuni momenti salienti della mia giovinezza.

Approfitto per comunicare che il mio primo esame universitario, Storia delle Istituzioni Politiche, mi ha fruttato un bel 30. Inutile dirvi che sono molto contenta. ^_^ Ora devo affrontare Storia Economica, di cui ho capito poco e che spero semplicemente di superare.

***

Fonti immagini: Wikipedia

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una trilogia di romanzi ambientati nel periodo della Rivoluzione Francese, ed è in corso la revisione del romanzo "Le regine di Gerusalemme". Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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