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Affresco a Santa Maria Novella, Firenze - secolo XIV.

VITA DI TRINCEA

Prima Guerra Mondiale (1914-1918).

sabato 18 maggio 2019

"L'animo del malvagio è impervio all'alfabeto di Dio": i malvagi in letteratura / 1


Il titolo di questo post contiene una bella frase di Carlo Dossi, scrittore, politico e diplomatico italiano, e introduce l'argomento dei malvagi: il mysterium iniquitatis, ovvero il mistero del male, qui per fortuna soltanto in letteratura.

Mentre nella vita quotidiana cerchiamo di tenerci ben lontani da loro, le cosiddette anime nere svolgono una parte cruciale nei romanzi o nei racconti, perlomeno quelli fortemente connotati dalla trama. Fateci caso: se in un romanzo manca il personaggio negativo, o più personaggi negativi, oppure esce di scena troppo presto, la storia si affloscia, diventa noiosa e arranca. I cattivi sono il vero carburante della macchina-romanzo e, in un certo senso, la pietra scartata dai costruttori che diventa testata d'angolo.  Non a caso si parla spesso di "cattivi che amerete odiare".

Ogni storia memorabile ha il suo cattivo che si rispetti, senza il quale lo scopo delle altre esistenze, persino quella dell'eroe che deve affrontarli, diventa ben poca cosa. Quale potrebbe essere il significato esistenziale dell'ineffabile dottor Van Helsing senza un Dracula cui dare la caccia? Probabilmente si trasformerebbe in un entomologo intento a classificare le farfalle e ogni tanto sorseggerebbe un goccetto. E che cosa scoprirebbe mai il dottor Jekyll senza  Mr Hyde annidato dentro di lui? I suoi esperimenti perderebbero di qualsiasi senso, perché non ci sarebbe nessun lato oscuro da svelare.

Amo i personaggi malvagi, ma devono essere complessi, sorprendenti e connotati da una perfidia raffinata. I cattivi a tutto tondo e senza sfumature - alla Trono di Spade per intenderci - non mi interessano. Ci sono tanti personaggi malvagi in letteratura tanti quanti sono i libri in circolazione e, per stilare la mia personale classifica, suddividerò i miei magnifici in alcuni post separati per dare a ciascuno il giusto spazio (idealmente vorrei scriverne tre per un totale di nove cattivi). Non sono in ordine di negatività, ma disposti in modo del tutto casuale, e accompagnati dalla scelta di un film o un cartone animato o fumetto che li ha rappresentati.

Vediamo se vi piacciono le mie prime tre proposte!


1. Long John Silver in L'isola del tesoro: il fascino del pirata

La storia che vede come protagonista il pirata Long John Silver è notissima: Jim Hawkins è un ragazzo di 14 anni che vive con la madre in una taverna, "Ammiraglio Benbow", affacciata sul mare in un villaggio nei pressi di Bristol. Per una serie di circostanze seguite alla morte di un vecchio pirata, Jim entra in possesso del suo baule dove rinviene una mappa che lo condurrà all'isola dove è nascosto un favoloso tesoro. Parte insieme al dottore e al signor Trelawney, a bordo dell'Hispaniola e dopo aver arruolato l'equipaggio. A bordo c'è Long John Silver in qualità di cuoco di bordo e con l'intenzione, insieme con gran parte dell'equipaggio, tutto composto da ex-pirati come lui, di impadronirsi del tesoro.

Long John è privo di una gamba e si muove con l'aiuto di una stampella, ma, nonostante la sua menomazione, è abile e temibilissimo e sa difendersi molto bene. Ha un pappagallo appollaiato sulla spalla.Si tratta  un personaggio che ha sempre suscitato in me una simpatia fortissima, non soltanto perché lo definisco "a cipolla", nel senso che si svela a poco a poco nel corso della narrazione, ma perché ha un lato paterno innegabile. Infatti fa da mentore al piccolo Jim Hawkins, orfano di padre, e questo rapporto connota fortemente tutte le vicende che intercorrono tra l'uomo e ragazzino. Long John Silver è un crudele e simpatico cialtrone, ma ha comunque alcune indubbie qualità... che ha perduto per la strada! Si tratta del classico cattivo che cade sempre in piedi e riesce a cavarsela anche nelle situazioni dove sta per avere la peggio. Ecco una scena nella cucina della nave (Jim è la voce narrante in prima persona).

L’equipaggio intero lo rispettava e l’obbediva. Per ciascuno di loro aveva una speciale maniera di parlare e render servigi. A me non si stancava di prodigar cortesie; e godeva di di vedermi nella cucina, che teneva pulita come uno specchio, coi rilucenti piatti appesi al muro, e, in un canto, dentro una gabbia, il suo pappagallo.
«Vieni qua, Hawkins», diceva, «a fare una chiacchieratina con John. Nessuno è più benvenuto di te, piccolo mio. Siedi, e ascolta le nuove. Ecco qui il capitano Flint — chiamo così il mio pappagallo in memoria del famoso filibustiere — ecco qui il capitano Flint che predice buona fortuna al nostro viaggio. Non è vero, capitano?»
E il pappagallo a gridare a perdifiato: «Pezzi da otto! Pezzi da otto!», finché John non gli gettava il fazzoletto sopra la gabbia.


Il cartone animato: Il pianeta del tesoro (2002)
Nel 2002 è stato realizzato questo originale cartone animato dove il romanzo viene trasposto in forma fantascientifica. In questa versione John Silver è un cyborg (metà biologico e metà macchina): ha una gamba meccanica, un braccio meccanico mille usi (come un coltellino svizzero molto elaborato) e una parte della testa (un occhio meccanico che può fungere da mirino e raggio x, ed un orecchio cibernetico) ed è a capo della banda dei pirati del film. In questo cartone animato è particolarmente evidente il rapporto padre-figlio tra Silver e Jim, a caccia del Bottino dei Mille Mondi di Flint.


2. Steerforth in David Copperfield: il seduttore per antonomasia


James Steerforth è un personaggio insolito nell'economia delle opere di Dickens, e per questo tanto più interessante. C'è una forte caratterizzazione sociale ed economica nei personaggi dell'autore, ma il comportamento di questo eroe al negativo - quasi l'opposto di David Copperfield - è anomalo in quanto sembra porsi fuori dagli schemi della sua classe sociale. I due si incontrano a Salem House, e Steerforth, essendo di qualche anno maggiore di David, lo difende dalle prepotenze di un gruppo di ragazzi finendo con il diventarne una sorta di fratello maggiore. La cosa si evince bene in questo passaggio.

Ma la cosa più straordinaria che sentii del signor Creakle fu che vi era nel collegio un ragazzo sul quale non aveva mai osato alzare la mano e che quel ragazzo era J. Steerforth. Lo stesso Steerforth lo confermò  quando se ne venne a prlare, dicendo che gli sarebbe piaciuto vederglielo tentare. Richiesto da un ragazzino timido (che non ero io) su come si sarebbe comportato se lui avesse tentato di farlo, Steerforth intinse uno stecchino nella sua scatola di fosforo per illuminare la sua risposta e dichiarò che, tanto per cominciare, lo avrebbe sbattuto a terra colpendolo in fronte con la bottiglia d'inchiostro da sette scellini e sei pence che era sempre sulla mensola del camino. Noi restammo acquattati nell'ombra per qualche momento, senza respiro.

Steerforth è ricco dalla nascita, bello, affascinante, libertino, cinico e sportivo. Dunque anche lui è dotato di eccelse qualità, che sperpera nella più totale indifferenza. Si tratta del seduttore per antonomasia, che esercita il suo fascino di "bello e dannato" su coloro che lo attorniano, incluso il suo creatore. Seduce e abbandona Emily senza neanche fare un plissé, ma producendo una serie di catastrofi a raffica. Oltre all'estrema seduttività del personaggio, occorre sottolineare anche l'eleganza di ogni sua azione, persino nel compiere il male. Steerforth è un eroe romantico, anche se volto al negativo: una sorta di Lucifero vittoriano.


La mini-serie TV: David Copperfield (1999)

Ci sono moltissime trasposizioni cinematografiche di questo capolavoro letterario, ricordo la mini-serie TV del 1999 con un Daniel Radcliffe (sì, l'attore che ha interpretato Harry Potter) nel ruolo del piccolo David, e la grande Maggie Smith.  Qui James Steerforth è interpretato con grande charme da Oliver Milburn.


3. Annie Wilkes in Misery: la fan psicopatica


Eccola, l'ammiratrice che nessun scrittore sano di mente vorrebbe incontrare. Sì, perché a essere poco sana di mente è lei, Annie Wilkes, l'incubo su due gambe contenuto nel romanzo Misery di Stephen King. La storia è molto semplice, e nella semplicità sta la sua grandezza: Annie salva lo scrittore Paul Sheldon dopo che questi ha subito un incidente in un tormenta di neve e lo porta nella sua baita di montagna. Inizialmente Paul crede di essere al sicuro, sebbene isolato, poiché Annie ha mille premure nei suoi riguardi. Non appena la donna scopre che Paul ha intenzione di far morire il suo personaggio preferito al termine del suo ultimo romanzo, cioè l'eroina Misery, il suo comportamento cambia radicalmente. Ecco un assaggio della reazione di Annie nell'apprendere che la sua eroina è morta.

Ma invece di lacrimare di addolorata esultanza, come sarebbe stato giusto aspettarsi, quando Misery era spirata dando alla luce il figlio che, presumibilmente Ian e Geoffrey avrebbero cresciuto insieme, era furibonda.
"Non può essere morta!" gli strillò in faccia Annie Wilkes. Stringeva e apriva i pugni sempre più concitatamente. "Misery Chastain non può essere morta!"
"Annie... Annie, non è il caso..."

 In realtà Annie soffre di gravissime turbe psichiche, ed è solo l'inizio di un lunghissimo incubo per lo sventurato scrittore. La donna tiene segregato Paul, tagliando i suoi contatti con il resto del mondo, e sottoponendolo ad una serie di torture fisiche e mentali sempre più crudeli e inaudite pur di convincerlo a gettar via il manoscritto del nuovo romanzo e per convincerlo a riprendere la scrittura della serie sulla sua eroina preferita...

Il film: Misery non deve morire (1990) 

Non si può non menzionare questo film diretto da Rob Reiner. Per l'interpretazione della psicopatica Annie Wilkes, Kathy Bates ha vinto sia l'Oscar, sia il Golden Globe, ed è stata inserita dall'American Film Institute al 17º posto nella classifica dei 50 migliori "cattivi" del cinema statunitense. Eccola nel fotogramma in un momento di particolare buonumore, e armata di un grosso martello. Vabbeh, chiudo qui il post perché cominciano i brividi... ho letto sia il libro che visto il film, e mi sono venuti gli incubi anche dopo aver letto il romanzo.

***

Che cosa pensate dei personaggi cattivi in letteratura? Quali sono i vostri preferiti? Magari ci sono già in questo post oppure li troverete nel prossimo! 

***

Fonti testi:
  • Wikipedia per le trame
  • L'isola del tesoro di Robert Louis Stevenson - traduzione dall'inglese di Angiolo Novaro
  • David Copperfield di Charles Dickens - Garzanti
  • Misery di Stephen King - Sperling & Kupfer

Fonti immagini, Wikipedia:

  • Pablo Picasso, Ritratto di Ambroise Vollard, 1909-1910, olio su tela, cm 92 x 65. Mosca, Museo Puškin
  • Jim, Long John Silver and his Parrot by en:w:N. C. Wyeth from 1911 edition of en:Treasure Island
  • Steerforth a character in Charles Dickens' David Copperfield di Frank Reynolds
  • Cover of Misery, by Stephen King. Published by Viking Press
  • Kathy Bates in the film

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sabato 11 maggio 2019

Il Caffè della Rivoluzione: La cieca schiavitù / 40





La schiavitù ha una storia antica, ma è solo nel XVIII secolo che il traffico di esseri umani raggiunge il suo culmine. Questa rubrica non ha l'autorità o lo spazio necessari per condurre un'ampia disanima sulla schiavitù, ma vorrei comunque proporvi un raccordo tra il passato e le forme che la schiavitù ha assunto ai giorni nostri e a poca distanza da casa.

Per farlo è necessario compiere un passo indietro e ricordare quale fu il prodotto di piantagione che, sin da subito, aveva alimentato in misura impressionante la tratta di milioni di esseri umani dall'Africa alle Americhe nonché la cosiddetta "economia di piantagione", come viene definita dagli studi di storia economica. Non si tratta delle piantagioni di cotone che tanta parte hanno nei film hollywoodiani e nel nostro immaginario collettivo, ma di un prodotto che arrivava sulle tavole dei consumatori europei, un vero must, inducendo una forma di dipendenza gustativa e che diventa alla portata di tutte le tasche: lo zucchero.


I primi laboratori per la sperimentazione dell'economia schiavile vengono allestiti dai portoghesi in seguito ai primi viaggi di esplorazione, e nello specifico dopo l'occupazione di Ceuta (1415), sul versante africano dello stretto di Gibilterra, la presa di possesso delle isole atlantiche di Madeira (1419) e, a metà del secolo, delle Azzorre e di quelle di Capo Verde e São Tomé al largo della costa africana. L'esplorazione portoghese si conclude alla fine del secolo quando viene oltrepassato il Capo di Buona Speranza.

Dapprima interessati soltanto all'oro, all'avorio e pepe, i portoghesi compiono un salto di qualità con l'introduzione della produzione di canna da zucchero nelle isole dell'Atlantico, dove sviluppano compiutamente l'economia di piantagione. Si tratta di un'unità economica diretta dal proprietario della terra e degli schiavi, fondata sulle monoculture (all'inizio di canna da zucchero, appunto, poi di tabacco, caffè, cacao, cotone). In particolare proprio la produzione di canna da zucchero prevede sia il lavoro agricolo, sia quello manifatturiero: si necessita infatti della presenza di una manodopera numerosa e robusta, e di un'attività ininterrotta e stremante. La pianta ha un ingombro notevole e deve essere trasformata sul posto attraverso l'estrazione del succo e l'eliminazione dell'acqua al fine di produrre melassa e zucchero cristallizzato.

La Spagna si muove per prima in direzione dell'America e, dopo aver occupato Hispaniola, in pochi decenni gli spagnoli estendono il loro dominio territoriale nei Caraibi (Cuba e Portorico) e poi nell'America centrale e meridionale con la conseguente distruzione di civiltà millenarie. L'importazione dei primi schiavi in America è da collegare con l'avvio della produzione di canna da zucchero, a Hispaniola nel 1517  e altre aree, tra cui Cuba. Successiva è la politica del Portogallo: al loro arrivo in Brasile, i portoghesi istituiscono basi mercantili lungo le coste con compiti di difesa militare e colonizzazione. per organizzare anche loro l'economia di piantagione di canna da zucchero. L'introduzione della coltura come, ad esempio, Bahia e Pernambuco, fa del Brasile il primo grande esportatore di zucchero in Europa nel Cinquecento.

Nel 1575, l'agronomo francese Olivier de Serres osserva che un ortaggio comunissimo e ampiamente coltivato, prevalentemente a uso foraggio, la barbabietola (Beta vulgaris), se cotto produce uno sciroppo simile a quello della canna da zucchero, molto dolce. L'osservazione rimane tuttavia lettera morta e lo zucchero di canna rimane l'unico disponibile ancora per molto tempo. Nel giro di un secolo, tra il 1640 e il 1750, il consumo della sostanza triplica incentivando il fenomeno della tratta degli schiavi dall'Africa, catturati e deportati per lavorare nelle piantagioni.

Considerando l'ampio coinvolgimento nella tratta degli schiavi da parte delle potenze europee (nel Settecento le colonie caraibiche inglesi e francesi furono portanti centri dell'economia mondiale), il commercio rimane estremamente lucroso. E gli europei, come scrivevo sopra, impazziscono per lo zucchero. Nasce un fiorente traffico d'importazione, che rende il prodotto, per quanto di lusso, più comune. Questo dà una spinta notevole all'arte culinaria, permettendo la nascita della pasticceria europea come arte autonoma, anche grazie al connubio di zucchero con cacao, con latte e con caffè. Qui sopra potete vedere The Old Plantation, un quadro del 1790 che ritrae alcuni schiavi in una piantagione.

Dovete immaginarvi, quindi, la vista dello zucchero sulle tavole come una vera festa. Le rivoluzioni del 1789, fra Parigi e Santo Domingo, portano poi alla liberazione degli schiavi nelle colonie francesi... ma di questo vi parlerò in un altro post perché molto attinente all'argomento di questa rubrica. La domanda di fondo è se gli europei fossero consapevoli che quell'alimento tanto dolce era prodotto dalla fatica e dallo sfruttamento di tanti esseri umani che venivano rapiti o venduti e trasportati sulle navi negriere come bestiame, trattati peggio degli animali, spesso torturati e uccisi.

C'è un parallelismo con la situazione odierna, dove a volte consumiamo degli alimenti, come i pomodori, e spesso sospettiamo che possano provenire da coltivazioni dove nel nostro Meridione braccianti spesso africani (ma non solo) abitano in baracche fatiscenti, prive dei servizi più elementari, lavorano sotto il sole per pochi euro e vengono sfruttati esattamente come nel passato. Non sono venduti, ma poco ci manca: ho visto dei reportage dove c'erano dei punti di ritrovo con qualcosa di simile alla compravendita. Le stragi ripetute dei braccianti nel foggiano nell'agosto 2018 hanno riproposto in maniera drammatica le condizioni terribili nell'esistenza di queste persone, senza speranza alcuna di miglioramento.


Mi pongo il problema, ma non so come risolverlo, perché non è sufficiente conoscere la provenienza del prodotto per capire se la raccolta è stata fatta rispettando i diritti elementari degli esseri umani. Lo stesso discorso si potrebbe fare per i capi di vestiario, o gli oggetti tecnologici da cui tanto dipendiamo e che provengono da fabbriche lontanissime, o assemblati nei loro componenti, in un mondo sempre più globalizzato e privo di diritti. In passato ho attuato forme di boicottaggio dei prodotti di note aziende come la Nestlé ad esempio, perché sugli organi di stampa erano emerse situazioni di sfruttamento e perseguimento del profitto a discapito di fasce sociali deboli.

Non sono discorsi da radical-chic. Al di là di un elementare senso di giustizia, bisogna sempre pensare che oggi tocca a loro e domani a noi, o ai nostri giovani... o forse sta già accadendo.

***

Vi ponete a volte delle domande sulla provenienza di ciò che consumate oppure vi è capitato di attuare forme di boicottaggio di alimenti?


***
Fonte testo:
La schiavitù in età moderna di Patrizia Delpiano
Wikipedia per il passaggio sulla barbabietola da zucchero

Fonte immagini:
Wikipedia per le immagini storiche
© ANSA per le fotografie dei braccianti 


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sabato 4 maggio 2019

Il fascino indiscreto del segnalibro


The maid had found a handkerchief of hers, under the bed in which she had died. A ring had been missing turned up in his own writing desk. A tradesman arrived with fabric she had ordered three weeks ago. Each day, some further evidenze of a task half-finished, a scheme incomplete. He found a novel, with her place marked.
And this is it.
In questo toccante passaggio tratto dal romanzo A place of greater safety di Hilary Mantel, ambientato al tempo della Rivoluzione francese, l'uomo e la donna sono Danton e la sua prima moglie, Gabrielle, morta di parto nel 1793. Costellano il passaggio alcuni oggetti di uso quotidiano, come il fazzoletto sotto il letto, l'anello rinvenuto nello scrittoio di lui, un tessuto ordinato e consegnato dal commerciante. E, in fondo a questo elenco che traccia il passaggio di Gabrielle in casa, come fossero impronte delicate, ecco il tocco magistrale dell'autrice: un libro con la pagina contrassegnata. Il segnalibro non è esplicitamente menzionato, ma c'è. Gabrielle ha interrotto la lettura. And this is it. La morte è come una lama che cade e ci strappa le persone, lasciando a volte il rimpianto per non averle trattate con riguardo, come in questo caso.

Il segnalibro arriva last but not least in questo passaggio ed ecco proposto l'oggetto familiare a più lettori, senz'altro utile e spesso bello visivamente, al punto da diventare elemento da collezione. Un soldatino che spunta dalle pagine e fa la guardia, avanzando insieme a noi man mano che si procede nella lettura. Vi si rinuncia soltanto quando si possiede una bella memoria, che traballa specialmente con l'abitudine di leggere più libri in contemporanea. Non occorre adoperare segnalibri di particolare pregio, alle volte è sufficiente usare una cartolina, un fiore o una foglia secca come nella fotografia sopra. In alcuni vecchi testi il segnalibro era incorporato alla pagina: era un cordoncino o una fettuccia cuciti nel dorso che si poteva spostare a piacimento. Le agende hanno ancora questo tipo di segnalibro. L'alternativa al segnalibro è l'orripilante operazione di "fare l'orecchio" alla pagina, e persino negli e-reader c'è la possibilità di inserire digitalmente la famosa piegatura ad angolo della pagina cui siamo arrivati.

Già, ma quando nasce il segnalibro? La data indicata da più parti è il 1584, anno in cui lo stampatore Christopher Barker presenta alla regina Elisabetta I d'Inghilterra un libro in cui aveva cucito all'interno un nastro di seta. In realtà il segnalibro risulta in uso molto prima della nascita della stampa. Ad esempio, nel Dictionnaire Historique de la Langue Française di Le Robert, si legge che già nel 1377 semplici nastri venivano utilizzati a tale scopo all'interno dei libri da Messa.




Nel dipinto Madonna del cancelliere Rolin (1433-1434) di Jan van Eyck, conservata al Museo del Louvre, che potete vedere qui sopra, si vede appunto il cancelliere del duca di Borgogna Filippo il Buono, inginocchiato, che ha davanti a sé un libro dalle cui pagine sporge una sorta di bottone, che è evidentemente la punta di un segnalibro. Ho messo anche il particolare del dipinto dove si può vedere meglio.

Nel dipinto San Girolamo nello studio (1521) di Albrecht Dürer l'artista usa un vecchio di novantatré anni come modello. Anche qui compaiono dei segnalibri a cordoncino nello studio del santo, che ha l'aria malinconica. Nel quadro di Giuseppe Arcimboldo, dipinto nel 1566 e intitolato Il Bibliotecario, dai libri disposti in senso orizzontale escono diverse strisce di raso grigio perla. Eccolo qui sotto.

Nel Seicento il segnalibro entra sempre più nell'uso ma continua a essere soltanto un nastro fissato alla rilegatura del volume. Bisogna aspettare il secolo XIX perché divenga autonomo (e quindi utilizzabile per più libri).

In Italia, il segnalibro si diffonde in particolare nell'epoca Liberty, dove bellissime immagini femminili, spesso realizzate da celebri artisti dell'epoca, come ad esempio Alphonse Mucha, figurano su cartoncini corredati o meno di nastro di raso. Col tempo i segnalibri diventano anche un veicolo pubblicitario come nelle famose figurine Liebig o ai segnalibri, celebri negli anni Venti-Trenta, della fabbrica di cioccolato Perugina.

L'idea di confezionare il segnalibro per uno dei miei romanzi è nata però dall'articolo sul blog di Nadia Banaudi su come promuovere il proprio libro, dove viene intervistata Roberta Dieci, autrice del romanzo "I sogni non fanno rumore". Invogliata dalle sue proposte, lo scorso anno ho voluto confezionare anch'io un segnalibro per il mio romanzo Il Pittore degli Angeli, per cui ho un affetto speciale, servendomi di una copisteria. L'idea era quella di regalarlo in occasione di una delle repliche dello spettacolo Il Diavolo nella Torre, dato che, contrariamente a quello che si pensa, angeli e diavoli sono molto attratti gli uni dagli altri. A mio parere, il segnalibro è un oggetto che di solito "rimane",  a differenza del volantino che la maggior parte delle persone mette nella carta da macero o nella pila degli inevasi.

La realizzazione dell'oggetto si è rivelata più difficoltosa del previsto. Sono partita da alcuni modelli che mi piacevano, con un dettaglio della copertina italiana su un lato, e un dettaglio di quella inglese sull'altro. Molto più faticoso è stato pensare a che cosa scrivere, dato che lo spazio è assai ridotto. Anziché un estratto della quarta, ho pensato a frasi slogan che potessero sintetizzare dove e quando fosse ambientato il romanzo, quale fosse l'argomento e, al tempo stesso, incuriosire senza fare  troppe anticipazioni. Ci credete che ho sudato sette camicie per ricavare questa specie di distillato? Ecco il risultato:

Venezia, 1560
La bramosia di un artista.
Un amore struggente.
La luce degli angeli.

Una mia amica ha obiettato che la parola 'angeli' era già contenuta del titolo, e quindi era una ripetizione, ma è stata una ripetizione voluta perché volevo sottolineare l'importanza degli angeli e anche chiudere il tutto con un'idea di circolarità. Ecco il risultato finale, dopo ben cinque giri di bozze nemmeno se si fosse trattato di Guerra e Pace: un segnalibro in carta plastificata con un dettaglio delle copertine, scritte ben visibili e alcune informazioni essenziali: oltre il nome dell'autore e il titolo, il fatto che sia disponibile su Amazon e la mia mail.


Non penso che la mia iniziativa promozionale abbia avuto grande riscontro in termini di vendite o visibilità, ma mi sono divertita molto nel realizzare questo oggetto che posso sempre riproporre in altre occasioni. E non è escluso che realizzi qualcosa di simile anche per i romanzi del ciclo crociato, magari optando per un segnalibro non plastificato in modo da aumentare la tiratura e spendere meno.

***

E voi che cosa usate per tenere il segno in un libro? Avete mai pensato di realizzare un vostro segnalibro oppure di confezionare dei gadget a scopo promozionale?

***

Fonte testo: 
A place of greater safety di Hilary Mantel, Penguin Books
Wikipedia per la storia del segnalibro

Fonte immagini: 
Pixabay per immagine iniziale
Wikipedia

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sabato 27 aprile 2019

I Wu Ming e la scrittura in un collettivo


Soffro di antipatie letterarie immotivate, e sono consapevole che si tratta di un pregiudizio, che probabilmente mi ha evitato di leggere opere meritorie. Ma sono anche pronta a riconoscere quando ho commesso un clamoroso errore, oltre che a cospargermi il capo di cenere, ed è questo il caso del romanzo storico L'armata dei sonnambuli di Wu Ming, un collettivo di scrittori bolognesi attivo dalla fine del XX secolo, come leggo nella loro biografia sulla quarta di copertina.
Ma andiamo con ordine, perché la carne al fuoco è tanta.

Il romanzo ha ormai qualche anno di vita, essendo stato pubblicato nel 2014. La prima a parlarmene fu Clementina Sanguanini, essendo a piena conoscenza della mia passione per la Rivoluzione francese. "Hai letto il romanzo? Si tratta del lavoro di un collettivo di scrittori ed è ambientato al tempo del Terrore." "No, ma mi hai incuriosito!"

Qualche tempo dopo entro in una libreria e prendo in mano il romanzo. Leggo l'incipit e non mi piace, dato che verte sul disgusto di uno dei protagonisti per le forme dei nasi appartenenti alla cosiddetta plebaglia di Parigi. Vado avanti e m'imbatto in un capitolo che sembra scritto da un veneto ubriaco che parla in dialetto, con tutto il mio affetto per i veneti. Oltretutto mi chiedo, irritata, come mai un collettivo di scrittori italiani abbia scelto uno pseudonimo cinese - il nome del gruppo significa "Senza nome". Non mi piace neanche la copertina.

Decido che il libro non mi interessa. Lo segno comunque nel mio famoso quadernino dei libri consigliati o che hanno attirato la mia attenzione, come ho spiegato in questo post sui misteriosi percorsi dei libri e le affinità elettive. Nel frattempo, il romanzo diventa un caso editoriale con vendite vertiginose, e io penso malignamente che c'è di mezzo lo zampino del principe delle tenebre, ovvero la solita ondata di acquisti compulsivi sulla base di una moda.

Ma L'armata dei sonnambuli è destinata a ritornarmi tra i piedi, come un incontro scritto a caratteri  d'oro nel volume del destino. Di recente, come sapete, ho inviato il mio romanzo sulla Rivoluzione francese per il concorso Neri Pozza; e, parlando con un amico del mio romanzo, di punto in bianco mi chiede: "Ma hai letto L'armata dei sonnambuli? Leggilo, perché secondo me ti potrebbe piacere molto." "Alé," penso, "eccolo di nuovo. A questo punto deporrò le armi e mi metterò a leggere il romanzo dei nasi deformi e del veneto ubriaco." In effetti, se digitate Rivoluzione francese+romanzo, uno dei primi titoli che viene fuori è questo, seguito a ruota da Tempi glaciali di Fred Vargas, su cui avrei parecchio da dire, o meglio da ridire.

E ora dovete immaginarmi alle prese con il romanzo, di cui vi fornisco qui di seguito la quarta:
1794. Parigi ha solo notti senza luna. Marat, Robespierre e Saint- Just sono morti, ma c’è chi giura di averli visti all’ospedale di Bicêtre. Un uomo in maschera si aggira sui tetti: è l’Ammazzaincredibili, eroe dei quartieri popolari, difensore della plebe rivoluzionaria, ieri temuta e oggi umiliata, schiacciata da un nuovo potere. Dicono che sia un italiano. Orde di uomini bizzarri riempiono le strade, scritte enigmatiche compaiono sui muri e una forza invisibile condiziona i destini, in città e nei remoti boschi dell’Alvernia. Qualcuno la chiama «fluido», qualcun altro Volontà. Guarda, figliolo: un giorno tutta questa controrivoluzione sarà tua. Ma è meglio cominciare dall’inizio. Anzi: dal giorno in cui Luigi Capeto incontrò Madama Ghigliottina.

La prima scena è ambientata dunque il giorno in cui il re Luigi XVI viene condotto al patibolo, e quindi siamo al 21 gennaio 1793. Un misterioso individuo, appartenente a una congrega di monarchici, mette in atto un disperato tentativo per liberare il re mentre la carrozza lo porta al suo destino...

... e da lì in poi, magia. La magia che ti afferra e che ti trascina in un romanzo quando è appassionante ed emozionante, con una serie di personaggi che partono, come in una gara di corsa apparentemente distanti l'uno dall'altro, in linee narrative che li condurranno in un abbraccio mortale e sveleranno l'arcano alla base della vicenda. Ricerca storica approfondita, personaggi algidi o strampalati, ambientazioni formidabili e curatissime nel dettaglio, uno stile sontuoso e aderentissimo all'epoca, in una narrazione condotta con grande maestria (unica nota di dissenso, una scelta sul finale non del tutto condivisibile).

Del romanzo in sé, però, preferisco parlarvi in un post separato.

In questa sede vorrei parlare dell'idea di scrivere in un collettivo in senso generale e nello specifico traggo alcune informazioni sui Wu Ming da Wikipedia. In cinese "wu ming" significa appunto "senza nome" oppure "cinque nomi" a seconda di come viene pronunciata la prima sillaba. Il nome d'arte è inteso tanto come tributo alla dissidenza ("Wu Ming" è un modo di firmarsi frequente presso i cittadini cinesi che chiedono democrazia e libertà di parola) quanto come rifiuto dei meccanismi che trasformano lo scrittore in divo. Il collettivo Wu Ming organizza comunque tour di presentazioni, reading musicali e incontri con i lettori e i suoi membri appaiono spesso in pubblico. Quindi si tratta di un anonimato relativo, dato che sono note le identità di questi scrittori bolognesi, riportati anche sul loro stesso sito ufficiale.

Dal 2000 alla primavera del 2008, la formazione ha compreso:
  • Roberto Bui (Wu Ming 1)
  • Giovanni Cattabriga (Wu Ming 2)
  • Luca Di Meo (Wu Ming 3)
  • Federico Guglielmi (Wu Ming 4)
  • Riccardo Pedrini (Wu Ming 5).
Il 16 settembre 2008 il gruppo ha annunciato l'uscita di Luca Di Meo dal collettivo, avvenuta nella primavera precedente. Il 15 febbraio 2016 il collettivo annuncia l'uscita di Riccardo Pedrini, non esente da polemiche e accuse reciproche.

Logo di Wu Ming dal 2001 alla primavera del 2008,
quando dal quintetto è uscito Luca Di Meo (Wu Ming 3).
L'immagine è stata rimossa dal sito del collettivo nel 2008
I Wu Ming continuano a rifiutare di essere immortalati in servizi fotografici, hanno come politica quella di non apparire in video e non hanno mai accettato inviti a trasmissioni televisive. Nemmeno sul loro sito ufficiale sono disponibili immagini dei loro volti volendo comparire soltanto di persona, in carne e ossa. Il gruppo ha riassunto questa impostazione nel motto: "Trasparenti verso i lettori, opachi verso i media".

Converrete con me che questa scelta, in un periodo in cui l'editoria è diventata apparenza e non sostanza, tra presentazioni narcisistiche, dichiarazioni megalomani e inviti reiterati in tv, fa comunque riflettere. Mi piacerebbe anche conoscere quale metodo di scrittura abbiano usato per scrivere un'opera come L'armata dei sonnambuli, ma non so se la mia curiosità verrà mai soddisfatta. Io credo che occorra un forte centro coordinatore tra diverse sensibilità narrative, in modo da poterle armonizzare, e, magari sbagliando, mi sono fatta l'idea che a ognuno sia affidata una delle linee narrative descritte sopra con un progetto comunque ben concepito e strutturato fin dall'inizio.

Ah, sì, e il veneto ubriaco? Bella trovata, che ho interpretato come la voce più autentica dei bassifondi e del popolo di Parigi.

***

Concludo la mia riflessione chiedendovi: avete letto questo romanzo? E, soprattutto, vi piacerebbe scrivere nell'ambito di un collettivo e accettando un certo grado di anonimato?

***

Fonte immagini: Wikipedia 


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sabato 20 aprile 2019

L'omaggio di Mandel'štam a Notre Dame


La riviera di Montebello e l'abside di Notre-Dame di Émile Harrouart, 1860 circa

Dove un giudice romano sanciva gli stranieri
sta una basilica e, felice e primeva
come un tempo Adamo, distende i nervi,
gioca con i muscoli la leggera volta a croce.
Ma tradisce dall’esterno il suo progetto nascosto:
qui la forza elastica degli archi si premurò
che la massa possente non demolisse le pareti
e l’ariete della volta insolente se ne stesse buono.
Labirinto delle forze naturali, incredibile foresta,
abisso razionale dell’anima gotica, potenza
dell’Egitto e ritrosia cristiana, quercia
con il giunco accanto e, sempre re, il filo a piombo.
Ma, fortezza Notre Dame, con quanta più attenzione
io studiavo le tue costole imponenti,
tanto più spesso pensavo: dal peso cattivo
un giorno anch’io il Bello creerò.


Osip Ėmil'evič Mandel'štam (1891-1938) è stato un poeta, letterato e saggista russo. Esponente di spicco dell'Acmeismo e vittima delle Grandi purghe staliniane «è stato uno dei grandi poeti del XX secolo». Nel 1911 aderì alla "Gilda dei poeti". Intorno a questo gruppo si sviluppò il movimento letterario dell'Acmeismo nato come reazione al Simbolismo: Mandel'štam fu, nel 1913 tra gli autori del manifesto della corrente, pubblicato solo nel 1919. Nello stesso anno pubblicò la sua prima raccolta di poesie, La pietra. Del 1922 è la sua seconda raccolta, Tristia.

In seguito si dedicò principalmente a saggistica, critica letteraria, memorie (Il rumore del tempo e Fedosia, entrambe del 1925), e brevi testi in prosa (Il francobollo egiziano, 1928). Condannato ai lavori forzati nel 1938, fu trasferito nell'estremità orientale della Siberia dove morì. Il suo ricordo fu per lungo tempo conservato clandestinamente dalla moglie, che aveva imparato a memoria numerosi testi poetici del marito.

***

Fonte immagini: Wikipedia
Fonte testo: La pietra, Il Saggiatore, Milano 2014

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sabato 13 aprile 2019

Il dolce aprile tra concorsi e citazioni


Aprile si sta rivelando come al solito dolce e nutriente, e non a caso è il mese più importante di sempre. Da tempo immemorabile è stato un mese cruciale, nel bene e nel male, e per rendergli debito omaggio mi servo dell'immagine contenuta ne Le Très Riches Heures du Duc de Berry, un codice miniato del 1412-16 circa, capolavoro dei Fratelli Limbourg e della pittura franco-fiamminga del XV secolo.

Il riferimento alla Francia non è casuale. Ho inaugurato il mese inviando finalmente il mio romanzo sulla Rivoluzione francese, intitolato I serpenti e la Fenice, per partecipare al concorso di Neri Pozza, e di recente mi è ritornata indietro la tanto sospirata ricevuta della raccomandata.

Non credo molto nei concorsi, ma ho deciso di dare un'opportunità a questo libro e, mal che vada, è senz'altro pronto per l'autopubblicazione o altre riflessioni. Tra i motivi di speranza, c'è il fatto che la casa editrice Neri Pozza ha una validissima collana di romanzi storici e biografie, e una giuria attenta al genere. La scadenza è il 15 maggio e, se avete intenzione di partecipare anche voi, potete trovare tutti i dettagli al seguente link.

I serpenti e la Fenice  è un romanzo che, guarda caso, iniziai a scrivere nel mese di aprile di tre anni fa, e che avevo mandato in lettura a una editor che mi ha consigliato di partecipare al concorso. Una volta conclusi i miei terrificanti esami universitari di gennaio, e dopo che si è arrestato il mio turbine lavorativo, ho potuto finalmente riprendere in mano il manoscritto. Ho voluto rileggere il romanzo con la modalità della lettura a voce alta, che non avevo mai sperimentato, e così facendo gli ho dato un'altra bella ripulita. Questo mi ha portato via più tempo del previsto, ma, in considerazione del fatto che la scadenza non era troppo ravvicinata, ho voluto fare le cose con calma, cioè correggere alcuni aspetti, provvedere a dare gli ultimi tocchi e poi la lucidata finale. In generale detesto lavorare sotto pressione, e in particolare quando scrivo, perché nel romanzo storico la qualità difficilmente è associata alla fretta. Con questo romanzo penso di aver fatto un buon lavoro, come un artigiano che ha appena finito di costruire un bel mobile. Voi direte: "Va beh, non ci dici niente di nuovo: ogni scarrafone è bello a mamma sua!" ma in questo caso posso dire, senza falsa modestia, che il mobile mi piace ed è venuto bene assai.

Ma non volevo parlarvi oltre del romanzo, bensì della questione delle citazioni.


Le citazioni nel nuovo romanzo

Quando ho cominciato a scrivere la storia, avevo in mente un'unica opera, che si aggirasse attorno alle seicento pagine come A place of greater safety di Hilary Mantel. Invece il periodo storico turbolento e i miei amici rivoluzionari si sono rivelati una vera miniera d'oro da sfruttare, e ho deciso di comporre una serie, anche su suggerimento di un'amica.

Ragion per cui ho dovuto cambiare in primo luogo il titolo per renderlo più aderente al contenuto, e poi la citazione iniziale, tratta dalla poesia "Piccolo testamento" di Eugenio Montale e che destinerò all'ultimo libro.

Ho trovato due citazioni che facevano al caso mio. La prima è tratta dall'Inferno di Dante incentrata sulla fenice, uccello che, come sapete, muore tra le fiamme, e rinasce dalle sue ceneri, come in questa immagine tratta da un Bestiario medievale. La seconda riguarda un passo nel libro dell'Apocalisse con gli angeli ribelli che vengono precipitati sulla terra. Per una serie di motivi che non vi sto a spiegare, mi sono sembrate ambedue molto adatte, mentre una terza, più scherzosa e che riguarda la fenice associata all'amore, tratta da un'aria di Metastasio, l'ho messa in bocca a uno dei personaggi, che tra le altre cose è un autore di teatro, e recita lui stesso.



Le citazioni nei romanzi già pubblicati

Il Pittore degli Angeli

Amo molto inserire delle citazioni negli occhielli dei miei romanzi. Ad esempio per Il Pittore degli Angeli uno dei temi portanti è la superbia in campo artistico, espressa in modo particolare da Tiziano Vecellio, e di conseguenza dalla sua lotta senza esclusione di colpi per mantenere la fama raggiunta. Per questo romanzo ho scelto:

Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
Oh vana gloria dell’umane posse!
com poco verde in su la cima dura.
se non è giunta dall’etati grosse!
Credette Cimabue nella pintura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido
sì che la fama di colui è scura.

(Dante Alighieri, Purgatorio, canto decimoprimo)


La Terra del Tramonto

La Terra del Tramonto è il primo romanzo mistico-avventuroso della mia saga ambientata durante la Prima Crociata del 1095. Per questo romanzo, ambientato prevalentemente nel mondo musulmano, ho scelto:

Dell’inizio e della fine di questo mondo
Non sappiamo nulla:
Perché, di questo vecchio libro,
il primo e l’ultimo foglio mancano.

(Abu Tlib Kalim, poeta indo-persiano del XVII secolo)


Le Strade dei Pellegrini

... ovvero la seconda storia che continua nella narrazione delle travagliate e avventurose vicende dei protagonisti, con fughe, imboscate, incontri, scontri, e un lungo viaggio alla scoperta dei santuari della cristianità e anche di se stessi:

Ho bevuto l’amore, calice dopo calice:
il bere non si esaurì mai, e neppure mi saziai.

(’Ainul Qudat Hamadhani, IX secolo)

Qui non ci sono soltanto estratti di opere musulmane o sufi, ma anche stralci da altre opere celeberrime come I racconti di Canterbury di Geoffroy Chaucer del 1387-88 (“Dio preservi tutta questa splendida compagnia.”). Diciamo che, nell'economia di un romanzo di seicento pagine suddiviso in parti, una citazione per ogni occhiello sta bene, in caso contrario sarebbe come mettere troppe spezie in una pietanza. 



Le Regine di Gerusalemme


Per il terzo romanzo della saga crociata, Le Regine di Gerusalemme, che ho ripreso in mano non appena licenziato il romanzo per il concorso (fuori uno, sotto un altro!), e che penso di ultimare entro uno o due mesi perché mi mancano integrazioni su una parte incentrata sull'alchimia, mi sono sbizzarrita a trovare delle belle citazioni tratte dai poemi d'amore occitani e dei trovatori, ma non solo. Nel romanzo il protagonista è l'eros, ma anche forze oscure che si annidano nel Tempio di Salomone e che vengono finalmente allo scoperto...


Il mio metodo di ricerca

Di solito mi servo di libri che ho a casa e il cui contenuto conservo nella memoria in modo approssimativo. Per le opere della saga crociata ho una raccolta di detti dei saggi sufi, oppure mi annoto qualche idea. Com'è ovvio, uso anche internet per eseguire la ricerca, procedendo però a riscontri incrociati per controllare l'esattezza della citazione e altre questioni come la punteggiatura, che molti siti riportano in maniera disinvolta.

Quando un passaggio non mi convince, proseguo nella ricerca, un po' come quando si va a comprare un abito da indossare a un matrimonio, e si butta per aria il negozio fino a quando non si trova quello che va a pennello. Il problema sorge quando ci si imbatte in tante frasi incisive e meravigliose, e tutte sembrano fare al caso nostro.


Perché si usano

Già, ma per quali motivi si inseriscono le citazioni nei romanzi, al di là della moda o del vezzo? Ci ho ragionato sopra e ho provato a dare le seguenti risposte:

1. Le parole degli scrittori e poeti del passato fungono da ideale raccordo con il presente.
2. Sono come un autorevole endorsement, come essere presentati a un club, e pazienza se gli autori sono spesso defunti e quindi non possono protestare.
3. Queste persone scrivono senz'altro meglio di noi, e se c'è qualcosa di valido nel libro, almeno questo sarà rintracciabile nelle citazioni. Magra consolazione, ma tant'è...
4. Le citazioni costituiscono una sorta di cuore del romanzo e come tale lo anticipano, pur senza svelare troppo.

Non mi vengono in mente altre ragioni!

***

E voi inserite nei vostri romanzi passaggi da altre opere, poesie, canzoni, leggende e detti, e come fate a scegliere?

***

Fonte immagini: Wikipedia

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sabato 6 aprile 2019

Il mondo degli animali: protagonista è il lupo / 13 - parte terza



Ed ecco che siamo arrivati in fondo al nostro "speciale" lupesco! Nella prima parte della nostra carrellata sul lupo come animale culturale, abbiamo imparato a conoscerlo più da vicino dal punto di vista delle scienze naturali, del mito di Romolo e Remo e di Beowulf.

Nella seconda parte invece abbiamo letto che, dopo l'avvento del cristianesimo, e soprattutto durante Carlo Magno imperatore, il lupo è stato identificato come una creatura malvagia e tentatrice, fama avvalorata da fiabe come "Cappuccetto Rosso" e dal caso della Bestia del Gévaudan avvenuto in Francia tra il 1764 e il 1767.

Non possiamo però dimenticare il lupo cinematografico. Nel saggio di Riccardo Rao si cita, pur senza addentrarsi nell'argomento, un bel film sui lupi.


L'ultimo lupo (2015) di Jean-Jacques Annaud
Jean-Jacques Annaud è un regista che ama molto lavorare con gli animali, e anche con questo film non si smentisce. Il film è basato sul romanzo autobiografico Il totem del lupo di Jiang Rong, bestseller del 2004. Ci troviamo in Cina nel 1967. Durante la Grande Rivoluzione Culturale, due giovani studenti di Pechino vengono inviati nella Mongolia Interna per insegnare a leggere e a scrivere ai bambini delle tribù nomadi. Qui Chen scopre e rimane affascinato dai lupi e dal loro legame con i pastori. Quando il governo cinese ordina di eliminare i cuccioli di lupo, Chen Zhen di nascosto ne salva uno e decide di allevarlo per osservare da più vicino l'animale.
Eccovi il trailer del film, che è davvero bello e toccante e con scene spettacolari dal punto di vista dell'interazione uomo-lupo, come la cavalcata dei cacciatori in mezzo ai ghiacci e tra i branchi di lupi:





Un altro film dove hanno un grande ruolo i lupi è...

Mowgli - Il figlio della giungla (2018) di Andy Serkis
La pellicola è l'adattamento cinematografico de Il libro della giungla di Rudyard Kipling, molto più fedele alla storia del cartone animato di Walt Disney. La feroce tigre Shere Khan attacca degli umani e li uccide. Nello stesso posto, subito dopo, la pantera Bagheera trova un neonato ancora vivo, e lo conduce da una famiglia di lupi. In quel mentre giunge alla loro tana la iena Tabaqui, servo di Shere Khan, ma viene allontanato immediatamente dai lupi. Quella notte, il branco si riunisce e, dopo un acceso dibattito sull'opportunità di tenere il bambino con loro, davanti alle nuove minacce di Shere Khan, si sancisce che il neonato è sotto la protezione del branco.
Mogwli è un bambino a metà tra l'uomo e il lupo, e collega due mondi diversissimi e spesso in contrasto. In questo film non a caso i lupi hanno una parte di protagonisti dall'inizio fino alla fine, e portante è il tema dell'identità e dell'appartenenza. Nel fiero ragazzino Mowgli la sua anima di lupo sarà sempre parte di lui.

I casi di bambini allevati lontano dal consorzio umano hanno ispirato molti film, tra cui Il ragazzo selvaggio (L'enfant sauvage), film del 1969 diretto e interpretato da François Truffaut. Il film è ispirato a una storia realmente accaduta di Victor dell'Aveyron, nel XVIII secolo, raccontata da Jean Itard.

Un fotogramma dell'incontro del piccolo Mogwli con i suoi futuri genitori lupini.
La mamma dallo sguardo dolce è quella sulla destra. Più perplesso lo sguardo del padre, sulla sinistra.


Il lupo nei fumetti: Ezechiele Lupo, Lupo de' Lupis e Lupo Alberto

Chiudiamo la nostra carrellata con un sorriso e presentando tre dei lupi più simpatici dei cartoni animati e dei fumetti! Non sono nominati nel saggio, per cui mi servirò di informazioni tratte da Wikipedia dove ho anche scovato delle curiosità.

Ezechiele Lupo, inizialmente noto come Lupo cattivo, è un personaggio della Disney, creato negli anni Trenta. Ha l'aspetto di un grosso lupo nero antropomorfo: cammina in posizione eretta, parla e porta pantaloni con bretelle e un cappello a cilindro sformato.

Nella sua prima apparizione, nel cartone animato I tre porcellini, Ezechiele aveva un aspetto estremamente feroce ed imponente, anche se i calzoni avevano le toppe, come potete vedere nell'immagine qui a fianco. Sembra il classico disadattato in odore di criminalità, di cui la comunità ha paura e che emargina.

Nelle prime versioni a fumetti, Ezechiele Lupo era inizialmente affiancato dai tre figli, feroci e famelici quanto lui; questi tre personaggi vennero presto rimpiazzati dal figlio di Ezechiele, Lupetto, un lupacchiotto simile al padre nell'aspetto, ma dolce e gentile. Lupetto era anzi un grande amico dei Porcellini e in generale degli animali della foresta, e li aiutava spesso a mettersi al riparo dalle grinfie del genitore, con gran disperazione del vecchio lupo che lo avrebbe voluto un feroce predatore.


Lupo de' Lupis è il protagonista di una serie a cartoni animati prodotta dagli studi Hanna-Barbera tra il 1959 e il 1965.

Si tratta di un lupo animato da buoni sentimenti e da un irresistibile desiderio di proteggere un maldestro e distratto agnellino da tutti i guai in cui questi si va a cacciare. Tutto andrebbe nel migliore dei modi, se non fosse che né l'agnellino né il cane da pastore, Setola, che veglia su di lui, si fidano della sincerità dei sentimenti del lupo, che finisce sempre con il soccombere al pregiudizio che accompagna la sua specie e avere la peggio.

Personaggio molto gentile e generoso, veste con un cappellino di lana e una sciarpa, ha un'andatura dinoccolata e si esprime con un romantico accento francese (mentre nella versione italiana ha un accento britannico). Celebre la sua autodefinizione di "lupo tanto buonino".



Lupo Alberto è il protagonista di una omonima serie a fumetti ideato da Silver nel 1973. La serie inizialmente era intitolata "La fattoria McKenzie" e Lupo Alberto non era il protagonista unico ma solo uno dei personaggi principali insieme alla sua fidanzata Marta la gallina e al cane da guardia Mosé. Dal 1974 la striscia viene intitolata al personaggio.

Alberto è un lupo innamorato della gallina Marta che lo corrisponde ma il loro amore è contrastato dal cane Mosè, messo a guardia del pollaio della fattoria Mckenzie dove vive anche la fidanzata. Nella fattoria ci sono molti altri animali, come Glicerina il papero, Alcide il maiale, Krug il toro, Ludovico il cavallo.

Alberto ha un carattere ottimista, allegro e indipendente, e tenta in tutti i modi di integrarsi nella fattoria, che invece è suddivisa in una ferrea gerarchia sociale. Mostra però allergia al matrimonio, e fugge ogni volta che la fidanzata intavola il discorso. Nella striscia sono trattati anche argomenti di carattere sociale e politico, più comprensibili a un pubblico adulto.

Una curiosità grafica su lupo Alberto: il colore del lupo inizialmente doveva riprendere i riflessi azzurri dei lupi siberiani ma problemi con la stampa spinsero l'autore a optare per una varietà di blu ben definita: Blu Pantone 297.


Una buona notizia

Possiamo congedarci davvero dal nostro lupo con una buona notizia, arrivata qualche giorno fa: è stato riconfermato il Piano di Conservazione e gestione del Lupo in Italia con cui si afferma "Con questo piano ribadiamo che non servono abbattimenti, ma una strategia, che abbiamo delineato in 22 azioni". Così il ministro dell'Ambiente Sergio Costa in merito al nuovo Piano di conservazione e gestione del lupo. Il piano prevede 22 azioni che a partire da una rigorosa analisi tecnico-scientifica mirano alla conservazione ed alla risoluzione sostenibile dei conflitti con le attività antropiche. Anche la Commissione Europea ha espresso apprezzamento per il documento.
Speriamo in bene, vista l'aria che tira... !!

***

Se vi sono piaciute le proposte del libro Il tempo dei lupi di Riccardo Rao, vi invito alla sua lettura integrale: si tratta di un'opera che riserva parecchie sorprese e curiosità, e ci aiuta a conoscere un po' meglio questo animale favoloso.

***

Fonti testo:

Il tempo dei lupi di Riccardo Rao - Utet
Wikipedia per film e fumetti

Fonti immagini:
Pixabay per la foto iniziale del lupo - Wikipedia per le altre


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sabato 30 marzo 2019

Il mondo degli animali: protagonista è il lupo / 13 - parte seconda


Nella prima parte di questo articolo dedicato al lupo, che potete trovare qui, abbiamo fatto conoscenza di questo favoloso animale dal punto di vista delle scienze naturali, e poi addentrandoci nel mito di Romolo e Remo e della lupa che allattò i gemelli.

In seguito abbiamo appreso, leggendo il saggio Il tempo dei lupi di Riccardo Rao, che il lupo era talmente venerato nell'antichità che molti genitori norreni assegnavano ai figli il nome "wulf" nella speranza che acquisissero parte della forza e del coraggio dell'animale.

Ma l'ammirazione del lupo incomincia a scemare con l'avvento del cristianesimo, quando viene identificato come un predatore di anime, e quindi avente natura intrinsecamente malvagia. Tuttavia, come vi dicevo, la guerra al lupo iniziò ufficialmente con un personaggio storico molto famoso, ovvero...


Il nemico per eccellenza: Carlo Magno

Se con i Longobardi il rapporto tra uomo e lupo continua a essere un fatto privato, è con l'avvento di Carlo Magno, il re dei Franchi, di cui possiamo vedere un ritratto immaginario di Albrecht Dürer, che le cose prendono una brutta piega... per il lupo, ovviamente.

Come ci insegnano i libri di scuola, Carlo viene incoronato imperatore nel giorno di Natale dell'anno 800. Nel Capitulare de villis, un editto emanato negli ultimi anni del suo regno, l'imperatore comanda ai funzionari incaricati di gestire le sue vaste tenute regie che gli sia comunicato il numero dei lupi uccisi, e che si proceda alla caccia di lupacchiotti nel mese di maggio. Per la prima volta la guerra contro i lupi viene istituita, regolamentata e codificata: in una parola, dichiarata.

Non è da scartare nemmeno l'ipotesi che, nelle vaste foreste dove i re franchi amavano cacciare, e da cui traevano molti proventi, il lupo rappresentasse uno sgradevole concorrente. Proprio all'epoca di Carlo Magno aumentano, infatti, i disboscamenti, a causa della messa a coltura di nuove terre, che assottigliano le prede sia per i lupi che per gli aristocratici. Vi possono essere dunque motivi di sicurezza nella gran caccia, oppure di carattere simbolico: se si arriva al dominio sulla natura magica e pagana, si giunge anche alla salvezza l'anima
Salvezza che passa attraverso il battesimo cristiano e, stavolta, sorprendentemente, andando alle origini di una fiaba celeberrima.


Cappuccetto Rosso e l'incontro con il lupo
Cappuccetto Rosso è una delle fiabe europee più popolari al mondo, di cui esistono numerose varianti. Le versioni scritte più note oggigiorno sono quella di Charles Perrault (col titolo Le Petit Chaperon Rouge) del 1697 e quella dei fratelli Grimm (Rotkäppchen) del 1857. Possiamo vedere qui sotto la bambina e il lupo in un'illustrazione di J.W. Smith.

A parte le varianti, la trama più diffusa è questa: Cappuccetto Rosso, chiamata anche Cappuccetto, è una bambina che vive con la sua mamma in una casetta vicino al bosco. Un giorno la mamma le consegna un cestino pieno di cose buone da portare alla nonna ammalata, che vive al di là della foresta. La mamma raccomanda a Cappuccetto di fare attenzione, durante il tragitto, e non lasciare la strada maestra.

Nel bosco però, la bambina incontra un lupo, che con l'inganno le si avvicina e si fa rivelare dove abita la nonna. Il lupo così si allontana, arriva prima di lei alla casetta e bussa alla porta, presentandosi alla nonna come la nipotina e così apre la porta e mangia la nonna in un sol boccone.Cappuccetto Rosso, che arriva più tardi alla casetta, entra e trova il lupo nel letto, travestito da nonna e anche lei viene a sua volta divorataUn cacciatore, amico della nonna di Cappuccetto, si accorge di quello che è accaduto, si precipita nella casetta e uccide il lupo, tagliandogli la testa con una scure. Poi gli apre la pancia dalla quale fuoriescono immediatamente la nonna e Cappuccetto Rosso sane e salve. Il cacciatore intanto prende allora il lupo e si avvia verso casa, per farne delle pellicce.

Orbene, dovete sapere che Riccardo Rao è riuscito a risalire ancor più indietro nel tempo, addirittura attorno al 1020, grazie a cui le molte stranezze e discrepanze delle versioni che noi conosciamo vengono spiegate. Abbiamo infatti  un racconto edificante scritto da Egberto di Liegi, "Della bambina risparmiata dai lupacchiotti", dai risvolti parecchio interessanti. Nel racconto una bimba viene battezzata, e riceve una tunica di lana rossa. Il battesimo ha luogo nel giorno della Pentecoste. La bambina, che ha cinque anni, viene poi catturata da un lupo, che la porta nella profondità della foresta come preda per i suoi cuccioli. Questi ultimi però non riescono a sbranarla perché la mantella rossa ricevuta il giorno del battesimo la protegge da ogni male.

Incredibile, vero? Ma andiamo avanti con il nostro lupo demonizzato, spostandoci in età moderna, per la precisione nella seconda metà del Settecento...


Di lupi mannari e altre brutte faccende

Della Bestia del Gévaudan avevo parlato nell'ambito della mia rubrica Il Caffè della Rivoluzione con un articolo intitolato "Spettri, vampiri e lupi mannari". Se volete leggere o rileggere il post nella sua interezza, potete trovarlo qui.

Riprendo invece la parte dedicata alla Bestia perché identificata con un lupo mannaro, l'argomento che ci interessa. Dovete sapere, infatti, che, nonostante quello fosse il secolo dei Lumi, ovvero del predominio della razionalità, mai come in quell'epoca attecchivano e si diffondevano leggende, dicerie e superstizioni di ogni sorta. Uno di questi "casi" è relativo proprio a una bestia di taglia enorme che, nella Francia tra il 1764 e il 1767, uccide in modo particolare le donne e i bambiniLe vittime ufficiali - e sottolineo "ufficiali" perché a un certo punto le autorità smettono di contarle - sono 137 e una dozzina di loro sono state decapitate. La cosiddetta Bestia del Gévaudan mostra una singolare astuzia e intelligenza nei confronti delle varie centinaia di soldati inviati per catturarla e per lungo tempo riesce a eludere ogni trappola. Qui sopra vi propongo "la bestia" in una stampa dell'epoca.

Alcuni sostengono di averla uccisa e mostrano cadaveri di lupi enormi e in generale le descrizioni parlano di un animale grande come un vitello, con pelo striato e lunghi canini. A un certo punto un cacciatore porta al re il cadavere di una bestia gigantesca, ma è talmente irriconoscibile che non gli viene corrisposta la ricompensa promessa. Fu un caso che destò molto scalpore, provocando una sorta di isteria collettiva e che mobilitò soldati, cacciatori e paesani. In Inghilterra, che in quel periodo tanto per cambiare era ai ferri corti con la sua vicina di casa, l'argomento era oggetto dei lazzi pubblici, e gli inglesi si ribaltavano dal ridere.

Nel 2001 è stato realizzato un film, Il patto dei lupi per la regia di Cristopher Gans, che narra, per l'appunto, delle vicende testé menzionate. L'epoca è il 1764. Siamo nelle campagne francesi del Gévaudan, oggi approssimativamente tra la Linguadoca e il Rossiglione, dove uomini e animali vengono assaliti e uccisi da una belva feroce, con assalti caratterizzati da una straordinaria violenza. In tre anni uccide oltre 100 persone e vani sono risultati i tentativi di catturarla.

Il re Luigi XV decide di inviare nella regione il cavaliere Grégoire De Fronsac, accompagnato da un compagno irochese Mani, per catturare ed imbalsamare l'animale. Potete vedere un'immagine dei due protagonisti nella locandina a lato. Devo dire che il film parte molto bene, e l'ambientazione è ottima con una quasi insostenibile dose di tensione, i paesaggi cupi e desolati, ma mi ha deluso sia nel prosieguo - veramente grottesco a tratti - sia nella caratterizzazione dei personaggi. Soprattutto il finale, con la spiegazione di quanto è successo, è davvero al di là del bene e del male.


Bene... piano piano, siamo arrivati fino ai giorni nostri, ma ho deciso di riservare una terza e ultima parte al lupo contemporaneo, oggi protagonista di una rivalutazione, nonché di fumetti e film!

Per questo motivo vi lascio con una mia fotografia scattata lo scorso anno nel parco del Lupo della Sila in Calabria. Sotto il bassorilievo del lupo, c'è una poesia che vi riporto qua di seguito perché è difficile leggerla. È un po' triste, ma esprime bene la natura del lupo e i termini della questione nei rapporti tra uomo-lupo:

Io sono il lupo.
La fame è la mia compagna,
la solitudine la mia sicurezza,
un'eterna triste condanna.
Io sono l'istinto.
Passi svelti nella notte,
il freddo è il mio giaciglio.


***

Che cosa ve ne pare degli argomenti proposti? Spero di ricevere i vostri commenti anche su questa seconda parte. Alla prossima con la terza e ultima!

***

Fonti testo:

Il tempo dei lupi di Riccardo Rao - Utet
"Guida pettegola al Settecento francese" di Francesca Sgorbati Bosi - Sellerio editore

Fonti immagini:

Pixabay per la foto iniziale del lupo 
Wikipedia, tranne la foto finale con la poesia sul lupo della Sila


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sabato 23 marzo 2019

Il mondo degli animali: protagonista è il lupo / 13 - parte prima


I lupi stanno tornando. Ce ne danno testimonianza i numerosi avvistamenti in luoghi dove erano quasi scomparsi, i documentari che ce li mostrano, intenti alla caccia, o nell'atto di occuparsi della loro cucciolata. E sono significative  le interviste, magari a pastori infuriati per gli attacchi al bestiame, o anche le testimonianze di avvistatori le cui parole sono improntate alla paura. Ormai entrato da secoli nel nostro immaginario collettivo, questo splendido animale suscita inevitabilmente reazioni forti che, al di là del danno economico ai greggi, attingono anche all'inconscio e alle nostre paure ataviche, non fosse altro che per il tipico, inquietante ululato e i racconti sulla sua presunta "malvagità".

Il rapporto tra uomo e lupo si è tradotto molto spesso una storia di sterminio, dove una specie, quella umana, ha cercato accanitamente di cancellare l'altra, quella animale, e ci è quasi riuscita. Si è trattato di una lotta senza quartiere, soprattutto dal momento in cui il lupo è stato caricato di una simbologia altamente negativa. Non è sempre stato così, anzi: indietro nel tempo, il lupo era venerato come portatore di forza e coraggio, qualità che si intendeva assumere come guerrieri e appartenenti alle élite sociali.

Ma andiamo con ordine. Per affrontare l'ardua impresa di presentare questo magnifico animale seguendo il mio modo consueto, mi farò aiutare da un'opera a lui dedicata che potrà servirmi da traccia per cogliere alcuni aspetti eminentemente culturali del lupo. Si tratta di Il tempo dei lupi del medievista Riccardo Rao, collocata a metà tra la saggistica e la narrativa e di piacevolissima lettura anche per chi non sia un appassionato di Medioevo. E, per rendere onore al lupo come merita, dividerò il post in due parti in modo che non sia troppo lungo e per renderlo a voi più godibile.

Facciamo innanzitutto una sommaria conoscenza del lupo grigio...

... secondo le scienze naturali

Il lupo grigio (Canis lupus secondo la classificazione di Linneus 1758), detto anche lupo comune o semplicemente lupo, è un canide lupino, presente nelle zone remote del Nordamerica e dell'Eurasia. È il più grande della sua famiglia, con un peso medio di 43-45 kg per i maschi, e 36-38,5 kg per le femmine. Oltre le dimensioni, il lupo grigio si distingue dagli altri membri del genere Canis per il suo muso e le orecchie meno appuntite. Il suo mantello invernale è lungo e folto, di colore prevalentemente grigio variegato. Alcuni esemplari presentano anche mantelli bianchi, rossi, bruni o neri. È la specie più specializzata dei Canis nell'adattamento alla caccia grossa cooperativa, come dimostrato dalla sua natura gregaria.

In passato era comune descrivere i branchi di lupi grigi come società competitive composte d'animali in concorrenza tra di loro, con un maschio e femmina "alfa" all'apice della gerarchia e con subordinati "beta" e "omega". Studi più recenti hanno invece dimostrato che i branchi allo stato naturale sono semplicemente famiglie nucleari, che consistono in una coppia seguita dai suoi cuccioli degli ultimi 1-3 anni. Il lupo grigio è generalmente monogamo, con coppie che rimangono insieme per tutta la vita. Se un elemento della coppia muore, il superstite di solito trova facilmente un rimpiazzo. La cucciolata media consiste in 5-6 cuccioli. Nascono di solito in primavera, in coincidenza con l'incremento stagionale di cibo. Alla nascita i cuccioli sono ciechi, sordi e coperti d'una pelliccia bruna-grigiastra.

Ma ora abbandoniamo il lupo in carne e ossa, per quanto affascinante, e addentriamoci nel folto della foresta e del mito, dove troveremo...


La lupa di Romolo e Remo

... ovvero colei che allattò i gemelli più famosi nella storia di casa nostra: Romolo e Remo, i mitici fondatori di Roma. Secondo la leggenda Rea Silvia, che era stata costretta a farsi vestale e a fare quindi voto di castità, attirò l'attenzione del dio Marte, che la possedette con la forza in un bosco sacro. La fanciulla partorì i due gemelli, che vennero deposti in una cesta e lasciati in balia della corrente del fiume Aniene. La cesta si arenò ai piedi di un albero di fico o, secondo altre versioni, vicino a una grotta collocata alla base del Palatino, detta "Lupercale" perché sacra a Marte e a Fauno Luperco.

Una lupa, scesa dai monti al fiume per abbeverarsi, fu attirata dai vagiti dei due bambini, li raggiunse e si mise ad allattarli. Furono trovati da un pastore di nome Faustolo, il quale insieme alla moglie Acca Larenzia decise di crescerli come suoi figli. In qualsiasi modo siano andate le cose, nella storia la lupa fa una gran bella figura: non solo non divora i teneri bambini, ma esprime in pieno il suo istinto materno allattandoli.

Osserviamo tutti i protagonisti del mito nel quadro intitolato Faustolo trova la lupa con i gemelli (ca. 1616) eseguito da Pieter Paul Rubens. I corpi dei bambini sono il fulcro della composizione, e irradiano una luce abbagliante come in una pagana Natività. La lupa è acciambellata in segno di protezione. A sinistra si vede un vecchio, personificazione del fiume Tevere, e vicino a lui una ninfa. Il pastore Faustolo sta accorrendo sulla destra, ed è vestito secondo la moda ai tempi di Rubens. C'è anche un picchio, uccello caro a Marte, con delle ciliege nel becco.

Altra immagine famosissima è quella della Lupa capitolina, ovvero una scultura in bronzo custodita ai Musei Capitolini, di ignoto artista medievale del XII o XIII secolo. Qui la lupa, anziché coricata, è ritta sulle quattro zampe, ed è gigantesca rispetto ai bambini cui offre le mammelle. In qualsiasi modo si raffiguri l'evento, è chiaro che inserire questo animale nel mito dei fondatori di Roma è indice di prestigio (sebbene secondo altri la lupa potrebbe indicare anche una donna che svolgeva la professione più antica del mondo, in quanto il termine "lupa" andava a significare una prostituta).

Salutiamo le sponde del fiume per spingerci a Nord, tra i ghiacci e le nebbie, a incontrare l'ammirazione per il lupo espressa sotto altre forme...


Il nome ideale per un figlio

Nell'antichità molti genitori norreni sceglievano il lupo come nome da dare ai propri figli. Ce ne offre una prova Beowulf, un poema epico anonimo, scritto in una variante sassone occidentale dell'anglosassone (o inglese antico). Ha datazione incerta, anche se parrebbe essere composto attorno al VIII secolo. Si ritiene che l'autore del poema inglese antico abbia rielaborato autonomamente materiale leggendario di origine nordica e tramandato oralmente, creando un'opera originale. In qualsiasi letteratura anglosassone che si rispetti, è in assoluto la prima proposta che troverete. Potete vedere qui accanto la prima pagina del manoscritto, conservata presso la British Library.

Il poema narra le vicende del re danese Hrothgar a Heorot, il "Cervo", alle prese con un mostro di nome Grendel che attacca ripetutamente la dimora del sovrano, mietendo vittime tra i suoi guerrieri. In soccorso al disperato sovrano arriva Beowulf, nipote del re dei Geati, che abitano in Svezia meridionale. Beowulf affronterà sia Grendel sia la madre del mostro, in una serie di combattimenti epici. Beowulf è il prototipo dell'eroe che si scontra con il mostro, e non a caso nel suo nome è contenuto il termine "wulf", lupo. Nel 2007 ne è stato tratto un film diretto da Zemeckis, dove la trama originale è stata un po' rielaborata, secondo me in maniera interessante e convincente, facendo perno sulla figura della madre di Grendel.



Tanti lupi e lupacchiotti

Anche presso i popoli barbari che si muovono in Europa occidentale, viene spesso assegnato il nome  "wulf" a personaggi di rilievo. Fra i Goti abbiamo il vescovo Wulfila (letteralmente Lupacchiotto) che nel IV secolo traduce la Bibbia in lingua germanica. Eccolo qui in un'incisione del 1900 mentre spiega il Vangelo ai Goti.

Abbiamo anche l'esempio di alcuni re, veri (Ataulfo) o leggendari (Achiulfo, Ediulfo, Vutùlfo). E persino in casa nostra, nonostante la persistenza di nomi romani, vengono dati volentieri nomi di animali, tra cui Lupo e Lupaldo, seguito da Orso o Orsola - l'orso era un altro animale temuto e ammiratissimo come potete leggere nel mio post a lui dedicato - nella classifica delle preferenze.

Le cose vanno piuttosto bene, quindi, e nell'Alto Medioevo la convivenza tra uomo e lupo risulta equilibrata grazie anche all'estensione boschiva e al fatto che il lupo abbia le sue tane nella parte più profonda della foresta. L'abbondanza di prede negli immediati paraggi è garanzia che i branchi non sconfineranno troppo nei territori dell'uomo. Uomo e lupi non si pestano zampe e piedi a vicenda... almeno non più del necessario.

E allora quand'è che il lupo comincia a diventare "cattivo"?

Riccardo Rao ci segnala che la demonizzazione del lupo si basa su ragioni esclusivamente culturali e dipende dal processo di cristianizzazione che interessa l'Europa medievale.

Già l'Antico Testamento evoca il lupo in termini di prepotenza e violenza, ma è con il Nuovo Testamento che il lupo, evocato in un contesto pastorale, comincia a fare paura. Nel Vangelo di Matteo (7,15) si ammonisce: "Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci." In un altro passo, sempre di Matteo (10, 16), dice: "Ecco, io vi mando come le pecore in mezzo ai lupi". La metafora è quella dell'agnello come simbolo di Cristo, delle pecore come comunità di fedeli, e del pastore come loro guida. Il lupo diviene l'allegoria dei falsi profeti, o quello del male in sé che insidia le anime.

Sulla scorta dei testi evangelici, e degli scritti dei Padri della Chiesa, in passato vi fu una persona che dichiarò ufficialmente guerra al lupo... ma di questa persona vi parlerò nella seconda parte.

***

Aspetto volentieri i vostri commenti su questo primo articolo dedicato al lupo. Inoltre, volete provare a indovinare il nome del gran nemico del lupo? Un indizio è contenuto nella domanda!

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Fonte testo:
  • "Il tempo dei lupi" di Riccardo Rao
  • Wikipedia per la scheda iniziale

Fonte immagini:

  • Wikipedia


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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una trilogia di romanzi ambientati nel periodo della Rivoluzione Francese, ed è in corso la revisione del romanzo "Le regine di Gerusalemme". Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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