Blog su Letteratura, Storia e Arte in tutte le sue forme.

"La Storia siamo noi."


ARAZZO DI BAYEUX, seconda metà dell'XI secolo

La conquista normanna dell'Inghilterra del 1066.

BERNABO' VISCONTI E LA SUA FAMIGLIA

Affresco a Santa Maria Novella, Firenze - secolo XIV.

VITA DI TRINCEA

Prima Guerra Mondiale (1914-1918).

sabato 23 giugno 2018

Il Cavaliere, la Morte e... il Diavolo


Rieccomi a voi, più morta che viva, dopo questo tour davvero massacrante di esami universitari. Vi sono mancata? Chi di voi bazzica Facebook sa già che sono andati benissimo, come meglio non potevo sperare! :-)

I risultati finali sono stati i seguenti:

- Civiltà e Lingua Inglese: 30 e lode (esame scritto, 5 giugno / esame orale 8 giugno)
- Geografia Urbana: 30 (orale, 12 giugno)
- Storia Medievale: 30 (orale, 20 giugno)

Devo dire che sono stati durissimi, anche perché, come non frequentante, dovevo portare più libri e naturalmente, non essendo presente ai vari corsi (a parte Civiltà e Lingua Inglese), ho sempre avuto l'orribile sensazione di essermi concentrata su cose di poco conto e averne tralasciato altre della massima importanza. Se non capisci dei concetti puoi chiedere inviando una mail al docente, o chiedere un colloquio, ma essere presente è tutta un'altra cosa. Peraltro ci sono anche docenti che non rispondono. Vorrei comunque raccontarvi qualche aneddoto divertente di questa tornata di esami, perché ne sono successe di tutti i colori!


L'unico esame su cui ero tranquilla era Civiltà e Lingua Inglese, anche se lo scritto si è rivelato piuttosto difficile e, anche lì, ci sono state delle sorprese. Avevamo studiato su tre libri più le fotocopie distribuite durante le lezioni. La prova scritta era una Reading Comprehension su un testo accademico relativo a un argomento affrontato. Nel nostro caso è stato un articolo sulla storia dell'immigrazione nel Regno Unito dalle origini con: 5 domande relative al testo, 5 domande di Vero/Falso, 5 con definizione di parole, 1 domanda con stesura di una quindicina di righe su un argomento extra, in questo caso era l'apporto dei primi popoli invasori alla lingua inglese che non potevi desumere dal testo, 5 con sinonimi, 5 di traduzione in italiano di parole. Avevamo quattro ore di tempo, sembrano tante ma vi assicuro che le ho usate quasi tutte.

Era un lavoro lunghissimo e impegnativo. Ho riempito due fogli di minuta e ancora non bastavano, e ho anche cercato di scrivere la versione definitiva senza usare la mia solita scrittura da gallina. Infatti in famiglia mi prendono in giro perché mi chiedono sempre: "Ma tu saresti quella che corregge le bozze?" A parte che non sono solo "quella che corregge le bozze", ma in effetti devo dire che quando il grafico corregge "lunch" in "Punch", interpretando la mia 'l' minuscola in una 'P' maiuscola, un esame di coscienza s'impone. A un certo punto avevo terminato quando mi sono accorta che, nella fretta, avevo completamente sbagliato a interpretare la famosa domanda sull'apporto dei primi popoli invasori alla lingua inglese. Ho chiesto un nuovo foglio e ho cominciato a copiare tutto daccapo. Per fortuna, dico io, dev'esserci stato nei paraggi Giuseppe da Copertino che mi ha detto all'orecchio: "Ma che diavolo stai combinando? E tu saresti "quella che sa l'inglese"?" Insomma, non proprio così ma quasi...

Per quanto riguarda l'esame orale, c'era da preparare un sacco di roba. Occorreva scegliere un testo in lingua inglese oppure sul mondo anglosassone, letterario, scientifico o storico. Io ho scelto il Capitolo 2 di Animal Farm di Orwell, di cui dovevo preparare il glossario dei termini tecnici, l'analisi critica del testo sulla base di linee guida indicate dalla docente e una contestualizzazione storica, preferibilmente in Power Point, il tutto da esporre in dieci minuti, orologio alla mano. Chi di voi ha letto quest'opera allegorico-politica sa benissimo che soltanto per la presentazione del gruppo dirigente dei maiali ci sarebbe da parlare per dieci minuti, in quanto sono la raffigurazione dei maggiori leader al tempo della Rivoluzione Russa, tra cui Stalin. Si è trattato di un lavoraccio che mi ha portato via parecchie ore. L'esposizione orale comunque è andata benissimo, e insieme con la prova scritta mi ha fruttato un bel 30 e lode. All'uscita, siccome era ora di pranzo, sono andata a festeggiare con una bella coppa di gelato e fragole vicino alla Pinacoteca Ambrosiana, alla faccia della dieta e della tiroide, oink oink.


L'esame di Geografia Urbana è stato pesantissimo, anche perché nell'ambito di questa disciplina ci sono anche modelli dinamici da imparare, o comunque da saper spiegare. I mie testi erano: "Le città del mondo", "Geografie dell'urbano" (difficilissimo), "Il trionfo della città", "Green Metropolis". Ho cercato più che altro di ripassare gli argomenti che avevano svolto in classe, traendo spunto anche dalle slide, ma erano una montagna.

Il giorno dell'esame ero così rincitrullita che ho sbagliato aula! Come sapete non ho una grande simpatia per i numeri, dunque ero convinta di dover recarmi nell'aula M201. Mi sono seduta insieme agli altri candidati in attesa della docente, nel frattempo speravo che avesse aderito allo sciopero in corso. Invece si è presentato un assistente molto simpatico che ha cominciato a fare l'appello. Non veniva mai fuori il mio nome, così mi sono insospettita. Nel frattempo sbirciavo gli appunti della persona più vicina a me e vedevo che c'erano degli schemi a diagramma con frecce incrociate, e anche i testi sembravano piuttosto diversi. A quel punto Giuseppe da Copertino ha di nuovo strillato di verificare il numero dell'aula dalla stampa d'iscrizione, che per fortuna mi porto sempre appresso, e ho scoperto con orrore che avevo sbagliato aula e che avrei dovuto recarmi nell'aula M204! Ho arraffato la mia roba e sono corsa fuori come se avessi il diavolo alle calcagna, sotto l'occhio sconcertato dell'assistente. Ho poi scoperto che lì si sarebbe tenuto l'esame di Elementi di Logica Matematica, ahahahahah, vero pane per i miei denti. Per fortuna l'aula giusta era due porte più in là, e gli esaminatori non erano ancora arrivati.

Speravo appunto che facessero sciopero, invece è arrivata la titolare di cattedra e un assistente. Io ero la sesta e facevo "ambarabà-cicì-cocò" sperando che mi interrogasse lui, che aveva l'aria leggermente più cordiale. Nel frattempo tiravo in cuor mio una massa di accidenti a mio figlio, che mi aveva convinto a scegliere Geografia Urbana anziché Geografia della Popolazione, esame scritto. Infatti negli esami orali - e nel mio percorso di studi sono quasi tutti orali - ogni volta mi sembra di essere davanti al plotone d'esecuzione. Comunque alla fine mi ha chiamato proprio lui! Speravo che mi chiedesse qualche argomento inerente la nascita delle città, invece mi ha chiesto i valori d'uso del suolo urbano, domanda che prevedeva l'uso di un diagramma, cui per fortuna sapevo rispondere. Insomma, tra una domanda e l'altra sulla tesi della densità urbana e la città post-industriale, sono riuscita a cavarmela e ho preso un bel 30. Sono uscita dall'aula a dir poco incredula, in considerazione di quanto poco mi sentissi preparata.


L'esame di Storia Medievale è stato terrificante. Contavo di darlo a febbraio, ma per vari motivi non mi sentivo mai pronta e quindi l'ho rimandato alla sessione estiva. Nonostante io ami moltissimo questo periodo, si trattava di un esame "MONSTRE", un vero scoglio da superare: sono pur sempre mille anni dove si va dai barbari a Lorenzo il Magnifico, con grovigli istituzionali inestricabili, concili, diete, imperatori dai nomi tutti uguali (perché nella dinastia Pipinide si chiamavano tutti Carlo, Carlomanno e Pipino?!), date da imparare, riforme ecclesiastiche e imperiali, e chi più ne ha più ne metta. Nonché uso, di volta in volta, di termini di estrema precisione (feudo oblato, conte immunista, legami vassallatico-beneficiari, giurisdizionale e non giuridico, cesaropapismo, enunciazioni e non editto ecc.).

Siccome puntavo anche qui ai 9 crediti, ho scelto due altri testi tra cui "Poveri e povertà nel Medioevo" e "I paesaggi dell'Italia medievale", dato che mi interessa molto il lato sociale della Storia. In totale saranno state un migliaio di pagine da leggere e studiare.

Stavolta non ho sbagliato aula, anzi, mi sono seduta davanti perché ero la quarta in ordine progressivo. Ho scoperto che all'inizio avremmo dovuto superare un breve test scritto, che comportava il collegamento tra personaggi, eventi e date, attribuire a un avvenimento o diploma ecc. una data oppure un secolo, scrivere la definizione di un termine (io avevo "arimanni") e spiegare un'istituzione o altro (io avevo "il comune podestarile"). Come volevasi dimostrare ho sbagliato un paio di date, di quelle da scrivere, mentre ho fatto tutti giusti i collegamenti e ho risposto bene al resto.

Poi è cominciata la vera tortura, cioè l'esame orale. Prima di me c'erano tre persone, che venivano interrogate o dalla docente o dall'assistente. Il primo era bravissimo, tra l'altro non aveva nemmeno dovuto fare il test, segno che era più avanti. Una ragazza si è ritirata perché non ha risposto bene al test scritto. Un altro ragazzo al suo terzo tentativo è andato completamente nel pallone, e non riusciva a rispondere a niente, né alle rivolte sociali del Trecento né ai Normanni d'Italia né alla dinastia carolingia. Io ascoltavo e soffrivo per lui, la professoressa cercava di aiutarlo incoraggiandolo.

Alla fine mi ha chiamato l'assistente, mi sono seduta davanti a lui con i miei libri. Avevo un'ampia schiera di cavalli di battaglia, tra cui anche l'impero islamico oppure i Longobardi, o gli ordini monastici attorno al 1000, il monachesimo orientale, o anche i Comuni e il Barbarossa che avevo ripassato a puntino, o le Signorie o le compagnie di ventura. Sarebbero andati benissimo anche i popoli germanici, Carlo Magno, Guglielmo il Conquistatore, i Plantageneti, la lotta per le investiture ecc. Invece mi guarda e mi chiede la riforma ecclesiastica imperiale del X secolo. Là ho avuto un vuoto di memoria pauroso, come un abisso senza fondo attraversato dal vento ululante. Fissavo la sua faccia impassibile e non riusciva a venirmi in mente assolutamente niente. Sono stati momenti di puro terrore. Ancora una volta è intervenuto il buon Giuseppe da Copertino e, sospirando, mi ha fatto visualizzare la miniatura dell'imperatore tedesco Enrico III. Mi sono ripresa a stento e ho cominciato a parlare, scoprendo, da un'osservazione dell'esaminatore, che ero andata troppo avanti e che avrei dovuto iniziare con la dinastia della casa di Sassonia, dunque con Ottone I. Però non riusciva a venirmi in mente alcun collegamento tra Ottone I e qualsivoglia riforma in merito a papa, vescovi, abati e chierici. Comunque parlavo e, lentamente e faticosamente, e con la gola secca, mi sono ripresa. Lui un po' annuiva e un po' faceva mmm... come a dire che non era proprio esatto... comunque sono riusciva a costruire qualcosa di abbastanza convincente, per poi riuscire a passare finalmente a Enrico III e a papa Leone IX, alla corte pontificia e al movimento dei riformatori che sapevo bene. Da lì in poi è stato tutto in discesa, lunghissimo, interminabile, ma liscio. Mi ha torchiato ben bene per mezz'ora, concludendo con delle domande sugli altri testi (i "paesaggi della paura", i maggiori protagonisti delle opere di disboscamento dell'Alto Medioevo, e poi chi erano i pauperes verecundi e gli enti assistenziali in loro favore). Alla fine mi ha dato 30, stringendomi la mano. Sono uscita dall'aula distrutta e con la mente ridotta in poltiglia.

Ebbene, che ne pensate? 

In quanto a me, dopo questo tour infernale trascorrerò il fine settimana in uno stato di totale rilassamento, e con la borsa del ghiaccio sulla testa per far svaporare i fumi del cervello.

L'aggettivo "infernale" peraltro non è usato a casaccio, in quanto, poco dopo aver concluso l'ultima fatica, ho cominciato ad avvertire un intenso odore di bruciato. "Avrò lasciato la pentola sul fuoco," mi sono detta. Quando però l'odore ha assunto un sentore di zolfo, ho compreso che, oh... stava per ricomparire "lui", il potentissimo, amatissimo, temutissimo signore di Milano


Bernabò Visconti
ovvero
il protagonista de

Il Diavolo nella Torre

E dunque sì, tra tuoni e fulmini ritorna anche il Diavolo al castello di Trezzo nelle date del 7 luglio e dell'8 settembre come da locandina con gli attori di Teatrok! Vi aspettiamo e... per rinfrescarvi la memoria ecco il mio theatre trailer. 

Un abbraccio a tutti quanti, ci si rivede in giro!




***

Fonte della prima immagine:
Il cavaliere, la morte e il diavolo di Albrecht Dürer (1513) - Wikipedia


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sabato 2 giugno 2018

Chiuso per esami. L'università e i suoi libri


Come vi avevo preannunciato, si è aperto un mese particolarmente arduo causa esami universitari, oltre a tutti i miei impegni, non da ultimo la professione che mi consente di guadagnarmi la pagnotta. Per quanto riguarda l'università, mi sono iscritta alle seguenti prove:

- Civiltà e Lingua inglese (5 giugno, lo scritto; 8 giugno, l'orale)
- Geografia Urbana (12 giugno)
- Storia Medievale (20 giugno).

... sebbene è notizia di questi giorni che i professori universitari entreranno in sciopero, e quindi è a rischio la sessione estiva di esami. Sul mio account è apparsa una criptica comunicazione, dopo la lettura della quale mi sono detta "secondo me è già un esame, ma del mio Q.I.". Tra le fumose righe, ho capito a stento che il docente che decide di scioperare può farlo senza preavviso e all'ultimo momento, e che comunque è obbligato a ripetere la sessione 14 giorni dopo. Egoisticamente parlando, mi scoccerebbe parecchio, perché significherebbe non poter affrontare i miei tre esami, come ho attentamente programmato, a giugno, ma sarei in ballo fino a tutto luglio. Avevo anche pianificato infatti, proprio a partire da luglio, di concentrarmi su Storia della stampa e dell'editoria, per il quale devo studiare ben cinque tomi per l'esame del 10 settembre.

Comunque vadano le cose, in questo periodo ho ripreso a ripassare Storia Medievale, un pezzo per volta, perché per me è "il padre di tutti gli esami". Per questo motivo, e il caos inerente gli esami, il blog entra in pausa almeno per tutto questo mese, dove non potrò essere molto assidua nel commentare sui vostri blog, scusatemi!... anche se mi riprometto di recuperare. Ma non è detto, può darsi che invece, non avendo l'incombenza di scrivere il post del sabato, sia più assidua presso i vostri blog. Il blog rimane comunque aperto per eventuali guest post o altre necessità.

Siccome mi dispiace chiudere troppo bruscamente e lasciarvi a bocca asciutta, vorrei cogliere quest'opportunità per raccontarvi qualcosa non tanto sulle università medievali, tema vastissimo per cui ci vorrebbe un blog dedicato, quanto su come si presentavano i libri universitari nel Medioevo. Amiamo tutti moltissimo i libri in ogni loro forma, sia come autori che come lettori, e quindi spero che il tema sia nelle vostre corde.

Un cenno sulla nascita delle università è comunque d'obbligo. Malgrado nel mondo romano vi fossero state delle scuole, le università furono una creazione originale del XII secolo. Erano semplici associazioni di studenti e professori, che si configuravano in maniera non molto diversa dalle corporazioni di arti e mestieri. Fin da subito essi cercarono di ottenere il riconoscimento dell'autorità costituita, laica o ecclesiastica che fosse, e particolari esenzioni in modo da ottenere sgravi e aiuti per gli studenti più poveri. Già questo aspetto me le rende oltremodo attraenti!

Peraltro il termine universitas all'epoca indicava soltanto la struttura corporativa che si occupava di far funzionare il complesso dell'organizzazione didattica, indicata con il termine di studium. La prima università dell'Europa medievale è considerata la celeberrima Scuola medica di Salerno. A Bologna l'università nacque nell'ambito delle scuole laiche di diritto. A Parigi invece le origini dell'università sono da collegare con la scuola della cattedrale di Notre Dame. Una filiazione di Parigi si può considerare l'università di Oxford. Anche Bologna fu madre di altre università, ad esempio Padova e Napoli. C'era dunque un grande fermento culturale all'epoca.

I corsi si tenevano nelle case dei maestri o in case da loro affittate, mentre le assemblee, gli esami, le dispute solenni si svolgevano nelle chiese e nei conventi. Mi piace immaginare il gruppo degli studenti che si ritrova a casa del professore, come a testimoniare un legame molto stretto e personale, una sorta di complicità nell'organizzare le modalità di insegnamento e apprendimento.

Ma veniamo allo sviluppo della produzione libraria.

Come potete immaginare, la nascita dell'università contribuì a modificare radicalmente le condizioni in cui venivano prodotti i libri che erano oggetti di lusso, e molto costosi. Erano prodotti soltanto negli scriptoria dei monasteri e, in misura minore, nelle chiese cattedrali, e richiedevano mesi, a volte anni, di lavoro. All'opera degli amanuensi si affiancava quella dei miniatori che realizzavano non di rado delle vere e proprie opere d'arte. Ovviamente anche le biblioteche più fornite avevano poche copie pregiate di opere. Riuscite a pensarlo in rapporto alla nostra epoca, dove le nostre case di "lettori forti" rigurgitano di libri?

Nell'ambito dell'insegnamento universitario, dunque, era necessario disporre di molte copie della stessa opera, di libri maneggevoli e poco costosi, su cui poter fare anche delle annotazioni durante la lettura e il commento che faceva il maestro. Tutto questo in un'epoca in cui l'invenzione della stampa era ben al di là da venire. All'inizio infatti sia gli studenti che i maestri furono costretti a procurarsi da soli e in mezzo a difficoltà di ogni genere i libri di cui avevano bisogno. Come fare?

Il problema fu affrontato introducendo il sistema della "pecia", che garantiva la correttezza dei testi e la possibilità di averne a prezzi accessibili. Una commissione di professori approvava dunque i testi ufficiali (exemplaria) per fornirli ai librari-editori (stationarii) riconosciuti dall'università. Questi li utilizzavano per farne copie da destinare alla libera vendita sia per prestarli agli studenti e ai professori, che potevano ricopiarli. Gli exemplaria non erano però prestati nella loro integrità, ma composti di fascicoli sciolti, dette peciae, in modo che potessero lavorarvi più copisti contemporaneamente. Venne comunque a formarsi un tipo di libro dalle caratteristiche comuni, con ampi margini per i commenti, usi di iniziali e divisioni di periodi, sistemi sintetici di citazioni. La materia utilizzata era ancora la pergamena, di derivazione animale, ma già cominciava a diffondersi l'uso della carta per i codici di uso corrente. Anche la scrittura venne ad assumere tipizzazioni grafiche particolari. per meglio caratterizzare e definire la produzione universitaria. Come a dire, la necessità aguzza l'ingegno!

Ed ecco nato il libro universitario, e quindi al nostro discente medievale non rimanevano più scuse per mettersi a studiare d'impegno! Vero è che un'altra figura tipica dell'università medievale era quella del chierico vagante, cioè dello studente universitario che, soprattutto nel Basso Medioevo, si spostava in tutta Europa per seguire le varie lezioni. I chierici erranti conducevano una vita allegra e non di rado turbolenta, tra donne, gioco, risse e vino, ed erano visti con sospetto perché con il loro comportamento causavano parecchia instabilità sociale. Ai clerici vagantes viene attribuito ogni sorta di canto o poemetto satirico medioevale. Sembra comunque certo che i cosiddetti Carmina Burana siano effettivamente di produzione studentesca. Come a dire che il gap generazionale non è che sia molto cambiato nei secoli. Le generazioni più vecchie si lamenteranno sempre della rissosità di quelle più giovani, e quelle più giovani avranno da ridire sull'immobilismo delle più anziane. Ma sto divagando o vagando, proprio come il nostro "gogliardo"...

L'accenno alle libagioni mi porta però a rammentare il grande banchetto che si terrà oggi, quello famoso per il nostro "venticinquesimo" anniversario. Avremmo dovuto festeggiare agli inizi di marzo, ma mia cognata non era stata bene, e quindi avevamo rimandato. Oggi è il grande giorno! Festeggeremo dunque in un agriturismo di Trezzo sull'Adda, Le Cave del Ceppo, sotto l'occhio benevolo del nostro signore di Milano Bernabò Visconti che amava molto cacciare in quelle foreste. Chi sa che non faccia una capatina a trovarci, o addirittura non prenda posto con noi a tavola.

***

Con tutto questo vi saluto e concludo chiedendomi come erano i vostri rapporti con i libri di scuola o dell'università. Avete qualche bel ricordo da condividere con me?



Fonte testo: 
- Medioevo - I caratteri originali di un'età di transizione di Giovanni Vitolo

Fonte immagini:


- Lezione di filosofia a Parigi – miniatura dalle “Grandes chroniques de France”, fine XIV secolo – Castres, biblioteca municipale - da Wikipedia

- Esempi di capilettera nel Codex Frisianus (1325 circa) - da Wikipedia

- I gogliardi nel Medioevo - dal web

- Banchetto medievale - dal web
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sabato 26 maggio 2018

Uomini e donne volanti tra il sacro e il meraviglioso


Questo delizioso, piccolo libro di Errico Buonanno ha come titolo “Vite straordinarie di uomini volanti”, dove per uomini si intendono gli esseri umani, e quindi molte sono le donne che affollano le pagine dell’opera. Per creature volanti, però, si intendono coloro che volarono, o lievitarono, senza l’aiuto di mezzi meccanici, e dunque il grande Leonardo da Vinci e i fratelli Wright, per quanto ingegnosi e spericolati, sono esclusi dal novero. Tutta la narrazione è condotta sul fil rouge di coloro che, per un trasporto ineffabile dello spirito, o quasi per magia e illusionismo, riuscirono ad alzarsi in volo vincendo la potente legge della gravità. Uno dei temi che sta alla base del libro è, infatti, la storia dei levitanti personaggi che, prima del secolo della Ragione e dei Lumi, volavano senza pensarci e soltanto “perché ci credevano”, sfidando le leggi della fisica.

Il libro, come dicevo, si legge d’un fiato, e approfitto dell’occasione non soltanto per recensirlo, ma soprattutto per presentarvi alcuni personaggi storici che in esso sono tratteggiati. Esemplare in questa rassegna è la storia di Giuseppe da Copertino. Secondo le testimonianze coeve, questo frate cappuccino non è un prodigio d'intelligenza. Anzi, è così idiota che i confratelli lo chiamano Frate Asino, e  si divertono a tormentarlo con dispetti e angherie, che sopporta con pazienza. Spesso s’incanta a fissare il vuoto, come fosse imbambolato; e non riesce a svolgere i lavori manuali più semplici senza combinare disastri. Viene ordinato frate dopo aver passato un esame d’ammissione, rispondendo a una domanda, l’unica di cui sa la risposta. Ha infatti invocato l’intercessione della Madonna, cui è molto devoto, e Maria lo ha aiutato. (Con il tempo è diventato patrono degli studenti impegnati a superare esami difficili!) Giuseppe da Copertino, però, ha una facoltà straordinaria: lievita, addirittura vola, quando è in preda a emozioni incontenibili, e cioè accade fin da piccolo.

Il 4 ottobre del 1630 ha iniziato a volare, bambino, alla festa di San Francesco, staccandosi dal suolo e posandosi sul pulpito. Da quella volta, non ha più smesso, volando grossomodo duecento volte. Soprattutto la vista della Madonna, sotto forma di scultura o di un affresco che la ritrae, lo emoziona al punto da ripetere: “Bella Maria! Bella Maria”, da abbracciare magari il padre custode e trasportarlo in alto con lui. I superiori gli chiedono spiegazioni di quei voli, ed egli risponde che sono "ratti giubilati", cioè rapimenti che lo colgono quando è invaso dalla contentezza. Nel giorno in cui Giuseppe si reca in visita ad Assisi, è così felice che continua a svolazzare. Viene condotto in chiesa, ma ecco che “subito notò una Madonna col Bambino che gli ricordava una Vergine del vecchio monastero. “Ed il vederla, e il dar in uno strillo, e il portarsi a volo diciotto passi in aria verso di lei, e l’abbracciarla, e il dire Ah mamma mia, mi hai seguitato, fu così tutt’una cosa.” Gli proibiscono di volare, ma non può farne a meno. Interrogato davanti all’Inquisizione, si alza in volo tutt’attorno, ballando e cantando. Lo spediscono a Roma, vola davanti al Papa, che lo osserva con “divoto terrore”. Visti i tempi grami, poco ci manca che finisca sul rogo. Viene trasferito nelle Marche, e rinchiuso prima in un monastero e poi in un altro e un altro ancora, sotto proibizione di non parlare con nessuno. Finisce i suoi giorni a Osimo, in un totale isolamento, come una bestia rara rinchiusa in una gabbia.

Un’altra storia affascinante, che mischia il sacro al meraviglioso, verte sul duello epocale che vide contrapposti l'apostolo Pietro e Simon Mago e di cui c’è traccia nella Basilica di Francesca Romana. Qui è conservato un blocco orizzontale di marmo con due rientranze protette da grate. La leggenda dice che sono il segno delle ginocchia di Pietro, proprio lui, il principe degli apostoli, che s’inginocchiò a pregare affinché Simon Mago, alzatosi in volo, si schiantasse. Un altro dei temi è, infatti, il contrasto tra la “levitas”, la leggerezza, dei volanti, e la “gravitas” di coloro che la considerarono impossibile, o addirittura contraria alle regole della convenienza e del pudore. Tra Pietro e Simone c’è un contrasto di mentalità, e non solo di intenti. Il solo ritratto ufficiale di Simon Mago è dato dagli Atti degli Apostoli (8, 9-25) in cui si racconta che egli gira per la Samaria incantando la gente con trucchi strabilianti. Quando si accorge che gli apostoli compiono prodigi ben maggiori, si offre di pagarli per scoprirne i segreti, salvo essere duramente rimproverato da Pietro. Da qui nasce il termine “simonia” come commercio peccaminoso di beni sacri spirituali o il peccato relativo. Il litigio con Pietro fa confluire il personaggio in altri scritti, come la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine. Ed è proprio qui dove viene descritto il duello di miracoli che avviene tra Pietro e Simon Mago, non senza prima darci conto di ciò che Simone sapeva fare a Gerusalemme: falci che mietevano i campi da sole, statue che ridevano, cani che cantavano, alberelli che spuntavano. Insomma, i due si incontrano a Roma e si sfidano a duello, compiendo prodigi uno dopo l’altro, in una sequenza che a me ha ricordato molto il combattimento magico di Mago Merlino e Maga Magò in “La spada nella roccia”. Alla fine Simone sfida Pietro all’ultimo atto del duello, cioè il volo. A quel punto, come ho scritto poco prima, nel vedere Simone che volava nel cielo, il principe degli apostoli si inginocchia sul blocco di marmo e prega che quell’invasato precipiti, cosa che puntualmente avviene e determina lo schianto di Simone.

Come dicevo, sono descritte molte donne che ebbero la facoltà di volare, tra cui Santa Teresa d’Avila, peraltro molto imbarazzata di un dono che non sollecita e che si manifesta nei momenti sbagliati, e di cui preferisce non parlare. A Malagón, un giorno, il vescovo di Mendoza sta dando la comunione alle suore attraverso il comulgatorio, cioè l’apertura dietro il coro, quando Teresa improvvisamente vola fino al soffitto. “Il fatto di essere sollevata in aria […] mi provocò doloroso imbarazzo, perché lo ritenevo un evento straordinario e avevo paura che desse origine a troppi pettegolezzi.” L’estasi spirituale che la coglie è stata effigiata dallo scultore Bernini nella Transverberazione di santa Teresa d'Avila, in modo mosso, tempestoso e sensualissimo. Un'altra santa che lievita è Maria di Ágreda, in quanto uno scrittore informato dei fatti racconta che, quando Maria si libra a mezz'aria, è così leggera che le altre monache, per spostarla da un luogo all'altro, soffiano leggermente, come fanno i bambini con le bolle di sapone. Naturalmente nel libro si fa anche un accenno alle streghe e, secondo il Malleus Maleficarum, il primo e più celebre manuale di caccia alle streghe, in cui si affermava, fra l’altro, che le donne fedeli al Demonio “scatenano la grandine, il vento rovinoso, il fulmine, procurano la sterilità negli uomini e nelle bestie; e mangiano i bambini.” E quindi, poi “volano da un posto all’altro sia col corpo sia senza corpo.” Ma sulle streghe non apro parentesi troppo lunghe, in quanto è un argomento assai spinoso e che nel libro è, appunto, trattato in uno stringato capitolo, dove si esprime la massima compassione per queste donne sventurate, che spesso erano guaritrici ed esperte d'erbe.


Non mancano nemmeno i personaggi della letteratura, come Peter Pan oppure Astolfo che volò sulla luna per recuperare il senno di Orlando in Orlando Furioso, un poema cavalleresco che santa Teresa leggeva avidamente in gioventù, per cui anche la parte fantastica è ben servita.

Il libro si conclude con la tragica storia del “sarto volante” che finisce la sua carriera e la sua esistenza il 4 febbraio 1912. Franz Reichelt è austriaco, ma a Parigi ha un negozio di abbigliamento. Appassionato di volo, ha inventato un vestito-deltaplano con cui ha manifestato l’intenzione di lanciarsi dalla Tour Eiffel. Dopo averne dato l’annuncio, in una mattina di febbraio Reichelt, sulla cima dell’edificio, sale su uno sgabello, lancia un pezzetto di carta per controllare come spira il vento, e dopo lunghi attimi di esitazione, si butta dalla torre. L’evento viene ripreso in un video che, se volete, potete vedere qui in un'edizione della British Pathé (dura 1:36), dove si vedono le fasi preparatorie e infine l’uomo che precipita e si schianta al suolo. Devo dire che l'ho trovato piuttosto angosciante, soprattutto nei lunghi istanti che precedono il lancio nel vuoto. La sonata al pianoforte aggiunge ulteriore tragicità alle immagini. Ma l’autopsia aveva rivelato che era stato fulminato da un infarto ancor prima di toccare terra. Così era morto il sogno del sarto volante. Pochi anni dopo sarebbe finito un altro sogno, quello collettivo di una pace duratura tra gli uomini: sarebbe scoppiata la Grande Guerra, il primo di due devastanti conflitti su scala globale.

***
Bene, siccome giugno è mese di esami, ben presto mi rivolgerò a Giuseppe da Copertino come patrono degli studenti per superare gli esami difficili dell'università! ;) Vi è piaciuta la mia carrellata di personaggi volanti? Conoscete qualche leggenda o personaggio, curiosi e stravaganti, delle vostre parti? 


Fonte testo:

- Vite straordinarie di uomini volanti di Errico Buonanno - Sellerio editore

Fonte immagini:

- San Giuseppe da Copertino si eleva in volo alla vista della Basilica di Loreto. Dipinto di Ludovico Mazzanti - Wikipedia
- Morte di Simon Mago, stampa del 1493 - Wikipedia
- La Transverberazione di santa Teresa d'Avila (nota anche come Estasi di santa Teresa) di Gian Lorenzo Bernini (1647-1652) - Wikimedia Commons
- Franz Reichelt che indossa il suo vestito-paracadute - Wikipedia



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sabato 19 maggio 2018

Philobiblon - Premio Letterario Italia Medievale edizione 2018



Popolo di scrittori, udite udite!

Vi chiamo a raccolta per comunicare che, come ogni anno, l'Associazione Culturale Italia Medievale ha emesso il bando di concorso per il


Philobiblon 
Premio Letterario Italia Medievale

 riservato a racconti brevi ed inediti liberamente ispirati al Medioevo.

L'associazione organizza conferenze con docenti universitari e storici, presentazioni di saggi e romanzi, visite guidate e molte altre iniziative nell'ambito di manifestazioni e fiere dedicate a questo periodo storico. Sono socia da alcuni anni, e posso testimoniare della qualità, anche filologica, dei loro eventi; quindi sponsorizzo molto volentieri il premio.

Lo scorso anno, tra l'altro, la cerimonia di premiazione si è svolta nello splendido contesto della sagrestia bramantesca di Santa Maria delle Grazie a Milano, per cui anche l'occhio è stato ampiamente soddisfatto.

Ecco alcune informazioni tratte dal sito dell'associazione, che potete trovare anche al seguente link:

Philobiblon?

Il nome scelto per il Premio Letterario Italia Medievale si rifà ad un’opera di Riccardo di Bury (1287-1345), monaco benedettino inglese, cancelliere del re Edoardo III, del quale fu precettore. Terminò appena un anno prima di morire il Philobiblon, scritto in latino, testo che gli avrebbe assicurato la riconoscenza e l’affetto di generazioni di bibliofili. Trattatello morale in lode alla lettura e manuale di bibliofilia dedicato alla scelta, al reperimento, alla conservazione dei libri, il testo è anche consultabile online nella versione originale integrale in latino.

Regolamento

Partecipare al Premio è semplice e gratuito. È sufficiente compilare il modulo che troverete sul sito in ogni sua parte e allegare il file con il racconto. Il file deve essere in formato RTF (Rich Text Format, ottenibile salvando il file con Microsoft Word, Open Office, Libre Office ed altri comuni editor di testi) e deve contenere titolo e testo completo del racconto.

Il racconto deve essere inedito, di proprietà dell’autore che lo sottopone alla Segreteria del Premio e non deve superare in lunghezza le 20.000 battute, spazi inclusi. Le opere non conformi alle direttive verranno escluse dal Premio. Ciascun concorrente è tenuto ad inviare un solo racconto. Gli autori dei racconti pubblicati si impegnano a cedere i diritti all’organizzazione del Premio.

Agli autori dei racconti classificatisi ai primi tre posti e ad altri autori segnalati dalla giuria saranno consegnate targhe personalizzate, la tessera ACIM valida per un anno e i loro racconti saranno pubblicati online sul portale dell’Associazione e in formato cartaceo a cura di Italia Medievale.

I vincitori e gli autori segnalati riceveranno comunicazione diretta da parte della Segreteria del Premio. I risultati dei Premio saranno pubblicati sul portale dell’Associazione Culturale Italia Medievale.

Le opere dovranno essere inviate entro il 20 agosto 2018. La premiazione dei racconti vincitori avrà luogo a Milano l’ultimo sabato di novembre 2018.

Per info: info@italiamedievale.org

***

Ebbene, non vi punge vaghezza di partecipare? Quest'anno ci sto facendo un pensierino... Mentre anche voi arrotate le punte delle vostre penne, rigorosamente d'oca, vi lascio con alcune immagini della premiazione dello scorso anno e informazioni sulla sagrestia del Bramante.














Da Wikipedia: 

La sagrestia vecchia è un grande ambiente cui si accede dal Chiostro delle rane, sul lato opposto a quello della chiesa. Si tratta di una vasta aula rettangolare, che prospetta su Via Caradosso con grandi finestroni dalle cornici in cotto, restaurate nell'Ottocento. La sua costruzione risale all'ultimo decennio del Quattrocento, in concomitanza con il rifacimento della Tribuna. Il progetto è tradizionalmente assegnato a Bramante, ma senza prove documentarie. Sopra il portale d'ingresso, una lunetta di Bramantino raffigura la Madonna fra San Giacomo e San Luigi di Francia. La presenza di quest'ultimo Santo fa risalire la datazione al periodo di dominazione Francese, fra il 1499 e il 1512. 

Maurizio Calì, presidente di Italia Medievale
e Mauro Enrico Soldi, del consiglio direttivo.

L'aula interna è coperta da una volta a botte unghiata, con testate a ombrello, e termina con una piccola abside. La decorazione ad affresco che ricopre la volta è stata da taluni attribuita a Leonardo, per la presenza del motivo del Nodo Vinciano, utilizzato anche nella Sala delle Asse al Castello Sforzesco.

Al di sotto della volta, l'alta trabeazione presenta motivi decorativi classicheggianti con draghi e conchiglie. Lungo tutto il perimetro della sagrestia corrono gli armadi lignei destinati a custodire gli arredi sacri. Tutti gli sportelli sono ornati da dipinti databili all'inizio del Cinquecento, con scene bibliche. Di grande bellezza sono le quattordici ante a destra, con scene del Nuovo Testamento, nei modi del Bramantino, mentre sul lato sinistro sono raffigurati episodi dal Vecchio Testamento. Completano la decorazione della sala, sulla parete di fondo, affreschi cinquecenteschi.





  • Fonte testo: Associazione Culturale Italia Medievale e Wikipedia
  • Le immagini sono state da me scattate nel corso della cerimonia 2017.


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sabato 12 maggio 2018

Il Caffè della Rivoluzione: Il pranzo è servito! / 35




Come sapete, in tempi recenti mi sono iscritta all'università, facoltà di Storia, decisione di cui sono sempre più convinta e soddisfatta man mano che passa il tempo. Rimettersi a studiare significa non soltanto ricominciare a far andare i neuroni in maniera più o meno intensa, ma nel mio caso anche scovare delle curiosità molto utili per il mio romanzo sulla rivoluzione, e ogni volta è una vera sorpresa, proprio come ritrovare un vecchio amico. Tra l'altro ci sono delle gradite novità proprio sull'argomento del romanzo... ma di questo parlerò in un altro ambito.

Per riprendere il filo del discorso, uno dei miei libri universitari di Geografia Urbana, Il trionfo della città di Edward Glaeser, non soltanto smonta molti luoghi comuni relativi alla città e alla campagna, ma anche molte utopie ambientaliste che vanno di moda ai giorni nostri e con cui mettiamo a riposo la nostra coscienza di sciuponi.

Sì, ma che cosa c'entra questo con la rubrica sulla rivoluzione francese e l'antico regime? vi chiederete. Ebbene, ho scoperto qualcosa di molto interessante sulla nascita dei ristoranti! Nel paragrafo "La divisione del lavoro e il Lamb Vindaloo", l'autore ci parla della città come una vertiginosa cornucopia di stili culinari, di varietà di prezzi e di atmosfere. Nelle aree extra urbane a bassa densità abitativa, dove i ristoranti sono posizionati lontano dalle abitazioni, le famiglie si preparano giocoforza il loro cibo, siano o no brave nella bisogna. Nella città, è facile per le persone uscire a mangiare e trarre soddisfazione dal lavoro di cuochi provetti. I commensali urbani possono approfittare del fatto che esistono infrastrutture specializzate, e ristoranti dove si fondono modi di cucinare geograficamente diversi, per la gioia di schiere diverse di consumatori con differenti possibilità di spesa. Lo possiamo vedere nella fotografia dell'elegante ristorante del Musée d'Orsay di Parigi.

E ora veniamo al clou del mio post.

Se le locande e le taverne sono naturalmente antichissime - da che mondo è mondo l'uomo ha sempre amato sedersi a mangiare, bere e chiacchierare con i suoi simili - i ristoranti veri e propri hanno visto la loro comparsa a Parigi nel tardo diciottesimo secolo. Ebbene sì, con il termine "ristorante" si intende precisamente un luogo che attrae le persone con la loro cucina. Secondo il testo di Glaeser si ritiene che un certo signor Mathurin Roze de Chantoiseau sia stato il primo ristoratore nel senso moderno del termine. Il termine restaurant nacque perché Roze vendeva delle salutari minestre che dovevano "ristorare", cioè restaurer, i parigini che avevano bisogno di rinfrancarsi. La densità urbana creò un mercato per i prodotti specializzati, e le zuppe furono uno di questi prodotti. Nell'esercizio commerciale di Roze, si stava seduti separatamente, veniva offerta ai clienti una scelta di cibi, e loro pagavano in base alle pietanze che avevano ordinato, e non a un prezzo fisso. Furbescamente il signor Roze riuscì a evitare di mettersi contro la lobby dei fornitori di cibo consegnato a domicilio, quello che ogni si chiama catering, grazie a una sostanziosa somma da lui versata per diventare un fornitore ufficiale della corona.


Su Wikipedia leggo invece che il significato moderno del termine nacque attorno al 1765, quando un cuoco parigino di nome Boulanger, che in francese tra l'altro equivale a "panettiere", aprì un'attività di ristorazione. Chiunque sia stato l'inventore di questa formula innovativa, questa ebbe un successo strepitoso in tutta Europa, come potete vedere nella stampa soprastante di un ristorante britannico. Nel 1782 venne senz'altro inaugurata a Parigi la Grande Taverne de Londres. Secondo Jean Anthelme Brillant-Savarin, il più famoso degli amanti della buona cucina, lo chef della Grande Taverne fu "il primo a combinare i quattro elementi essenziali: sala elegante, camerieri accorti, scelta di vini, e piatti di qualità superiore".


Prima di questa novità, la cucina di lusso, così come il teatro secolare, era un passatempo dei nobili, i soli consumatori sufficientemente ricchi per pagare i propri chef e le proprie troupe di attori. In questo modo, i buoni ristoranti servirono ad addestrare altri chef e a ispirare i loro clienti a migliorare il loro modo di cucinare a casa.

Per concludere con un ultimo aggancio alla rivoluzione francese, nella stampa qui accanto potete vedere l'assassinio del convenzionale Lepeletier de Saint-Fargeau presso Février, ristoratore al Palais-Royal.  No, non pensate male, non aveva protestato perché il conto del ristorante era troppo salato, ma aveva votato la morte del re e si era attirato odi feroci. Sicuramente in questo caso il pranzo gli sarà stato, ehm, indigesto...


***

Ebbene, si è fatta quasi ora di pranzo e sento un certo languorino... :) Non mi resta che augurarvi bon appétit! e chiedervi se vi piace mangiar fuori e dove, e quali sono i piatti che preferite.

***




Fonte testo:

Il trionfo della città di Edward Glaeser - Bompiani

Fonte immagini:

  • ristorante del Musèe d'Orsay - Wikipedia
  • stampa britannica dal sito http://www1.folha.uol.com.br/folha/sinapse/ult1063u119.shtml
  • L'assassinio del convenzionale Lepeletier de Saint-Fargeau presso Février, ristoratore al Palais-Royal - Wikipedia
  • fotografia di giovane donna a tavola - Pixabay



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sabato 5 maggio 2018

Titoli visionari, meravigliosi titoli


Scegliere il titolo di un romanzo o di un racconto è un passaggio fondamentale per offrire al lettore una sintesi, che sia allo stesso tempo suggestiva e focalizzante, e che serva anche da slogan per il contenuto dell'opera. Ci siamo detti molte volte che il titolo è uno dei primi elementi che cattura lo sguardo, insieme con la copertina. All'argomento avevo dedicato un post qualche tempo addietro che, se volete, potete ritrovare qui. Nel post, elencavo alcune tipologie di titoli, che avevo suddiviso grossomodo come segue:

- il tandem (Il rosso e il nero)
- il criptico (Dieci piccoli indiani)
- la citazione (Se questo è un uomo)
- nome e cognome (Anna Karenina)
- una sola parola (Espiazione)
- la frase (Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve)

Il post di oggi, però, non riguarda la maniera di scegliere un titolo. Ho scelto infatti di dare un taglio particolare al post in quanto non metto in relazione titolo e  contenuto. Ad esempio Mondo senza fine, il primo romanzo del mio elenco, è ambientato nell'Inghilterra del 1327, e il titolo ha un significato molto legato alle vicende e soprattutto all'ambientazione storica e medievale dell'opera. Infatti World Without End si riferisce all'ultimo verso della preghiera Gloria Patri in una delle più comuni traduzioni inglesi; la corrispondente traduzione in italiano è "Per tutti i secoli dei secoli" o "Nei secoli dei secoli". Non ho nemmeno letto alcune delle opere elencate, anche se ne ho sentito parlare e sono sullo scaffale delle mie future letture (una per tutti, Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino). Non mi occupo nemmeno delle vicende editoriali che hanno portato a una scelta anziché un'altra, anche se nel caso del romanzo di Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, c'è stato un cambio di rotta, radicale e molto interessante, che secondo me ha dato valore aggiunto.

No, i titoli di romanzi o racconti del mio elenco evocano in me paesaggi interiori intensi, o musicalità del tutto particolari. Ho tentato quindi un esperimento di libera associazione con il titolo, quasi di tipo psicanalitico e senza nessuna pretesa, e vi ho associato un'opera d'arte anche se non sempre sono riuscita a trovare quello che volevo. Ovviamente ne potrei aggiungere altri cinquanta per me altrettanto belli, ma ognuno hai i suoi gusti, e poi sul web bisogna economizzare spazio e pazienza. Per il momento ecco a voi i miei magnifici dieci:


MONDO SENZA FINE
di Ken Follett

Un pianeta che si muove nell'universo buio.
Splendore di stelle, galassie, costellazioni.
Un sistema complesso e formicolante di vita
visibile e invisibile.
Minuscola. Enorme.
Anime d'uomini e d'animali.
Il pianeta si muove incontro a Dio.
Beatitudine, vita eterna.
La Luce.

Opera: "Rex" di Mikalojus Konstantinas Ciurlionis (1909), Čiurlionis National Art Museum, Kaunas, Lithuania



LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI
di Paolo Giordano

Pura astrazione della matematica.
I numeri primi sono intelligenze eccelse.
Una sequenza di numeri.
La bellezza nella diversità,
bambini prodigio.
Numeri primi: sono speciali.
Un paesaggio di linee rette.
Ombre e luci nette, stagliate sulla tela.
Silenzio.


Opera: "Piazza d'Italia" di Giorgio De Chirico (1903), Art Gallery of Ontario (AGO), Toronto, Canada


VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE
di Louis-Ferdinand Céline

Un treno a vapore che sferraglia
sulle rotaie.
Il termine della notte non è l'alba,
è un abisso.
Un binario che si interrompe.
Il viaggio conduce nell'abisso.
Ci sono i vagoni piombati.
Lo sbuffo della ciminiera,
il fragore delle ruote sul binario.

Opera: "Rain, Steam and Speed" di J. M. W. Turner (1844), National Gallery di Londra


L'UOMO DAL FIORE IN BOCCA
di Luigi Pirandello

Un uomo che ama le donne.
Un fiore tenuto tra i denti?
È un torero, forse.
Il fiore assomiglia alla bocca,
hanno la stessa forma,
la stessa carnosità.
L'uomo è un enigma. Una maschera.
Il fiore è qualcosa di delicato, soave,
un punto di perfezione.

Opera: "Autoritratto" di Pablo Picasso (1901),
Museo Picasso di Parigi




I PILASTRI DELLA TERRA
di Ken Follett

Pilastri che si ergono dalla terra.
Si slanciano, possenti, verso il cielo.
Lo sorreggono, come Atlante
sorreggeva la volta celeste
sulle sue spalle.
Se si tolgono i pilastri,
crollerà il cielo.
Ma forse crollerà anche la terra
perché sorreggono la terra.
I pilastri dei giganti.
Echi nella navata.

Opera: "Studio in Verticale (La Cattedrale)" di Frantisek Kupka (1913), Museo Kampa




CRISTO SI È
FERMATO A EBOLI
di Carlo Levi

Cristo predicatore, il suo viaggio.
Si è fermato e non ha proseguito.
La sua parola è cessata.
Eboli è un luogo privilegiato.
La cena di Gesù con le donne
e i poveri di Eboli.
Scuoti la polvere dai calzari
e prosegui il tuo viaggio.



Opera: "Orazione nell'orto" di Andrea Mantegna (1455), National Gallery di Londra





IL CASTELLO DEI DESTINI INCROCIATI
di Italo Calvino

I destini incrociati sono lame.
Nel castello ci sono cavalieri.
L'incrocio è un tessuto di esistenze.
Il castello è un simbolo,
qui è anche un crocevia.
Si trova su un'altura, c'è la neve.
La storia è una fiaba
tutta da raccontare.

Opera: "The Castle of the Pyrenees"
di René Magritte (1959), Museo d'Israele




IO SONO LEGGENDA
di Richard Matheson

La maestà del pronome "io".
C'è una leggenda, un mito, un personaggio
che si presenta.
Potrebbe essere un antico eroe, o un mostro.
I lembi del suo cappotto, o di un mantello,
fluttuano al vento della sera.
Un fiume si snoda accanto a lui,
le acque s'indorano.


Opera: "Due uomini che contemplano la luna" di Caspar David Friedrich, ca. 1825–30,
Metropolitan Museum of Art


OPINIONI DI UN CLOWN
di Heinrich Böll


Un clown non dice cose serie.
O, meglio, le esprime alla sua maniera.
Non viene preso sul serio.
Il clown ha la faccia dipinta.
Può far ridere, ma può fare anche
molta paura.
Da piccola avevo paura dei pagliacci.

Opera: "Testa di un clown" di Georges Roualt
(ca. 1920), Indianapolis Museum of Art




IL DIO DELLE PICCOLE COSE
di Arundhati Roy

Il dio è un essere possente.
Le piccole cose sono nella quotidianità.
C'è un contrasto.
Gli oggetti sono quelli, umili e silenziosi,
che non osserviamo mai.
I Lari degli antichi Romani.
Gli angoli pieni di polvere delle case,
la carezza di una luce soffusa.
Un gomitolo di lana in un cestino.

Opera: "Natura morta" di Giorgio Morandi (1953), Pinacoteca di Faenza

***

Bene, la mia fatica è terminata! Quali sono i vostri titoli preferiti, e quali sono le visioni che evocano nella vostra mente?

***

Hanno partecipato all'esperimento anche i seguenti blogger:


  • Patricia Moll di Myrtilla's House, qui il suo contributo
  • Ariano Geta de Il blog di Ariano Geta, eccolo al seguente link
  • Rosalia Pucci del blog Scrivere la Vita, lo trovate qui
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sabato 28 aprile 2018

Le parole di Giordano Bruno... e la nostra scrittura


Qualche tempo fa trovai sul supplemento di un quotidiano una citazione del filosofo Giordano Bruno,  tratto da La cena de le Ceneri (1584), corredata da un breve articolo. Pur sapendo ben poco di questo filosofo, il passaggio mi colpì e conservai la pagina per poterla rileggere ogni tanto e, all'occasione, poter scriverne un post. Ora è venuto il momento!

Chi era Giordano Bruno, innanzitutto? Vediamo che cosa ci dice di lui l'enciclopedia Treccani, cui vi rimando per una lettura completa della biografia e soprattutto della parte filosofica che è molto complessa:
Filippo della famiglia dei Bruni assunse il nome di Giordano entrando a 17 anni nel convento di S. Domenico a Napoli. Sospettato di eresia, riparò a Roma (1576), di qui, deposto l'abito ecclesiastico, andò peregrinando di città in città; fu a Ginevra (1579), dove per alcuni mesi abbracciò il calvinismo, a Tolosa, a Parigi (dove pubblicò nel 1582 il De umbris idearum e la commedia il Candelaio), in Inghilterra (1583-1585), dove per alcuni mesi insegnò a Oxford e pubblicò a Londra, con il finto luogo di Parigi e di Venezia, Cena de le ceneri, De la causa principio et uno, De l'infinito universo et mondi, Spaccio de la bestia trionfante (1584), De gli eroici furori (1585).
Dopo un breve soggiorno a Parigi, passò nell'agosto del 1586 in Germania, e tra il 1590 e 1591 a Francoforte pubblicò i poemi latini De minimo, De monade, De immenso et innumerabilibus. Nel 1591 accogliendo l'invito di G. Mocenigo, si recò a Venezia dove, denunziato come eretico dal suo ospite, fu nel 1592 arrestato dall'Inquisizione e processato. Si dichiarò disposto a fare ammenda, ma, trasferito all'Inquisizione di Roma, e sottoposto a nuovo processo, rifiutò di ritrattarsi, onde fu come eretico condannato al rogo, che egli affrontò impavido a Roma in Campo de' Fiori. 
Alla radice della filosofia bruniana può porsi l'intuizione della originaria unità e infinità del tutto, in cui l'uno-Dio, infinito in un solo atto, si riverbera e moltiplica in infinite sussistenze attraverso un processo di discesa necessario e immanente alla stessa natura divina. Anche nel campo letterario egli è tra coloro che preannunciano, nell'ultimo Cinquecento e nel primo Seicento, la letteratura più moderna. Si pone, risolutamente, in nome della libertà del poeta e dell'uomo, contro le regole letterarie esterne, ricavate ai suoi tempi dalla Poetica di Aristotele, contro le imitazioni, in particolare del Petrarca; inizia la violenta satira contro il pedante, cioè contro l'erudizione fine a sé stessa e la letteratura paga di semplici esornamenti. Rozzo, dialettale, sovente contorto e torrenziale, esprime tuttavia, spesso con rara potenza nella satira o nella esaltazione intellettuale, la sua ansia di dignità e di verità.

Veniamo però al passaggio che mi aveva tanto colpito da conservarlo:
Quantumque non sia possibile arrivar al termine di guadagnar il palio: correte pure, e fate il vostro sforzo, in una cosa de sì fatta importanza, e resistete sin all'ultimo spirto. (...) Non solo è degno d'onore quell'uno ch'ha meritato il palio: ma ancor quello e quel altro, ch'a sì ben corso, ch'è giudicato anco degno e sufficiente de l'aver meritato, ben che non l'abbia vinto.
Che cosa ci vuole dire il filosofo nolano? Provo a elencarne qualche significato per applicarlo alla nostra attività di scrittura:

- che gli obiettivi raggiunti facilmente e senza sforzo, o anche portati a compimento con frettolosità, hanno poco o nullo valore;
- che l'importante non è vincere, ma saper correre fino alla fine senza farsi scoraggiare e senza aspettarsi poste in palio;
- che bisogna gareggiare con onestà e senza mezzi e sostegni illeciti che arricchiranno le nostre tasche, ma non ci arricchiranno lo spirito;
- che non soltanto il vincitore è degno di lode e d'onore, ma anche chi ha gareggiato fino alla fine;

...e, aggiungerei, che non bisogna guardare sempre quello che fanno gli altri, ma andare avanti dritti per la propria strada.


La tentazione di Sant'Antonio
di Salvador Dalì (1946)
Musée des Beaux-Arts di Bruxelles

Quante volte abbiamo discusso di quanto sia difficile il mondo editoriale per chi non abbia contatti o conoscenze, e di come apparentemente raggiungano la celebrità sempre i soliti noti e non per merito?

Applicando le parole del filosofo alle nostre passioni, scriviamo e agiamo per il gusto di farlo e non aspettiamoci nulla in cambio. In questo modo, se non riceveremo nulla, non rimarremo delusi. Se riceveremo qualcosa - un complimento, una frase di ammirazione, una recensione scaturita dal cuore, un riconoscimento o un'opportunità - sarà come un regalo d'oro zecchino.

Se ci comportiamo in modo gioioso e rilassato, senza combattere contro la corrente avversa o perderemo energie, ne trarremo grande giovamento anche in termini di salute. Non aspettiamoci che tutto sia perfetto - e questo lo devo imparare io per prima - perché abbiamo a che fare con l'imponderabile, e le cose non vanno sempre come vogliamo. Così ci saranno sempre refusi nelle bozze che abbiamo corretto mille volte, o correzioni tralasciate, o una copertina che non è come la volevamo, o la svista che è rimasta o la frase che, riletta a mente fredda, avremmo scritto in modo diverso. Anche questo fa parte del nostro essere umani.


***

E voi che cosa ne pensate? Quali sono le regole che vi siete dati per procedere senza lasciarvi scoraggiare troppo?


Fonti immagini:

Wikipedia

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sabato 21 aprile 2018

Cercasi date di Storia disperatamente!


Il post di oggi riguarda un argomento anomalo,  perché ha come protagonista la memoria in rapporto ai numeri. Dovete sapere che la mia memoria è sempre stata un colabrodo per quanto riguarda i numeri. Dopo anni di sforzi, riesco a ricordarmi il mio numero di cellulare, e poco altro. La verità è che io e i numeri non ci siamo mai amati, anzi, ci siamo sempre guardati in cagnesco, o con un alto grado di sospetto reciproco.

Al liceo linguistico brillavo nelle lingue, in letteratura, in storia e in geografia, e mi piaceva moltissimo l'ora di educazione artistica perché ero portata in disegno. Ed ecco che arrivava "lei", l'ora di Computisteria con i relativi sfracelli. Stendiamo un velo pietoso sulla precedente scuola media, e sull'ora di puro terrore che per me comportavano i compiti in classe, oggi ribattezzati verifiche, di matematica, geometria, fisica, il cui risultato mi abbassava puntualmente la media. Ricordo lunghi, interminabili minuti passati a fissare il foglio con il vuoto siderale nella testa.

Ho cercato di ignorare i numeri dal giorno in cui sono uscita dalla scuola. o perlomeno ho provato a stare bene alla larga.

Ora i numeri mi sono ricomparsi davanti nella forma micidiale delle date in Storia. Nel mese di giugno vorrei dare appunto l'esame di Storia Medievale, insieme a quello di Geografia Urbana e Civiltà e Lingua Inglese, e ho il problema di memorizzare le date. Naturalmente la docente di Storia Medievale non pretende che memorizziamo pagine e pagine di date, ma alcune vanno imparate. Io conosco pochissime date, alcune facili da memorizzare (la data di inizio della Rivoluzione Francese con numeri uno di seguito all'altro: 1789); altre invece permangono nella mia testa in modo assolutamente inspiegabile (la data della battaglia di Bosworth Field, che segna la fine della Guerra delle Due Rose, e anche la fine del Medioevo inglese: 1485).

Ho dunque cercato in rete, dove si trova di tutto, alcuni consigli sulle tecniche di memorizzazione. Ecco quello che ho scovato!


1. METODO DELLO SHAPE-SYSTEM

Questo video Youtube è molto divertente, in due parole il metodo di Giuseppe Moriello, che tra l'altro ha partecipato ai campionati di memoria nel 2015 arrivando al terzo posto, è quello di trasformare ogni numero in un'immagine amichevole ("calda e coccolosa", come dice Giuseppe). Il passaggio successivo è quello di trasformare queste immagini in una storiella che evochi i numeri, l'articolo di codice nel suo caso di studente in diritto, che occorre memorizzare.


Quindi ho provato a creare le mie proprie immagini, e il risultato delle mie elaborazioni è stato:
0 = scudo  1 = candela  3 = rondine  4 = vela  5 = profilo con bocca aperta  
6 = ciliegia  7 = falce  8 = pupazzo di neve  9 = amo.

Il punto però è che il mio è un esame orale, e quindi se mi chiedono la data della battaglia di Hastings 1066 non posso dire: candela-scudo-ciliegia-ciliegia, o il passo successivo per la professoressa o l'assistente sarebbe quello di chiamare il servizio di igiene mentale. Inoltre secondo me basta poco per scambiare due numeri tra loro, e generare un cambio di secolo (non dico di millennio perché fin là ci arrivo pure io).


2. METODO DELLA CONVERSIONE FONETICA

Per spiegare questo metodo ci vorrebbe un post a parte, quindi vi rimando a questo articolo del sito  Gli Audaci della Memoria che trovate al seguente link. Per quanto riguarda il metodo, occorre trasformare ogni numero in una lettera secondo una determinata tabella, che trovate qui a fianco.

Quindi la mia data 1066 della battaglia di Hastings, con la conversione fonetica diventa:

T S C C

con le C dolci. A questo punto bisognerebbe trasformare l'insieme delle consonanti in una parola aggiungendo le vocali, che sono riempitive, ed eventualmente passare poi a costruire un'immagine. Ora, io sarò anche lenta di comprendonio, ma a me sembra un procedimento piuttosto macchinoso, perché:
1. mi devo ricordare a ritroso le corrispondenze e non è detto che ci riesca;
2. non tutte le composizioni di consonanti possono trasformarsi in parole con l'aiuto delle vocali. Io qui francamente non saprei come fare. :( ... Forse: "Ti scaccio"?

3. METODO DEL PALAZZO DELLA MEMORIA (O TECNICA DEI LOCI)

Questa tecnica mi piace d'istinto, ma non ho ancora avuto tempo di sperimentarla nella sua interezza. Si tratta di un metodo antico. La tecnica dei loci (plurale del termine latino locus, che significa "luogo"), anche chiamata "palazzo della memoria", fu introdotta in antichi trattati di retorica greci e romani (Rhetorica ad Herennium, De oratore, e Institutio oratoria).

In questa tecnica mnemonica gli elementi da ricordare vengono associati a specifici luoghi fisici. Per rammentare in un certo ordine vari contenuti si ricorre alla memorizzazione di relazioni spaziali. Quindi, ad esempio, in cucina troveremo gli avvenimenti e i protagonisti del 300 d.C., nella dispensa quelli del 400 d.C. e via discorrendo. Data la vastità del periodo storico preso in esame, il Medioevo, naturalmente useremo un edificio con numerosi ambienti come quello che vi propongo sopra, il palazzo Hofburg di Vienna... e non un appartamentino di due locali. ;)


4. METODO FIGURATIVO

Tutto sommato è la tecnica che mi piace di più, avendo io una memoria visiva piuttosto accentuata, anche se non sono sicura del risultato tra un paio di mesi. Si tratta di visualizzare un'immagine abbinandovi il numero di riferimento.

Prendiamo ad esempio l'editto di Costantino del 313, chiamato anche editto di Milano (editto di tolleranza o rescritto di tolleranza). SI tratta dell'accordo sottoscritto nel febbraio 313 dai due Augusti dell'impero romano, Costantino per l'Occidente e Licinio per l'Oriente, in vista di una politica religiosa comune alle due parti dell'impero. Il patto fu stretto in Occidente in quanto il senior Augustus era Costantino. Le conseguenze dell'editto per la vita religiosa nell'impero romano sono tali da farne una data fondamentale nella storia dell'Occidente. Non siamo ancora al Medioevo, come data convenzionale, ma è importante saperla per comprendere meglio le decisioni dei futuri Concili inerenti la dottrina cristiana.

Posso dunque prendere una scultura dell'imperatore e immaginare che la data 313 sia parte integrante della sua testa, come potete vedere nella mia rielaborazione di cui sopra, un po' irriverente ne convengo. Bisogna però fare una ricerca su parecchie immagini, e di conseguenza molto allenamento.

In alternativa, potrei optare un mix tra la tecnica del "palazzo della memoria" e di immagini come questa, collocate nella stanza apposita, e comunque la questione non cesserà d'interessarmi perché poi ci saranno le date di Storia moderna e Storia contemporanea.


***

Insomma, i metodi sono innumerevoli come i pesci del mare! E voi, avete mai dovuto imparare a memoria qualcosa di ostico, o farlo imparare ai vostri studenti, e quali sono le tecniche che avete adottato?

***

Fonti immagini: Pixabay e Wikipedia

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sabato 14 aprile 2018

Il Caffè della Rivoluzione: La chicchera di propaganda / 34




Il 9 novembre 1989 migliaia di persone cominciano a prendere a picconate il Muro di Berlino, simbolo per eccellenza di divisione e separazione tra le due Germanie. Il 14 luglio 1789 una folla armata e inferocita, stanca di secoli di dispotismo e ingiustizie, assalta la fortezza della Bastiglia fino a conquistarla e a liberare i prigionieri.

Duecento anni esatti separano queste date, in una coincidenza impressionante.

Ma c'è di più, perché i due eventi hanno alcuni elementi in comune, al di là dell'altissimo significato storico e politico. La folla che ha smantellato nel 1989 il muro di Berlino, infatti, si è portata a casa una pietra come souvenir. Anche la fortezza simbolo del dispotismo è stata gradatamente  smantellata e i cittadini hanno preso delle pietre come ricordo.

L'anno seguente, in occasione della Festa della Federazione del 14 luglio, sulle rovine della fortezza vengono piantati degli alberi, e un imprenditore edile e comandante della milizia di un distretto, il cittadino Palloy, si vanta di essere stato tra i seicento che hanno preso la fortezza e che hanno perciò il diritto di portare una medaglia di rame che rappresenta una muraglia. Per demolire la Bastiglia, questo cittadino ha trascurato il suo lavoro. Nel suo cantiere, Palloy ha tutta una collezione di pietre della fortezza e le distribuisce. Alcune sono diventati cippi per delimitare i confini della Francia, altre le ha scolpite per ricavarne busti di personalità.

Un'altra signora, Madame de Genlis, porta sempre al collo una medaglia ricavata da una pietra della Bastiglia con al centro, in lettere di diamanti, la parola "libertà".  I federati giunti a Parigi per la grande festa della Federazione acquistano medaglie commemorative, e mercanteggiano sul prezzo d'una pietra della Bastiglia, acquistano i modelli sotto vetro dove si vede la pianta del carcere e le fasi della conquista.

Naturalmente, in queste circostanze portarsi via un pezzo di muro è un atto compiuto sotto una spinta interiore di genere emotivo, ma è indubbio che all'epoca fu il primo passo per la nascita del marketing allo scopo di propagandare le idee rivoluzionarie. Questa modalità diventa pervasiva al punto da penetrare nelle abitazioni dei francesi addirittura attraverso il vasellame e le stoviglie.

Qui accanto potete vedere alcuni esempi tratti dalla collezione del Musée Carnavalet di Parigi, di cui vi ho parlato nel post al seguente link.
Il primo esempio sulla sinistra è un piatto in ceramica policroma di Faenza con la scritta "W la République Française 1794". Nella realizzazione ci sono delle bandiere laterali, e un berretto frigio simbolo di libertà sormonta la scritta. Il secondo esempio sulla destra è una brocca sempre in ceramica di Faenza, realizzata a Nevers e datata 1789. Viene dedicata ai tre ordini e ha la scritta "Sou tien", cioè "Sostieni". Addirittura nel terzo esempio di stoviglie è rappresentata l'esecuzione di Luigi XVI Capeto nel 1793. Certo che appendere alla parete un piatto con un'esecuzione capitale... ma tutti i gusti sono gusti. Malgrado le difficoltà finanziarie che attraversano le manifatture di Sèvres durante la rivoluzione, si continua a produrre dei pezzi nella tradizione del XVIII secolo, ornati stavolta di emblemi e allegorie rivoluzionarie come testimonia il vaso ovoidale a fondo blu con due medaglioni: La France gardant la Constitution e un mazzo di fiori su uno sfondo di paesaggio con la figura della Raison.

Ma è nella raffigurazione pittorica che la propaganda rivoluzionaria, usando la bellezza, si fa raffinata e potente. Questo genere di messaggi visivi hanno sempre rappresentato, storicamente, un modo per comunicare un contenuto politico o religioso, per esprimere il proprio potere di ricchezza e censo e soprattutto per trasmettere il punto di vista del vincitore, come nell'arazzo di Bayeux sulla conquista normanna dell'Inghilterra.

Troviamo un esempio di questa operazione nei due ritratti di Jean-Paul Marat: il primo sulla sinistra è realizzato da Joseph Boze nel 1793, sempre collocato presso il nostro musée Carnavalet, e il secondo viene eseguito da Jacques-Louis David. Brevememte ricordo che Jean-Paul Marat, uomo politico, giornalista e agitatore, viene assassinato da Charlotte Corday il 13 luglio 1793. Egli accoglie la fanciulla immerso in una tinozza da bagno con acqua medicamentosa. Lo affliggeva, infatti, una malattia della pelle, probabilmente contratta durante il periodo in cui, per sfuggire all'arresto, si rifugiava nelle fogne (alcuni dicono nelle cantine) di Parigi; e pare peraltro che non fosse nemmeno un Adone dalla nascita. Tale malattia comunque lo costringeva a lunghe sedute nell'acqua per alleviare il dolore, dove peraltro riusciva a scrivere servendosi di una tavola di legno. Dopo una breve conversazione, Charlotte Corday lo uccide conficcandogli un pugnale nel petto, mentre egli sta leggendo la falsa lettera di supplica utilizzata dalla donna come pretesto per farsi ricevere.






















La differenza tra i due quadri è lampante, ma noi ci concentreremo sul secondo, Morte di Marat. La scena della morte è stato molto abbellita, anzi, è stata resa eroica: David ha tolto tutti i particolari più triviali dell'ambiente - in fondo l'uomo era morto in maniera poco esaltante, accoltellato in una vasca da bagno e con un asciugamano in testa - ad esempio non ci sono oggetti domestici, ma solo il necessario per scrivere. La scena è molto sobria, dalle tinte verdastre raggelate, contrastanti con il telo bianco che richiama il lenzuolo di Cristo. Il volto dell'uomo, ingentilito nei tratti, è sereno, proprio come quello di un martire. L'addome che sporge dalla vasca è ben tornito nella muscolatura. Il braccio destro è abbandonato e regge ancora la penna che probabilmente stava usando prima di essere ucciso. Con l'altra mano, invece, Marat tiene la lettera utilizzata dalla Corday per essere ricevuta. Non c'è traccia, però, dell'assassina, come se non fosse mai esistita. Lo spazio della morte e del silenzio si apre nel grande sfondo vuoto e oscuro.

***

Esempi come questi sono innumerevoli nella storia dell'umanità. Ve ne vengono in mente qualcuno di particolarmente interessante, anche dei nostri giorni?

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Fonti:

Testo:
"La vita quotidiana in Francia al tempo della rivoluzione" di Jean-Paul Bertaud

Immagini:
"Presa della Bastiglia" di Jean-Pierre Houël (1789)
Fotografie del vasellame, Muséè Carnavalet di Parigi
"Ritratto di Jean-Paul Marat" di Joseph Boze (1793)
"Morte di Marat" di Jacques-Louis David (1793)


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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una trilogia di romanzi ambientati nel periodo della Rivoluzione Francese, ed è in corso la revisione del romanzo "Le regine di Gerusalemme". Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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