Blog su Letteratura, Storia e Arte in tutte le sue forme.

"La Storia siamo noi."


IL BASILEUS GIOVANNI II E LA MOGLIE PIROSKA

Mosaico all'interno della basilica di Santa Sofia a Istanbul, 1118 ca.

LA BATTAGLIA DEL GIGLIO del 1241 con Federico II di Svevia

Miniatura dalla Nova Cronica, presso la Biblioteca Apostolica Vaticana.

LA CITTA' CHE SALE di Umberto Boccioni

Bozzetto del 1910 - Museum of Modern Art, New York.

IL QUARTO STATO di Giuseppe Pelizza da Volpedo

Dipinto a olio del 1901 - Museo del Novecento, Milano.

lunedì 6 luglio 2020

Storia della Chiesa: un esame al cardiopalma tra panico e disconnessioni


Sto trascorrendo un periodo denso e turbolento, nel senso che di recente sono stata afferrata in una sorta di grande gorgo fatto da:

- lavoro frenetico con scadenze
- appuntamenti medici sospesi durante l'epidemia che si sono accavallati
- ripasso in vista dell’ultimo esame universitario, ora concluso
- un progetto editoriale che mi terrà impegnata per i prossimi due mesi.

Di conseguenza ho avuto poca attenzione al mio blog (anche se sto preparando una sorpresa…), alla blogosfera in generale e ai social in particolare. Quindi mi sarò persa senz’altro novità importanti, che spero di recuperare prossimamente. Del resto blog e social non devono trasformarsi nell’ennesimo impegno, e si scrive quando si ha qualcosa da dire, e soprattutto quando se ne ha il tempo.

Qui vorrei raccontarvi qualcosa del mio esame di Storia della Chiesa cui mi ero iscritta il 29 giugno, anche per tenerlo a futura memoria. Ero abbastanza tranquilla, avendo frequentato il corso in autunno e sapendo che il docente è molto affabile e comprensivo.

I libri e le lezioni non erano molto corposi, anche se nella Storia della Chiesa ci sono degli snodi piuttosto complicati per via delle riforme, dei tentativi di riforma, degli ordini religioni di nuova concezione o meno, dei dogmi, delle encicliche, delle bolle papali, delle chiese protestanti e calviniste, delle eresie, del diritto canonico, del giansenismo, del gallicanesimo, degli studiosi di questa disciplina storica… e chi più ne ha più ne metta. E poi con la successione di tutti i papi, che hanno nomi ricorrenti (Gregorio, Benedetto, Pio…), basta sbagliare un numero romano e oplà, slitti all’indietro o in avanti di secoli.

Come frequentante, avrei portato i tre testi del corso e gli argomenti spiegati e dibattuti a lezione. Inoltre, avendo già affrontato un orale online, sapevo grossomodo come funzionavano le cose.

Mai auspicio fu più ingenuo. Come sempre accade nella vita, l’imponderabile è sempre in agguato, e gli esami sono come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita (cit. da Forrest Gump).

All’ora ehm, canonica, ho sgombrato la scrivania da libri, appunti e fotocopie e mi sono collegata per l’appello delle 8:30 con il mio computer portatile. Di solito ci si collega con un link fornito da chi ti invita, stavolta c’era un codice da inserire. Alle 8:20 ho provato a collegarmi, e il codice fornito dal professore per l’accesso al gruppo esame sulla piattaforma Microsoft Teams (secondo me concepita dal principe delle tenebre in persona) non funzionava. Ho smanettato freneticamente, poi ho chiamato in soccorso mio figlio, che ha scoperto che mi stavo collegando con il suo account e per quello non funzionava.

Finalmente ho avuto l’accesso, e ho visto che c’erano già alcuni studenti che, man mano, si collegavano in attesa che comparisse il docente. Come saprete anche voi, lo schermo si suddivide in tanti tasselli dove compaiono le faccette di alcuni partecipanti al gruppo, mentre gli altri compaiono sotto forma di iniziali in basso. E qui ho notato, in alto a destra, una studentessa che si agitava freneticamente. Nel senso che, pallida come una morta, dondolava avanti e indietro, e ansimava con gli occhi semichiusi. Era una cosa piuttosto impressionante, e mi sforzavo di non guardarla, ma l’occhio andava sempre in quella direzione.

Finalmente è comparso il docente, che ci ha annunciato che ben presto avrebbe iniziato l’appello, e di non tenere nessun tipo di libro o documento sulla scrivania, a parte un documento d’identità da sventolare davanti alla webcam (che ho recuperato catapultandomi fuori dalla porta, con grande sorpresa dei miei "Già finito?", e verso la borsetta in anticamera: era una differenza rispetto agli altri esami). “Fate anche uscire dall’armadio la nonna in veste di suggeritrice,” ci ha detto ironicamente. “Perché se mi accorgo di qualcosa che non va, divento cattivo e vi faccio ripetere l’esame ad libitum. È già successo,” ha soggiunto in tono di minaccia non troppo velata. “Bene, siete trentatrè, come l’età di Cristo, il che peraltro è un falso,” ha detto alla fine dell’appello generale durante cui io ho sempre la sensazione che non mi abbia sentito e quindi di essere del tutto incorporea. Ha detto che ci avrebbe suddiviso su tre giornate, e dunque io, che risultavo la quinta iscritta, sarei stata interrogata al mattino.

La prima era proprio la studentessa in preda ad agitazione, che non aveva smesso di dondolare un attimo, e che ora potevo vedere in tutta la sua ampiezza sullo schermo. Il professore ha chiesto se avrebbe preferito, magari, essere interrogata come ultima del gruppo, al che lei ha ansimato: “No, no, voglio farlo subito,” come una martire che si avvia coraggiosamente al supplizio. “Non si agiti così, mi sembra un’orante al muro del pianto… Lei mi muore in diretta, poi mi sento responsabile, e poi sta agitando anche me che non devo fare l'esame.” Non c’era verso, perché la studentessa continuava a dondolare e ad ansimare. Per metterla a suo agio il professore ha chiesto qual era la sua facoltà e quanti esami mancavano alla laurea; ha chiesto inoltre su quale argomento vertesse la tesi in modo da metterla a suo agio e farle una prima domanda su un argomento che conosceva (si trattava di Dante).

Da lì in poi è stata una catastrofe: la ragazza ha cominciato a confondere tutto – papi, argomenti, eventi, autori – e a fare un gran miscuglio, gettando nel panico e nella confusione mentale tutti quanti noi, obbligati ad assistere alla sua performance. Era come vedere della frutta fatta a pezzi e confluita in una scodella a comporre un’enorme macedonia. Ha anticipato Bonifacio VIII rispetto a Gregorio VII, non sapeva delle cose, ne sbagliava altre. “Ma smetta di dondolare così: il moto oscillatorio aumenta l’agitazione, sa? Che cos’è che la terrorizza?” Insomma, è venuto fuori che si trattava dell’esame online con il video. Alla fine della tragedia in diretta le ha dato 22, evidente voto di incoraggiamento.

La seconda studentessa era piuttosto preparata, dato che dava l’esame per la seconda volta, ma a metà esame si è scusata asserendo di avere una gran confusione in testa per via della collega. “L’ho incrociata anche a Storia Romana e ha fatto la stessa cosa.” “Ah! Che voto ha preso dalla collega?” “22.” “Vede? Ha fatto l’abbonamento.” Quando ho raccontato a mio marito la performance, ha detto che quella tizia era soltanto un'emerita … (completare il gap con parola a piacere) e che se avesse avuto un minimo di rispetto per gli altri si sarebbe fatta interrogare per ultima. Una mia amica, cui ho raccontato la cosa, è stata ancora più severa e ha detto che probabilmente simulava l’attacco di panico. “22 è più che sufficiente, se l’è preso e ha passato ben due esami in questo modo.” Ora, io non voglio pensare così male, ma è certo che la considerazione per gli altri è stata pari allo zero.

Ma non era ancora finita, ovviamente.

Mentre stava interrogando lo studente prima di me, mi è partita la connessione. Non risultavo più collegata, la linea era assente. Sono entrata in un’agitazione a dir poco folle, ho chiamato mio figlio che è accorso per la seconda volta. Ha provato di tutto, ma non c’era verso, magari stavano facendo dei lavori alla linea, ma non riusciva a ripristinarla. Poi ha pensato di reinserire il cordless in sede e la connessione è ripartita, però io ero completamente destabilizzata. Per fortuna stava ancora interrogando lo studente precedente, che pur avendo preso l’indirizzo di Storia Medievale aveva collocato Agostino d’Ippona nel 1400, e stava facendo anche lui un gran miscuglio, poveretto… però era agli sgoccioli.

Quando ha chiamato me non sapevo neppure come mi chiamavo. Ha posto le domande di rito, mi ha riconosciuto come frequentante al corso, e poi mi ha detto che avremmo commentato insieme dei documenti visti a lezione. Per il modulo A, mi ha chiesto: “Si ricorda che cosa c’entra il romanzo Il Gattopardo con Storia della Chiesa? Si trattava della primissima lezione.” Sono riuscita a rispondere in qualche modo, e a costruire una risposta abbastanza sensata, e invece di dire le signorine Salina, continuavo a dire Salinas alla spagnola, al che mi ha corretto, divertito dalla mia imprecisione.

Come seconda domanda per il modulo B mi ha invitato a prendere il documento della lezione tot. Naturalmente io non avevo niente sulla scrivania, quindi ho compiuto un terzo balzo verso lo scaffale per recuperare i documenti stampati, che tenevo in un raccoglitore ordinato e a estrarlo con mani tremanti. Il documento era l’enciclica Unam Sanctam Ecclesiam di Bonifacio VIII. Ho commentato i vari passaggi in relazione all’immagine dell’arca di Noè e soprattutto dell’unità della Chiesa, dato che era in atto lo scisma tra la Chiesa Latina e la Chiesa Bizantina. Mi stavo abbastanza calmando, quando ho pensato di aggiungere una cosa che mi sembrava di ricordare, ma che non era corretta. “Con Bonifacio VIII si comincia a parlare di vicario di Cristo e non vicario di Pietro.” “Mmm… no, in realtà l'espressione è più risalente.” Mi sono venuti i sudori freddi, e mi sono data dell’idiota per aver voluto “strafare”, poi mi sono ricordata che forse era papa Leone IX. “Sì, brava, è molto giusto.” Ho tirato un respiro di sollievo, ma sono momenti di terrore in cui vedi la tua vita di frivolezze e di peccati che ti scorre davanti.

Come terza domanda per il modulo C si portava Vita di Gesù di Ernest Renan , autore della seconda metà dell’Ottocento considerato dalla Chiesa “la somma di tutte le eresie”, mi ha invitato a leggere un passo della lezione tot (“Non pretendo che se lo ricordi a memoria, legga pure.”). Altra ricerca frenetica. “Quali sono le parole chiave del passo?” “Senz’altro la parola ‘razza’ che usa in un’accezione sia biologica sia religiosa”. Per la seconda parola ho detto “i giudeo-cristiani”, invece era “millenarismo”. Uffa!

Insomma, alla fine pensavo che fosse andata bene, ma non benissimo. Invece m’ha detto che si vedeva che avevo studiato, e mi ha dato trenta. A questo punto mi ha mandato un messaggio con la chat della piattaforma, io avrei dovuto cercarlo e rispondere “Accetto” in diretta, cosa che ho fatto con la velocità di un bradipo colto da narcolessia (anche questa era una novità rispetto all’altro esame: occorreva subito una traccia scritta). 
Quando mi sono scollegata, ero distrutta dall’esperienza, e ho detto ai miei che andavo a fare una lunga passeggiata rigenerante, in mezzo alla natura, e che sarei rispuntata all’ora di pranzo. Ora non penso più agli esami fino a dicembre, mese in cui dovrei dare Storia Romana – uno degli esami “monstre” che mi mancano, insieme con Letteratura italiana. Se non posso darlo in presenza, preferisco rimandare, o comunque ne posso dare altri "medio-piccoli": altrimenti faccio prima a buttarmi dalla finestra.

In conclusione: abbasso gli esami online!!! Speriamo che si possa tutti riprendere almeno con gli esami in presenza (com'è ovvio penso anche al mondo scolastico, oltre che accademico) perché così bisogna anche preoccuparsi della tecnologia, il panico diventa contagioso e l'ansia aumenta a dismisura.

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E a voi che cosa causa più ansia e stress in assoluto? Quali sono i vostri metodi per superare questi momenti? 

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Immagini: Pixabay e Wikipedia






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sabato 20 giugno 2020

Gli esami (online) non finiscono mai: come stanno andando?


Come tutti sanno, nella veste di docenti, studenti, genitori, nonni, operatori o semplici osservatori, anche sul mondo scolastico e accademico si è abbattuta l'emergenza sanitaria coronavirus. Il tutto è iniziato con un venticello che sembrava appartenere alla Cina, o comunque all'Estremo Oriente, e che si è trasformato in raffiche sempre più forti per poi diventare un vero e proprio uragano. In pochissimo tempo questa sorta di gigante invisibile ha devastato ogni settore possibile e immaginabile, gettando il tutto nel caos generale.

La didattica a distanza

Per quanto riguarda la mia avventura accademica, avevo appena iniziato a frequentare il corso di Storia e Web da 6 crediti (il corso "di primavera" che scelgo con estrema cura, visti i miei impegni) in aule sovraffollate, quand'ecco che le lezioni sono state interrotte per un primo allarme sanitario. Nell'attesa sono state caricate alcune lezioni sulla piattaforma universitaria, rimandando di volta in volta il momento della riapertura delle lezioni in presenza, che non è mai avvenuto.

La didattica a distanza, che sono riuscita a seguire con una certa assiduità, si è conclusa per me all'inizio di aprile. L'insegnamento a distanza comporta indubbi vantaggi per gli studenti, che possono seguire meglio le spiegazioni, fermare il video nei punti cruciali, annotare con cura i passaggi salienti o più ostici delle lezioni. Il mio problema è peraltro che prendo troppe annotazioni! tutte rigorosamente a mano, anche se la mia abitudine mi ha fatto comodo in fase di ripasso.

Si possono scaricare e seguire le lezioni all'ora che si desidera, anche se ho sempre cercato di ascoltare le lezioni, se non il giorno stesso del loro caricamento sulla piattaforma universitaria, almeno nei giorni successivi. Sin dall'inizio sono stata consapevole che dire "lo faccio dopo" rischia di trasformarsi in un accumulo di lezioni non svolte, e di concetti mal digeriti, cioè un vero e proprio boomerang. Ho anche svolto le esercitazioni proposte dal professore, inviandole per mail; e, sempre per email, ho chiesto spiegazioni su alcuni punti.

Nonostante la soddisfazione generale degli studenti dell'Università agli Studi di Milano, valutata con un 85% di gradimento tramite il questionario, alla didattica a distanza com'è ovvio manca la componente relazionale. Quella che, stando alle testimonianze, è stata avvertita come una grave perdita. L'interazione con i docenti, il dibattito in aula, i legami con i compagni, lo scambio di appunti e registrazioni delle lezioni, anche soltanto andare a chiacchierare al bar davanti a un caffè, tutto è stato sostituito da uno schermo, una connessione e tanta tecnologia.

Lo sforzo dei miei professori per riorganizzarsi è stato encomiabile, e hanno prodotto materiale chiaro e visivamente efficace. Nei primi tempi la piattaforma universitaria ha rischiato più volte di collassare per l'alto numero di accessi, e alcune lezioni sono state caricate su youtube. Però le lezioni in aula sono un'altra cosa, proprio come la differenza che intercorre tra uno spettacolo teatrale dal vivo e una commedia vista in televisione oppure sul pc. Certo, l'alternativa in passato sarebbe stata rimanere completamente fermi... e quindi, al di là del "digital divide" che separa chi ha strumenti tecnologici e  connessione, capacità di usarli, persone che ti seguono nel caso tu sia un discente molto giovane, si è cercato comunque di trasformare questo terremoto in un'opportunità.

La vera questione è che, in tempi non emergenziali, non si può fare della didattica a distanza lo strumento principale di insegnamento e apprendimento.


Gli esami online

Ora è tempo di esami online, che richiedono una certa dimestichezza con l'uso delle tecnologie. Per mia fortuna ero già in grado di utilizzare per lavoro alcune piattaforme per le conference call a distanza, anche se avevo più paura di fare pasticci con la tecnologia che delle domande vere e proprie. Mio figlio dice che sono un'incompetente con la tecnologia, e non ha tutti i torti.

Inoltre collegarsi e sostenere un esame a distanza è, al tempo stesso, esilarante e terrificante. Durante gli esami online succedono le cose più strane, dai rumori che sembrano provenire dallo spazio profondo, gracidii sinistri, comparsa e ricomparsa delle immagini causa connessione instabile, persone che si mettono a passare la scopa sul pavimento in attesa di essere chiamate, dichiarazioni audaci nella convinzione di non essere ascoltati...

Per me è terrificante dover stare in campana ascoltando gli esami degli altri e partecipando alle loro sofferenze o ammirando la loro bravura (con il retropensiero: "se mi avesse fatto questa domanda, magari non avrei saputo rispondere..."). Di solito dopo l'appello in presenza fuggo verso il fondo dell'aula, o comunque nel punto più lontano possibile, sia per dare una sfogliata alle pagine più ostiche sia per non dover ascoltare gli esami altrui. A patto che l'aula non sia troppo piccola, però, ricordo come fosse ieri l'esame di Storia del Cristianesimo Antico, dove stavo male attendendo il mio turno perché gli studenti sembravano eretici interrogati dalla Santa Inquisizione. Mancavano solo i tratti di corda e le tenaglie arroventate.

Inoltre mi piace portare all'esame i testi su cui ho studiato, cosa che è molto gradita dai docenti, che rimangono sempre stupefatti dalla quantità delle glosse ai margini. Ora, durante l'esame online com'è ovvio non si può tenere nulla sulla scrivania (slide, appunti, quaderni ecc.), impegnandosi a rimanere soli soletti nella stanza e a svolgere l'esame in maniera eticamente corretta. Insomma, è tutto molto strano proprio a causa della sensazione di incorporeità generale.

L'esame parziale orale del 17 aprile è andato benissimo, con un 30, e poco tempo fa, il fatidico 9 giugno, sono riuscita a fare il completamento dello stesso, basato sulla discussione di una relazione accademica su un argomento storico in rapporto al web. La relazione era da redigere sulla base di alcuni parametri e su un modello fornito dal professore, che avevo consegnato per tempo a metà maggio dopo aver trascorso ore sul web e aver limato l'elaborato fino all'inverosimile. Si tratta di un articolo molto tecnico, dal titolo: "Maximilien Robespierre: emergenza di un ritratto sul web tra NPOV e residue polarizzazioni", che si componeva di un'analisi di Robespierre in rete e anche dello studio iconografico di un paio di ritratti dell'Incorruttibile. Tutta la relazione e questa parte relativa all'iconografia sono stati molti apprezzati dai docenti. Il voto finale è stato 30 e lode. Inutile dirvi che, al di là dei momenti terrificanti degli esami online, la soddisfazione è stata immensa.

















Il prossimo esame è programmato per il 29 giugno, ed è imperniato su Storia della Chiesa, corso che avevo frequentato in autunno. Riemergerò all'inizio di luglio con (spero) buone notizie anche su questo esame! :)


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Avete avuto esperienze simili a quelle degli esami online di questo ultimo periodo? Come vi sentite quando dovete essere "giudicati" da qualcuno?


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sabato 6 giugno 2020

Il Caffè della Rivoluzione: Chiacchiere da bar / 42




Dopo aver postato l'ultimo articolo con il video, si sono sommati una serie di impegni e attività sul fronte lavorativo ed editoriale, nonché la preparazione agli esami universitari di giugno... e dunque due settimane sono volate senza essere riuscita ad aggiornare il blog. Lunedì avrò anche un esame medico in day hospital. Riprendo ora con un post dedicato al Caffè della Rivoluzione e con un argomento che non poteva mancare in una rubrica con siffatto nome: il bar con le sue vivaci conversazioni.

Nelle fasi di sospensione delle nostre attività quotidiane, a molti è mancato recarsi al bar, per assaporare la classica tazzina di caffè, 'na tazzulella 'e cafè come dicono i napoletani che le hanno dedicato anche una canzone. Al bar si scambiano quattro chiacchiere con amici e conoscenti, e con lo stesso gestore, si sfoglia il giornale sovente messo a disposizione della clientela, si spettegola sulle celebrità, ci si accalora sugli ultimi eventi sportivi. Sempre a Napoli, c'è la deliziosa usanza del "caffè sospeso", cioè lasciare un caffè pagato per un altro avventore. Insomma l'ingresso e la sosta al bar costituiscono una vera e propria liturgia, e nella bella stagione ci si accomoda all'aperto per chiacchierare e scherzare.

Grazie alla diffusione della bevanda che giungeva da luoghi esotici, i caffè ebbero un vero boom nel Settecento. Già, ma a quali generi di locali si poteva accedere nella Parigi dell'epoca? Ce n'erano per tutti i gusti: il Café de Foy, il Café Rousseau, il Café de la Régence... Molti caffè erano luoghi sofisticati frequentati da una clientela elegante, come in questo bel quadro veneziano di Pietro Longhi, La bottega del caffè, 1750-1770 circa, che rispecchia molto bene l'ambiente. Altri erano affollati da lavoratori come artigiani e operai, quelli davanti al palazzo di giustizia da avvocati e giudici.

Ogni locale era specializzato in argomenti impegnativi come le manovre in borsa, il prezzo del pane, le speculazioni sul grano e quelle sull'oro, le simpatie francesi del re di Spagna, ma tenevano banco anche i pettegolezzi, per esempio sulle gravidanze della regina. Del resto soprattutto la virilità del sovrano era lo specchio della buona salute della nazione stessa. C'è da dire che il rispetto per la monarchia era in caduta libera dagli ultimi anni di regno di Luigi XV, il re libertino per eccellenza, e un'opinione pubblica fortemente critica fu uno dei combustibili che fecero deflagrare la Francia, e determinarono il definitivo collasso della corona.

Nella Parigi alla vigilia della rivoluzione, infatti, i caffè erano degli autentici covi di agitatori, arruffapopoli, intellettuali, libellisti, studenti, avvocati, giornalisti, letterati, poeti, insomma, tutte persone che, per professione oppure orientamento politico, con le parole e il dissenso avevano molto a che fare. Proprio per questo motivo i caffè, e in generale le taverne e i luoghi pubblici, erano attentamente sorvegliati dalla polizia. Inoltre, all'epoca non c'erano i sondaggi tanto consultati da alcuni leader politici nostrani, e questo era uno dei modi per vigilare sull'ordine pubblico. La polizia di Parigi era in grado di organizzare una sofisticata rete di informatori e spioni, che orecchiava tutte le conversazioni e le trascriveva nel dettaglio nei suoi rapporti. L'opinione pubblica che si esprime nei caffè, il cui peso è diventato rilevante dalla fine del Seicento, viene registrata minutamente e si produce una grandissima mole documentaria. Dagli archivi si possono leggere le trascrizioni dei dialoghi, con tale precisione che ci sembra di leggere le battute di un copione, e rivivere le atmosfere dell'epoca.

Per scrivere il mio romanzo sulla rivoluzione francese, ho "studiato" alcuni caffè parigini particolarmente importanti, come per esempio il Café Procope, frequentato proprio dai futuri rivoluzionari come Desmoulins, Robespierre, Danton. Si tratta del primo caffè della capitale francese, e secondo alcuni è il più antico d'Europa. Siccome sono un'esaltata - me ne rendo conto - non potevo non andare a scovarlo durante una delle mie prime visite a Parigi, dove feci una sorta di pellegrinaggio. Il Café Procope, tra l'altro, è cambiato pochissimo da allora, e ha mantenuto l'arredamento dell'epoca con la tappezzeria di raso rosso e gli stucchi dorati. Com'è ovvio c'è la luce elettrica ad accendere lampadari e applique, e ad animare il locale, ma ha conservato intatto il suo fascino. Nella fotografia sopra, potete vedere come, attraverso le vetrate, facciano capolino i ritratti dei miei beniamini!

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A voi è mancato il bar nel periodo di quarantena? E quali sono i locali in cui vi recate più volentieri?

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Fonte testo: Libri proibiti. Pornografia, satira e utopia all'origine della Rivoluzione francese di Robert Darnton

Fonte immagini: Wikipedia 
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lunedì 25 maggio 2020

Video 3 - Le regine di Gerusalemme: il matrimonio forzato di Arda



Ben ritrovati con questo nuovo video sul rapporto della Storia con i miei romanzi: un modo per riprendere progetti e normalità.

Questa proposta viene preceduta da un mio intervento molto breve. Infatti lascio ampio spazio alla bellissima voce della mia amica

Clementina Daniela Sanguanini 

e alle immagini medievali che accompagneranno la sua lettura, relativa a un passaggio del mio romanzo "Le regine di Gerusalemme". Ecco alcune note biografiche sulla mia lettrice:
Clementina che, da sempre, nutre profondo amore per letteratura, arte e teatro, ha preso parte, per molti anni, ad un gruppo di lettura scenica confluente in un’associazione di promozione culturale che opera con numerosi enti e laboratori artistici.
Il suo repertorio è vasto e spazia dai testi classici, dalle intramontabili proposte teatrali, ai romanzi moderni, alla poesia, agli aforismi, alla saggistica e anche ad articoli delle più prestigiose penne del giornalismo.
La passione di Clementina per la lettura scenica si lega al desiderio di proporre un’esperienza immersiva durante la quale, al di là del puro intrattenimento, chi ascolta s’incuriosisce, si immedesima con il soggetto della narrazione e viene invitato, con un gioco di mescolanze di registri interpretativi, ad approfondire e riflettere su specifiche tematiche.
Perché la lettura ad alta voce, soprattutto quando abbinata all’azione teatrale, dà modo di esprimere non solo i contenuti dei testi, ma anche le emozioni e i sentimenti che risiedono nelle pagine scritte e che, attraverso il lettore, si animano per prender vita in chi le ascolta.
Per osservare il video e soprattutto ascoltare la sua voce, 

cliccate al seguente link del mio canale Youtube.

Buon ascolto a tutti! 

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lunedì 18 maggio 2020

I luoghi dell'anima - Gita all'oratorio di Santo Stefano / 1


Instagram e il mondo delle immagini

In tempi recenti mi sono iscritta a Instagram, il social nato per postare e condividere immagini. Come si comprende anche dal mio blog, amo l'iconografia, sia sotto forma di arte sia come parte gratificante del mio lavoro. Sono anche iscritta a Pinterest, altra piattaforma utilissima per creare bacheche di immagini, e dove ho salvato molte illustrazioni del Settecento. Così ogni tanto faccio una "full immersion", beandomi tra camicie con pizzi e jabot, parrucche incipriate, nei e ventagli...

Tornando a Instagram, sto ancora prendendo le misure del social, anche se al momento l'impressione è molto gradevole. Mi sembra che sia un terreno meno fertile per l'esplosione di polemiche rispetto a Facebook (ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare...), meno agevole per loschi tentativi di aggancio ("Sono Tizio, vorrei conoscerti meglio", ovviamente in senso biblico), per esibizioni continue di vanagloria ("Quanto sono bravo, è incredibile il mio livello di genialità...") ed è meno contorto nell'uso. Però, forse perché sono abituata alla tortuosità di Fb, lo sto ancora studiando, appunto. Ecco una delle primissime foto da me caricate, che raffigura alcune statue che occhieggiano dall'abside del Duomo di Milano.

Una delle limitazioni per me maggiormente penalizzante è che da computer non riesco a creare gallerie di fotografie, ma soltanto a caricare una fotografia alla volta con la sua didascalia. Sono riuscita anche a usare "Filtra", ma con poche possibilità di intervento, e non posso usare "Modifica" che mi porta a spostare l'immagine, dare più contrasto ecc.

Nella mia attività di fotografa dilettante ho spesso fatto diapositive che, a livello fotografico, sono in assoluto il tipo di immagine più bella e tridimensionale che esista. In seguito ho sempre scattato fotografie con la mia mitica Canon Reflex, sia analogica che digitale, dopo la morte della pellicola, e soltanto di recente col cellulare. A computer ho salvato migliaia di immagini dei luoghi più disparati, dalla Calabria al Veneto, dalla Normandia alle Fiandre, dagli Stati Uniti al Marocco, da Milano a Piacenza. Nel mio piccolo, ho viaggiato molto anche se mi manca l'Estremo Oriente.

Proprio esaminando queste cartelle debordanti di foto, ho rivisto immagini di luoghi di cui mi ero completamente dimenticata: abbazie immerse nel verde, affreschi mirabili, cieli soleggiati o, al contrario, imbronciati di nuvole, statue corrose dal tempo, fiumi che si snodano come serpenti, musei con sculture e quadri fantastici... Spesso si tratta di posti, musei e angolini vicinissimi a casa mia.

Dunque, in concomitanza con l'incertezza generale su come si svilupperà la situazione, che si spera proceda per il meglio, ho pensato che avrei potuto agganciarmi alla rubrica Luoghi dell'Anima e proporvi qualche meta raggiungibile in un giorno in Lombardia. Sono tutti luoghi "Wow", ve lo posso assicurare! Potrebbe essere comunque uno spunto da annotarsi per una futura visita, anche se non abitate nella mia regione, che ne dite?


1. Oratorio di Santo Stefano, Lentate sul Seveso

La nostra prima meta è un paese microscopico che occorre cercare con il lanternino. Ma vi posso assicurare che custodisce uno dei luoghi più belli della Lombardia che io abbia visto. Lentate sul Seveso si trova a una trentina di chilometri da Milano, e conserva questo gioiello del 1369: un oratorio o cappella gentilizia dove gli apparati decorativi interni sono stati oggetto di un restauro conservativo nel 2007.

C'entrano, come spesso accade nel milanese, i Visconti! L'oratorio fu voluto infatti da un diplomatico della corte viscontea, Stefano Porro, un nobile fatto tale dall'imperatore Carlo IV e che godeva della fiducia di Galeazzo e Bernabò Visconti, e scusate se è poco. Vi ricordo che l'amante ufficiale di Bernabò Visconti era una tal Donnina Porro... ehm, insomma, erano bene ammanicati.

In realtà il conte Stefano Porro doveva anche far dimenticare che uno dei membri del suo casato si era macchiato ai tempi dell'assassinio di Pietro, un predicatore domenicano inviato dal papa per arginare l'eresia. Quindi, come spesso accade per i fattacci di sangue, più grande il peccato più imponente è l'edificio da far erigere, e anche splendida dev'essere la decorazione pittorica. Tengo molto a ricordare che, lungi dall'essere un periodo cupo dove tutti avevano i musi lunghi e vestivano di nero, forse agevolati nella convinzione da certe serie tv, il Medioevo è un'epoca coloratissima e molto vivace a livello visivo.

L'oratorio esternamente poggia su un manufatto preesistente in pietra e coincide con una ripresa delle costruzioni in mattoni dopo la Peste Nera di metà del Trecento (ogni riferimento è puramente casuale). Sulla facciata in alto a sinistra, lo stemma dei Porro con il cane simbolo di fedeltà e con l'ortaggio, sì, proprio il porro. Ritroveremo il medesimo stemma all'interno sulla tomba di famiglia.

Interno oratorio di Santo Stefano, Lentate sul Seveso, Wikipedia
Non appena si pone piede all'interno, c'è da rimanere a bocca aperta. Sul fondo e sopra l'altare campeggia una potente crocefissione di un certo Anovelo da Imbonate, che riprende la lezione di Giotto, dallo sfondo scuro e con angioletti dolenti nel cielo. Ai piedi della croce, una miriade di cavalieri e cavalli uno più bello dell'altro, oltre al gruppo che sempre compare ai piedi della croce tra cui la Maddalena e Giovanni. Chapeau.



Su una parete laterale, la famiglia Porro viene raffigurata in ginocchio davanti al santo. Potete vederli proprio qua sopra. Il capofamiglia, con una bella barba a onor del mento, tiene in mano il modellino della chiesa che sta offrendo a Stefano. Dietro di lui, a mani giunte e in una fila bene ordinata e divisi a gruppetti, la moglie, tre figli maschi e tre figlie femmine.

In prossimità c'è san Giorgio che abbatte il drago: affascinante il cavaliere, da far innamorare, e peraltro molto à la page anche il drago, secondo lo stile del Gotico internazionale che raffigurava i personaggi ricchi e ed eleganti secondo la moda e lo stile cortese, cioè di corte.

Le vele della volta del presbiterio ospitano due coppie di Evangelisti, i Santi Ambrogio e Agostino, dottori della Chiesa, e l'Incoronazione della Vergine, in un tripudio di colori e particolari cui queste foto scattate col cellulare non rendono assolutamente giustizia.
L'abside e il presbiterio però sono soltanto l'antipasto!

L'affresco tutt'intorno al visitatore è un ciclo di storie dedicato a Santo Stefano cui è dedicata la cappella, voluta per l'appunto dall'omonimo conte Stefano. Questi affreschi sono stati eseguita da seguaci del nostro Anovelo da Imbonate e organizzate a strisce a episodi che ricordano le strip dei fumetti. Grazie a questo dispiegamento di forze, si può leggere visivamente tutta la vita del santo e che è avvincente come un romanzo d'avventure, letteralmente avvolti come siamo da questi colori, situazioni, personaggi, scene di viaggio, demonietti, e colpi di scena a ripetizione.

Le fonti sono principalmente gli Atti degli Apostoli e la Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, o Jacopo da Varagine se preferite. Vediamo questo racconto degno di un fantasy. Si narra infatti che, al momento della nascita, il neonato venga sostituito nella culla con un diavoletto munito di corna. Stefano viene dunque rapito dai diavoli, che lo trasportano con sé e a un certo punto, probabilmente grazie all'intervento divino, lo lasciano cadere al suolo.

Il bambino atterra in un monastero dove viene allevato dai buoni monaci. Una volta cresciuto, Stefano si ricongiunge alla famiglia e smaschera il diavoletto, che è rimasto sempre piccolo e in fasce senza peraltro suscitare sospetti nei genitori di Stefano, forse un po' distratti.

Dopo il felice evento, il giovane intraprende il fatidico viaggio a Gerusalemme, dove predica nella sinagoga e suscita lo scandalo nel consesso perché accusato di bestemmiare. Viene lapidato alla presenza di Saul, il futuro Paolo di Tarso, non ancora convertito, diventando così il primo martire cristiano. Per questo motivo viene spesso rappresentato nell'iconografia con delle pietre in bilico sulla testa. Al momento del suo martirio, il contenuto dei bicchieri dei genitori si trasforma in sangue, e in questo modo vengono a conoscenza che il loro figliolo lontano è morto.

Non è finita qui perché subentra il giallo del ritrovamento e della traslazione del corpo di Stefano. Un sacerdote di nome Luciano (potete vederlo qui sopra come il personaggio inginocchiato davanti al vescovo) riceve in sogno l'indicazione di dove si trovi la sepoltura.

Il corpo viene disseppellito e c'è una prima traslazione a Costantinopoli. Ecco qui il biondo Stefano sulla nave che, a vele spiegate, lo trasporta a Costantinopoli e sembra che dorma beatamente, sereno come si conviene a un santo. Come in ogni leggenda che si rispetti, non può mancare la principessa, che è addirittura posseduta da un demonio e necessita dell'intervento miracoloso di Stefano. Il secondo e ultimo viaggio porta alla seconda traslazione a Roma, con l'ulteriore mistero della presenza di ben due corpi di santi che condividono lo stesso sepolcro, come in un letto a due piazze, cioè Stefano e Alessandro, e stanno un po' stretti.

Ci sarebbe molto altro da raccontare su questo luogo meraviglioso, ma termino qui il post, raccomandandovi senz'altro di recarvi di persona a visitarlo... perché nulla può restituire le emozioni che ci colgono di fronte a questo spettacolo artistico, architettonico e narrativo, del tutto inaspettato e per fortuna riportato al suo splendore. Qui il link dell'Associazione Amici dell'Arte che presenta altre immagini e organizza visite guidate all'oratorio, oppure qui il link di Lombardia Beni Culturali per altre informazioni. In quanto a me, vi do l'appuntamento alla prossima meta!

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Vi è piaciuto questa prima gita? Quali sono i luoghi che avete visitato, magari poco conosciuti, e che hanno suscitato in voi delle emozioni incancellabili?

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Fonte testo:
La buona strada di Philippe Daverio - Rizzoli
Lombardia Beni Culturali: http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/MI100-03746/
Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Oratorio_di_Santo_Stefano_(Lentate_sul_Seveso)

Fonte immagini:
Wikipedia per l'oratorio di santo Stefano, miei gli altri scatti da cellulare


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sabato 9 maggio 2020

"Amor, ch'a nullo amato...": grandi amori in romanzi, cinema e fumetti - parte 2


Per inaugurare la seconda e ultima parte sulle coppie celebri (qui trovate la prima), eccovi un quadro di Marc Chagall dal titolo Il compleanno del 1915. L'opera è ispirata alla prima moglie dell'artista, e raffigura il pittore stesso che, sospeso a mezz'aria, bacia la moglie con il capo girato e in una posa impossibile. La donna ha in mano un mazzo di fiori.

Ogni oggetto nella stanza è dipinto con cura, e il tutto comunica un senso di gioia e leggerezza, come se la coppia fosse colta in un'istantanea di vita domestica.

A differenza del post precedente, dove ho trattato di coppie autentiche, come Abelardo ed Eloisa, Frida Kahlo e Diego Rivera, Paul Verlaine e Arthur Rimbaud, qui vi presenterò coppie di pura finzione, siano esse scaturite dalle pagine dei romanzi, dalle scene di un film, da un cartone animato o da un fumetto. Anche in questo caso la scelta è stata molto ardua!


Anime gemelle: Jane Eyre e Mr Rochester

Ebbene sì, avrei potuto uscire dalla mia "comfort zone" e proporvi qualche coppia di romanzi meno noti, come Vita coniugale di David Vogel o Avventure della ragazza cattiva di Mario Vargas Llosa, ma non ho resistito alla tentazione di chiamare in causa un classico. Il fatto è che qui non parliamo di una coppia qualsiasi e di un romanzo qualsiasi, bensì di Jane Eyre di Charlotte Brontë pubblicato nel 1847 sotto pseudonimo maschile.

La storia è nota, ma la riassumo perché ripercorrerla mi dà un senso di goduria quasi fisica. Jane è una giovane donna che, dopo aver trascorso un'infanzia infelice presso uno dei collegi più terrificanti che siano mai stati creati a memoria di scrittore, degni della penna di Stephen King, si reca a servizio come istitutrice presso un'austera dimora nella campagna inglese, Thornfield Hall. La magione diventa per lei quella casa che non ha mai avuto, insieme a persone che le vogliono bene come la sua piccola discente, Adèle, o l'affabile governante Mrs Fairfax, e dove ricoprire una sua posizione

Soprattutto, a Thornfield vive l'enigmatico padrone, Mr Edward Rochester, che al momento è in viaggio. Il loro primo incontro avviene in un bosco all'imbrunire e in modo assai singolare. Jane sta ritornando dal villaggio quando fa imbizzarrire un cavallo che disarciona il suo cavaliere. Questi cade malamente al suolo, ferendosi a una caviglia e venendo soccorso dalla stessa Jane, che lo aiuta poi a rimontare a cavallo. Tornata a casa, apprende che il padrone è ritornato a Thornfield e che il cavaliere è proprio Mr Rochester.

Durante la convocazione della giovane al suo cospetto, accanto al fuoco acceso, i due si prendono le misure. Inizia così una serie di dialoghi strepitosi che si traducono in veri e propri duelli verbali. Jane è una giovane quieta ma non sottomessa, fragile nel corpo ma resistente nello spirito, all'apparenza incolore ma con tutto un mondo immaginativo che anima la sua mente. Esegue disegni bellissimi che esprimono la sua ricca interiorità.

Mr Rochester è un uomo più vecchio di lei, ha l'aria cupa e un piglio brusco, le pone domande dirette ma non sgarbate, cui lei risponde con altrettanta schiettezza. Ogni frase è un'allusione a un passato che soltanto lui conosce. Tutto li divide, età, esperienza, posizione sociale, censo, eppure Jane e Mr Rochester sono anime gemelle, poiché una riconosce nell'altra una sua pari grado, un legame necessario che va oltre la carne.

Nelle immagini che vi propongo subito sotto potete vedere alcuni adattamenti cinematografici di questo immortale capolavoro. In alto a sinistra: Jane Eyre del 1996 diretto da Franco Zeffirelli con William Hurt e Charlotte Gainsborough. In alto a destra, l’ottima versione della BBC del 2007 con Ruth Wilson e Toby Stephens. Seguono la versione del 2011 con il fascinoso Michael Fassbender e la brava attrice Mia Wasikowska, e infine lo sceneggiato Rai del 1957 con la bellissima Ilaria Occhini e Raf Vallone.
Nonostante gli ostacoli siano innumerevoli, e molte le sofferenze che li attendono, questa coppia mirabile sarà in grado di trionfare sulle avversità, non nel senso zuccheroso del termine, ma anche e soprattutto combattendo contro se stessi e contro il segreto che Mr Rochester custodisce nella stessa Thornfield. 



Una coppia in gabbia: April e Frank

Revolutionary Road è un film del 2009 diretto da Sam Mendes con Kate Winslet e LeonardoDiCaprio, ed è basato sul romanzo omonimo scritto nel 1961 da Richard Yates. Siamo nell'America degli anni Cinquanta, e si racconta la vita coniugale di April e Frank, una coppia con due bambini che vive una vita all'apparenza tranquilla in una villetta dotata di tutte le comodità. Sono considerati la coppia delle favole: sono belli, giovani, brillanti.

In realtà il fuoco cova sotto la cenere poiché April è insofferente della sua esistenza confinata nei cosiddetti sobborghi americani, e si sente prigioniera del ruolo di moglie e di madre. Peraltro anche Frank non è messo meglio, costretto a lavorare come impiegato nell'odiata azienda Noxt&Co. per poter mantenere il loro tenore di vita. Il film si apre infatti con un furibondo litigio tra i due.

April accarezza il sogno di andare a vivere in Europa, a Parigi in particolare: il vecchio continente è considerato come un luogo ideale dove "vivere davvero", e la capitale francese diventa così un "altrove" come se fosse la classica terra promessa in cui scorrono latte e miele. Peraltro lei non pensa soltanto a sé ma anche al marito: a Parigi ha intenzione di lavorare come segretaria per realizzare se stessa dal punto di vista professionale e al contempo dare modo a Frank di occuparsi di ciò che più ama. Vuole, in altre parole, mantenerlo: un punto di vista scandaloso nell'America degli anni Cinquanta e - perché no - anche ai giorni nostri!

Dopo l'adesione iniziale di Frank al progetto, pur tra molti tentennamenti e suscitando la sorpresa dei vicini di casa, interverranno due nuovi elementi che, crudelmente, faranno svanire il sogno della coppia e ristabiliranno rapidamente lo status quo. Tuttavia il quadro è ormai alterato senza rimedio e a tutti sarà impossibile rientrare nel proprio ruolo. Non vi rivelo il finale perché magari non avete visto il film, e vi rovinerei i passaggi cruciali.

Nonostante i due protagonisti siano luminosi e senza dubbio molto innamorati, Revolutionary Road è un film disperato, proprio perché non c'è nulla di eccezionale o anomalo nell'esistenza di April e Frank. Per certi versi mi ha ricordato Quel che resta del giorno di James Ivory, tratto dal romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro, uno dei film più tristi che abbia mai visto. Sono una coppia come tante, ingabbiata in un'esistenza fatta di benessere economico e convenzioni sociali da mantenere che, alla lunga, logorano non soltanto la loro salute fisica e mentale, ma anche la loro tenuta come coppia.

Il titolo del film, Revolutionary road, come una rivoluzione mancata, sembra irridere la loro voglia di uscire da quella gabbia asfissiante, dove ci si adatta o si muore.




L'amore oltre le apparenze: la Bella e la Bestia

Nella versione originale La Bella e la Bestia è una fiaba europea con molte varianti, forse derivanti da una storia di Apuleio ne Le metamorfosi. Altre fonti attribuiscono la ricreazione del racconto a Giovanni Francesco Straparola nel 1550. La versione pubblicata fu quella di Madame Villeneuve nel 1740, seguita da una riduzione pubblicata nel 1756 da Jeanne-Marie Leprince de Beaumont. Era dunque particolarmente popolare in Francia, anche se si diffuse con rapidità in tutta Europa. La versione della storia di Madame Villeneuve dà spazio a una guerra tra fate e monarchi, e dunque in un contesto all'insegna della magia. 

La versione di Beaumont è invece quella più conosciuta. Si narra di un ricco mercante vedovo che vive in città con le sue tre figlie. Mentre le maggiori sono capricciose e sempre a caccia di regali, la più giovane Belle è dolce e modesta e chiede al padre di portarle una rosa. Di ritorno da un viaggio sfortunato, il padre entra in un castello e coglie una rosa senza chiedere il permesso al proprietario che si rivela essere un'orrenda bestia. Belle decide di prendere il posto del padre, minacciato di morte, e vive nel castello con la Bestia. Quest'ultima le mostra il padre in uno specchio, Bella promette di ritornare se la Bestia accetterà di farla andare dal padre malato. Le due sorelle invidiose la trattengono oltre il dovuto, ma Belle riesce a tornare al castello appena in tempo: l'orrendo mostro si trasforma in principe.

Nel 1991 la Walt Disney produce il bellissimo adattamento sotto forma di cartone animato, dove molte sono le varianti rispetto alla storia originale: in primo luogo Belle è una giovane "moderna" che adora i libri e sogna una vita avventurosa, e infatti nel villaggio dove vive ha sempre la testa tra le nuvole perché intenta a leggere. Tutti la considerano strana, proprio come il padre, Maurice, che infatti non è un mercante ma un inventore.

Le ronza attorno un pretendente tutto muscoli e niente cervello, Gaston, dal mascellone quadrato e dal grilletto facile, contornato da un gruppo di fanciulle adoranti. Come tutti i bulli che si rispettano, ha il suo tirapiedi di riferimento nella persona di Le Tont. Nel castello la maledizione non ha colpito soltanto il principe, trasformato in bestia, ma anche i servitori, mutati in oggetti come un candeliere (Lumière), una sveglia (Tockins), una teiera (Murs Bric). L'elemento della rosa è trattato in maniera diversa, ed è legato al ventunesimo compleanno del principe. Un altro elemento innovativo è il fatto che tra Belle e la Bestia si instaura innanzitutto un rapporto di amicizia dopo l'iniziale terrore.

Dopo molte traversie e un assalto in piena regola da parte degli abitanti del villaggio, capitanati da Gaston e che vogliono uccidere la Bestia (forse un riferimento al caso della bestia del Gévaudan che ossessionò la Francia tra il 1764 e il 1767, narrato qui nella rubrica il Caffè della Rivoluzione), Belle dichiara il suo amore per la Bestia. L'incantesimo viene spezzato e la trasformazione finale da animale a uomo è di notevole impatto: all'epoca so che molti bambini scoppiarono in lacrime perché erano affezionati alla Bestia! Anche i servitori riprendono le loro fattezze umane, e il castello viene riportato al suo fulgore originario, in un tripudio di gioia e luce.

Belle e la Bestia formano una delle coppie più incantevoli di tutti i tempi, in una storia ricchissima di significati (tra cui andare oltre le apparenze), dall'ambientazione elegante e con una meravigliosa colonna sonora nel cartone animato Disney.


A colpi di mattarello: Arcibaldo e Petronilla

Arcibaldo (Jiggs) e Petronilla (Maggie) sono i protagonisti di una serie a fumetti a strisce giornaliere, ideata da George McManus e pubblicata negli Stati Uniti a partire dal 1913. Sul Corriere dei Piccoli sono noti con i nomi di Arcibaldo e Petronilla. Sono marito e moglie originari dell'Irlanda. Dopo una vita di duro lavoro, hanno raggiunto un grado molto elevato di benessere e vivono in una bella casa con una figlia sofisticata.

Arcibaldo è un uomo basso e tracagnotto, mentre la moglie è alta, atletica e dall'aspetto mascolino, malgrado gli abiti "à la page". Ha un carattere forte e tiranneggia il marito spesso servendosi del mattarello. L'unico tratto in comune è il naso a patata. Mentre Arcibaldo ha conservato la sua schiettezza di modi e vorrebbe soltanto continuare a frequentare gli amici in osteria, giocare a carta e bere birra, Petronilla cerca a tutti i costi di atteggiarsi a gran signora, parlare in modo appropriato e frequentare l'alta società; al contempo cerca di sgrezzare il marito. Queste due opposte aspirazioni danno luogo a incidenti esilaranti e conflitti caratteriali come quelle che potete vedere nella striscia sotto (cliccandovi sopra, potete ingrandire e leggere).


Nonostante il fatto che sia "soltanto" una striscia comica, costituisce un ottimo spaccato sociale dell'America di inizio Novecento, sulla ricchezza e il benessere raggiunti nel paese, con genitori che, dopo essersi rotti la schiena al lavoro, desiderano che i figli crescano con ogni agiatezza, e sulle ripercussioni in ambito domestico. Petronilla inoltre è la rappresentazione della "grande madre" americana, una figura matriarcale autoritaria che fungeva da riferimento familiare. La striscia fu sospesa nel 2000, in quanto si pensava che nel messaggio fosse implicita la necessità di tenere a bada gli strati più umili e quindi evitare ogni scalata sociale.


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Vi sono piaciute le mie coppie di fantasia? Quali sono quelle che più hanno colpito la vostre immaginazione?

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Fonte testo:

Jane Eyre, La Bella e la Bestia e Revolutionary Road, Wikipedia
Arcibaldo e Petronilla: Treccani online Enciclopedia per Ragazzi e I primi eroi edito da Garzanti

Fonte immagini: Wikipedia e il web

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domenica 3 maggio 2020

Nostalgia del sottosuolo. "Un etnologo nel metrò" di Marc Augé


In vista del grande contingentamento dei mezzi pubblici, alcuni giorni fa mi sono premurata di recarmi a Milano con una triplice indispensabile missione. Il mio viaggio prevedeva l'uso di autobus sottocasa fino alla stazione di Sesto F.S. e metropolitana andata e ritorno, in un tragitto piuttosto lungo che mi fa toccare quasi tutte le stazioni della linea rossa. Di solito lo compio per andare nel mio studio; di recente mi sono organizzata per lavorare da casa o in smartworking come si dice con il solito termine inglese che si potrebbe tranquillamente evitare. La metropolitana è la mia sala di lettura preferita poiché, avendo questo lungo tratto da compiere, e partendo da un capolinea, riesco a isolarmi e a sprofondare in un libro. In questo periodo, difatti, sto leggendo poco o nulla (parlo di narrativa), perché in casa lavoro, studio i miei testi universitari, prendo i pasti, dormo oppure guardo dei programmi con la famiglia.

Era stata già apposta la segnaletica adesiva per il distanziamento sociale sia sui sedili che sul pavimento dei convogli. Per come conosco io la metropolitana, e cioè al massimo della sua potenza in termini di treni e affollamento, la vista era impressionante: c'erano pochissime persone, sedute distanziate l'una dall'altra e con mascherine protettive; e sulla banchina di una stazione, dove ero scesa, mi sono ritrovata completamente sola. Il senso di desolazione era assoluto, e sono stata colta da una grande tristezza e perdita.

La metropolitana più antica è comunque quella di Londra, aperta senza cerimonia il 10 gennaio 1863. Alla sua inaugurazione vi fu chi predisse, cupamente, che questo modo di viaggiare avrebbe avuto vita breve. Era impensabile, secondo i detrattori, che l'essere umano potesse trascorrere parte del suo tempo al chiuso, spostandosi da una parte all'altra in una galleria scura e puzzolente. Mai profezia fu più fallace: il sistema fu accolto con grande entusiasmo dalla popolazione londinese, tanto che l'anno successivo vi erano più di 260 progetti di nuove linee, delle quali fu realizzata però solo quello tra Westminster e South Kensington nel 1868. Grazie alla metropolitana, si decongestiona il traffico di superficie, si consente di spostarsi rapidamente da un punto all'altro della città e, in genere, si viaggia anche nelle condizioni climatiche più proibitive, come accadde durante la grande nevicata del 1985.

Al di là dell'indubbia comodità e dal fatto che sia un mezzo poco inquinante, la metropolitana è un mondo affascinante e complesso dove sono stati ambientati anche dei film come Underground del 1928,  I guerrieri della notte del 1979, di cui potete vedere una scena,  Sliding doors con Gwyneth Paltrow, proprio ambientato nella Tube londinese, Subway di Luc Besson con Cristopher Lambert, Pelham 123 e alcuni film horror come Creep. La metropolitana londinese ha un ruolo cruciale anche nel film Espiazione dove viene ambientata una delle scene più sconvolgenti, avvenuta durante la Seconda Guerra Mondiale.

Dunque non si traduce soltanto in una serie di cunicoli con convogli affollati da pendolari: è un vero e proprio mondo parallelo che riflette quello superiore, con i suoi frequentatori abituali oppure occasionali, i suoi riti individuali e tribali, le sue strategie quotidiane, i suoi commerci leciti e illeciti, la sua conformazione e i suoi angoli. A lungo andare, si impara a riconoscere gli habitué a studiarne la psicologia, a partecipare di un brevissimo istante della loro vita: genitori con bambini, studenti che ripassano la lezione, impiegati che vanno al lavoro, artigiani con gli attrezzi nella borsa, ragazze che si truccano tra uno scossone e l'altro, persone intente a scrutare al cellulare o a parlare...

L'antropologo Marc Augé, autore di un celeberrimo studio sui "non luoghi urbani" (quei luoghi senza storia, anonimi e tutti uguali in qualsiasi parte del globo ci si trovi, come per esempio i centri commerciali), le dedica un delizioso libro, Un etnologo nel metrò edito da Elèuthera. Nell'opera egli osserva, con l'occhio esercitato dell'antropologo, abituato a studiare culture e sistemi sociali di popoli spesso distanti geograficamente, una dimensione sotterranea, conosciuta e sconosciuta a un tempo: il metrò di Parigi.

Nonostante alcuni passaggi un po' ostici per addetti ai lavori, si tratta di un'opera godibile, anche grazie allo sguardo affettuoso e ironico dell'autore; a tratti di una vera dichiarazione d'amore. La riflessione che apre il volume è che l'ambiente del metrò funge da dispositivo di ricordi, in quanto la geologia interiore del viaggiare ha dei punti di contatto con la mappa della metropolitana stessa. Così, per esempio, leggere o pensare al nome di una stazione può scatenare, oltre alle memorie, anche una serie di associazioni mentali a cascata. Nel caso di Parigi, può essere Sèvres-Babylone, nel mio caso può essere Bande Nere o Conciliazione. Ci sono dunque stazioni che richiamano alla mente ricordi personali, professionali, culturali, scolastici, come a comporre una sorta di "certificato civile". Le linee del metro si incrociano come le linee della mano.

Alle volte, invece, si continua a salire o scendere in una stazione senza chiederci a chi o a che cosa è intitolata, o perché, come Denfer-Rochereau a Parigi, o Gambara a Milano. Alzi la mano chi è in grado di spiegare con assoluta sicurezza tutti questi nomi. Nell'opera di Augé i nomi delle stazioni sono anche oggetti di spunti divertiti: il percorso si interseca senza tregua con la storia e la geografia, e dunque nel nostro caso si transita a Cadorna, Gerusalemme, Lima, Maciachini, Pasteur, De Angeli, Lambrate, in un susseguirsi vertiginoso.

La regolarità del tragitto offre un senso di sicurezza, sia in termini fisici che di orari prestabiliti, poiché questo mondo del sottosuolo è stato conformato dall'uomo e quindi, a differenza della cavità naturale, non si stringe inaspettatamente (io stessa, pur soffrendo di claustrofobia, di rado ne ho sofferto in metropolitana). Le linee metropolitane diventano un ipertesto di link su una pagina web: si può andare avanti e indietro, cambiare snodi, prendere una circolare o un passante, ma di necessità affidandosi a un percorso prestabilito senza poter creare il proprio. Sono persino stati studiati i flussi dei viaggiatori, sulle banchine, sulle scale e ai tornelli, e ci si è accorti che obbediscono a geometrie molto precise, maggiormente visibili dall'alto.

Chi si muove abitualmente in questo mondo sotterraneo si distingue dunque dal frequentatore occasionale, che ha l'aria un po' smarrita. "L'utente del metrò ha a che fare essenzialmente con il tempo e lo spazio, abile nel basare l'uno sull'altro" e si muove in maniera disinvolta e insieme distratta, come mosso da un automatismo interiore. L'ambiente esterno a un convoglio, molto poco attraente perché, semplicemente, non esiste, porta il viaggiatore a sprofondare in se stesso, di solito nello schermo luccicante del proprio cellulare, o a mantenere lo sguardo perso nel vuoto. C'è chi tollera male questa meditazione obbligata e chiama col cellulare il malcapitato di turno, sommergendolo di parole anche a orari inadatti.

La metropolitana è un mondo rappresentativo e complesso anche in senso generazionale e multietnico, dove le classi sociali si mescolano senza posa tra annunci di ritardi e pubblicità invasiva e frastuono di convogli sferraglianti. Offre punti di incontro sentimentali e anche clandestini, come un nascondiglio ideale, curve e angoli inaspettati, persino poetici. A tratti diventa un vero e proprio palcoscenico, un mondo di folla e solitudini a un tempo, dove ciascuno di noi può riconoscersi e interpretare la sua parte: un mondo per cui provo un'intensa nostalgia.

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Qual è il vostro modo di viaggiare preferito? E quali sono i luoghi della vostra città a voi più cari?


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Fonte testo:
Un etnologo nel metro di Marc Augé

Foto:
Apertura: clickmobility.it
Wikipedia

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lunedì 27 aprile 2020

"Amor, ch'a nullo amato...": grandi amori nella letteratura e nell'arte - parte 1


L'amore è il grande mistero cantato da scrittori e poeti, e la forza attrattiva che tiene insieme l'universo. Come immagine inaugurale vi propongo Il bacio di Gustav Klimt del 1907-8, un'opera celeberrima. Di essa mi colpisce tutto: la profusione dell'oro che sembra quasi cancellare le due figure, la monumentalità della coppia allacciata, i fiori che connotano la figura femminile e il prato, i tasselli rettangolari sul mantello dell'uomo. Mi colpisce anche il fatto che, di lui, teneramente proteso nel bacio, non si veda il viso, la bellezza nell'espressione di lei, rapita nel contatto delle labbra, la dolcezza nella posa maschile, protettiva e avvolgente, che mi fa venire in mente, con tristezza, la violenza e i femminicidi, il serto di alloro sul capo di lui, la coroncina di fiori sulla testa di lei (sono due dei!)...

Parlare dell'amore è come affrontare un oceano armati di un cucchiaino Nell'acqua del cucchiaino di questo articolo troveranno dunque posto alcune grandi storie che più hanno colpito la mia immaginazione, nei miei anni giovanili e in tempi più recenti. Suddividerò la carrellata in due post cercando di radunare dei "generi". Qui sarà la volta delle coppie reali nella vita e nel campo della creazione, sia letteraria che artistica. Mi rimbocco le maniche e comincio a parlarvi di una coppia che proviene dal lontano Medioevo...


Passione e costrizione: Eloisa e Abelardo

Dal mio testo Medioevo inquieto di Armanda Guiducci emerge un ritratto a tutto tondo di questa coppia, nel capitolo dall'eloquente titolo di "Passione e costrizione". Le vicende che li vedono protagonisti hanno come scenario principalmente la città di Parigi, e il tempo del XII secolo. Un mondo dove tutto è in tumultuosa trasformazione e decollo, dal punto di vista demografico e, soprattutto, sociale e urbano.

Dal mondo delle università e delle scuole-cattedrali esce una compagine di agguerriti intellettuali. Tra loro Pietro Abelardo è uno degli esponenti di maggior spicco, venerato da folle di studenti, ma contestato dai suoi detrattori, i monaci in primis. Eloisa è una fanciulla di celebre erudizione, appassionata nello studio delle arti liberali (aritmetica, geometria, musica e astronomia), e non digiuna della conoscenza degli scrittori sensuali pagani. Eloisa padroneggia, inoltre, il greco e l'ebraico. Ed è bellissima, oltre che colta.

Vive nella zona dell'Ile-de-France con lo zio Fulberto. Quest'ultimo, per incrementare la sua cultura, decide di darle come precettore proprio Pietro Abelardo. L'illustre docente viene subito attratto da Eloisa: la differenza di età è notevole, ed egli, sicuro del suo fascino, si propone di iniziare con lei "un'interessante relazione". Per raggiungere il suo scopo seduttivo, riesce, senza badare a spese, ad andare in pensione in casa di Fulberto. Tra Eloisa e Abelardo, complice la vicinanza e l'affinità, la passione cresce a dismisura. Proprio in questo frangente, lui scrive delle poesie d'amore - purtroppo perdute - che conoscono una grande diffusione pubblica, dopo lo scandalo, per la dolcezza delle parole e la bellezza del ritmo musicale.

Qualche tempo dopo, Eloisa si accorge di aspettare un bambino. Lui la rapisce e la conduce in Bretagna, dove partorisce un maschietto cui viene posto il fantastico nome di Astrolabio. (Il mio docente del corso universitario di Storia della Chiesa aveva commentato che avrebbero dovuto essere incriminati soltanto per questo motivo!) A quanto pare, il gusto per i nomi stravaganti non è tipico della nostra epoca. Abelardo si reca dallo zio e s'impegna a sposare Eloisa, purché il matrimonio rimanga segreto.

E qui emerge uno dei punti più dolenti della drammatica vicenda: Eloisa rifiuta il matrimonio! Perché? Siamo abituati a pensare al "matrimonio riparatore" tanto in uso anche da noi non molto tempo fa. Invece, all'epoca di cui stiamo parlando, la propaganda cattolica dipinge il matrimonio come ripugnante e disonorevole, e la Chiesa non è ancora giunta a dichiararlo un sacramento, e a sancire l'unione come monogamica e indissolubile. La donna viene raffigurata come la sentina di tutti i vizi. Dopo una strenua resistenza, alla fine la fanciulla capitola e i due si sposano. Per sottrarla alle angherie dello zio, Abelardo la fa vestire da monaca e la fa condurre in un monastero ad Argenteuil, poi torna a Parigi e prende a vivere da solo, e Fulberto sospetta che abbia abbandonato Eloisa.

Una tragica notte alcuni uomini prezzolati fanno irruzione nella casa di Abelardo e lo evirano. Questo orribile fatto scuote l'intera Parigi. Disperato e depresso, Abelardo vede annientata la sua fama, considerato com'è un "eunuco", anche se la sua reputazione, come proveranno gli anni seguenti, non sia stata per nulla compromessa (verrà ricercato dai suoi allievi, sfidato di nuovo dai suoi nemici). Lo narra lui stesso nella sua opera Storia dei miei Guai. Decide così che il suo destino sarà di vivere ritirato dal mondo, più per vergogna che per autentica vocazione, e lo stesso impone a Eloisa: sarà monaca.

I due infelici amanti non si rivedranno che molti anni dopo, circostanza in cui Eloisa tenterà una corrispondenza dove toccherà l'argomento della piena sofferenza tormentato dai ricordi di una felicità anche fisica. Per la prima volta, forse, la donna mette nero su bianco l'espressione di una passione mai sopita, e pone l'accento sulla sensualità e sul desiderio.Verrà subito scoraggiata da Abelardo che la invita a una vita di studio e di preghiera. Eloisa obbedisce e non accennerà più nelle lettere al loro passato di amanti e sposi. La morte li coglie a distanza di ventidue anni l'una dall'altro, periodo in cui Eloisa trascinerà la sua esistenza di badessa del Paracleto.

Ci sono molte zone oscure nella storia di Abelardo ed Eloisa, che non sapremo mai. Molto ci sarebbe ancora da dire su questa coppia celeberrima, che vi invito ad approfondire, e che ora riposa nel cimitero del Père-Lachaise finalmente riunita. Ebbi modo di visitare questo cimitero in una delle mie visite a Parigi, che da solo meriterebbe un post.


Uniti nell'arte e nella politica: Frida Kahlo e Diego Rivera 


Facciamo ora un salto temporale davvero vertiginoso e approdiamo nel XX secolo. Non soltanto Frida Kahlo è una delle più grandi pittrici del Novecento, ma è anche una figura iconica come femminista e come militante politica. Nata nel 1907 a Coyoacan, in Messico, viene colpita da bambina dalla poliomielite e ha poi un terribile incidente che la rende quasi invalida e la condanna a un destino di operazioni chirurgiche e atroci sofferenze. Nonostante questa sorte, Frida si rivela una donna di vitalità straordinaria, che esprime nelle sue tele un'energia prorompente, la forza della natura, la bellezza della sua terra e delle sue divinità ancestrali.

Anche il grande amore della sua vita, il pittore messicano Diego Rivera, maestro dei murales e attivista politico, non è da meno. Anzi, quando i due si conoscono lei ha ventidue anni, lui è un quarantaduenne affermato. Sono diversi in tutto, a partire dall'aspetto fisico: Frida è piccola e minuta, lui è alto e grosso, quasi elefantiaco, con gli occhi sporgenti, come potete vedere in questa foto del 1932. Si tratta di amore a prima vista, e l'instaurarsi di un legame che va oltre l'attrazione fisica. Lo si legge negli splendidi scritti dove Frida traccia un ritratto del suo amato il che prova come, oltre a essere una straordinaria artista, è anche una scrittrice di vaglia. Nonostante questa forza, il legame non è facile. Diego la tradisce con tutte le donne che gli capitano a tiro, compresa la sorella di Frida, Cristina. Anche Frida gli rende pan per focaccia, e lo tradisce con uomini e donne, in un groviglio inestricabile tra crudeltà, menzogne, amore. Si sposano, divorziano e si risposano. Frida, distrutta nel corpo, muore nel 1954.

Diego inserisce la figura di Frida in molti dei suoi murales, come Il corso della Rivoluzione (1928), Il Messico di oggi e di domani (1932), Incubo di guerra, sogno di pace (1952), dove lei compare spesso con i suoi abiti coloratissimi, i pesanti orecchini e l'acconciatura tipica, o come figura simbolica. Frida stessa scrive di lui: "Premetto che per questo ritratto di Diego userò colori che non conosco - le parole - e per questo sarà povero; oltretutto amo Diego in maniera tale da non poter  essere spettatrice della sua vita, ma parte di essa, perciò - forse - esagererò i tratti positivi della sua personalità unica cercando di eliminare quanto, anche remotamente, possa ferirlo. (...) Non parlerò di Diego come di "mio marito" perché sarebbe ridicolo. Diego non è mai stato né sarà mai "marito" di nessuno. Nemmeno come di un amante, perché il nostro rapporto va ben oltre i limiti del sesso, e se parlassi di lui come un figlio non farei altro che descrivere o ritrarre le mie stesse emozioni, e farei il mio autoritratto, non il ritratto di Diego."

Tuttavia uno dei più bei quadri di Frida è L’amoroso abbraccio dell’universo, la terra (Messico), io, Diego e il signor Xólot del 1949 dove la pittrice esprime il sentimento materno della donna nei confronti del suo compagno, reggendolo nel suo grembo.


Una relazione tumultuosa: Paul Verlaine e Arthur Rimbaud

Anche nel caso di questi due "poeti maledetti" il protagonismo poetico si mescola con la vita personale, nella sfida alle istituzioni borghesi dell'Ottocento e alla riprovazione dei benpensanti, fautori della famiglia tradizionale che imperversano, ahimè, ancora tra noi. Ci troviamo di nuovo a Parigi - sarà un caso, voi domanderete? - ma stavolta siamo nella seconda metà dell'Ottocento.

La vita di Paul Verlaine, autore dei Poèmes saturniens, pubblicati nel 1866 e di Fêtes galantes del 1869, è destinata a cambiare per sempre. Anzi, a essere capovolta e scossa da cima a fondo come in un terremoto di magnitudo nove. Eppure, soltanto l'anno prima Verlaine ha sposato Mathilde Mauté, per la quale ha pubblicato La Bonne Chanson e da cui ha appena avuto il figlio Georges. Il poeta frequenta i salon politici dell'epoca, pubblica le sue poesie nelle riviste letterarie e filosofiche, bersagliate dalla censura, viene considerato un maestro e un punto di riferimento. Insomma, si può definire un uomo "sistemato" in tutti i sensi, in una città ricca di stimoli. Tuttavia il fuoco cova sotto la cenere, in quanto Verlaine è un violento, che picchia la giovane moglie e indulge ai piaceri dell'alcol.

E butterà all'aria ogni cosa quando nel 1871 uno splendido adolescente "con la faccia arrossata dal sole e dal vento" varcherà la soglia del suo salotto. Arthur Rimbaud non ha ancora compiuto diciassette anni, viene da Charleroi, una cittadina di frontiera semirurale, e ha già scritto "Le Bateau ivre". Verlaine ne è folgorato: già lo considera un grandissimo poeta, ora gli fa da cicerone e gli presenta altri intellettuali della capitale. Fanno bisboccia insieme nei locali, bevono assenzio, vanno a teatro come fossero una coppia. Potete vedere entrambi nel dettaglio di questo quadro di Fantin-Latour del 1872 che mostra proprio i due poeti seduti l'uno accanto all'altro: Verlaine sembra abbia lo sguardo perso nel vuoto, mentre Rimbaud si appoggia col gomito sul tavolo in un gesto di sfida, i capelli spettinati e le labbra premute in atteggiamento determinato.

Verlaine ne è completamente preso anche dal punto di vista fisico, e quasi subito inizia con lui una relazione che si tradurrà in una sorta di sudditanza ai voleri e ai capricci del compagno. Rimbaud sarà pure un genio, ma è, di volta in volta, un amante dolcissimo o un autentico teppista. Lo provoca, lo respinge, lo seduce, lo fa ammattire, gli impone prove crudeli, lo insulta, lo cerca, in una continua oscillazione tra crudeltà e tenerezza. Verlaine abbandona la moglie e il figlio, e segue Rimbaud in una vita di vagabondaggio tra Inghilterra e Belgio. Durante questi viaggi Verlaine scrive Romances sans paroles, tra alti e bassi, scenate e ricongiungimenti.

Nel 1873, mentre si trovano a Londra, Verlaine lascia tutto d'un tratto Rimbaud, affermando di voler tornare dalla moglie, deciso, se non lo riaccettasse, a spararsi. Trasloca quindi in un albergo a Bruxelles. Rimbaud lo raggiunge, persuaso che Verlaine non avrebbe avuto il coraggio di mettere fine ai suoi giorni. Verlaine ha peraltro le idee confuse sul da farsi. Nel momento in cui Rimbaud lo vuole lasciare, scoppia l'ennesima lite e Verlaine, ubriaco, gli spara due colpi di pistola, ferendolo leggermente a un polso. Verlaine viene così arrestato e incarcerato a Mons, Rimbaud invece raggiunge la fattoria di famiglia a Roche, nelle Ardenne, dove scrive Une saison en enfer. La moglie di Verlaine inizia le pratiche per il divorzio.

Finisce così una delle più grandi storie d'amore della letteratura, e i due amanti si separeranno imboccando strade molto differenti, addirittura Rimbaud andando in Africa a intraprendere il commercio degli schiavi. Verlaine termina i suoi giorni nelle bettole parigine, consumato dall'assenzio. Non riuscirà mai a superare la sua passione per il giovane, e proverà a più riprese a ricucire la relazione con "il suo radioso peccato", ora divenuto "l'homme aux semelles de vent", "l'uomo dalle suole di vento".

Il film Poeti dell'inferno del 1995 ritrae la loro tormentata relazione, e ha come protagonisti un
giovanissimo, irresistibile, crudele Leonardo DiCaprio nel ruolo di Rimbaud e David Thewlis nei panni di Verlaine, entrambi in una splendida interpretazione.

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Vi è piaciuto questo primo post? Vi vengono in mente altre coppie celebri che abbiano colpito la vostra immaginazione?

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Fonti:

Medioevo inquieto di Armanda Guiducci
Frida Kahlo - Una vita d'arte e di passione di Raquel Ibol
Jean-Arthur Rimbaud di Enid Starkie
Verlaine di Pierre Petitfils

Immagini:
Wikipedia


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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato sei romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una serie di romanzi ambientati nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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