Blog su Letteratura, Storia e Arte in tutte le sue forme.

"La Storia siamo noi."


ARAZZO DI BAYEUX, seconda metà dell'XI secolo

La conquista normanna dell'Inghilterra del 1066.

BERNABO' VISCONTI E LA SUA FAMIGLIA

Affresco a Santa Maria Novella, Firenze - secolo XIV.

VITA DI TRINCEA

Prima Guerra Mondiale (1914-1918).

sabato 20 luglio 2019

... per uno spettacolo teatrale magico!


Rieccomi con il seguito del primo post, che potete trovare qui. Era la prima volta che il mio Diavolo usciva da quel di Trezzo sull'Adda, ed è stato davvero emozionante assistere allo spettacolo nel cortile cinquecentesco del castello, dotato di un bellissimo porticato e di una scalinata. Si è atteso che calasse il buio, quindi lo spettacolo è iniziato una mezz'ora più tardi. Inutile dirvi che ero in fibrillazione anche perché il pubblico era numerosissimo, e ogni volta è "come la prima volta".

Gli attori della compagnia di TeatrOK sono stati bravissimi, e in modo particolare il primattore, ovvero Dave Coal, che ha superato se stesso: era come se lo spirito di Bernabò si fosse impadronito di lui, per quanto era naturale e fluido nella parte. Tutto è stato perfetto, e anche due piccoli incidenti in scena sono stati agevolmente gestiti. Le luci si sono accese e sono variate di colore al momento giusto, e la musica era fluida e senza intoppi.

Come vi dicevo, la rappresentazione si è svolta all'aperto, e a un certo punto, verso la fine del dramma, si è levato un vento tempestoso. Ha scompigliato i mantelli e le ciocche, e fatto tremare le fiammelle del candelabro, e oscillare lo stemma con il biscione visconteo le cui borchie brillavano, colpite dalla luce delle fiammelle. Era come un effetto speciale o, meglio, come se messere in persona volesse esprimere la sua soddisfazione per la rappresentazione di cui era protagonista.

Eccovi alcune foto che pubblico qui, insieme con il passaggio tratto dal copione, anche per conservarle su questo blog fintanto che avrà vita. Sulla mia pagina Fb potete invece trovare un video preparato da TeatrOK con le immagini salienti sottolineate dalla bellissima musica.


Bernabò Visconti: Nessuno avrebbe osato far proprio il simbolo del diavolo. Solo noi Visconti potevamo. Noi, che siamo la sua progenie, dove il parente ammazza il parente, come i serpenti che si azzannano tra loro, a morte, nelle loro tane oscure.


Voce fuori campo:
Biscia nimica di ragione umana,
che 'l verno, quando l'altre stan sotterra,
tu vai mordendo e faccendo guerra,
mancata t'è la tua speranza vana!


Primo legato papale: Spero che avrà rispetto dell’abito che indossiamo. Siamo inviati del Papa.
Secondo legato: Sapete che quell’uomo non ha rispetto per nessuno, e che si diverte soprattutto a tormentare i preti. Diede ordine di legare un ambasciatore di sua Santità a una graticola a forma di botte, e lo fece bruciare lentamente tra atroci tormenti.


Bernabò Visconti: Allora? Sposerai mia figlia Caterina sì o no? T’avviso, tra poco il veleno comincerà a fare effetto, sentirai atroci dolori e comincerai a emettere schiuma dalla bocca. E allora sarà troppo tardi anche per reggere una penna!

Maffiolo: Mio signore, fu la ragazza a provocarmi. Mi passava davanti, mi sorrideva e con una scusa si appartava con me. Mi seguì senza opporre resistenza, e fu lei stessa a concedersi…
Ambrogiola: Bugiardo!



Giovannola: Abbiate pietà! Sono ormai sette mesi che Bernarda è rinchiusa nella rocca di Porta Nuova, e tenuta a pane e acqua. È ridotta a uno scheletro, non sopravvivrà a lungo.
Bernabò Visconti: Non potevo passar sopra a una cosa del genere. Ho fatto la cosa giusta. Le mie donne devono comportarsi come principesse, dalla prima fino all’ultima. Non potevo nemmeno farla giustiziare, era pur sempre una Visconti.



Bernabò Visconti: Tu… tu, figlia mia, sei già qui... da me… No, no!

L'astrologo di corte: Mio signore, è giunto vostro nipote Gian Galeazzo, conte di Virtù e signore di Pavia. Egli sta viaggiando verso il santuario del Sacro Monte di Varese con un seguito per compiervi un pio pellegrinaggio. Ha mandato a riferire, qui alla Ca’ di Can, che sarebbe lieto di salutarvi, dopodiché proseguirà il cammino.


Gian Galeazzo: Io, Gian Galeazzo Visconti, rendo noto con la presente lettera a voi, nobili signori d’Europa, che mi sono visto costretto ad arrestare mio zio Bernabò e tutta la sua stirpe. Da tempo, infatti, egli intesse losche trame, congiurando per la nostra morte continuamente e in molti modi

Bernabò Visconti: E la mia stirpe sta per essere sradicata dalla terra, come nell’anatema che mi lanciò quel frate, cui feci inghiottire la bolla di scomunica: “Per tutto questo Dio alla fine ti distruggerà, e strapperà te e le tue radici dalla terra dei viventi.”

Gli attori escono per ricevere i meritati applausi! 
Alla prossima: a Trezzo sull'Adda l'8 e il 9 settembre!



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Il castello di Pagazzano: un ambiente eccezionale...


Il 13 luglio, giorno in cui si è svolta la rappresentazione del mio spettacolo Il Diavolo nella Torre  al castello di Pagazzano, è stata una giornata memorabile sotto tutti i punti di vista, a cominciare dal tempo che ci ha graziato sia durante la visita  sia durante lo spettacolo.

In quest'occasione ho avuto modo di incontrare alcune persone che conoscevo tramite Fb a causa di comuni passioni storiche: Angie DalessioStefania Zilioli Susi Gabellini. Sono giunti anche degli amici per vedere, o rivedere, la rappresentazione. Insomma, è sempre un piacere interagire con le persone in carne e ossa, ascoltare il timbro della loro voce e incrociarne lo sguardo! Come lo scorso anno, c'era anche il banchetto della Meravigli Edizioni con romanzi, saggi e altre pubblicazioni sulla nostra regione, con la gentilissima Elena Lanterio che a fine serata mi ha regalato l'ultimo romanzo di Luigi Barnaba Frigoli, "Il morso del basilisco".

Vorrei suddividere quindi il tutto: la presentazione del castello di Pagazzano in un primo post, con alcune notizie e curiosità tratte sia da Wikipedia che dal sito del castello. Farà poi seguito quello dedicato allo spettacolo vero e proprio.


Il castello di Pagazzano 

Non avevo mai avuto modo di visitare questo castello in provincia di Bergamo, assai ben conservato e munito di un fossato ancora colmo d'acqua. Come prima cosa, dunque, abbiamo partecipato alla visita guidata a cura dei volontari del gruppo "Civiltà contadina". Sono stati molto cortesi e ci hanno suddiviso in due gruppi, in considerazione del fatto che avremmo dovuto salire una stretta rampa di scale a chiocciola all'interno del mastio.

La necessità di un castello difensivo in questa zona era dovuta alla forte instabilità politica nell'età medievale del borgo di Pagazzano e di tutta la pianura centrale bergamasca: dapprima assegnato ai conti di Bergamo nell'XI secolo, passò a Milano dopo la pace di Costanza con l'imperatore Federico Barbarossa, unitamente agli altri castelli della Gera d'Adda. Il dominio nella città milanese venne esercitato prima dai Torriani e, dopo numerose lotte, dai Visconti, quindi questo luogo cadeva proprio, ehm, a fagiolo per allestirvi lo spettacolo di Bernabò. Mmm, ho fatto una battuta che probabilmente messere non sta gradendo molto...

Comunque furono proprio i Visconti ad edificare il nuovo castello durante la reggenza di Giovanni, alla morte del quale (1354) subentrò Bernabò Visconti. A quel periodo risale una lapide che, posta all'interno del maniero, ricorda un ricevimento (forse il primo nella nuova struttura) in onore di Filippo Borromeo avvenuto nell'anno 1355. La tradizione vuole inoltre che nelle stanze dell'edificio dimorò per qualche tempo il poeta Francesco Petrarca nel 1359, ospite di Bernabò che amava ospitare il fior fiore degli artisti e degli eruditi dell'epoca.

Curiosità sul Diavolo

A Bernabò il Diavolo, di cui conosciamo ormai vita, morte e miracoli, si fanno risalire storie più efferate tramandate oralmente. Vi racconto dunque una vicenda, macabra com'è nel suo stile, tratta dal sito del castello.

Si narra di alcuni contadini di Pagazzano che dovevano portare della legna a Bergamo. Forti della protezione del loro signore, contavano di non avere ostacoli al loro passaggio e ai gabellieri che intimavano loro di pagare la tassa, risposero che Bernabò Visconti non doveva pagare alcuna gabella. I soldati presero in giro i contadini dicendo che non conoscevano alcuna autorità né di "Bernabò" "né di Bernaaca." Come potete immaginare, mai risposta fu più sbagliata.

Ritornati a Pagazzano, i contadini raccontarono l'accaduto al loro signore, che invitò al castello i gabellieri e organizzò un lauto banchetto. Li fece poi arrestare e condurre nel vicino torchio per essere stritolati. Pare che chiedesse loro con sarcasmo se in quel preciso momento riuscissero finalmente a capire la differenza che intercorreva tra Bernabò e Bernaaca. Ad ogni risposta sbagliata Bernabò ordinava: "Ancora una taca" (riferendosi ad un giro della vite che regolava l’abbassamento della trave del torchio). In effetti all'interno del castello c'è un grande torchio, ma è di molto posteriore e... meglio non approfondire troppo!

L'era di Gian Galeazzo

Dopo la morte di Bernabò Visconti, il potere passò nelle mani del nipote Gian Galeazzo, colui che lo aveva fatto arrestare e deporre, che nel 1386 donò i possedimenti di Pagazzano alla moglie Caterina. Ricordo che la stessa Caterina era la cugina di Gian Galeazzo, essendo la figlia di Bernabò. Il castello andò nelle mani dei Suardi e successivamente di Bertolino Zamboni.


La contesa con la Serenissima

Il successivo insediamento di Filippo Maria Visconti, l'ultimo della famiglia,  portò nuovamente il castello alla famiglia cremonese degli Zamboni, che ne mantennero il possesso fino al 1428, anno in cui i territori vennero acquisiti dalla Repubblica di Venezia. Cominciò un periodo di fortissima instabilità, con la zona contesa da Milano e Venezia: in quegli anni il maniero venne affidato prima a Sagramoro, appartenente al ramo di Brignano dei Visconti, e poi a Francesco de'Isacchi di Treviglio

Nel 1447, con l'instaurazione a Milano della Repubblica Ambrosiana, la Gera d'Adda passò nuovamente alla Serenissima, e il castello di Pagazzano venne nuovamente assegnato al ramo brignanese dei Visconti. Questa famiglia mantenne il controllo dell'edificio anche quando, con la costruzione del fosso bergamasco e la definitiva stabilizzazione dei confini, Pagazzano ritornò sotto l'influenza di Milano. Insomma, era una specie di tira e molla...

Dal 1465 all'arciprete Galeazzo...
La stabilità, sancita da un atto notarile che, datato 1465, confermava il pieno possesso dello stabile a Sagramoro II Visconti, portò il castello ad una serie di interventi di ammodernamento: venne ampliato sia il fossato che il perimetro di cinta, la cui parte esterna venne rivestita in laterizio, a cui furono aggiunte quattro torri agli angoli.

Nel 1551 il castello di Pagazzano passò a Galeazzo Visconti, arciprete del paese. Questi, che desiderava stare comodo come tutti i preti di alto lignaggio, attuò una serie di modifiche che lo avvicinarono a una dimora signorile: nel lato sud vennero distrutte le due torri e tutta la merlatura, mentre il lato nord (quello rivolto verso il confine con la Repubblica di Venezia) venne lasciato integro nelle sue funzioni difensive.

... fino ai giorni nostri
Nel 1657 morì senza eredi l'ultimo dei discendenti del ramo brignanese dei Visconti, dopodiché il castello passò alla famiglia milanese dei Bigli. Questi compirono ulteriori opere di rimodernamento, tra cui la costruzione di un loggiato e di una scalinata a ventaglio, nonché numerose decorazioni. Nel 1828 la marchesa Fulvia Bigli lasciò il castello in eredità al marchese Paolo Crivelli, appartenente al casato del marito, la cui famiglia utilizzò la struttura come azienda agricola, mantenendone la proprietà fino al 1968.
Da allora vi subentrarono altri proprietari fino a quando, nel 1999, il castello venne acquistato dal comune di Pagazzano. Et voilà!

***
Prima di chiudere questo primo post, vi invito a leggere anche l'articolo che è comparso su "L'Eco di Bergamo" per pubblicizzare l'evento in tutti i suoi aspetti: siamo diventati davvero internazionali!

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sabato 13 luglio 2019

Viaggio multimodale attorno a me stessa - Da un post di Marco Lazzara


Tra un esame universitario e l'altro, anche quest'anno partecipo molto volentieri all'iniziativa di Marco Lazzara dei Viaggi multimodali. Stavolta si tratta di identificare il tema del viaggio fuori da se stessi, anziché dentro. Si tratta di momenti che si sono rivelati cruciali per la propria formazione, come si evince dal suo post che potete trovare qui. I temi sono comunque sempre quelli dell'Arte, della Letteratura, del Cinema e della Musica.


Arte: Il Battistero di San Giovanni a Firenze

Il viaggio mi è stato sempre congeniale, e spesso l'ho associato con l'arte. Cioè con la Bellezza. Ho sempre desiderato viaggiare per visitare i luoghi d'arte e ho sempre dovuto mordere il freno, perché i miei genitori non avevano grandi possibilità economiche. I primi viaggi sono state le gite scolastiche alla scuola media, ma non li considero perché di quel segmento scolastico ho pessimi ricordi (frequentavo una scuola gestita dalle suore angeliche, che di angelico avevano ben poco...).

Preferisco invece parlarvi del mio primo, vero incontro con l'arte. Ero riuscita a convincere i miei genitori a partecipare a un viaggio organizzato che avrebbe toccato i principali punti della Toscana. Quando vidi la cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze, rimasi a bocca aperta: era come una visione angelica. Stentavo a credere che potesse esistere qualcosa di così bello al mondo, e anche l'interno mi abbagliò.

Ma non era finita, perché passammo a visitare il Battistero di San Giovanni con le meravigliose porte bronzee, e la porta del paradiso del Ghiberti. Infine, la folgorazione finale, cioè l'interno con gli splendidi mosaici... di cui potete vedere, qui, il Cristo Giudice dell'abside. Fui colta dalla sindrome di Stendhal, che ancora adesso non mi è passata!


Letteratura: Il Corsaro Nero di Emilio Salgari

Per me i viaggi in letteratura hanno assunto la forma dei romanzi d'avventura di Emilio Salgari, e che viaggi! Più che altro si potrebbe parlare di avventure, inseguimenti, duelli, imboscate... Gli spostamenti sono padroni assoluti nella produzione di Emilio Salgari, che in realtà si mosse molto poco dalla sua Torino.

Con questi romanzi ho avuto la possibilità di "viaggiare", almeno con la fantasia. Ho partecipato agli arrembaggi insieme ai pirati della Malesia, ho combattuto durante l'assedio di Famagosta, sono fuggita in mezzo alle stragi delle Filippine e, non da ultimo, ho veleggiato sulla Folgore del Corsaro Nero.

A mio campione, eleggo quindi Il Corsaro Nero come uno dei romanzi più rappresentativi. Nel romanzo, al capitolo XXII "La savana tremante", c'è una scena di inseguimento mozzafiato in mezzo alla foresta, di cui riporto un passo:

Lasciarono il cadavere del coguaro e si rimisero in cammino attraverso la sconfinata foresta, riprendendo la faticosa manovra del taglio delle liane e delle radici che impedivano loro il passo.
Si erano allora impegnati in mezzo ad un terreno imbevuto di acqua, dove gli alberi più piccoli avevano acquistate dimensioni enormi. Pareva che camminassero su di una spugna immensa, perché colla sola pressione dei piedi schizzavano fuori, da centomila pori invisibili, dei getti d’acqua.
Forse in mezzo alla foresta si nascondeva qualche savana e chissà, forse qualcuno di quei bacini traditori, chiamati savane tremanti, col fondo costituito di sabbie mobili, che inghiottono qualunque essere osi affrontarle.


Oggi la prosa di Salgari può far sorridere, ma all'epoca era come una miccia che dava fuoco alle polveri, per riprendere un altro elemento tipico delle sue ambientazioni. Inoltre, non si tratta soltanto di un viaggio geografico, quello che il protagonista compie e fa compiere al lettore, perché questo personaggio romantico deve evolvere dall'idea della vendetta contro il duca Van Gould, al perdono e alla pace interiore. Il tutto passa attraverso "il dono del diavolo", come lo chiama lui stesso, ovvero l'amore inaspettato per la figlia di Van Gould...


Cinema: Blade Runner di Ridley Scott (1982)

Avevo diciotto anni quando vidi questo film al cinema, e posso dire che ha rivoluzionato il mio sguardo... perlomeno quello cinematografico. E mi ha fatto compiere un vero e proprio viaggio, aprendo un passaggio spazio-temporale. Mi ero recata a un cinema nel centro di Milano, in compagnia di un'amica. Ricordo ancora la posizione della sala che oggi non esiste più, mi sembra che si chiamasse Anteo e si trovava a metà di corso Vittorio Emanuele. In sala non c'erano moltissime persone: come sapranno i cultori di Blade Runner, il film non decollò subito e fu accolto dalla critica con grande perplessità.

Per me e la mia amica fu una visione sconvolgente, e non solo per gli effetti speciali perché eravamo già abituate con Guerre Stellari, ma perché era qualcosa di assolutamente innovativo da tutti i punti di vista. Ricordo che uscimmo dalla sala senza dire una parola, in quanto eravamo frastornate e occorreva del tempo per raccogliere i pensieri su un'opera gigantesca. Concordammo comunque che il personaggio del replicante Roy Batty faceva mordere la polvere al povero Rick Deckard.

Da quel momento in poi, Blade Runner ha mantenuto saldamente la prima posizione nella classifica dei miei film preferiti, ed è stato da me rivisto innumerevoli volte. La considero un'opera perfetta e completa: contiene la fantascienza, la filosofia, la storia d'amore, la detective story, il tema dell'ambiente, la ricerca delle origini e del proprio creatore, l'essere umano e quello artificiale... Di recente, come regalo ho ricevuto il cofanetto con le versioni cinematografiche, interviste agli attori, ai produttori, agli sceneggiatori e al regista, servizi sulla lavorazione del film, backstage, scene tagliate, curiosità di ogni tipo. Inutile dirvi che ho visto tutto avidamente.


Musica: Bomba o non bomba di Antonello Venditti (1978)

Correva l'anno 1978 quando Antonello Venditti cantava Bomba o non bomba, noi arriveremo a Roma. All'epoca avevo quindici anni e si era in pieno periodo delle Brigate Rosse con attentati, rapimenti e gambizzazioni. Nel testo di il cantautore romano cita il collega e amico Francesco De Gregori, con il quale aveva debuttato con il disco Theorius Campus. Il brano infatti ripercorre metaforicamente il cammino e gli incontri fatti dai due cantautori per raggiungere il successo, rappresentato da Roma come meta finale. Quindi le bombe dei terroristi c'entrano poco, ma io facevo questo tipo di associazioni.

Per quanto mi riguarda questa canzone è particolarmente legata al tema del viaggio per alcuni buoni motivi: per andare a scuola prendevo un paio di mezzi pubblici - la metropolitana linea rossa e poi, in via Ludovico Ariosto, il tram che mi portava in corso Sempione a poca distanza dal mio liceo - e quindi era un piccolo viaggio quotidiano. Si usciva di casa e non si aveva la sicurezza di rientrare illesi, però: una volta ero passata in una strada e poco tempo dopo c'era stata una sparatoria. A dirvi la verità non ero molto preoccupata, perché vivevo il periodo con l'incoscienza dell'età.

In secondo luogo la canzone parla di un viaggio per arrivare a Roma, che sono riuscita a vedere molto più tardi.



... e con questo omaggio a Roma mi raccordo con il tema dell'Arte e chiudo questo post che mi ha fatto ricordare alcuni momenti salienti della mia giovinezza.

Approfitto per comunicare che il mio primo esame universitario, Storia delle Istituzioni Politiche, mi ha fruttato un bel 30. Inutile dirvi che sono molto contenta. ^_^ Ora devo affrontare Storia Economica, di cui ho capito poco e che spero semplicemente di superare.

***

Fonti immagini: Wikipedia

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sabato 6 luglio 2019

Il Caffè della Rivoluzione: Minibot e assegnati, pericolose somiglianze / 41




Di recente il nostro "vulcanico" governo, nella persona di Claudio Borghi della Lega presidente della commissione bilancio, ha ventilato la proposta di introdurre i Minibot per onorare i debiti che lo Stato ha nei confronti delle imprese e dei privati che hanno già svolto un lavoro e che attendono di essere pagati. Si tratta di un surrogato di Buono del Tesoro che non viene assegnato in un'asta dal Ministero dell'Economia, e che nell'aspetto assomiglia molto alla moneta cartacea e circolerebbe soltanto in Italia. Però... "O sono moneta, e allora sono illegali, oppure sono debito e allora il debito sale", ha detto Mario Draghi.

Sono convinta che alla base di ogni rapporto di lavoro ci sia un principio sacrosanto: se io svolgo un lavoro per chicchessia è giusto essere pagati con denaro o con un bonifico, insomma con un compenso come da contratto, e possibilmente non con il ritardo cronico con cui lo Stato si diletta nel pagare i fornitori. Peraltro lo stesso Stato che è molto solerte nel pretendere con prontezza il pagamento dei suoi crediti.

Inoltre, pur essendo una capra in economia - e infatti con lo studio della storia economica ho scoperto un sacco di cose interessanti - ho avuto subito la sgradevole sensazione che in questa mirabolante pensata ci fosse qualcosa che non funzionava. A questo proposito mi sono tornati alla memoria "gli assegnati" della rivoluzione francese, e il paragone è stato ripreso dai pareri di alcuni esperti, senz'altro più ferrati della sottoscritta.

Seguitemi nel discorso che, mi rendo conto, non è propriamente da ombrellone e vedrete che ne varrà la pena. Sono in gioco i risparmi che abbiamo in banca, oppure sotto il materasso, e un minimo di consapevolezza su alcune questioni non guasta. Sarebbe un po' seccante essere "cornuti e anche mazziati", non è vero?

Come sempre, la Storia docet. La rivoluzione francese, infatti, venne originata anche da un enorme problema di deficit finanziariosi concluse con una gigantesca bancarotta. L'Assemblea nazionale infatti, come a dire il nostro odierno parlamento, si trovò a dover porre rimedio a una situazione finanziaria drammatica: le entrate fiscali erano ben al di sotto delle esigenze di spesa e non si poteva fare ulteriore affidamento sulle anticipazioni della Cassa di Sconto, ormai in profonda crisi di liquidità.

Nel 1789 l'Assemblea intervenne con due provvedimenti interrelati, e portati avanti con le migliori intenzioni:

1. la confisca dei beni ecclesiastici, trasformati in beni nazionali e posti in vendita attraverso aste, come dire che ci impadroniamo delle proprietà e delle terre del Vaticano, presenti sul territorio italiano, e con quelle cominciamo a fare un po' di cassa. Scommetto che molti di voi sarebbero anche d'accordo, vero? Penso che solo l'attico del cardinal Bertone frutterebbe dei bei soldoni. ;)

La messa in vendita dei beni ecclesiastici nella terra del giglio fu affidata alla Cassa straordinaria, creata il 19 dicembre. Il problema era che per la vendita di tanti beni occorreva del tempo, come minimo un anno. Si trattava di un periodo troppo lungo. Pensa che ti ripensa...

2. la creazione di titoli di debito: gli assegnati. A questo punto furono emessi dei biglietti, gli assegnati appunto, che rappresentavano il valore di questi beni (potete vedere qui un esemplare da 15 soldi).

Chiunque desiderava comprare dei beni nazionali doveva farlo attraverso gli assegnati. Quindi se volevi l'attico del cardinal Bertone compravi gli assegnati dallo Stato e così lo Stato veniva in possesso di moneta.

Una volta effettuata la vendita, gli assegnati, ritornati nelle mani dello Stato, dovevano essere distrutti. In questo modo lo Stato veniva in possesso della moneta prima ancora di vendere i beni.

Questi assegnati ammontavano a 400 milioni di lire tornesi, ogni taglio nominale era di 1.000 lire tornesi e avevano un interesse del 5%. In pratica i beni ecclesiastici garantivano gli assegnati.

Dal 1790 gli assegnati furono progressivamente trasformati in cartamoneta. Vi furono poi l'abolizione dell'interesse e la moltiplicazione dei tagli e, per far fronte alle spese del governo, le emissioni iniziarono a crescere a ritmo esponenziale.

E a questo punto la creatura si trasformò in un mostro e cominciò a rivoltarsi contro il suo creatore: seguì una progressiva e inarrestabile perdita di valore degli assegnati-cartamoneta. Al deprezzamento del titolo si accompagnò un movimento vertiginoso di prezzi verso l'alto che neanche la legge del "maximum", varata dal Terrore, che notoriamente usava il rasoio nazionale con grande facilità, riuscì ad arrestare.

Il tentativo del Direttorio, cioè il governo successivo alla fine del Terrore, di sostituire gli assegnati con titoli analoghi rivalutati, detti mandati territoriali (qui un esempio), naufragò per la completa perdita di fiducia del pubblico nella moneta cartacea. Mi sembra ovvio che se tu, Stato o governo rivoluzionario che dir si voglia, hai cercato di rifilarmi carta straccia e mi hai fatto perdere soldi, non vorrò saperne di altre fregature.

La smonetizzazione degli assegnati nel 1797, con un cambio a 1% del loro valore, e sottolineo 1% per i più distratti, segnò la bancarotta definitiva della rivoluzione. Detto in parole povere, se io avevo investito cento "euro" riuscivo a recuperare solo un "euro" del mio capitale... e potevo soltanto andare a bermi un caffè al bistrot, sempre che il suo prezzo non fosse decuplicato.

Le similitudini con i Minibot mi sembrano evidenti. Tra le economie avanzate, solo la Grecia e il Giappone hanno rapporti di indebitamento pubblico più elevati del nostro. A differenza dei paesi dell'eurozona, però, il Giappone ha una valuta nazionale che quindi può stampare. L'utilizzo dei Minibot si traduce nella solita ricetta miracolosa, e con finalità propagandistiche, per affrontare la scarsità di risorse stampando denaro, il che farebbe aumentare il già consistente debito pubblico dello Stato italiano, e uso l'aggettivo "consistente" per usare un eufemismo.

Oppure la creazione dei Minibot sarebbe il primo passo per un'uscita dall'Europa. Con quali conseguenze, ve lo lascio immaginare.

***

E voi accettereste di essere pagati con questi buoni del Tesoro? Mi piacerebbe avere il vostro  parere sull'argomento: magari c'è qualcosa che mi sfugge.

***

Fonti testo: 

  • "Potere e ricchezza" - Una storia economica del mondo di Ronald Findlay, Kevin H. O' Rourke
  • "Internazionale 1311, 14 giugno 2019" - Da sapere - I minibot e il possibile scontro con l'Europa 

Fonti immagini:
  • Claudio Borghi - ansa.it 
  • Il risveglio del Terzo Stato che rompe le catene - stampa dell'epoca - Wikipedia
  • Un assegnato da 15 soldi - Wikipedia 
  • Un mandato territoriale - Wikipedia

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sabato 29 giugno 2019

Il grande ritorno del Diavolo... al castello di Pagazzano!


In quest'estate torrida, davvero infernale, non ho la forza per scrivere post troppo lunghi, o affliggervi con la lettura argomenti particolarmente impegnativi.

Tuttavia voglio farvi partecipi di un graditissimo ritorno, cioè quello del

Diavolo Bernabò Visconti

che ricomparirà tra lampi, tuoni e odore di zolfo il giorno 13 luglio!

Stavolta la sua temibile apparizione avverrà nel castello di Pagazzano, in provincia di Bergamo.

Non ho mai visto questo castello, che mi dicono essere un luogo particolarmente suggestivo e ben conservato, per cui sarà una bella occasione per partecipare alla visita guidata del maniero, e godermi lo spettacolo in un cornice storica dove messere si esprimerà al massimo della sua sulfurea potenza.

Qui il sito dove potrete ammirare le fotografie, informarvi sulla storia del castello e apprendere di altre iniziative.

Invece qui sotto trovate il video realizzato da Teatrok per una delle scorse edizioni. Vi aspettiamo numerosi!



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sabato 22 giugno 2019

"Le regine di Gerusalemme": nascita di una copertina


Di recente alcuni amici blogger, come Giulia Mancini e Grazia Gironella hanno parlato del processo di elaborazione delle loro copertine. L'argomento mi offre lo spunto per parlare dell'immagine che è servita per l'elaborazione della copertina del mio nuovo romanzo, Le regine di Gerusalemme che vedrà la luce entro l'anno, a Dio piacendo.

La copertina vera e propria è pronta ed è già stata elaborata dal mio amico grafico Fabio Gialain, ma non ve la mostro ora, sia perché è prematuro sia per una sorta di scaramanzia.

Vorrei però mostrarvi meglio il quadro dipinto dall'artista Daniela Carcano ed esposto nell'ambito della mostra "Punti di vista in bianco e nero o poco più…" di cui ho parlato di recente in questo post e che ho avuto il piacere di presentare. Il quadro incorniciato e la quarta di copertina che ho lasciato accanto all'opera hanno riscosso molto interesse da parte del pubblico, per cui... se son rose fioriranno.

Premetto che non sarei assolutamente in grado di elaborare graficamente da sola una copertina, dato che per me Photoshop è uno dei grandi misteri dell'esistenza. Quindi se desidero avere qualcosa di particolare e unico, o che richieda un minimo di lavorazione, devo affidarmi ai professionisti. La copertina del primo romanzo del ciclo "La Colomba e i Leoni", ovvero La terra del tramonto, era stata dipinta da me e rielaborata comunque da Fabio.

Per il ciclo crociato l'idea di partenza è stata quella di commissionare ogni copertina a un diverso artista, in modo da avere mani differenti, nonostante il fatto che Maurizio De Rose, autore della copertina de Le strade dei pellegrini con l'immagine del cavaliere, avesse fatto uno splendido lavoro. Mi piaceva inoltre far eseguire il dipinto a un'artista donna per un romanzo dove, finalmente, le donne sono le vere protagoniste.

L'anno scorso ho quindi chiesto a Daniela, visitando un'altra sua mostra, se le sarebbe piaciuto dipingere l'immagine per la copertina del mio terzo romanzo della saga crociata. Mi ha risposto che era onorata della proposta, ma al tempo stesso un po' preoccupata. Conosco la pittrice da molto tempo, essendo lei un'accanita ammiratrice del mio Il Pittore degli Angeli che ha regalato a molti suoi amici e conoscenti, e una delle persone che avevano assistito alla mia prima presentazione del libro, che poi è stata la prima in assoluto. Al di là del rapporto di amicizia che si è venuto ad instaurare tra noi, associo sempre Daniela a momenti piacevoli, limpidi e solari come è lei.

 È venuta a casa mia e abbiamo quindi discusso dei vari dettagli, e le ho dato da leggere i primi due romanzi affinché potesse immergersi nell'atmosfera della storia. I romanzi l'hanno catturata a tal punto che, alla fine della lettura, ha confessato di essersi sentita "orfana". Nello stesso tempo non voleva leggere nemmeno il nuovo romanzo per intero, sia perché non era pronto sia per non rovinarsi la sorpresa. Allora lo ho mandato soprattutto il prologo dove uno dei personaggi principali ha la visione di tre donne in una città che si rivela essere Gerusalemme. Le donne hanno alcune caratteristiche che la pittrice avrebbe dovuto riprodurre con una certa fedeltà, inclusi alcuni oggetti che tengono in mano. 

Man mano che la cosa procedeva, ho pensato che avrei potuto anche adattare un po' il prologo a seconda dell'immagine che sarebbe stata elaborata, come se la copertina rispecchiasse la parola scritta, e viceversa. Non è un caso che un tempo il termine "antiporta" fosse una pagina figurata, in genere fuori foliazione, che precedeva il frontespizio nei libri a stampa.

Ed ecco qui il risultato: “Bagliore sotto il cielo di Gerusalemme”, ottenuto usando la foglia oro, gli acquarelli e i pastelli Caran d'Ache.

Come avrete già capito, lo sfondo mostra le cupole  e le torri di Gerusalemme, mentre davanti all'ingresso principale tre donne sostano, offrendosi ai nostri sguardi. Una luce arriva dal lato destro dell'opera: e il sole sta sorgendo da est e si riflette nelle vetrate. La raffigurazione di Gesù è centrale. Il tutto è incorniciato e abbellito con decori di foglie, e una delle torri emerge dalla cornice. Mentre la figura del cavaliere nel secondo romanzo richiamava la vetrata, questa immagine mi ha richiamato una miniatura medievale. Inoltre, il misticismo è evocato dallo sfondo oro, che in tempi antichi era usato per indicare il paradiso, ma anche sole, calore, passione.

Ed ecco la quarta di copertina che ha accompagnato l'esposizione del dipinto:
Anno Domini 1108. Trasferitosi a Marrakech, lo schiavo cristiano Francesco de’ Nardo è ora al servizio del sovrano almoravide. Lo accompagnano i suoi amorevoli custodi: un medico sufi, due donne guerriere e un orfano andaluso. Dopo molte traversie egli è finalmente sereno, lontano dai pericoli e dal principe Ghassan ibn Rashid, suo padrone e amante.
Un giorno, il giovane vede scaturire, dall’ametista che orna il suo anello, una visione. Pian piano quelle immagini si ricompongono, si rinsaldano e mostrano cupole tondeggianti, alte terrazze, tetti aguzzi, cavità di finestre, alberi e cespugli, lo scintillio del metallo e la scabrosità della pietra; e, soprattutto, le croci. Un’infinità di croci contro il cielo azzurro.

È la Città Santa di Gerusalemme.

Nella visione, compaiono anche tre donne: una fanciulla siciliana, con una voglia di fragola sulla guancia, che regge un ricamo con la triscele; una donna morta, nella mano uno specchio dove balena il passato; e una regina dagli occhi da gatta, innamorata di un cavaliere biondissimo. Ognuna di loro possiede una storia che attende di essere raccontata. E, in queste vicende, il conte fiammingo Geoffroy de Saint-Omer e suo figlio entreranno nel cerchio di fuoco dell’eros, rischiando di rimanervi prigionieri per sempre, poiché “Forte come la morte è l'amore, tenace come gli inferi è la passione”.

Tuttavia, nelle molteplici avventure dei protagonisti de La Colomba e i Leoni, l’amore 
ardente e i ricordi tormentosi non saranno i soli pericoli da cui guardarsi. C’è una presenza oscura e antichissima che si nasconde nelle profondità della moschea di al-Aqsa di Gerusalemme, sede del futuro ordine templare: un demone che scuote le sue catene, impaziente di liberarsi e, finalmente, uccidere.

L'unico svantaggio di dipinti così belli è che dovrebbero essere stampati nelle considerevoli dimensioni che possiedono, anche se in questo caso bisognerebbe dotare il lettore di un vero e proprio leggio. Che ne dite, potrebbe essere un'idea per un gadget?

Bene, vi starete chiedendo: d'accordo la copertina e la quarta, ma quando arriva il contenuto? Il contenuto è quasi finito, mi mancano una decina di pagine, e poi lo affiderò a tre beta-reader che lo rileggeranno durante l'estate. Insomma, le mie regine andranno in vacanza anche loro, come me, e poi ritorneranno più agguerrite che mai e pronte a dare filo da torcere alle loro controparti maschili.

***

Che cosa ne pensate del dipinto? Vi piace il testo della quarta? Si accettano consigli per ulteriori cambiamenti o per qualsiasi altro suggerimento.

***

Immagine di apertura: Pixabay - "Flowers"

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venerdì 14 giugno 2019

"Punti di vista in bianco e nero o poco più...": presentazione!


Nonostante una settimana di fitti impegni, ho avuto anche il piacere di inaugurare, giovedì 13, la mostra di Daniela Carcano, pittrice, e Giuseppe Turati, fotografo. Presentare i lavori di altri due "creativi", anziché essere presentata, è stata un'esperienza bellissima che spero di ripetere, magari per qualche amico di penna. Si ha la sensazione di uscire un po' dal proprio orticello e innescare un circolo di energie virtuose collegando diverse forme espressive.

La mostra è stata allestita presso il Centro culturale Il Pertini, una grande e attivissima biblioteca di Cinisello Balsamo che organizza eventi culturali: teatro, conferenze, presentazioni, concerti, mostre, eventi con le scuole e altro ancora.

La mia introduzione è stata impreziosita dagli interventi musicali dell'ensemble Alois & James Quartet, che ha eseguito le colonne sonore di cinque famosi film (Balla coi Lupi, Schindler's List, Forrest Gump, La vita è bella, Chocolat) e che si esibisce a beneficio dei pazienti ospitati nei centri di malati di Alzheimer.

Tra un brano e l'altro ho potuto introdurre i lavori dei due artisti in mostra, e vorrei condividere con voi questo momento molto arricchente con il discorso che mi ero preparata, perché contiene degli spunti di riflessione interessanti anche per noi.

Introduzione

Il titolo della mostra è “Punti di vista in bianco e nero o poco più…” e compendia lo sguardo di questi due artisti sul mondo, e la voglia di unirlo in maniera simbiotica. Pittura e fotografia diventano quindi l’espressione di un percorso che parte in maniera separata, con l’uso di tecniche differenti, ma poi si fonde in una strada comune.

Il gemellaggio tra due artisti è l’espressione di un’unità di intenti che è positiva e arricchente non solo per i diretti protagonisti, ma anche per chi osserva le loro opere esposte nello spazio di una mostra.

Giuseppe Turati, fotografo

Presento per primo Giuseppe con una frase molto breve, quasi secca: un fotografo è un poeta. Parlo naturalmente non della fotografia mordi e fuggi che ci contraddistingue, quando scattiamo in maniera compulsiva nella frenesia di fermare il tempo che passa e, perché no, di esorcizzare la morte condividendo i nostri ricordi oppure in una costante frenesia di comparire. Parlo di fotografie che, come la poesia, colgono particolari che a noi, camminando di fretta e con l’occhio intento a fissare, magari, lo schermo di uno smartphone, sfuggono inesorabilmente. Il fotografo-poeta li cattura, e in questo caso li nobilita con l’uso del bianco e nero.

Lungi dall’essere uno strumento neutro, come qualcuno proclamò al suo apparire, la macchina fotografica diventa così un occhio sul mondo, con scelte ben precise e quasi programmatiche, che denotano la cifra stilistica del fotografo oltre che i suoi interessi, come nel caso di Giuseppe.

Perché dunque quell’immagine e non un’altra? Perché è il risultato di un processo del tutto interiore, che emerge dal profondo e che si avvale di tempi lunghi come in una lenta germinazione al buio. Le fotografie di Giuseppe appartengono a questo novero, e, parlando di germinazione, non è un caso che in loro la natura sia particolarmente presente.

Così, abbiamo paesaggi con alberi avvolti nella nebbia e un terreno imbiancato di neve, dove la simmetria delle piante è interrotta da un albero spezzato che, cadendo, si è appoggiato sul vicino, chiedendo sostegno, oppure intralciandone la crescita. Si è aperto un varco, come un passaggio verso un “al di là” che non è solo spaziale.

Lo stesso può accadere osservando l’immagine di un tronco ritorto nella neve, nello sforzo di una nuova nascita, o forse nella lotta per non morire, di un fiore aperto al suo massimo e che ci rivela la perfezione del mondo, di misteriose linee create dal fango rappreso, la cui lucidità richiama una pelle animale, delle venature di una foglia di verza che la fanno assomigliare a un oggetto di altri mondi.

Immagini da contemplare lungamente, come in quella che prediligo, la misteriosa margherita che si sporge dallo spazio nero, sulla sinistra della fotografia, e sembra chiamare qualcosa o qualcuno, o forse osservare proprio noi, nello stesso modo in cui noi la guardiamo. Non tutto va spiegato a livello razionale, ma tutto va meditato.

Ognuno di noi ricava dall’immagine il significato, ne fa scaturire personali emozioni, oppure ammira semplicemente lo scatto, in silenzio, facendo affiorare simbolismi inconsci e arricchendo il proprio mondo interiore. Basta anche solo un’immagine per arrivare a tanto.


Daniela Carcano, pittrice

Lo sguardo di Daniela, invece, ci sorprende in questa sua nuova proposta, per molti versi simbolica ed enigmatica, e tuttavia a me è sembrata lo sbocco naturale di un percorso iniziato da tempo.

Agli inizi Daniela ha inaugurato infatti la sua produzione artistica con opere dove la figura umana è chiaramente riconoscibile, pur attraverso un uso del chiaroscuro molto marcato. Nelle sue proposte, la persona viene catturata nel compiersi di un piccolo gesto o nel balenare di un’espressione, un vero “attimo fuggente”. Vi sono spesso figure che sprigionano una forte sensualità di corpi nudi che emergono con il colore nero. Nella mostra che avrete occasione di ammirare, questa modalità espressiva è rintracciabile in opere come “Cenerentola” o “Un filo di fumo” (opera qui accanto).

Daniela ha poi cominciato a unire, alle figure delineate in chiaroscuro, materiali metallici e brillanti come l’oro e il rame. Dagli intarsi sono emerse le sinuosità dei corpi femminili, la tensione dei muscoli maschili, i profili assorti dei volti che si confondono negli scintillanti fondi oro, bizantini o, almeno, klimtiani.

Con il tempo l’artista è andata oltre e non si è fermata al supporto classico della tela o della carta, e con varie tecniche ha sperimentato e giocato in modo libero e gioioso: le tele, il legno e le sue venature, i morbidi pastelli, le chine dalla precisione chirurgica; e poi reticelle, pezzetti di vetro, che hanno conferito sempre maggior consistenza materica ai suoi lavori.

Nella sua produzione più recente, che è questa, gli intarsi e gli sfondi inseriti nelle sue opere, le linee geometriche insistenti, la preziosità dell’oro e del rame hanno infine prevalso sulla rappresentazione figurativa, quasi che il piano dell’inconscio e quello onirico, emergendo, abbiano posto saldamente il loro dominio nel regno espressivo dell’artista. Per il momento. Questo non è un nascondersi, ma il contrario: è una rivelazione di quello che si cela interiormente, e un’operazione coraggiosa di per sé.

Inoltre, esattamente come nei quadri di Magritte, anche i titoli delle opere rivestono la loro importanza e sono come brevi frasi poetiche. Due per tutti, “Ogni mia cellula è un eterno di voi” (opera qui accanto) oppure “L’amore mi avvolge come un’armatura inattaccabile”.

Nelle opere di Daniela, di marcata ispirazione surrealista, osserviamo e cogliamo appena la forma di due mani che si toccano, un occhio che fissa, un volto appena abbozzato. La figura umana appena s’intravede, come in: “Comunque sia… si è sempre soli” dove la persona è ormai prigioniera di un labirinto di linee e segni che creano dei percorsi intersecanti, e dove le geometrie invadono perfino le nuvole che piangono; o in “Decadenza” dove questo è particolarmente evidente, con il concorso di muri sgretolati, pietre cadute e due figure affrante di cui una, ormai, si è definitivamente trasformata in manichino.

Pur con l’arrivo di una sfumatura di malinconia, però, non dobbiamo dimenticare la personalità dell’artista, gioiosa e solare, che pare irradiarsi ed esplodere nell’opera “Il bambino che c’è in noi alimenta i piccoli entusiasmi”, oppure in “Solo chi sogna può volare” dove la figura umana, svincolata dalla materia, pare unirsi a un paesaggio che è sotto di lei, ma che del paesaggio è parte, a testimonianza che la personalità non è mai uguale a se stessa, ma è ricca e composita.

Le proposte sono dunque molteplici, e tutte molto interessanti, come in questa "Trovo conforto nel tocco delle tue mani", dedicata alla madre di Daniela.


Conclusione

Chiudo con un pensiero che, in questi anni, mi ha sempre accompagnato: il vero valore di un artista, come autore ed essere umano, è il fatto di continuare a esprimere se stesso al di là delle mode e degli opportunismi, e della dimensione mondana che non deve mai avere il sopravvento. Questi due artisti ce lo dimostrano ampiamente, donandoci, oltre ai loro lavori, anche un prezioso insegnamento di libertà.

***

Nella mostra è stata posta su un cavalletto un'opera che, qui nella fotografia, si scorge di lato: un'opera molto speciale, che Daniela ha realizzato per me, con l'inconfondibile fondo oro. 

Che cosa sarà? Lo saprete nel prossimo post! Nel frattempo si accettano ipotesi. :)







Le fotografie e i quadri presenti sono (c) Giuseppe Turati e Daniela Carcano.

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sabato 8 giugno 2019

Tempo di esami: "Nel mezzo del cammin di nostra vita..."


Come lo scorso anno, è arrivato il momento di una nuova tornata di esami per gli appelli di giugno-luglio, e quindi mi accingo a inaugurare un periodo ondivago per quanto riguarda la blogosfera e la mia presenza sui social. Com'è ovvio ho la mente tutta rivolta agli esami imminenti, quindi la mia politica sarà: "Recitiamo a soggetto e senza scalette".

Per il resto la mia testa assomiglia sempre più a quella mostrata in questa foto. Se potesse avere un'espressione, apparterrebbe alla serie "ma chi me l'ha fatto fare". In università nessuno ti regala niente, e devi sudare su ogni materia. Finora gli esami sono stati tutti difficili, persino quello di Civiltà e lingua inglese dove pensavo di vivere di rendita, e come "non frequentante" ho sempre la sensazione di concentrarmi su cose da poco conto, e tralasciarne altre più importanti. Occorre essere organizzati e concentratisgobbare sodo, e i sacrifici sono tanti specialmente in questo periodo di belle giornate. Non da ultimo, per raggiungere un qualsiasi risultato bisogna tenersi ben lontani da un'immersione troppo prolungata in social petulanti, smartphone sempre accesi, messaggi di whatsup a cascata e affini.

Detto questo, colgo dunque l'occasione per farvi un aggiornamento sullo stato dell'arte all'università!

Il piano di studi

Entro il mese di febbraio era necessario presentare online il piano di studi. Chi mi segue sa che non ho scelto l'indirizzo medievale, ma quello di storia moderna, infatti non ho saputo resistere davanti a materie come "Storia dell'età dell'Illuminismo e delle rivoluzioni" o "Storia dell'età del Rinascimento"! Il caricamento del piano, al solito, non si è rivelato per niente semplice. Avevo già redatto una serie di stesure meditate con calcolo di crediti, poi ho avuto scambi di opinioni con alcuni compagni e un colloquio semiserio con la tutor, rintracciata dopo lunghe peregrinazioni nei meandri universitari. Mi sono poi rimboccata le maniche e, dopo aver battagliato lungamente con la piattaforma per il numero dei crediti, perché volevo mettere alcuni esami facoltativi e lei voleva farmene mettere altri che non m'interessavano affatto, ho finalmente caricato online la proposta per il fatidico piano di studi. Il piano è stato approvato e confermato in alto loco nel mese di maggio.

Eccolo qua in tutto il suo splendore, e immodificabile come le sacre tavole della legge. Scherzo,  tuttavia mi hanno detto che si può modificare ma non troppo, pena il pagamento di una penalità. Fa un po' impressione questa sfilza di esami, vero? Ne ho già affrontati dieci, ma la strada è ancora lunga.



Esami e crediti

Gli esami sono un totale di 24, e i crediti finali devono essere 180 (hanno messo il laboratorio come separato, ma dovrebbe rientrare nelle 'ulteriori conoscenze'). Ora, una mia amica laureata in lettere mi ha detto che ai suoi tempi gli esami erano 25, ma il tutto era ripartito in quattro anni e non tre come ora. Già all'epoca era difficile non finire fuori corso, ora è quasi impossibile: nemmeno Superman riuscirebbe a dare otto esami di questa stazza in un anno, a meno di studiare h24 senza mangiare, bere, dormire.

Dunque i casi sono tre:

a) vai fuori corso;
b) alcuni esami li prepari alla ... cioè, ehm, in modo sbrigativo e speri di prendere 18;
c) studi giorno e notte e ti ricoverano in manicomio perché senti le voci come Giovanna d'Arco.

Siccome a me interessa imparare cose nuove, e possibilmente bene, e oltretutto lavoro, andrò fuori corso senza fare nemmeno un plissé.


Il corso di Storia di istituzioni politiche e il laboratorio di primavera

In primavera, periodo in cui sono più libera dal lavoro, sono riuscita a frequentare il corso di Storia delle istituzioni politiche, e mi sono iscritta a un laboratorio a numero chiuso con una "visiting professor" inglese perché ero obbligata a scegliere un laboratorio.

Le premesse sono state nefaste: innanzitutto ho impiegato due settimane per capire a quale laboratorio mi conveniva partecipare per incastrare anche il corso di istituzioni. Quello che più mi si confaceva era il laboratorio "Women and gender in Western Europe c. 1880-1945". Poi ho impiegato altro tempo per iscrivermi tramite il sito attraverso un percorso che definire tortuoso è poco (il sito universitario è stato concepito dal principe delle tenebre in persona, infatti ora hanno appena inaugurato il nuovo sito che pare più promettente), e soprattutto non riuscivo a capire come reperire i materiali che dovevamo scaricare e leggere prima delle lezioni. Alla fine ho risolto, ma è stata una lotta a coltello.

Le lezioni erano dieci e ognuna verteva su un argomento sulla storia del femminismo, dovevamo leggere degli articoli prima di ogni lezione, lei spiegava in inglese, e alla fine c'era un dibattito dove noi dovevamo sforzarci di parlare inglese. C'è stata una bellissima interazione con i compagni e con la professoressa Perry Willson, persona simpatica e molto disponibile, alla fine abbiamo preparato anche una presentazione suddivisi in minigruppi e con un tema dedicato (noi avevamo "Sexual violence in WW1"), e l'ausilio di Powerpoint.

Si è trattato di un'esperienza entusiasmante e ho imparato tantissimo in poco tempo. Ero talmente motivata che, oltre ai numerosi articoli, ho letto due libri e altri articoli facoltativi tra le proposte aggiuntive, e mi è dispiaciuto quando il laboratorio è finito. Non è escluso che vi parli di alcune mie scoperte sulla storia delle donne... a proposito, sto leggendo "La ciociara" di Alberto Moravia, che è uno dei lasciti che mi ha regalato questo laboratorio.

Ho ricevuto i miei tre crediti e con grande soddisfazione il totalizzatore è salito a dieci esami dati per 72 crediti per una media di 29,7.


Gli esami imminenti

Come vi dicevo, tra giugno e luglio ci sono gli appelli estivi. In considerazione del fatto che ho programmato tre esami da 9 crediti ciascuno, se li supero mi troverò "nel mezzo del cammin di nostra vita" o poco oltre. Ecco le materie e le date dei prossimi esami:

. Storia delle Istituzioni Politiche: 25 giugno. Questo è l'esame che mi preoccupa di più, pur avendo frequentato. La materia è difficilissima, perché non è di sola politica che si parla, ma anche giurisprudenza e filosofia, e i professori sembrano molto severi. Insomma, speriamo di portare a casa la pelle.


. Storia economica: 16 luglio. Si tratta di un esame scritto, deo gratias, con quaranta domande a risposta chiusa cui rispondere nel giro di settanta minuti tramite computer. Ho scoperto con stupore che la storia economica è interessantissima, quasi avvincente a tratti, tra monopoli, guerre da corsa, chiodi di garofano, pepe nero, schiavitù, pellicce di castoro, carovane di stato, navi con sigillo vermiglio, bimetallismo, banche di emissione, gold standard, rivoluzione industriale, globalizzazione e affini.

. Antropologia culturale: 3 settembre. Anche questo è un esame orale, ho finito di leggere i tre libri, ma mi metterò addietro dopo essermi sbarazzata dei primi due esami. Un mio compagno del laboratorio mi ha raccomandato di studiare in modo particolare il manuale.
Idealmente a dicembre vorrei dare Storia del cristianesimo antico, che è un pezzo da novanta con un libro da circa ottocento pagine più altri tre.


Idee per la tesi

Ogni tanto qualcuno mi chiede su quale argomento vorrei scrivere la tesi, al che mi rendo conto che, in effetti, la strada è lunga e i crediti pochi, ma sarebbe meglio cominciare a pensarci, in modo da non ritrovarmi all'ultimo momento. Mi piacerebbe che vertesse sul giornalismo ai tempi della Rivoluzione francese, in particolare sui giornali di Camille Desmoulins... . Insomma, vediamo.


La conoscenza è come un giardino

Mi piace paragonare la conoscenza a un giardino, e mi rendo conto che la preparazione universitaria aiuta a colmare le mie numerose lacune. Ho sempre letto moltissimo, ma mi sembra che ora questa avventura mi stia aiutando a dissodare e mettere a piena fioritura alcune parti del mio giardino che erano state un po' trascurate. Senz'altro, è un'avventura appassionante e inestimabile che merita tutto il mio impegno.

***
Ebbene, vi piacciono le materie del mio piano di studi? E che cosa è per voi la ricerca della conoscenza?

***

Fonti immagini: Pixabay

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sabato 1 giugno 2019

"Essere cattivi è vendicarsi in anticipo": i malvagi in letteratura / 3


Siamo arrivati in fondo alla nostra breve carrellata sui cattivi, che spero vi sia piaciuta. In fondo al post vi farò poi notare una particolarità della mia galleria, che alcuni avranno già colto. Riassumendo, nel primo post (qui il link) vi ho presentato Long John Silver, James Steerforth e Annie Wilkes, nel secondo post (qui il link) mi sono occupata di Don Rodrigo, Iago e Milady.

Questo terzo e ultimo post contiene un aforisma di Paul-Jean Toulet, poeta francese ed esponente del Simbolismo minore ed è particolarmente calzante per presentarvi il primo personaggio dell'articolo.

7. James Durrisdeer in Il master di Ballantraela storia di Caino e Abele 

Ma lo sbarco ebbe luogo con sveltezza; e, ben presto, il bagaglio fu gettato a terra alla rinfusa, l'imbarcazione prese la via del ritorno al trabaccolo, e sulla punta rocciosa rimase soltanto il passeggero: un alto e snello gentiluomo vestito di nero, la spada al fianco e una mazza da passeggio allacciata al posto.

Ecco il brano che descrive il primo incontro tra James Durrisdeer ovvero il signore di Ballantrae, di fronte all'attonito Mackellar, l'intendente della casata dei Durrisdeer e il narratore della storia. Potete vedere raffigurata la scena qui, in un'incisione di William Brassey Hole del 1889.

Il romanzo da cui scaturisce il nostro "cattivo" è Il master di Ballantrae di Robert Louis Stevenson, pubblicato nel 1888, meno noto al pubblico rispetto ad altre opere dello scrittore, e che tuttavia ha i crismi di un autentico capolavoro. Se amate la bella letteratura dell'Ottocento, quella dalla scrittura formidabile e complessa, ma tagliente come un rasoio, e le storie famigliari grondanti odio e vendetta, ve lo consiglio vivamente. La trama del libro ruota intorno al conflitto fra due fratelli, James e Henry, nobili scozzesi, che vivono gli eventi storici originati dall'insurrezione giacobita del 1745. Il romanzo è presentato come il libro di memorie di Efraim Mackellar, fidato amministratore della tenuta dei Durrisdeer, e testimone oculare degli avvenimenti nell'arco di circa venti anni.

Il giovane  James Durrisdeer ha ricevuto tutto dalla vita: è bello, ricco, idolatrato dal padre, amato dall'ereditiera Alison Gray e, come primogenito, è destinato a ereditare il titolo, la dimora, i soldi e le terre. Tuttavia, fortificato da una cattiveria ad ampio raggio, è libertino, dissipatore, bugiardo e prepotente, una sorta di opposto di Henry, che invece è mite, parsimonioso e scialbo. Dando nuovo lustro alla storia di Caino e Abele, James si diverte a tormentare il fratello, in un crescendo davvero devastante per le sorti dell'intera famiglia. La singolarità di questo personaggio è che, anche quando non è presente fisicamente, c'è, e grava in modo oscuro e minaccioso, esattamente come il male di cui è impregnato.

Ma... c'è un ulteriore motivo di interesse nella storia, e cioè che il lettore non riesce a parteggiare totalmente per Henry. In altre parole, la vittima non è per nulla simpatica e ogni tanto vien voglia di scrollarla. Anche Henry ha delle zone d'ombra non indifferenti, e finisce per essere contagiato dalla malvagità di James... ma non vi anticipo niente per non rovinarvi la lettura del romanzo!

Lo sceneggiato Rai: Il master di Ballantrae 

Ho scelto lo sceneggiato Rai del 1979 per la regia di Anton Giulio Majano che ho rivisto con grande piacere su Youtube, anche perché questi sceneggiati mi riportano sempre a quando ero bambina. Oltretutto, a parte qualche scena, non me lo ricordavo molto. Potete vedere qui i due fratelli, in una scena dove James (a destra) riesce a far vendere al fratello alcune proprietà anzitempo. James è impersonato da Giuseppe Pambieri, mentre Henry è impersonato da Luigi La Monica. C'è anche Mita Medici nel ruolo di Alison Grey.


8. Švabrin in La figlia del capitano: traditore fino alla fine

Non c'è niente da fare, c'è chi ha il tradimento nel sangue, come se fosse una seconda natura. Un esemplare degno di questa questa risma è Alekséj Ivànyč Švabrin, e lo dimostra con il magistrale e pericolosissimo colpo di coda finale nel romanzo che lo vede in azione: La figlia del capitano dello scrittore russo Puškin. Si tratta di un infido serpente, come si evince dall'espressione di  Ludovico Fremont nella foto sottostante, che lo interpreta nella miniserie del 2012 per la regia di Giacomo Campiotti.

La figlia del capitano è considerato tra i grandi capolavori di Puškin e della letteratura russa. Il romanzo è imperniato sulla storia d'amore del giovane Pëtr Andréevič Grinëv, appartenente a una nobile famiglia e destinato alla carriera militare come sergente nella Guardia imperiale, e la giovane Mar'ja (chiamata spesso col diminutivo Maša), cioè la dolcissima figlia del capitano della fortezza Belogórskaja.

Nonostante la brevità, è anche l'affresco di un'epoca in quanto le vicende dei due giovani si intrecciano strettamente con quelle del cosacco Emel'jan Pugačëv, alla testa di bande di rivoltosi, deciso a portare avanti il suo piano di farsi passare, agli occhi della gente, come lo zar Pietro III, e conquistando una zona dopo l'altra, facendo cadere una fortezza dopo l'altra...

Sì, ma chi è questo Švabrin? Si tratta di un ex ufficiale della Guardia alla fortezza di Orenburg, ora di stanza alla Belogórskaja. Il giovane Grinëv lo crede un amico e, dopo qualche tempo dopo il suo arrivo alla fortezza, gli confida il suo crescente affetto per Maša cui vuole dedicare dei versi. Per tutta risposta Švabrin lo deride per il suo sentimento e insulta la ragazza di cui anche lui è innamorato. Tra i due segue un duello dove Grinëv viene ferito. Maša lo cura e gli rivela di contraccambiare il suo amore, ma il fatto di sangue è anche l'inizio di una crudele inimicizia tra Grinëv e il suo rivale. Ecco il brano dell'alterco tra i due.

Poi mi prese il quaderno e si mise ad analizzare senza pietà la mia canzone, verso per verso e parola per parola, beffandosi di me in modo assai pungente. Non mi contenni e, strappandogli dalle mani il quaderno, gli dissi che mai più in vita mia gli avrei mostrato dei versi. Švabrin rise della mia minaccia.
"Vedremo," disse, "se manterrai la parola; i poeti hanno bisogno di un pubblico, come Ivàn Kuzmìc' della sua caraffina di vodka prima di pranzo. E chi è questa Maša, a cui tu confessi la tua tenera passione e le tue pene? Maria Ivànovna, forse?"
"Ciò non ti riguarda," risposi accigliandomi: "non mi occorrono né la tua opinione né le tue supposizioni."
"Oh, l'ambizioso poeta e il discreto amante," continuò Švabrin diventando sempre più mordace. "Ma ascolta il consiglio di un amico: se vuoi avere successo non devo agire con le canzonette."
"Che cosa significa questo? Ti prego di spiegarti."
"Figurati! Significa che se vuoi che Maša venga nella tua stanza verso sera, invece di teneri versi regalale un paio di orecchini."
Il sangue mi ribollì.
"Ma perché hai hai una simile opinione di lei?" chiesi, frenando a stento lo sdegno.
"Perché," rispose con un sorriso infernale," conosco per esperienza i suoi costumi e le sue abitudini."
"Tu menti, mascalzone!" gridai, furioso. "menti in modo spudorato!"

Lo sceneggiato Rai: La figlia del capitano

Anche in questo caso voto per lo sceneggiato Rai del 1965 diretto da Leonardo Cortese, dove Amedeo Nazzari interpreta in maniera strepitosa Pugacév, mentre il protagonista è affidato alla bravura di un giovanissimo Umberto Orsini e Marja Ivanovna è Lucilla Morlacchi.

Il nostro Švabrin ha il volto tormentato di Aldo Giuffré, che qui potete vedere in una scena in interno, intento a servire Amedeo Nazzari.



9. I Thénardier ne I miserabili: la coppia infernale 

I Thénardier, vale a dire paghi per avere un cattivo e ne prendi due. È impossibile, infatti, parlare di uno solo dei Thénardier, e non soltanto per il fatto che si tratta di una coppia di coniugi, e che insieme gestiscono la bettola "Sergente di Waterloo", ma perché agiscono in perfetto affiatamento nell'esercitare la loro cattiveria e nel trarre profitto dalle loro nefande azioni.

L'opera in cui sono presenti è I miserabili, sontuoso romanzo storico di Victor Hugo, pubblicato nel 1862. Suddiviso in 5 volumi, il libro è ambientato in un arco temporale che va dal 1815 al 1832, cioè dalla Francia della Restaurazione post-napoleonica alla rivolta antimonarchica del giugno 1832. L'opera si avvale di una miriade di personaggi, anche se si concentra in particolar modo sulla vita dell'ex galeotto Jean Valjean e sulle sue lotte per la propria redenzione.

A un certo punto del romanzo, i Thénardier accettano di tenere a pigione la figlia di Fantine; quest'ultima è una ragazza madre, che si sta recando a Parigi in cerca di lavoro. Fantine non sospetta per nulla in quali mani abbia lasciato la sua sventurata Cosette, una bimba di tre anni. Victor Hugo provvede a fornire una descrizione piuttosto dettagliata dell'aspetto fisico dei suoi personaggi, com'era d'abitudine nei romanzi dell'epoca. Tuttavia preferisco concentrarmi soprattutto quello che si cela nel loro animo, e qui cedo la parola allo stesso Victor Hugo e alla sua impareggiabile scrittura.

Appartenevano a quella classe bastarda, composta di gente grossolana arricchita e di intelligenti decaduti che sta fra la cosiddetta classe media e la cosiddetta inferiore e riunisce taluni difetti della seconda con quasi tutti i vizi della prima, senza avere lo slancio generoso dell'operaio né l'ordine onesto del borghese. Erano di quelle nature nane che, se qualche fuoco sinistro le riscalda, per caso, diventano facilmente mostruose. V'era nella donna il fondo d'un bruto e nell'uomo quello d'un pezzente; entrambi all'apice di quella specie di lurido progresso che si compie nel senso del male. Esistono anime gamberi, che rinculano continuamente verso le tenebre, e impiegano l'esperienza per aumentare la deformità, peggiorando sempre e impregnandosi ognor più d'infamia. Ebbene quell'uomo e quella donna erano di queste anime.

Fanno venire i brividi, non è vero? Tanto per citare una delle loro malefatte, Thénardier ha partecipato alla battaglia di Waterloo, da qui il nome della bettola, dove si è mosso in mezzo ai cadaveri degli ufficiali e dei soldati per derubarli dei loro orologi e monete da autentico sciacallo... 

Il musical: Les Misérables (2012)

Les Misérables è un film del 2012 diretto da Tom Hooper, basato sull'omonimo musical tratto dal celebre romanzo di Victor Hugo, e a dirvi la verità non l'ho ancora visto. Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter interpretano i Thénardier, la coppia di avidi truffatori proprietari di una locanda, anche se, a mio parere, come aspetto fisico ci azzeccano poco con i personaggi letterari. Inserisco qui il trailer del musical dove potete averne un'idea e anche "cogliere" i Thénardier protagonisti del mio post.

 


Siamo proprio alla fine! La particolarità di cui vi parlavo all'inizio è la seguente: in questa carrellata mancano figure celeberrime come Dracula, Mr Hyde, Colui-che-non-deve-essere-nominato, cioè figure horror o fantasy. Credo, infatti, che sia difficile incontrare un vampiro nella vita quotidiana, ma sia molto più frequente imbattersi in figure come James Durrisdeer, o persino Annie Wilkes.

A me fanno più paura figure del genere... voi che ne pensate? E quali sono i cattivi contenuti nei vostri romanzi o racconti?

***

Fonte testi:
Il Master di Ballantrae di Robert Louis Stevenson - Garzanti, traduzione di Giulia Celenza
La figlia del capitano di Puškin - Bompiani, traduzione di Bruno del Re
I Miserabili di Victor Hugo - Garzanti, traduzione di Renato Colantuoni
Wikipedia per alcune parti della trama di romanzi e film

Fonte immagini:


Autoritratto di Francis Bacon (1969), dal web
Il master di Ballantrae, incisione di William Brassey Hole (1889), da Wikipedia
Fotogramma de Il master di Ballantrae, sceneggiato Rai su Youtube
Fotogramma de La figlia del capitano, miniserie televisiva dal web 
Fotogramma de La figlia del capitano, sceneggiato Rai su Youtube
M.me e M.eur Thénardier in una illustrazione di Gustave Brion (1862), da Wikipedia




Che ci fa costui? Scusate, ma quando vedo un rivoluzionario che sventola un tricolore francese, perdo la testa e non posso lasciarmelo scappare! ;)









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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una trilogia di romanzi ambientati nel periodo della Rivoluzione Francese, ed è in corso la revisione del romanzo "Le regine di Gerusalemme". Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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