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sabato 17 novembre 2018

Blog tour “Come un dio immortale” - Guest post di Maria Teresa Steri


Oggi sono molto felice di poter ospitare Maria Teresa Steri, titolare di Anima di Carta, per una tappa del suo blog tour relativa alla promozione del suo romanzo Come un dio immortale. Maria Teresa non ha bisogno di molte presentazioni: è autrice di romanzi, giornalista e blogger e, come tale, una presenza molto importante nella blogosfera. Io dico sempre che, se il suo blog chiudesse i battenti, la blogosfera imploderebbe!

Lascio perciò la parola alla mia ospite, che ci parlerà di un argomento sicuramente coinvolgente che va... oltre il suo romanzo e ci dischiude affascinanti scenari.

***

L’ispirazione esoterica di Come un dio immortale 

Quando ho cominciato a scrivere Come un dio immortale non sapevo bene dove mi avrebbe portato la storia, tuttavia ero fermamente convinta di voler dar voce in forma narrativa ad alcune idee esoteriche che avevano esercitato su di me una grande impressione.

La stesura di questo romanzo e le successive riscritture hanno però richiesto più tempo di quanto prevedessi (e sperassi), così man mano che gli anni passavano, altre idee si sono aggiunte, sulla scia dei miei interessi e delle mie letture. Inoltre, l’esperienza acquistata nell'ambito della scrittura mi ha permesso di mettere meglio a fuoco ciò che volevo comunicare e mi ha fornito nuovi strumenti per farlo.

In pratica, si può dire che Come un dio immortale sia un romanzo con una forte connotazione esoterico-occulta. Tuttavia, per rendere più accattivante la narrazione, ma soprattutto per sbrogliare alcune situazioni e per chiarire i misteri che si accumulavano pagina dopo pagina, è stato necessario aggiungere svariati elementi totalmente inventati, così che la storia di fatto risultasse sospesa tra esoterico e fantastico (come abbiamo visto anche nella tappa precedente di questo blog tour).

Quali sono gli elementi esoterici nel romanzo?

Uno dei personaggi più importanti e misteriosi nel romanzo è lo scrittore dell’occulto Masterwen. Ai suoi libri è stato affidato il compito di divulgare le idee che si sono tramandate nel corso del tempo e che formano anche il terreno da cui è nato il suo gruppo. 

A un certo punto della storia, un altro personaggio (Milena) si ritrova tra le mani un elenco di concetti tratti proprio dai libri di Masterwen:

· Immortalità di un principio spirituale
· Presenza di una scintilla divina nell'uomo
· Esistenza di una vita dopo la morte
· Esistenza di un processo di rinascite (reincarnazione)
· Esistenza di esseri spirituali
· Esistenza di mondi spirituali
· Origine spirituale di ogni regno vivente e non vivente
· Evoluzione naturale dell’uomo verso uno stato di divinità
· Possibilità di un’evoluzione accelerata dell’uomo

Proprio questi sono i punti di natura esoterica che ho voluto inserire nella storia. In particolare mi sono focalizzata nel corso della narrazione sull’esistenza di una dimensione spirituale che si trova al di là di quella fisica e sulla possibilità di percepirla attraverso un percorso di sviluppo interiore


Un mondo oltre il fisico e i suoi abitanti

Al centro della storia di Come un dio immortale c’è il presupposto che oltre alla nostra realtà fisica, materiale, percepibile con i sensi, ne esista un’altra, invisibile. Nel romanzo l’ho definita “mondo incorporeo”, ma si potrebbe chiamare semplicemente mondo spirituale. Si tratta di un piano esistenziale popolato da creature sovrannaturali, superiori o inferiori a noi (a seconda del livello di sviluppo).

«Il mondo incorporeo è proprio qui intorno a noi, ovunque, e le cose fisiche sono solo un suo prodotto. Tu puoi imparare a conoscere questa realtà, guardando oltre il velo delle percezioni dei cinque sensi».

L’idea di un mondo spirituale (o sarebbe più esatto dire di altri mondi spirituali) è una pietra miliare degli scritti esoterici. Ma non solo. Tutte le religioni, al di là delle differenze, partono dal presupposto che esista un principio non fisico nell'uomo e nell'universo.


Le mie principali fonti di ispirazione

Uno dei miei primi approcci con il concetto di una realtà oltre l’ordinario è stato con i libri di Carlos Castaneda, autore di una serie autobiografica molto popolare negli anni ’70-80, ma anche molto discussa e oggetto di svariate polemiche.

Nei suoi testi, la guida spirituale di Castaneda, Don Juan, parla di una seconda attenzione, ovvero di uno stato di coscienza diverso da quello ordinario, attraverso il quale è possibile accedere a un’altra realtà.

Don Juan stesso spiega che è possibile raggiungere questo stato attraverso due strade: la prima veniva utilizzata dagli sciamani dell’antichità e si avvaleva di pratiche di stregoneria quali atti rituali e incantesimi, litanie monotone, movimenti intricati e ripetitivi; la seconda, utilizzata dagli sciamani moderni, invece richiede tecniche che puntano a modificare l’approccio percettivo ordinario. Infatti, sarebbe proprio a causa del modo normale con il quale ci confrontiamo con il mondo che non riusciamo a vedere nient’altro. Di fatto, dice Castaneda, viviamo percependo sia nella prima che nella seconda attenzione, ma ci accorgiamo solo della realtà ordinaria perché siamo “sintonizzati” su questa.

Nei libri di Castaneda si parla anche degli “abitanti” di questa realtà, che lì vengono chiamati Esseri Inorganici. Una definizione simile a quella usata nel mio romanzo: Esseri Incorporei. La caratteristica principale di questi esseri sarebbe proprio la mancanza di una corporeità fisica.

Fonte ancora più importante d’ispirazione per il mio romanzo è stato il massiccio lavoro di diffusione svolto da Rudolf Steiner, fondatore dell’antroposofia.

Nei testi scritti e nelle migliaia di conferenze tenute in numerose città europee, Steiner parla diffusamente dei tre mondi sottili che ci circondano (chiamati eterico, astrale e spirituale). Inoltre, illustra nel dettaglio la serie di esseri superiori non dotati di corporeità fisica ma di coscienza individuale: Angeli, Arcangeli, Principati, ecc.

Tuttavia, nel mio romanzo ho deciso di semplificare, considerando in modo specifico come esseri incorporei solo gli Angeli.

Per Steiner esiste anche una particolare classe di questi esseri che ha “deviato” rispetto al percorso
normale di sviluppo cosmico. Ed è proprio a essi che mi riferisco parlando nel romanzo di “incorporei negativi”.

«Oltre agli esseri che aiutano l’uomo, ci sono anche quelli che lo ostacolano. A un certo punto questo libro si sofferma sull’esistenza di incorporei che portano il male tra gli uomini. Masterwen afferma che il loro operato viene attribuito dalla tradizione giudaica e cristiana al diavolo o ai cosiddetti angeli caduti, che tentano l’uomo e lo inducono a commettere azioni malefiche, mentre quelli buoni sono conosciuti come angeli».

Il cammino iniziatico

Per Steiner è possibile percepire il mondo spirituale e le varie creature appartenenti a questo mondo, solo attraverso un lungo e disciplinato sviluppo interiore. È soprattutto attraverso la meditazione e l’acquisto di determinate qualità morali che è possibile creare nell’uomo (nella parte non corporea) organi sottili di percezione, fino al punto di raggiungere la capacità di chiaroveggenza.

Questa possibilità di sviluppo è uno dei temi centrali di Come un dio immortale, anzi lo stesso titolo fa riferimento proprio a questo.

Anche Steiner, come Casteneda, afferma che i metodi per accedere ai mondi spirituali sono cambiati profondamente nel corso del tempo. E questo è un aspetto che ho voluto sottolineare anche nel mio romanzo, spiegando che certe procedure del passato non sono più adatte agli uomini contemporanei.

Di questo ho anche parlato nella tappa su Svolazzi e Scritture di Nadia Banaudi a proposito delle scuole occulte e le sedi dei misteri antichi.

Riconducibile a Steiner è anche il passo relativo allo Specchio dell’Oscurità. Non voglio fare troppi spoiler, ma per chi ha letto il romanzo penso possa essere interessante sapere che ciò che viene descritto non è altro che il Guardiano della Soglia comune a molte tradizioni esoteriche o anche l’Ombra di Jung.

«Fino alla morte gli esseri umani restano ignari dell’oscurità presente dentro di loro e anche quando ne intuiscono l’esistenza, fanno di tutto per dissimularla, perché se ne vergognano profondamente. La verità è che fare conoscenza di questo angolo buio della nostra anima può rivelarsi davvero scioccante».

I sogni come porte per un altro mondo

Nel romanzo, grande importanza ha anche il mondo dei sogni, in particolare il sognare lucido come accesso a una realtà diversa. Anche questa idea è stata mutuata dalle fonti di Castaneda e Steiner.

«Questo tipo di esperienze oniriche è il primo passo verso una coscienza superiore, il modo per entrare in contatto con una dimensione chiamata “mondo incorporeo”. Questi sogni ci danno la consapevolezza di non essere soltanto un corpo fisico, ci fanno capire che possiamo sentirci degli individui anche senza un supporto materiale».

Castaneda parla di un’arte di sognare, in cui si introduce la volontà e la consapevolezza di sé nei comuni sogni. A monte di queste tecniche sarebbe il presupposto che quando dormiamo, una parte sottile di noi è libera di viaggiare per altri mondi privi di materialità.

Lo stesso concetto (seppure con molte differenze) è presente nelle opere di Steiner. Anche per il fondatore dell’Antroposofia, nel sonno (sia con sogni che senza) alcuni componenti dell’uomo si allontanano dal corpo fisico per innalzarsi a realtà superiori. E in particolare, il sogno è il primo passaggio per queste dimensioni incorporee.

* * *

Vi ringrazio di avermi seguito fin qui e per concludere vi lascio con una citazione di Rudolf Steiner che a me è piaciuta molto e che mi è parsa adatta ad accompagnare i temi cui ho accennato oggi.

“Non bisogna credere che l’orientamento dello spirito verso la dimensione eterna cancelli dentro di noi la considerazione e il senso per le dimensioni quotidiane e ci renda estranei alla realtà che sperimentiamo direttamente. Al contrario: ogni foglia, ogni più piccolo insetto ci svelerà infiniti misteri se non sarà solamente il nostro occhio a rivolgersi a essi, ma attraverso l’occhio l’intero nostro spirito. Ogni scintillio, ogni sfumatura di colore, ogni modulazione sonora rimarrà vivace e percepibile ai sensi, nulla andrà perduto: semplicemente sarà conquistata una nuova, illimitata dimensione di vita. E chi non sa osservare con i propri occhi la più piccola tra le cose, non raggiungerà mai la visione spirituale ma solo pensieri pallidi e sfuocati”. (Rudolf Steiner)




CHI È L'AUTRICE DEL GUEST POST

Maria Teresa Steri è nata a Formia nel 1969 e cresciuta a Gaeta. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia, si è trasferita a Roma, dove vive attualmente con il marito. Ha collaborato come giornalista pubblicista presso la redazione di quotidiani e riviste per la scrittura di articoli, la revisione di testi e l’impaginazione. Nel 2009 ha pubblicato il suo primo romanzo, I Custodi del Destino, un thriller sulla reincarnazione. Nel 2015 è uscito Bagliori nel buio, un noir sovrannaturale, e nel 2017 il thriller esoterico Come un dio immortale. Cura il blog Anima di Carta dedicato a chi ama scrivere e leggere. Si interessa di scrittura creativa e antroposofia. È un’appassionata di Alfred Hitchcock. La sua autrice di narrativa preferita è Ruth Rendell.

***

Fonti immagini: opere di Mikalojus Konstantinas Ciurlionis.
Wikipedia (tutte le opere al seguente link)

  • The Offering (1909) 
  • The Angel (1905)
  • Creation of the World IX (1906)



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sabato 10 novembre 2018

Il mondo degli animali: protagonista è il pesce / 12

Con il termine pesci, dal latino pisces, si intende un gruppo eterogeneo di organismi vertebrati fondamentalmente acquatici, coperti di scaglie e dotati di pinne, che respirano attraverso le branchie.

In realtà questa impassibile definizione scientifica non riesce a spiegare fino in fondo il miracolo di una creatura che riesce a vivere pienamente nell'acqua, a differenza nostra, e che muore se ne viene tirata fuori. Non a caso si dice "Era come un pesce fuor d'acqua" per indicare una persona che si sentiva a disagio in determinate circostanze. Come spesso accade in natura, anche i pesci hanno forme e colori bellissimi, come quello che vi propongo qui per aprire la mia carrellata. Nemmeno il pennello di un grande pittore riuscirebbe a eguagliare questi colori accesi e la perfezione delle geometrie, pur morbide e sinuose. Ci sono anche pesci degli abissi, mostruosi ma ugualmente incredibili.

E, a proposito di grandi pittori, comincio la mia sfilata di pesci con un'opera di Paul Klee che ritengo davvero magica.


"Alla ricerca del pesce d'oro" di Paul Klee (1925)

È come un'apparizione abbagliante il pesce d'oro che emerge da quest'opera di Paul Klee. Con la sua presenza sembra mettere in fuga gli altri pesci tutt'attorno a sé, che infatti si allontanano a raggiera verso i quattro angoli. Il contrasto è maggiormente favorito dal fondo nero degli abissi marini e dalla centralità assoluta del soggetto.

Vi è inoltre il contrasto tra il colore giallo del pesce e, in misura meno appariscente, quello dei piccoli colleghi dalle spente tinte violette, porpora, rossicce, con il colore freddo delle onde azzurre e della vegetazione marina. Le linee che si muovono zigzagando sulla tela trasmettono una sorta di elettricità all'acqua, e si collegano anche con  la sagoma del pesce da cui promana un'aura misteriosa. Lo stesso titolo induce a pensare che il vero protagonista non sia il pesce, in quanto leggiamo "Alla ricerca del pesce d'oro" e non "Il pesce d'oro": potrebbe essere il pittore stesso, che nella sua ricerca si è imbattuto in questa creatura fantastica, che potrebbe assumere molti nomi a seconda di chi la guarda.

Paul Klee, un pittore tedesco nato in Svizzera, era un esponente dell'astrattismo e considerava l'arte una rielaborazione della realtà e non la sua semplice riproduzione. Sicuramente un'opera come questa dona piacere allo sguardo, meraviglia ed emozione allo spirito.


La moltiplicazione dei pani e dei pesci

Con il termine moltiplicazione dei pani e dei pesci ci si riferisce a due miracoli di Gesù descritti nei Vangeli. Il primo miracolo, nel quale Gesù sfamò cinquemila uomini con 5 pani e 2 pesci, è riportato da tutti e quattro gli evangelisti. Si tratta dell'unico miracolo di Gesù, a parte la resurrezione (e l'Eucaristia nell'Ultima Cena per le chiese cristiane che accettano la dottrina della transustanziazione), a essere presente in tutti e quattro i Vangeli. Il secondo miracolo, nel quale Gesù sfamò quattromila uomini con sette pani e "pochi pesciolini", è riportato da Matteo e Marco, ma non da Luca e Giovanni.

Vediamo dunque il miracolo riportato dal vangelo di Giovanni, capitolo 6.
Dopo questi fatti, Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: "Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?". Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. Gli rispose Filippo: "Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo". Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: "C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?". Rispose Gesù: "Fateli sedere". C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. E quando furono saziati, disse ai discepoli: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto". Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 

Per rappresentare la scena ho scelto un particolare della decorazione musiva di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna (493-526), che trovate sopra. Gesù Cristo, vestito di una tunica a pallio di color porpora, si erge al centro di un gruppo di quattro apostoli disposti in modo simmetrico. Ha le braccia distese per distribuire i pani e i pesci. I pani sono solo quattro perché il quinto pane è lo stesso Gesù. Il fondo oro e la staticità delle figure sono caratteristiche dello stile bizantino. Curiosamente, ora che sto scrivendo il post, trovo molte rassomiglianze tra il pesce d'oro di Paul Klee e questo mosaico... 

Sempre rimanendo in tema, tra l'altro, il termine ichthys è la traslitterazione in caratteri latini della parola in greco antico ἰχθύς, ichthýs ("pesce"), ed è un acrostico usato dei primi cristiani proprio per indicare Gesù Cristo. Per questo motivo il simbolo del pesce era molto comune nelle catacombe di Roma. Ecco qui il significato del simbolo, insieme a un affresco raffigurante un pesce e pane eucaristico nelle catacombe di San Callisto a Roma:


Iota (i) è la prima lettera del nome Iēsoûs, greco per "Gesù".

Chi (ch) è la prima lettera di Christós: "Unto" (del Signore).

Theta (th) è la lettera iniziale di Theoû: "di Dio".

Ypsilon (y) è la prima lettera di (h)yiós:"Figlio".

sigma (s) è la prima lettera di sōtḗr: "Salvatore".
Spero di aver riportato tutto giusto! 


La fiaba: "Il pesciolino d'oro"

Questa è una fiaba che arriva dritta dritta dalla mia infanzia, ascoltata grazie alla serie delle Fiabe Sonore con l'immortale attacco A mille ce n'è.... Mi ricordo come fosse ieri il mangiadischi con i dischi da inserire. Ho scoperto da alcune ricerche per il post che questa fiaba russa fu narrata anche da Pushkin, naturalmente in modo un po' diverso, ed è stata poi adattata per le Fiabe Sonore.

Anche lei ha molti collegamenti con il pesciolino d'oro di Paul Klee, a mio avviso!

Narra infatti la storia di un pescatore poverissimo, che vive a poca distanza dal mare in una capanna e insieme a una moglie brontolona. Un giorno il pescatore pesca un pesciolino d'oro, che lo supplica di lasciarlo andare: se fa questo, un giorno sarà ricompensato. Il pescatore, che ha buon cuore, lo accontenta senza pretendere nulla in cambio. Non appena tornato a casa, racconta alla moglie l'accaduto, al che la moglie lo sgrida e insiste affinché torni in riva al mare per chiedere al pesciolino di esaudire almeno un desiderio: quello di un mastello nuovo

Tanto brontola che il pescatore torna alla spiaggia, chiama il pesce che riemerge dal mare calmo, e avanza la richiesta. Ottenuto il soddisfacimento di questo primo desiderio, la moglie vuole dell'altro e, man mano che la storia procede, pretende sempre di più; nell'ordine: una bella casetta, un sontuoso palazzo, diventare zarina. E ogni volta che il pescatore torna a riva per chiamare il pesce, vergognandosi molto dell'avidità della moglie, il mare si fa sempre più fosco e agitato.

Finito a lavorare nelle stalle, il povero vecchietto viene convocato al cospetto della moglie-zarina, per ascoltare una mirabolante richiesta: lei vuole diventare padrona di tutta la terra e che anche il pesce divenga suo vassallo. Il vecchietto si reca alla riva, sotto la minaccia di essere mandato in Siberia. Stavolta il mare è nero come la notte e le onde tanto alte da far paura. Il pesciolino compare, mostrandosi molto arrabbiato con la moglie del pescatore; ma raccomanda all'uomo di tornare a casa tranquillo, perché penserà lui a impartirle una bella lezione. Quando torna infatti al castello della zarina, il pescatore si accorge che non c'è più il castello e non c'è più nemmeno il precedente palazzo o la bella casetta e nemmeno il mastello nuovo. Ci sono solo la capanna e la moglie, tutta placida e sorridente come mai l'aveva vista.

Ci sono tantissime cose che mi piacciono di questa storia, come la tarda età dei due protagonisti, la raccomandazione di non essere avidi; e poi la nota raffinata del mare che diventa sempre più agitato, e la conclusione umoristica sulla moglie che, alla fine, aveva persino migliorato il carattere! Come molte fiabe, ha una struttura a ripetizione che ne rafforza il significato. Ecco il link a Youtube, se volete ascoltare la fiaba e tornare bambini.



Film d'animazione: "Alla ricerca di Nemo"

Ho scelto questo bellissimo film d'animazione della Pixar Animation Studios del 2003, vincitore del premio Oscar 2004 come miglior film d'animazione. Il film ha come protagonista Marlin, un pesce pagliaccio rimasto solo dopo che un barracuda ha attaccato e divorato la compagna e le uova. Insieme a lui vive il figlioletto Nemo, nato dall'unico uovo salvatosi dall'attacco. 

Marlin è molto timoroso a causa delle brutta esperienza. Inoltre è particolarmente protettivo nei confronti del figlio, anche perché Nemo ha una pinna atrofica, e questo rende ancora più ansioso il padre. Naturalmente il figlio, come tutti i giovani, è insofferente all'eccesso di protezione paterna. Un giorno, come atto di sfida, si allontana in mare aperto per toccare con la pinna un motoscafo fermo in superficie, ma, mentre sta tornando indietro, viene catturato da un subacqueo, che poi sale sul motoscafo e si allontana. Marlin, disperato, tenta l'inseguimento, ma il mezzo è troppo veloce.

Incomincia così sia il lungo viaggio di un padre alla ricerca del figlio. Durante il suo percorso incontra per caso Dory, un pesce chirurgo femmina che soffre di perdite di memoria a breve termine, oppure un enorme squalo bianco di nome Bruto che minaccia di fare di lui un sol boccone. Nel frattempo Nemo si trova nell'acquario dello studio dentistico del dottor Philip Sherman, il subacqueo che lo ha catturato, dove fa amicizia con le altre creature tenute prigioniere e con loro pianifica la fuga...

Questo film d'animazione verte su una storia senza tempo, narrata molte volte ma non per questo meno accattivante. Il tema portante è quello dell'allontanamento dal cerchio protettivo della famiglia per andare alla scoperta del mondo, e quindi di se stessi. L'innesco alla storia è il rapporto padre-figlio e la sua evoluzione. Una volta conclusa la loro avventura, entrambi acquisteranno una nuova consapevolezza: Marlin del suo ruolo di genitore costretto a lasciare spazi di autonomia al figlio, e Nemo che ha compreso quanto sia grande l'amore del padre, ma deve anche camminare con le proprie gambe, o pinne che dir si voglia.

Fanno loro da controcanto tutte fulgide creature del mare che, pur con l'inevitabile antropomorfizzazione, sono state rese con grande maestria tecnica e creativa. Particolarmente esilarante è il personaggio della smemorata Dory, al punto da meritare un sequel tutto suo, e a dir poco maestosa la sequenza con le tartarughe caretta caretta che nuotano nella corrente orientale australiana in una sorta di migrazione biblica. Insomma, se non l'avete visto ve lo consiglio di cuore.


Film: "Lo squalo" (1975)

Assai meno grazioso dei pesci di "Alla ricerca di Nemo" è l'enorme squalo nel film di Steven Spielberg del 1975 che ha inaugurato questa serie e ha davvero segnato un'epoca.

La storia è molto semplice: un grande e pericoloso squalo bianco uccide dei bagnanti sull'isola di Amity, un immaginario luogo di villeggiatura estiva, spingendo il capo della polizia locale a cercare di ucciderlo con l'aiuto di un biologo marino e un cacciatore di squali.

Alla prima uccisione di una ragazza, che il medico legale certifica essere il risultato dell'attacco di uno squalo, il capo della polizia Martin Brody vorrebbe chiudere la spiaggia onde impedire l'accesso ai turisti. La cosa viene impedita dal personaggio ottuso di turno, interpretato dal sindaco, preoccupato dalla perdita di turisti in piena stagione estiva. Il medico legale attribuisce allora la morte all'elica di una barca, e il caso viene archiviato. Ma è solo l'inizio di una serie di morti, una più spaventosa dell'altra, e mentre si diffonde il panico tra gli abitanti, lo squalo sembra adottare una strategia ben precisa nei suoi attacchi, quasi a dimostrare una sua malvagia intelligenza... 

Lo squalo è una delle forme di vita più antiche conosciute: prove scientifiche dell'esistenza di squali che risalgono a circa 450-420 milioni di anni fa, cioè al periodo Ordoviciano. Questo significa che gli squali esistevano prima dei vertebrati terrestri e prima che molte piante avessero colonizzato le terre emerse. Si tratta di una perfetta macchina da caccia, grazie a un olfatto particolarmente sviluppato che, in alcune specie, è in grado di rilevare una parte per milione di sangue presente in acqua marina. Pare che possano percepire i movimenti di una preda anche molto lontana. 

Contrariamente al comportamento terrificante dimostrato nello squalo cinematografico, gli attacchi degli squali all'uomo sembra che siano molto rari. Proprio la prospettiva di essere ingoiati vivi è ciò che terrorizza di più lo spettatore del film e, chi di voi lo ha visto, ricorderà la colonna sonora da incubo, che inizia con lentezza e circospezione, come a voler imitare il movimento sinuoso dello squalo e si fa più ritmata e incalzante. Se volete risentirla, potete trovarla al seguente link, mentre qui sopra potete vedere la scena dell'attacco dello squalo a Martin Brody.


Detti e proverbi

Chiudiamo degnamente con una serie di detti riguardante il nostro amico pesce, entrati a pieno titolo nella nostra quotidianità.
  • Chi dorme non piglia pesci = Se si indugia o si perde tempo, si rischia di non portare a termine nessuna impresa.
  • Fare il pesce in barile = Mantenersi in una posizione neutrale.
  • Fare gli occhi da triglia = Fare gli occhi dolci.
  • Prendere a pesci in faccia = Insultare qualcuno, offenderlo.
  • Essere sano come un pesce = Essere in buona salute.


***

E voi, avete un acquario in casa o vi piace osservare i pesci all'opera nei documentari o in mare? Conoscete qualche altro esempio da aggiungere relativo a libri, film o cartoni animati?


***

Fonte testi: Wikipedia

Fonte immagini: 
  • foto iniziale: Pixabay
  • foto del post: Wikipedia



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sabato 3 novembre 2018

I "motti" di persone, città, università e... personaggi


I motti sono affascinanti, perché equivalgono ai nostri moderni slogan. Sono frasi programmatiche che un tempo appartenevano a un nobile o anche a un'intera famiglia e, dipinti o incisi sullo scudo, esprimevano la forza e la superbia dell'individuo o del casato. Altri hanno un andamento musicale o si presentano oscuri come enigmi da sciogliere, al pari di quello che recita "Caeruleus candidus vincet" cioè "L'azzurro vincerà" (che potete vedere nello stemma tratto dal sito The Cambridge University Heraldic & Genealogical Society). Converrete con me che il latino conferisce loro solennità, anche se si ignora la lingua, come nel mio caso, e dunque non se ne coglie appieno il significato.

Ma qual è l'origine di questa usanza che si è andata consolidando nel tempo insieme agli altri elementi che compongono lo stemma? Ho trovato una spiegazione piuttosto interessante da parte dell'enciclopedia Treccani nell'ambito della definizione dell'Araldica - altro argomento sterminato e complicatissimo. Nella specifico essa riguarda gli ornamenti accessori dello scudo:
Si annoverano tra gli ornamenti accessorî dello scudo i motti e i sostegni o tenenti. I motti, detti anche divise, sono brevi detti che vengono scritti per lo più in lettere maiuscole romane sopra liste bifide e svolazzanti, poste sotto la punta dello scudo. Pare che la loro origine sia da ricercarsi nell'uso di adornare con un detto arguto i vessilli che prima del torneo si solevano esporre alle finestre della casa comunale o degli alberghi dove erano alloggiati i cavalieri. Negli stemmi, essi si trovano usati fin dal sec. XIV. Erano lasciati alla libera scelta del portatore dello stemma, il quale vi esprimeva un concetto che fosse in relazione alla sua attività o alle sue speranze. Ma presto divennero ereditarî, come tutte le altre parti dello stemma. La maggior parte sono in latino, ma sono assai frequenti anche in altre lingue. Alle volte, sono indicati con le sole lettere iniziali delle parole che li compongono: e allora sono dei veri e proprî indovinelli. […] Dai motti si distinguono i gridi d'armi, i quali furono usati anche in tempi antichissimi. Constano di un piccolo numero di parole, spesso d'una sola parola, e si pronunciavano durante i combattimenti, per incitare i guerrieri e a scopo di riconoscimento. 
Perfino le città molto spesso di fregiavano di un motto, da apporre sullo stemma o sul gonfalone comunale e da esibire orgogliosamente durante le processioni. Com'è ovvio, si faceva a gara tra coloro che esibivano le più alte virtù civiche della città. Esistevano, ed esistono, anche i motti politici, come quello celeberrimo di Liberté, égalité, fraternité proclamato durante la Rivoluzione francese. In questo senso, il motto somiglia davvero a uno slogan... Ma non divaghiamo, perché i motti strettamente intesi sono tantissimi. Da questo florilegio ne ho colto alcuni che mi hanno particolarmente colpito, accompagnati da una spiegazione da chi lo adottò e sulle ragioni della scelta.

Vediamo se piacciono anche a voi!


Aut Caesar aut nihil
(latino: "O Cesare o nulla")

Era il motto di Cesare Borgia, detto il Valentino (1475 circa-1507), che qui potete vedere in un ritratto di Altobello Melone all'Accademia Carrara. Era figlio illegittimo di papa Alessandro VI Borgia, cardinale e condottiero. Il motto è la reminiscenza di un detto attribuito a Giulio Cesare che preferiva esser primo sia pure in un villaggio delle Alpi che secondo in Roma, e bene esprime l'ambizione di questo personaggio che pare essere stato la figura ispiratrice de Il Principe di Niccolò Machiavelli. Come a dire che aveva un ego piuttosto sviluppato...


Fluctuat nec mergitur
(latino: "È sbattuta dalle onde ma non affonda")

Questo è il motto della città di Parigi. Fluctuāre significa "ondeggiare", "essere in balia dei flutti". Lo stemma che accompagna questo motto raffigura una nave - chiamata Scilicet - che galleggia fra i flutti. Chiunque conosca almeno un po' la storia di Parigi converrà che mai parole furono più appropriate per definirla. Parigi non fu solo il motore irradiante della grande Rivoluzione, ma una capitale cui molti re in precedenza non vollero mai dare troppe autonomie e privilegi, a differenza di altri centri più periferici, proprio perché diffidavano della sua anima ribelle. Ricordo brevemente anche l'esperimento politico della Comune di Parigi del 1871 e anche gli attentati del 2015 che hanno mostrato la sua forza di reazione e la fierezza per i suoi valori democratici. In qualsiasi momento, sono convinta che questa splendida città, pur in mezzo alla tempesta, saprà sempre approdare al porto sicuro.



Vrai amour ne se change
(francese antico: "Il vero amore non cambia")

Uno dei più antichi e misteriosi motti è questo, scelto da Gianfrancesco Gonzaga (1395-1444). Dapprima fu scelta l'immagine della calendula (o della margherita), seguita da quello della tortora, accompagnata da Vrai amour ne se change, entrambe riprese anche da Ludovico III Gonzaga. Nell'effige una piccola tortora si è posata su un ramo secco e curvo attorno a una pozza. La tortora è emblema dell'amore e della fedeltà coniugale e, dopo essere rimasta sola, si abbevera soltanto a pozze torbide affinché la sua immagine riflessa non le ricordi il compagno perduto.

Purtroppo non ho trovato un'immagine decente da proporvi, ma si può scovare l'ideatore di questo splendido motto in uno dei luoghi visivamente e artisticamente più belli che abbiamo in Italia, e cioè la Camera degli Sposi del castello di San Giorgio a Mantova. Il pennello di Andrea Mantegna ha dipinto, tra gli altri soggetti, la scena dell'incontro tra il marchese Ludovico, ritratto sulla sinistra, che va incontro al figlio, il cardinale Francesco. La potete ammirare qui sopra. Tra gli adulti vi sono due bambini ritratti di profilo, e Gianfrancesco è il primo sulla sinistra, mentre il bimbo vestito di bianco è il fratellino Sigismondo. Una scena di famiglia che viene ritratta in modo magistrale anche per quanto riguarda la psicologia dei personaggi.

Elephas indus culices non timet
(latino: "L'elefante indiano non teme le zanzare")

Questo motto è davvero curioso ed era quello di Domenico Malatesta (1417-1468). Si trova scolpito o inciso in più luoghi della Biblioteca Malatestiana di Cesena, come potete vedere nell'immaginare qui a lato.  L'espressione indica che chi è forte non si cura delle meschinità e delle piccinerie tipiche dei deboli, ed è stato sovente utilizzato nella storia per spiegare il fatto che un governante non sempre ha bisogno di combattere e perseguitare i propri oppositori. Una seconda spiegazione ne situa l'origine quale segno di altezzosa derisione nei confronti dei tradizionali nemici, i Da Polenta di Ravenna, città piena di zanzare.


Vipereos mores non violabo
(latino: "Non violerò le usanze del serpente")

Dopo l'elefante è la volta del biscione più famoso d'Italia, e naturalmente il più famoso che abbia strisciato da queste parti. In una rassegna di motti non potevo certo scontentare i Visconti, o potrei pagarla cara. E dunque rieccolo qua, con tanto di traduzione. Devo dire che il significato è inquietante al massimo grado... non trovate? Assomiglia davvero a una sorta di patto col diavolo.

Qui inoltre potete trovare un sito con un elenco di motti in italiano, latino, francese, spagnolo, catalano, tedesco, dialetto e persino lingue sconosciute... c'è di che sbizzarrirsi! Da questa sorta di deposito vi propongo i seguenti motti:

Benché gelida sia gorgoglia e bolle
Si tratta di un vero e proprio indovinello, perché è il motto presente nello stemma della famiglia Fontana.

À Dieu seul je m'areste
In questo caso siamo di fronte a un gioco di parole rispetto al cognome della famiglia francese Mareste.

Cara fe' m'è la vostra 
Possiamo trovare lo stesso gioco di parole per indicare la famiglia italiana Carafa, da cui provenne papa Paolo IV Carafa, "quello" che istituì l'Indice dei Libri Proibiti.

I miei personaggi e il loro motto

Anch'io, del resto, ho ben due personaggi con il loro motto: il primo è autentico, il secondo è di fantasia.

Nel romanzo Il pittore degli angeli il celebre Tiziano Vecellio, che gode ormai di una grande agiatezza ed è colmato di favori al punto da ricevere il cavalierato dall'imperatore Carlo V, ha adottato una "impresa", cioè uno stemma recante il motto Natura potentior ars. Nello stemma è l'immagine dell'orsa che dà forma al suo cucciolo leccandolo. Questa raffigurazione si riferisce a un'antica leggenda, secondo la quale i nati dell'orsa sono informi, ed è la madre stessa a modellarli in quel moto, non diversamente dall'artista che migliora la natura dando forma alla sua grezza materia. Tiziano simboleggia il primato dell'arte sulla natura.

Anche il personaggio che campeggia sulla copertina del mio romanzo Le strade dei pellegrini ha un motto: Nihil est sicut apparet, cioè "Niente come appare". Si tratta del cavaliere fiammingo Geoffroy de Saint-Omer, cofondatore dell'ordine templare insieme con Hugues de Payns. Non si sa nemmeno con certezza se sia esistito, o se avesse un altro nome. Nella copertina ho fatto dipingere il motto in un cartiglio sotto le zampe del cavallo per dargli meno importanza rispetto allo stendardo con la croce. Nell'epoca in cui Geoffroy si trova a vivere, quella del 1095, non era ancora invalso l'uso del motto nel casato, e per la verità si tratta un motto bizzarro, quasi moderno: ho voluto renderlo particolare come lo è lui.


***

Bene, spero che il post vi abbia incuriosito. La vostra città o il luogo dove abitate ha un motto? Quali altri motti celebri vi vengono in mente?

***

Fonti testo:
Enciclopedia Treccani online
Tiziano "l'arte più potente della natura" - Universale Electa Gallimard

Fonti immagini:
Wikipedia

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sabato 27 ottobre 2018

Le domande esistenziali di un'autrice - Da un'idea di Sandra Faè

Partecipo molto volentieri a questo meme di Sandra Faè, titolare del blog I libri di Sandra, che presento accompagnato da un affresco di donna con stilo e calamo del I secolo d.C. attualmente a Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Potete invece trovare qui il link all'articolo di Sandra. Nel frattempo hanno partecipato al meme Nadia Banaudi di Svolazzi e Scritture (qui) e Giulia Ludovica Mancini di Liberamente Giulia (qui), e chissà che non si stiano aggiungendo altri blogger.

Il post si apre con tre fatidiche domande che vogliono parafrasare quelle poste da Joe Bastianich, cui proverò a rispondere... anche perché è sempre interessante fare, ogni tanto, il punto della situazione. Eccole:

Chi siamo? 
Dove andiamo?
Perché scriviamo?

***

Chi sono?
Prendo a prestito una frase dal film di Don Camillo e dico: "Sono una corazzata chiusa in uno stagno." Navi da guerra a parte, esteriormente sono una donna di quasi cinquantacinque anni che ne sente trenta in meno, ha una famiglia con un marito in pensione che le dà una mano colossale per sostenerla nelle sue nuove imprese, un figlio appena laureato in cerca di occupazione. Penso di avere alcuni ottimi amici, e molte conoscenze. Svolgo in proprio una professione che mi piace molto, perché comprende un'importante parte relazionale; e poi ha a che fare con i libri, la scuola e le lingue straniere che sono tre argomenti bellissimi. Al momento sono in possesso di un'energia esplosiva che si dirama in molte direzioni, da qui la frase di Don Camillo. Sono molto curiosa e coltivo dunque passioni e interessi, forse anche troppi, e tra le mie ultime follie mi sono anche iscritta all'università nella Facoltà di Storia. I miei esami sono andati tutti benissimo, ma hanno richiesto, e stanno richiedendo, molto impegno e moltissimi sacrifici in termini di svaghi, incontri, e anche di scrittura = nessuno ti regala niente.Attualmente sto preparando i due esami di Storia Moderna e Storia Contemporanea per un totale di nove libri che darò nella sessione gennaio-febbraio. In quanto alle pagine, le conterò dopo aver dato gli esami, sempre che vadano a buon fine, altrimenti potrei spaventarmi sul serio.

Per quanto riguarda il mio essere autrice, mi comporto come un giardiniere che continua a dissodare, a vangare, a concimare, a curare le piante del suo giardino. Non appena ne fiorisce una, mi occupo subito di piantarne un'altra in un angolo che sia adatto. Mentre raccolgo, sto già pensando a come rendere il mio giardino ancora più rigoglioso, perché non ne sono mai pienamente soddisfatta. Nondimeno mi sento fortunata, anzi, direi di più essendo credente: sono una persona che è stata colmata di grazie, tra cui il dono della scrittura, ed è circondata da persone che le vogliono bene e glielo dimostrano continuamente. 

Dove vado? 
Ho desideri modesti e ambizioni nella norma, cioè limitare i problemi che la scrittura, o meglio la pubblicazione, trascina con sé, tra cui non avere un editore che diventa un peso anziché un aiuto o non sprecare il proprio tempo in uno sterile arrovellarsi o in attività che prosciugano energia.

Nella mia esperienza di autrice, ho ricevuto soddisfazioni impagabili e altrettanto cocenti delusioni, che si sono in un certo senso bilanciate tra loro: da questa contabilità ho deciso di conservare il meglio. L'ultima soddisfazione, arrivata pochi giorni fa, è stata la vincita come prima classificata al premio Philobiblon di Italia Medievale con il mio racconto "Il più grande dei re", letto dai giudici in forma anonima per evitare favoritismi, e l'inserimento del racconto nell'antologia che mi verrà consegnata nella cerimonia di premiazione nella splendida sacrestia del Bramante di Santa Maria delle Grazie a fine novembre. L'ultima delusione è avvenuta proprio in occasione dell'ultimo spettacolo de "Il diavolo nella torre", che però non aveva a che fare con lo spettacolo, entusiasmante come al solito e da tutto esaurito, e con gli attori che hanno superato loro stessi, ma con il comportamento poco corretto di alcune persone. 

La domanda sul "Dove vado?" mi riporta a un pensiero insistente che si è fatto strada in me soprattutto dopo la morte di mia cognata: il pensiero del tempo a disposizione. Se tutto va bene, e se mi mantengo in buona salute fisica e mentale, potrei avere ancora una ventina d'anni, forse qualcuno in più. Per il resto, siamo davvero nelle mani di Dio e tutto il mio progettare lascia davvero il tempo che trova; e sono anche fiduciosa che non si interrompa nulla, ma si possa continuare anche dall'altra parte.

Ho fatto però delle considerazioni di carattere pratico su quello che sto scrivendo attualmente, ed ecco qua:
-  ho interrotto a metà la scrittura del mio terzo romanzo sulla rivoluzione francese "La scalata dei Titani", per dedicarmi alla revisione di "Le regine di Gerusalemme" del ciclo medievale che con tutta probabilità sarà finito entro quest'anno, o al massimo a gennaio dell'anno prossimo; ci vorrà poi almeno una lettura esterna. Ho commissionato la copertina a un'artista molto brava, che sono sicura farà un ottimo lavoro, e darà il giusto risalto visivo alle mie tre donne eccezionali: la regina, la strega e la fanciulla; 
- nel frattempo, ho accettato i consigli di una persona che stimo molto, che ha letto "I serpenti e la Fenice", cioè il primo romanzo della rivoluzione, e mi ha consigliato di mandarlo al concorso Neri Pozza

Sto meditando anche se partecipare al concorso Dea Planeta di cui tutti parlano con "Le regine di Gerusalemme", ma soltanto se il romanzo sarà finito, e rifinito, come dico io: i tempi del romanzo storico sono lunghissimi e impegnativi e non faccio uscire nulla senza il "controllo qualità", sempre nell'ambito di quanto è umanamente possibile. Per scrivere il racconto di sei pagine per il concorso, ad esempio, ho letto ben due libri prima dell'estate: un libro filosofico in ebook i cui rimandi non funzionavano, e che quindi, mugugnando per l'intoppo, ho riletto su carta, e una biografia... ed era su un personaggio di cui volevo scrivere qualcosa da anni... tanto per capirsi.

Perché scrivo?
Scrivo perché trovo affascinante che i personaggi della mia fantasia, anziché continuare a vivere nel buio della mia mente come banditi in agguato, possano prendere vita sulla pagina e addirittura cominciare a comportarsi in maniera inattesa, nello stesso modo in cui sono riconoscente ai grandi autori che mi trasportano nel loro mondo con la loro scrittura impagabile. E anche perché mi piace davvero. Per riprendere la metafora del giardino, continuo a coltivare questo mio spazio, che è prima di tutto uno spazio interiore di crescita, che mi dà molta gioia. Come dicevo, la mia scrittura ha tempi lunghissimi, proprio per il genere che tratto e che è quello storico, ed è anche per questo motivo che cerco di portare avanti diversi progetti, piccoli e grandi, in contemporanea. 

Il secondo motivo è di carattere terapeutico, come hanno scritto altri blogger. Moltissimi anni fa ho attraversato un periodo in cui non scrivevo nulla, perché arrivavo a casa troppo stanca dal lavoro, il figlio era piccolo e aveva bisogno di attenzioni; ma io ero nevrastenica e frustrata! Vedevo la mia vita che scorreva e io non riuscivo a fare niente di ciò che mi stava a cuore, cioè scrivere. Anche poco, ma scrivere. La mia testa bolliva di storie e personaggi che erano come animali in gabbia. Perciò, una delle decisioni migliori della mia vita è stata quella di licenziarmi e di mettermi in proprio, potendo farlo (la seconda è stata quella di iscrivermi all'università!).

***
Bene, queste sono le mie risposte e mi riallaccio al tempo che passa per farmi gli auguri: domani, per combinazione, è il mio compleanno e compio 55 anni. Posto quindi una vecchia foto scattata da mio papà in cui ero davvero piccola.

Mi piace molto anche se è mossa ed è tutt'altro che perfetta: non soltanto perché sprizzo gioia da tutti i pori, ma anche perché sullo sfondo si intravede il mio fidato Teddy Bear, inglese doc e arrivato proprio dall'Inghilterra. Era stato inviato da una coppia di amici inglese di mio papà: era stato un prigioniero di guerra e aveva trascorso gran parte della stessa presso Cambridge in un campo di lavoro. Si capisce già allora come i miei sentieri dovessero intrecciarsi strettamente con quelli del regno di Sua Maestà britannica, eheh.

Non ci crederete, ma ho ancora quell'orsacchiotto, vecchio e parecchio spelacchiato. Anch'io sono come quell'orsacchiotto, ma sono felice di essere ancora qui con voi!

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sabato 20 ottobre 2018

Le parole-chiave delle nostre opere


Chiunque di noi abbia avuto a che fare con le piattaforme di vendita online, per caricarvi i propri lavori, conosce benissimo l'importanza dei tag, cioè le famose parole-chiave che permettono di classificare l'opera agganciandola a determinati contenuti. Anche i blog come questo fanno uso di "tag" o "etichette", sebbene sia fondamentale inserire la descrizione della ricerca.

L'idea per questo post mi è stata fornita prima della pausa estiva dal blogger Marco Lazzara, che ha provato a usare le parole ricorrenti per formare delle Word Cloud con l'aiuto di un programma molto semplice e disponibile online. Qui trovate il link al post di Marco, mentre qui trovate il collegamento per realizzare le Word Cloud dei vostri lavori.

Mi sono quindi sbizzarrita anch'io nel creare le Word Cloud dei miei romanzi, non tanto con le parole ricorrenti perché non disponibili, quanto con i temi che fanno da filo conduttore; ho sempre usato delle fotografie anziché delle forme oppure le stesse copertine perché mi sembrava che venissero meglio. Dal programma potete scegliere i font più adatti, e anche caricare delle foto o delle immagini vostre.

Vi propongo dunque i miei romanzi, e anche dei miei due drammi teatrali, affiancati dalle parole- chiave e dall'immagine risultata dall'elaborazione con le "nuvola di parole", insieme a un brevissimo estratto. Spero che vi piacciano, io le trovo piuttosto strane ma molto suggestive!


Una Storia Fiorentina

Parole-chiave: amore - morte - Firenze - fiamme - Bianca e Guido - rinascita
Nelle campagne fiesolane, il respiro dell’estate soffia con uguale intensità sulle file di contadini che mietono i campi e sulla brigata di cavalieri e donne che, uscendo dalla villa di Bernardo, va alla caccia. In essa, cavalcano affiancati Bianca e Guido, pronti a giocare l’ultima, decisiva partita con la stessa animosità di due mortali nemici.

Il Pittore degli Angeli

Parole-chiave: pittore - mistero - angeli - arte - Venezia - rivalità - padre e figlio
Ancora una volta era rimasto seduto davanti a lui, immobile e paziente sotto uno slargo di luce, mentre il Maestro, servendosi d’un pennino acuminato, fissava i suoi tratti in svariati schizzi e si sforzava di cogliere, soprattutto, il singolare sguardo dei suoi occhi azzurri, d’un azzurro acquamarina cerchiato di blu, immateriale e distante, così simile, per colore ed espressione, a quello dei felini o degli angeli.





















La Terra del Tramonto

Parole-chiave: crociati - saraceni - bambino - deserto - medico - templari

Cavalcavano al seguito di quelle mandrie di animali, da essi stessi liberati, con moto leggero, quasi elegante, come se, a causa di quella nuvola di polvere cinerina, essi non poggiassero gli zoccoli dei cavalli, o dei calzari, sulla terra, ma avanzassero sopra un tappeto invisibile e compatto che li sosteneva a un palmo dal suolo. Sembravano aerei, allegri, come impazienti di partecipare a una danza, e Ghassan intravide i loro occhi chiari, sotto gli elmi, e gli parvero appartenere a creature ultraterrene.




Le Strade dei Pellegrini

Parole-chiave: viaggio - pellegrini - avventura - cristianità - via francigena - spiritualità


“Che cosa ci fai, a quest’ora di notte, sulla spiaggia?” chiese il ragazzo, spavaldo. “Potrei domandare la stessa cosa a te.” Il ragazzo esitò e il giovane volgeva le spalle al mare; rispose a bassa voce: “Mi chiedevo che cosa c’è al di là del mare.” Il giovane sorrise. “C’è un’altra terra, solo che è molto lontana.” “Non c’è l’abisso che nominano i Rûm?” “No, solamente una vasta distesa di acque.” “Tu ci sei stato, nella terra al di là del mare?” “Sì. Sono stato ovunque.” Improvvisamente il ragazzo pensò ai ginn delle storie maghrebine e a quelli nominati dal Profeta e nello stesso libro sacro, al-Qur’ān e fu colto da un timore superstizioso. Si rese conto di essere solo, sulla spiaggia, con quello sconosciuto spuntato dal nulla, e che avrebbe potuto fargli del male. Spinse lo sguardo verso la prima capanna di pescatori: Agadir era lontana almeno un miglio, e nei paraggi non c’era anima viva.
Eppure continuava a non avvertire una reale paura.
Il ragazzo si fece dunque coraggio e riprese, con la stessa aria spavalda di poc’anzi: “Anch’io voglio viaggiare, come te.”



Il Canarino

Parole-chiave: Parigi - Rivoluzione Francese - prigioniero - visitatore - giovinezza - segreto - morte
















IL MISTERIOSO VISITATORE: (d’un tratto) Ti racconterò un episodio della mia vita che servirà da introduzione a quanto ho da dirti (una nuova pausa. L’altro tace e nell’ombra si ode solo il suo respiro trattenuto) Al Collegio Louis-le-Grand, avevo un canarino che amavo molto, data la mia solitudine. Non me ne separavo mai, ed esso viveva nel cavo della mano come in un nido caldo. Un giorno, un compagno me lo rubò, vi si trastullò per qualche ora, incurante della mia disperazione, infine me lo restituì. Allora, mi rifugiai nel giardino del Collegio e là, accarezzando quella bestiola, le cui belle penne erano state toccate, ed insozzate, dalle dita di quel mio compagno, le strinsi una mano attorno al collo fino a strozzarla (una nuova pausa, poi, scandendo le parole) Ora, tu sei come quel canarino, Camille.


Il Diavolo nella Torre

Parole-chiave: Bernabò Visconti - diavolo - potere - crudeltà - donne - fantasmi - fortuna

BERNABÓ VISCONTI: La Biscia. Il Serpente che divora un essere umano. (Muove il braccio e poi la mano, sinuosamente, a imitare il movimento di un serpente.) Nessuno si ricorda più chi, nella nostra famiglia, s’inventò questo simbolo, potente e astuto al tempo stesso.
(La mano sinistra si alza, chiusa a pugno a simulare una testa. L’altra mano compie un movimento improvviso, l’addenta come un serpente, la inghiotte. Bernabò ridacchia di nuovo, poi lascia cadere la mano.)
Nessuno avrebbe osato far proprio il simbolo del diavolo. Solo noi Visconti potevamo. Noi, che siamo la sua progenie, dove il parente ammazza il parente, esattamente come i serpenti che si azzannano tra loro, a morte, nelle loro tane oscure.
***

Per il mio romanzo


Le regine di Gerusalemme

 che sto rivedendo in questo periodo, ecco le:

Parole-chiave: donne - eros - regina - strega - fanciulla - demone - Tempio di Salomone


***

E voi, quali parole-chiave usereste per definire i vostri lavori e quindi elaborare delle Word Cloud?

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sabato 13 ottobre 2018

Da dove arrivano i nomi dei personaggi letterari - Guest post di Michele Renzullo



"Ma poi, che cos’è un nome?… Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome? Così s’anche Romeo non si dovesse più chiamar Romeo, chi può dire che non conserverebbe la cara perfezione ch’è la sua? Rinuncia dunque, Romeo, al tuo nome, che non è parte della tua persona, e in cambio prenditi tutta la mia."

Queste sono le parole pronunciate dalla dolce Giulietta, che fantastica sul giovane Romeo, riflettendo anche sul suo nome, nella celeberrima scena del balcone. Per accompagnare queste parole e l'argomento del post, ho scelto uno splendido quadro di Franck Dicksee dipinto nel 1884, che potete vedere qui accanto.

In qualunque modo la pensiate, attribuire il giusto nome a un personaggio è uno snodo fondamentale per dare ancora maggiore consistenza alle creature della nostra fantasia. Questa scelta è croce e delizia per ogni scrittore, esattamente come l'individuazione del titolo. Ci sono casi in cui abbiamo le idee chiare fin da subito, come se fosse lo stesso personaggio a pretendere di essere chiamato in un certo modo, altri in cui rimaniamo incerti molto a lungo e non sappiamo decidere quale nome gli calzi meglio.

Oggi però ci parla dell'argomento Michele Renzullo, titolare del sito www.scritturacreativa.org e mio gradito ospite. Lascio volentieri la parola a Michele, che ci può offrire spunti di riflessione molto interessanti.

***

Un personaggio memorabile non può prescindere da un nome importante Se un bambino non ha il privilegio di scegliere il proprio nome di battesimo, né un genitore può predire la personalità del suo pargolo, voi come autori siete molto fortunati: conoscete (o dovreste conoscere) molto bene il vostro personaggio letterario. Di conseguenza, non dovete affidargli un nome a caso. Il nome del vostro personaggio letterario, come tutti gli altri elementi che costituiscono un romanzo, ha una sua funzione narrativa

“Lavora sul testo e non tornare più indietro. Chiedi conferma al testo e non alla vita.” Giuseppe Pontiggia

Vorrei farvi un esempio pratico, che mi è accaduto personalmente di recente.

Da una vicenda biografica drammatica, Claudia (una scrittrice mia amica) ha deciso di nominare la protagonista del suo romanzo Claudia: non perché volesse darle il suo stesso nome, ma perché voleva richiamare l’etimologia claudicante: un marchio a fuoco e senza scampo del suo essere instabile.

Ispirato da questo personaggio, decido di creare un antagonista per un mio racconto. Chiamo questo personaggio Alba. Nella mia opera, difatti, Alba riveste il ruolo di antagonista, contrapposto alla protagonista Luna. Mi piaceva simbolizzare questa contrapposizione.

Ecco come i nomi possono assumere un significato aggiuntivo e simbolico.

Da dove prendere ispirazione, allora, per inventare i nomi dei vostri personaggi?

Personalmente mi faccio ispirare sia dalla vita reale (annoto nomi che mi colpiscono), sia dalla letteratura.

Ad esempio, un nome che mi colpì particolarmente fu la fidanzata dello scrittore Fitzgerald: Ginevra King. Nome bellissimo, importante e con un bel suono. Il nome lo appresi dalla biografia presente nel libro (vi sprono a essere sempre curiosi: spulciate tutte le parti del romanzo che avete tra le mani).

Altri nomi, in ordine sparso, che ho annotato:

Laide, Eloisa, Diletta, Viola, Aureliano, Raoul, Dean, Dorian, Blanca, Alma, Romeo, Samuel , Aurelio, Arturo, Domitilla, Michelino, Pietruccio, Teresa, Iris, Lara, Misia, Alfonso, Karl

E i cognomi?

Sta a voi e, naturalmente, al genere e a che tipo di atmosfera volete trasmettere.

Lo scrittore Andrea De Carlo, ad esempio, gioca sempre con le assonanze tra nome e cognome (vedi Misia Mistrani), altri scrittori decidono di non svelare il nome del protagonista della storia, oppure affibbiargli un soprannome.

Un libro che vi può ispirare

Fabio Stassi ha pubblicato un libro bellissimo (molto gradevole anche nella scelta della copertina e della grafica) in cui passa in rassegna alcune caratteristiche di grandi personaggi letterari conosciuti dal grande pubblico.

Il suo Il libro dei personaggi letterari dal dopoguerra a oggi (minimum fax) può essere fonte di ispirazione quando se siete in crisi.

Ecco alcuni nomi citati nel libro:

Holly Golightly: l'indimenticabile protagonista di Colazione da Tiffany di Truman Capote

Oskar Matzerath: il protagonista de Il tamburo di latta di Günter Grass

Johnny: il protagonista di Primavera di bellezza di Beppe Fenoglio (1959)

Will Andrews: il protagonista di Butcher’s Crossing di John Williams, pubblicato nel '60 e proposto in Italia da Fazi.

Atticus Finch: il protagonista di Il buio oltre la siepe

Il capitano Bellodi: Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia

Il dottor Pereira di Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi, pubblicato da Feltrinelli nel 1994 e vincitore, lo stesso anno, del Premio Campiello.

Guglielmo da Baskerville: il protagonista de Il nome della rosa di Umberto Eco.


E voi, in base a cosa scegliete i nomi dei vostri personaggi? A cosa vi ispirate?



CHI È L'AUTORE DEL GUEST POST

Michele Renzullo è nato a Milano dove ha vissuto fino all’età di 33 anni. Poi si trasferisce a Dublino per un lungo periodo e infine opta per Barcellona. Vivere all’estero, dice, gli dà la possibilità di vedere le cose da un punto di vista alternativo.

Nel 2016 crea la prima accademia di scrittura creativa online, coniugando il suo amore per la scrittura e il suo interesse per il digital marketing.

Il suo ultimo romanzo si chiama L’Una di Ferragosto (disponibile su Amazon), ed è nato proprio grazie a questo respiro cosmopolita e internazionale.

Sulla pagina Facebook dell’accademia si possono trovare tips, esercizi e risorse gratuite relative alla narrativa.

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sabato 6 ottobre 2018

Il Caffè della Rivoluzione: Uomini senza padrone / 37



Tra un impegno e l'altro, ecco che riapre anche il nostro caffè rivoluzionario, inaugurando la nuova stagione, ormai entrata definitivamente nell'autunno. Come sempre ho scelto un argomento nuovo e, spero, interessante: i banditi. Chi di noi, quand'era ragazzino, non è mai rimasto colpito dalle storie dei briganti, degli avventurieri, di figure forse inventate che rubavano ai ricchi per dare ai poveri? Senza ombra di dubbio la figura del ribelle a un sistema ingiusto e oppressivo ha sempre suscitato la simpatia del popolo per svariati motivi.

Vediamo dunque qualche figura di bandito celebre nella società di Antico Regime, cioè quell'ordinamento che, per convenzione, indica un periodo che va dal 1492 al 1850, ovvero l'Età Moderna. L'Antico Regime aveva costruito una società fortemente gerarchica e, come tale, produttrice di disuguaglianze; e le masse di poveri che abitavano le campagne, o migravano verso le città in cerca di lavoro o di un'occupazione qualsiasi, erano una costante nel paesaggio dell'epoca. Man mano che le masse di vagabondi e disadattati crescevano di numero, aumentava anche la diffidenza nei loro confronti, soprattutto in ambito urbano.



Xaver Hohenleiter e la sua banda (1788-1819) di Johann Baptist Plug

Uomini senza padrone è il titolo di un celebre saggio dello storico polacco Bronislaw Geremek, pubblicato in francese nel 1977, e indica coloro che riuscivano a sopravvivere, ingegnandosi, negli interstizi della società, sfuggendo a qualsiasi inquadramento. Gli "uomini senza padrone" erano appunto marginali, vagabondi, artisti, lavoratori saltuari, zingari, che godevano di una libertà notevole ma restavano ai margini della società, esposti a ogni forma di precarietà. A questo proposito storici e sociologi impiegano l'espressione "marginali" per indicare individui o gruppi umani che per varie ragioni si collocano ai margini della società, mentre gli "emarginati" sono coloro che vengono espulsi o respinti ai margini. Entrambi i termini implicano il concetto di una società con un centro e un margine, e con regole, scritte o derivate dalle consuetudini, codificate e condivise.

Vi erano dunque diverse forme di marginalità ed emarginazione a livello economico, sociale, spaziale, culturale. A questi "marginali" ed "emarginati" veniva attribuito il marchio d'infamia, come ai delinquenti recidivi, agli ebrei, alle prostitute, ai vagabondi, ai figli illegittimi, ai ciarlatani e agli attori girovaghi, e a molti mestieri legati al sangue. Questa sanzione viene dunque attribuita dai poteri dominanti a quanti non rispettavano le regole sociali, o che suscitavano avversione come le minoranze etniche e religiose. Distinguersi dagli altri causava sentimenti di insicurezza negli altri, che si sentivano minacciati. 

Tra coloro che si ponevano fuori dalle regole sociali c'erano sicuramente i criminali di cui rigurgitavano le fonti giudiziarie, protagonisti dei registri della polizia militare francese, con una schedatura che va dai "senza fissa dimora" a "i recidivi" a "individui al primo reato".  Tra loro moltissimi banditi  i cui nomi sono passati alla storia.

Ecco dunque il "bandito gentiluomo" e contrabbandiere Dick Turpin (1705-1739) in Inghilterra, di cui potete vedere una stampa che lo raffigura a cavallo mentre spara. In Germania si ha notizia di Schinderhannes (1783-1803), specializzato nel derubare i ricchi ebrei, alimentando l'antisemitismo popolare. Eccolo, sempre in basso ma sulla destra, in un dipinto di K. H. Ernst (1803).

















Ma in Francia la palma della notorietà è senza dubbio meritata dall'inafferrabile Cartouche (1693-1721) - qui sotto sulla sinistra, in un ritratto forse idealizzato - e anche da Mandrin (1724-1755) - sempre in basso sulla destra - attivo quest'ultimo nel contrabbando ai confini con la Svizzera e nelle azioni di rappresaglia contro gli appaltatori delle tasse, gli odiati Fermiers.

Quasi tutti questi uomini finirono per essere catturati e giustiziati, alcuni di loro in maniera orribile come Cartouche, ma quello che è certo è che, sicuramente trasfigurati dall'immaginazione popolare, finirono per diventare eroi da leggenda al punto da dedicare loro ballate; e  alcuni diventarono anche veri e propri personaggi letterari.

***
Che cosa pensate del fatto che le esistenze dei fuorilegge siano spesso abbellite dalla fantasia popolare? Se ci pensate, succede anche ai giorni nostri. Conoscete qualche figura che abbia colpito la vostra immaginazione giovanile?

***

Fonte testo:
La società di antico regime (XVI-XVIII secolo) di Gian Paolo Romagnani

Fonte immagini:
Wikipedia

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sabato 29 settembre 2018

Alla conquista del mercato editoriale: ieri, oggi, domani


Nello scorso post sul mio esame di Storia della Stampa e dell'Editoria (qui li link), avevo preannunciato il mio desiderio di condividere con voi un estratto molto divertente, ricavato da Il libro. Editoria e pratiche di lettura del Settecento, una raccolta di interventi di vari autori nell'ambito di un ciclo di conferenze sulla storia del libro nel XVIII secolo.

L'intervento che ho scelto s'intitola Il libro in satira. Pier Jacopo Martello e la rappresentazione del mondo dell'editoria  di Alessandra Di Ricco e parla della ricerca spasmodica di notorietà e prestigio sociale a qualsiasi costo, oliando bene i meccanismi del mercato editoriale.


Felice Arcadia di Konstantin Makovsky (1890), collezione privata

Siamo appunto nel Settecento italiano, e nel mondo poetico dell'Arcadia. Per chi non lo sapesse o non lo ricordasse, l'Accademia dell'Arcadia era un'accademia letteraria fondata a Roma il 5 ottobre 1690 da Gian Vincenzo Gravina e da Giovanni Mario Crescimbeni. Era considerata non solamente come una semplice scuola di pensiero, ma come un vero e proprio movimento letterario che si era sviluppato e si era diffuso in tutta Italia durante tutto il Settecento in risposta a quello che era considerato il cattivo gusto del Barocco. Essa si richiama nella terminologia e nella simbologia alla tradizione dei pastori-poeti della mitica regione dell'Arcadia e il nome fu trovato durante una adunata ai Prati di Castello, a quei tempi un paesaggio pastorale. Oltre al nome dell'Accademia, emblematico, fu scelto seguendo questa tendenza anche il nome della sede, una villa sulla salita di via Garibaldi sulle pendici del Gianicolo: "Bosco Parrasio". I suoi membri furono detti Pastori, Gesù bambino (adorato per primo dai pastori) fu scelto come protettore; come insegna, venne scelta la siringa del dio Pan, cinta di rami di alloro e di pino e ogni partecipante doveva assumere, come pseudonimo, un nome di ispirazione pastorale greca.

Dopo il necessario ripasso veniamo alla parte divertente, cioè al fatto che molti ambiziosi vedevano sancita la propria promozione culturale con l'ottenimento della patente di arcade. Le satire di Pier Jacopo Martello, membro dell'Arcadia sotto il nome di Mirtilo (lo potete vedere nell'immagine qui sotto, sono una presa in giro della smania di essere ascritti a poeti arcadi, e anche un dettagliato e ironico prontuario che insegna come usare i meccanismi dell'industria culturale per acquisire un'immeritata fama.

Nelle sue satire Pier Jacopo Martello usa un luogo di stampa di fantasia, Cosmopoli, e si nasconde dietro l'anonimato nel dettare le sue sette satire, anche se manifesta l'intenzione di farsi riconoscere come autore: le iniziali di ciascuna di esse compongono il suo nome pastorale, Mirtilo. Le satire sono indirizzate a un certo "Baron di Corvara" dal Segretario Cliternate - lo stesso Martello - cui il barone si è rivolto per soddisfare l'ambizione di diventare pastore d'Arcadia.

Il Segretario gli confezionerà dei versi che il barone spaccerà come suoi. La sua ambizione è descritta come il capriccio di un non più giovanissimo, e certamente ignorante, cicisbeo. Raggiungere i torchi, cioè veder stampate le sue opere, deve rimanere l'obiettivo principale cui punterà il barone. Affinché la pubblicazione incontri un sicuro successo sono necessarie alcune operazioni preliminari. Occorre come prima cosa allestire una ben organizzata rete di corrispondenti con i quali carteggiare regolarmente (Ma cosa ho a suggerir che assai mi preme. / Affiggetevi avanti in un lunario / tutte le poste ed i lor giorni insieme.) A questi destinatari il barone manderà qualche regaluccio, e gradiranno che sia dato loro dell'Illustrissimo e del Colendissimo. Tanto onore sarà corrisposto con l'invio di libri e manoscritti, che il barone esporrà sui tavolini della propria casa e mostrerà agli ospiti, ammirati e invidiosi, quando offrirà loro lauti rinfreschi. Il giorno dopo gli invitati correranno a farsi fare copia di quei preziosi manoscritti, e nella bottega del copista si sentirà risuonare solo il nome del barone (Stupiran, voi commerci aver coi dotti / di quanta è Italia, allor che ognuno inzuppa / i savoiardi entro il caffè biscotti.) 

Ma non basta! Occorre stabilire contatti a Parigi e a Londra, aggiungere corrispondenti all'esterno, nomi prestigiosi, e farsi spedire i loro libri. Il barone si incaricherà di ristamparli a sue spese, tradotti da altri nella nostra lingua. Tutti gli autori ambiscono infatti aver fama all'estero e gli stranieri sanno di poter contare sul favore dei lettori italiani, che li idolatrano. (Giunti, fateli poi girare intorno / fateli ristampar  per voi tradotti / di chi è di nostra e di lor lingue adorno.) L'Italia, tuttavia, decaduta dal suo primato europeo, non esporta più cultura, e il barone contraccambia i libri ricevuti dalla Francia e dall'Inghilterra con spedizioni di casse di vino e agrumi, le uniche merci nazionali ancora in grado di farsi apprezzare a Londra e Parigi.


Il risveglio del libertino, circondato da artisti e professori
di William Hogarth (1735)
Per il barone è giunta l'ora di fare sul serio, cioè di dare alla luce la sua intera produzione in versi! che ammonta a 80 sonetti, 6 canzoni, 4 egloghe e 40 madrigali. Per avere più valore la raccolta dovrà essere stampata non presso uno stampatore locale, cioè romano, ma a Firenze, con l'approvazione linguistica dell'Accademia Fiorentina. Il libro dovrà distinguersi come prodotto tipografico di qualità, curato nel formato, nella carta, nei caratteri, nell'impaginazione, nei fregi e nei rami, tra i quali spiccherà l'ovale con il profilo dell'autore, classicamente atteggiato (In un dodici grande e in carta fina / stampisi con caratteri d'argento / la poesia, che a un bel corsivo inchina.)

Stampato in non più di cento copie, affinché diventi subito raro, il libro del barone potrà prendere posto tra gli oggetti di pregio che sono ricercati, e tesaurizzati, dal "bel mondo". Il libro finirà sugli scaffali dei grandi signori ignoranti cui l'autore l'avrà donato, e da qui sarà prelevato solo per essere ostentato ai visitatori con la devozione che si deve alle sacre reliquie (O se il torrà, lo toccherà co' guanti, / ostentandolo altrui, come per grazia / le reliquie si mostrano de' Santi.)

A questo punto prende avvio il gioco del mercato, nel quale il barone è invitato a inserirsi allo scopo di pilotare a suo vantaggio le leggi della domanda e dell'offerta, che appaiono dunque truccate. A muovere i fili della macchina c'è anzitutto la forza dell'opinione: resosi raro e prezioso, il libro del barone diventa oggetto della ricerca affannosa delle "anime ansiose" di acquistarlo, ma nelle librerie non si trova, tranne l'unica copia che, non per caso, è in vendita all'insegna del Corvo (una libreria romana con sede in piazza Pasquino) al prezzo inarrivabile di "tre ducatoni". Il barone ne cede allora un esemplare al proprio confessore, che naturalmente si vanta in giro di averlo ottenuto "a buon patto". Da qui in avanti il libro non potrà scendere sotto tale soglia. Per evitare poi la concorrenza, il barone avrà provveduto a porre sul frontespizio "del papa il privilegio / e de' Prenci fra noi di prima classe."

Il libro del barone andrà incontro a una seconda edizione, da lui fatta fare di nascosto a Parigi, ma in sole cento copie: dirà, mentendo, che la tiratura è stata realizzata a sua insaputa. La stessa messa in scena si ripeterà l'anno successivo, quando, dopo quella di Parigi, ormai dimenticata, ne spunterà un'altra in Olanda. per realizzare queste edizioni non serve troppo denaro, ma occorre impiegarlo al momento giusto, avvalendosi, ad Amsterdam come a Lipsia o a Londra, dell'aiuto di qualche frate trafficone che si incarichi di seguire le operazioni di stampa (A far questo, o Baron, non van tesori; / basta spender a tempo, e in Amsterdam / un frate aver che a trafficar dimori.)

In questo modo il libro diventa un best-seller, e il successo ottenuto con le edizioni fintamente non autorizzate farà gonfiare di boria il barone. Alla fine delle sette satire il barone però si ravvederà: non gli importa più rimanere in Arcadia e di essere un sedicente poeta senza alcun talento. Ma il panorama editoriale che ci illustra Jacopo Martello esce davvero a pezzi dalle sue satire.

***
Senz'altro avrete riconosciuto tante, tantissime somiglianze di quel mondo, e quei meccanismi editoriali, con quelli dei giorni nostri. Come si comporterebbe il barone di Corvara con gli strumenti di oggi per acquisire fama e possibilmente soldi? Che consigli gli darebbe Pier Jacopo Martello?

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Fonte testo:
Il libro. Editoria e pratiche di lettura del Settecento di AA.VV.
Wikipedia per Accademia dell'Arcadia

Fonte immagini: Wikipedia

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ho in cantiere una trilogia di romanzi ambientati nel periodo della Rivoluzione Francese, ed è in corso la revisione del romanzo "Le regine di Gerusalemme". Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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