Blog su Letteratura, Storia e Arte in tutte le sue forme.

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ARAZZO DI BAYEUX, seconda metà dell'XI secolo

La conquista normanna dell'Inghilterra del 1066.

BERNABO' VISCONTI E LA SUA FAMIGLIA

Affresco a Santa Maria Novella, Firenze - secolo XIV.

VITA DI TRINCEA

Prima Guerra Mondiale (1914-1918).

sabato 21 ottobre 2017

Le opere d'arte, i romanzi e... i mezzi di trasporto / parte 1


Riprendo con questo post il filone dei "vasi comunicanti", che di recente ho un po' trascurato. Come sapete, sono stata travolta da alcuni progetti che sono giunti a cottura contemporaneamente, e quindi ho dovuto correre di qua e di là per regolare la fiamma sotto le pentole e assicurarmi che gli arrosti non bruciassero.

Dedico questo articolo al tema generale del viaggio, e a quello più particolare dei mezzi meccanici di locomozione. Il viaggio è una delle esperienze più belle che possa compiere un essere umano, e come tale ha un testimonial d'eccezione in Sant'Agostino: "Il mondo è un libro e chi non viaggia ne conosce solo una pagina". La meta del proprio viaggio non dev'essere posta in capo al mondo, ma può essere anche il viaggio da un quartiere all'altro - pensiamo soltanto all'opera di Joyce, Ulysses - o dalle immediate prossimità della propria casa, o addirittura dentro casa - e un eccellente esempio è il magico armadio di Lucy in Le Cronache di Narnia, per fare incontri altrettanto esotici e straordinari. Il viaggio può essere anche fatto con la mente e l'immaginazione, nel caso sia difficoltoso muoversi per motivi economici o di deambulazione.

Non è un caso che il tema sia stato molto trattato in letteratura, che è il primo veicolo per poter viaggiare senza sosta, e in modo economico se paragonato alle risorse di tempo, mezzi e denaro che spesso un viaggio comporta. La mia carrellata sarà comunque ben lungi dall'essere esaustiva, e potrete arricchirla e completarla con altri esempi a vostro piacere. L'articolo è diviso in due parti, che saranno pubblicate una di seguito all'altra, in quanto mi sono resa conto che sarebbe stato molto lungo. Come variante ho inserito anche l'abbinamento a una canzone e un film.

Inizio la mia rapida carrellata con il mezzo di trasporto che preferisco sopra tutti, ovvero:


Il treno

La bestia umana di Émile Zola (1890)

Ero convinta di aver letto almeno un romanzo sui treni, invece mi sbagliavo o la memoria mi faceva difetto. Ho dunque rimediato leggendo in ebook La bestia umana (titolo originale La Bête humaine), e ne sono rimasta folgorata perché. secondo me, è un autentico capolavoro. Si tratta di un romanzo pubblicato nel 1890, diciassettesimo del ciclo de I Rougon-Macquart. Ambientato tra Parigi e Le Havre nel mondo dei macchinisti, sorveglianti di passaggi a livello e dei capo stazione, il romanzo si avvale di un gran numero di personaggi mossi da pulsioni bestiali: essi soffrono di attacchi di violenza come il protagonista Roubaud, turbe psichiche come il desiderio inconsulto di uccidere nel caso di Jacques Lantier, macchinista del direttissimo Parigi-Le Havre o come Flore, ragazza solitaria, selvaggia e forzuta, addetta alla vigilanza del passaggio a livello. Le donne sono quasi sempre vittime in questo romanzo narrato con stile crudo e asciutto, come Séverine Aubry, moglie di Roubaud, picchiata dal marito o, nella sua infanzia, soggetto di inenarrabili abusi. Deus ex-machina è il presidente Grandmorin, membro del consiglio di amministrazione della Compagnia, individuo che, nel corso della narrazione, si rivela come un autentico verminaio ambulante.

Il romanzo è ambientato all'epoca del secondo impero di Napoleone III, ed è narrato secondo le regole del Naturalismo francese, descrivendo la natura umana con l'occhio obiettivo di un entomologo senza gli orpelli e i sentimentalismo dei Romantici. Anche gli ambienti tristi e squallidi concorrono a rendere desolata l'atmosfera del romanzo, e ad accentuare tematiche come quella dell'alcolismo, della violenza e della follia omicida. A parte le magistrali descrizioni ambientali, molto interessante è anche il lavorio della mente dei protagonisti, specialmente quando meditano di compiere un delitto, e delle giustificazioni che trovano per commetterlo. Simbolo del progresso industriale e nella potenza dei nuovi mezzi di trasporto, il treno spesso diventa un vero e proprio personaggio, anzi, una persona in carne e ossa come nel caso della locomotiva Lison guidata da Jacques Lantier che per lei nutre un autentico affetto.


Il treno nella neve di Claude Monet (1875) 

Nello stralcio che vi propongo, dell'iniziale capitolo, i Roubaud sono affacciati alla finestra del fabbricato della Compagnia dell'Ovest, in una stazione periferica di Parigi, e assistono all'andirivieni dei treni. Questo è il primo incontro del lettore con l'ambiente d'elezione in cui si muovono i personaggi:

Sotto di loro le piccole locomotive di manovra andavano e venivano senza sosta; si avvertiva appena quando si mettevano in moto, come buone massaie attive e prudenti, le ruote ronzanti, il fischio discreto. Una di esse passò, disparve sotto il pont de l'Europe, convogliando al deposito le vetture staccate da un treno di Trouville; oltre il ponte, sfiorò un'altra locomotiva uscita tutta sola dal deposito, passeggiatrice solitaria luccicante di acciaio e di ottone, fresca e gagliarda, pronta al viaggio. Questa si fermò, chiese con due brevi fischi via libera allo scambista, e quasi subito fu inoltrata verso il suo treno già formato lungo la banchina sotto la pensilina delle grandi linee. Era il treno delle quattro e venticinque per Dieppe. Una folla di viaggiatori si affrettava, si sentiva il rotolio dei carretti carichi di bagagli, alcuni uomini trasportavano nelle vetture gli apparecchi metallici con l'acqua calda. Ma la locomotiva e il carro scorta avevano raggiunto il bagagliaio con un urto sordo, e si vide il capo manovratore stringere da solo il gancio di trazione fra i respingenti. Verso Batignolles il cielo s'era oscurato; una cenere crepuscolare, inghiottendo i caseggiati, sembrava già effondersi sul ventaglio spiegato dei binari, mentre lontano, in quel trascolorare, si incrociavano senza sosta le partenze e gli arrivi della "banlieu" e della Ceinture. Oltre la cupa distesa dei mercati coperti, su Parigi abbuiata fluttuavano brandelli di fumi rossastri.

La canzone: Il treno di Riccardo Cocciante (1979)
Il film: La ragazza del treno (2016) diretto da Tate Taylor

La moto

Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta 
di Robert M. Pirsig 

"Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di una calcolatrice o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore." Questo pensiero è il cuore del libro di Robert M. Pirsig del 1974. È una sorta di autobiografia di un viaggio (a metà fra il reale e il metaforico) in cui l'autore e il figlio Chris attraversano in motocicletta gli Stati Uniti dal Minnesota alla California. Il racconto, ricco di descrizioni particolareggiate di visioni e paesaggi, è intercalato da digressioni di carattere filosofico. Il protagonista è impegnato anche nella assidua ricerca del proprio io primitivo, Fedro, quella parte della sua personalità che lo aveva già condotto in precedenza sull'orlo della follia e che durante il viaggio preme prepotentemente per riemergere. Nel romanzo il senso della ricerca fa da carburante allo spostamento fisico e a quello interiore, e meta ultima è la Qualità che tutti noi perennemente ricerchiamo.


Autoritratto con la motocicletta di Antonio Ligabue

Ecco un passaggio del libro a poche pagine dall'inizio, che spiega che cosa significa inforcare una motocicletta e compiere un viaggio come centauro:
"Se fai le vacanze in motocicletta le cose assumono un aspetto completamente diverso. In macchina dei sempre in un abitacolo; ci sei abituato e non ti rendi conto che tutto quello che vedi da quel finestrino non è che una dose supplementare di TV. Sei un osservatore passivo e il paesaggio ti scorre accanto noiosissimo dentro una cornice.
In moto la cornice non c'è più. Hai un contatto completo con ogni cosa. Non sei più uno spettatore, sei nella scena, e la sensazione di presenza è travolgente. È incredibile quel cemento che sibila a dieci centimetri dal tuo piede, lo stesso su cui cammini, ed è proprio lì, così sfuocato eppure così vicino che col piede puoi toccarlo quando vuoi - un'esperienza che non si allontana mai dalla coscienza immediata." 
Quando lo lessi molti anni fa, trovai il romanzo molto gradevole, ma inutilmente lungo in alcuni passaggi descrittivi e soprattutto pesante per l'insistenza dell'autore sul suo pensiero filosofico e sulla sua personale visione del mondo. Con tutta probabilità concorreva ad accentuare il mio senso di insofferenza il mio scarso amore per i mezzi meccanici! Proprio di recente ho saputo che il blogger Ivano Landi lo aveva letto, e quindi sono curiosa di avere il suo commento su questo libro in particolare.

La canzone: Motocicletta di Lucio Battisti (1970)
Il film: Easy rider diretto e interpretato da Dennis Hopper (1969)



L'automobile

Sulla strada di Jack Kerouac

L'autore di questo romanzo celeberrimo sarebbe in totale disaccordo con il precedente, in quanto la protagonista assoluta di Sulla strada è proprio l'automobile. Si tratta di un romanzo autobiografico, scritto nel 1951 e basato dall'autore su una serie di viaggi in automobile attraverso gli Stati Uniti, in parte con il suo amico Neal Cassady e in parte in autostop. Pieni di ansia di vita, Dean e Sal (Ned Cassidy) si mettono in viaggio sule interminabili highway dell'America e del Messico, compiendo una serie di esperienze e di incontri impattanti. L'opera è anche un romanzo sull'amicizia, sulla libertà. sulla fuga dalla noia e dalla morte, sulla rivolta nei riguardi delle convenzioni sociali, sul bisogno di scoprire il mondo e se stessi attraverso il contatto con la vita reale. 


Great old gas stations 
Pubblicato per la prima volta il 5 settembre 1957, il libro divenne in seguito un testo di riferimento, quasi un manifesto, a ispirazione della cosiddetta Beat Generation. Non a torto, Sulla strada  è considerato uno dei più grandi romanzi del XX secolo e inserito a buon diritto nelle antologie letterarie di lingua anglosassone.

Ecco uno stralcio su come Dean interpreta il suo pazzo rapporto con l'automobile come custode di parcheggi, diventando quasi un tutt'uno con il mezzo meccanico:
"Il più fantastico custode di posteggi al mondo, capace di far fare marcia indietro a una macchina a settanta chilometri l'ora in una strettoia inverosimile fermandosi al muro, balzare fuori, correre in mezzo ai parafanghi, saltare su un'altra macchina, farla girare in tondo a ottanta chilometri l'ora in uno spazio ristretto, indietreggiare di volata in un posticino invisibile, vamm, bloccare la macchina col freno a mano così che si poteva vederla rimbalzare mentre lui schizzava fuori; poi sparire nel gabbiotto dei biglietti, scattando come un asso del podismo, porgere un biglietto, saltare dentro a una macchina sopraggiunta prima che il proprietario ne fosse completamente uscito, scivolargli letteralmente d sotto mentre quello sta uscendo, avviare la macchina con lo sportello aperto che sbatte e partire rombando verso il punto libero più vicino, una giravolta, infilarcisi rapido, frenare, fuori, via; e così senza soste otto ore ogni notte, nelle ore di punta serali e in quelle dopo il teatro, in pantaloni bisunti color vino e con una sdrucita giacchetta orlata di pelo e logore scarpe ciabattanti."
Avete visto? È un'unica, lunghissima frase separata da un unico punto e virgola, e costellata da virgole che sembrano assecondare il ritmo dei movimenti convulsi e frenetici di Dean. Alla faccia di tutte le regole di scrittura di scrittura creativa e degli amanti della frase a singhiozzo ("Si fermò. Pensò. Si riavviò. ...").

La canzone: Torpedo Blu di Giorgio Gaber (1968)
Il film: Il sorpasso di Dino Risi (1962)

***

Alla prossima con il secondo e ultimo appuntamento con i mezzi di trasporto. Che cosa ne pensate dei miei abbinamenti, vi vengono in mente altri romanzi, canzoni o film?

***
Fonti testi:


  • La bestia umana di Émile Zola - edizione BUR
  • Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta di Robert M. Pirsig - Adelphi
  • Sulla strada di Jack Kerouac - Oscar Mondadori

Immagine di apertura: Pixabay

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sabato 14 ottobre 2017

Il Caffè della Rivoluzione: Quando i patrioti usavano il "tu" / 31





Eccoci di nuovo insieme a prendere un buon caffè, stavolta il sabato mattina in tutta tranquillità nel  Caffè che spalanca i suoi battenti per noi. Oggi vorrei introdurre l'argomento di questo post con un aneddoto. Quando mio marito s'imbatte in uno sconosciuto (commessi nei negozi, per la maggior parte), che gli si rivolgono con un "Ciao" e dandogli subito del "tu", borbotta sempre in separata sede: "Ma abbiamo mangiato gli gnocchi insieme?" L'altra variante milanese prevede l'uso del risotto, però il concetto è il medesimo: il fastidio per una persona che gli si rivolge con eccessiva familiarità, cosa che lui non farebbe mai specialmente nei confronti di una persona che ha, magari, i capelli bianchi.


Questo esempio mi serve appunto per presentare l'argomento del post, e cioè, il fatto che dopo almeno un secolo di eccessive smancerie, inchini e salamelecchi vari, la rivoluzione propone, o meglio impone, l'uso del "tu" politico. Basta anche con "monsieur", "madame", "très haut et très puissant seigneur" e altri titoli altisonanti! Il vero appellativo è "cittadino" che sostituisce il termine "suddito", e che livella tutti in una società che sia davvero democratica. Nel mese di dicembre 1792 un oratore fa osservare, inoltre, che la parola "voi" è contro il diritto e l'eguaglianza; questa parola è stata usata solo per sostenere i diritti dell'aristocrazia e marcare la differenza tra l'inferiore e il superiore. Com'è ovvio, il contadino si rivolge infatti al suo signore dandogli del "voi", mentre il feudatario dà del "tu" al suo sottoposto, spesso accompagnato da un calcio nel posteriore.

Sul giornale Rèpublicain del 15 brumaio dell'anno II (5 novembre 1793), così si giustifica l'uso del tu:

Senza ripetere il luogo comune che uno è uno solo e non richiede il plurale quando gli si rivolge la parola, chiedo alle persone che tengono a mostrare rispetto per i loro simili se dicendo "io ti onoro, Bruto" il mio rispetto per Bruto non è energico più che se gli parlassi al plurale, perché dicendo voi associo l'immaginazione a qualcun altro. E chi associare a Bruto? Bisogna dunque dare del tu ai propri simili proprio per rispetto. Nei secoli dell'errore che abbiamo appena lasciato esisteva solo l'amicizia repubblicana perché l'amicizia è libera e l'amicizia usava il tu. Un'amicizia è una grande società di amici e in essa bisogna darsi del tu.

Retorica a parte, c'è della verità nel passaggio che vi ho riportato. In lingua latina, e quindi nella cultura classica cui i rivoluzionari s'ispirano di continuo, il "voi" (o il "lei") non esiste, ad esempio. Il saggio La vita quotidiana in Francia ai tempi della Rivoluzione  di Jean-Paul Bertaud c'informa che il "tu" doveva essere usato, almeno nella vita pubblica, fino al 1795 e scompare dopo il moto di pratile quando si affievolisce  la spinta egualitaria.


I tre ordini sociali prima della rivoluzione:
 Alto Clero, Nobiltà e Terzo Stato (1789).

Nello stesso modo, la livella democratica bandisce espressioni come "ho l'onore" o "mi farà l'onore" o "sono, signore, il suo umilissimo e obbedientissimo servitore". Ci si saluta in pubblico e si firmano le lettere con "il tuo concittadino", "il tuo amico", "il tuo compagno". Non bisogna nemmeno togliersi il cappello davanti a un concittadino, perché in questo modo si rinnova l'antico gesto del dominato di fronte al dominatore. E alcuni vogliono bandire anche l'abitudine alle riverenze, e addirittura far partire il computo del nuovo anno dal 14 luglio, data della presa della Bastiglia e festa nazionale.

Come sempre, quello che nasce con un intento lodevole finisce con l'essere un'ulteriore imposizione, perché ci vuole molta memoria non solo nel rammentare i nuovi mesi e la scansione dei giorni nel calendario rivoluzionario (ne ho parlato qui, nel post "Un calendario da mal di testa"), ma anche per assuefarsi a questi nuovi dogmi di comportamento.

***

Anche a voi dà fastidio l'eccessiva disinvoltura, specialmente nei confronti di una persona più anziana, o magari di un immigrato,  oppure considerate certe espressioni un inutile formalismo?

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Fonte testo:
  • La vita quotidiana in Francia ai tempi della Rivoluzione di Jean-Paul Bertaud 

Fonti immagini:



  • Il costume da sanculotto di Louis-Léopold Boilly, XVIII sec. - dipinto a olio
  • I tre ordini sociali prima della rivoluzione: Alto Clero, Nobiltà e Terzo Stato (1789) - stampa.
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sabato 7 ottobre 2017

"Non è mai troppo tardi": il mio progetto Top Secret svelato!



Alcuni di voi sono troppo giovani per ricordarlo, e persino io ero molto piccola all'epoca, ma negli anni '60 la Rai trasmetteva una seguitissima trasmissione televisiva dal titolo Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell'adulto analfabeta. Il programma era condotto dal maestro e pedagogo Alberto Manzi, che bisognerebbe proporre alla Chiesa per la beatificazione: infatti era un Don Milani laico, e la sua trasmissione aveva il fine di insegnare a leggere e a scrivere agli italiani che non ne erano ancora in grado pur avendo superato l'età scolare. Le classi erano formate da adulti analfabeti, nelle quali venivano utilizzate le tecniche di insegnamento moderne, oggi potremmo dire "multimediali", giacché si servivano di filmati, supporti audio, dimostrazioni pratiche, nonché della mano del maestro Manzi che, con rapidi tratti di carboncino, disegnava schizzi e bozzetti su una lavagna a grandi fogli.

Beh, vi starete chiedendo, che cosa c'entra la trasmissione dei lontani anni '60 con il progetto Top Secret? Ebbene, abbiate ancora un attimo di pazienza e vi svelerò l'arcano, anche perché è un progetto cui sono addietro da mesi e che a un certo punto ha assunto le connotazioni di un thriller, con colpi di scena ogni giorno, per cui mi sembrava di essere finita su un ottovolante.

Chi ha letto i miei due post autobiografici ("Confessioni di una scrittrice per hobby" e "I miei anni '80, ovvero un'anima divisa in due") sa che dopo il liceo linguistico rinunciai ad andare all'università per rendermi indipendente. Frequentare l'università avrebbe significato senz'altro iscrivermi a una facoltà umanistica, come Lettere o Lingue, con il rischio di andare a insegnare. Parlo di rischio, condiviso con i miei ipotetici futuri allievi, perché affrontare una classe di venti o più soggetti non è nelle mie corde. Non ho la vocazione dell'insegnante: mi ritengo una persona paziente, ma non con i grandi gruppi. Come vi ho spiegato nei due post, per i miei genitori fu una grande delusione, ma non ho mai rimpianto questa scelta.

Però questa voglia di studiare, e di frequentare l'ambiente universitario, mi è sempre rimasta, e lentamente ha cominciato a rigerminare nella mia testa poco tempo fa, anche grazie ai discorsi di mio figlio Stefano, studente universitario. Ho cominciato quindi a cercare, per curiosità e quasi per gioco, quello che faceva per me, navigando sui siti delle università di Milano. All'inizio ero orientata su Psicologia, poi ho avuto una folgorazione: perché non Storia, che mi piace così tanto? Ho puntato la mia attenzione sull'Università Statale di Milano, che ha proprio la specifica Facoltà di Storia, ho visto il programma dei corsi e me ne sono subito innamorata.

Mi sono informata sulle date degli Open Day, pensando di presenziare anche a quelli di altre università, poi ho visto che Storia era solo in Statale; e quindi mi sono detta: "O Storia o niente" prendendo a prestito la frase del Valentino: "Aut Caesar aut nihil!" "O Cesare o niente!"

Così, il giorno 20 maggio, piena di curiosità, sono andata all'Open Day con un accompagnatore d'eccezione... proprio mio figlio Stefano. Dovete sapere, infatti, che mio figlio frequenta la facoltà di Economia; ma ha sempre detto che, se proprio avesse voluto iscriversi a una facoltà di suo pieno gradimento, avrebbe scelto la laurea magistrale in Storia contemporanea. Quindi mi ha accompagnato sia a richiedere informazioni ai gazebo, collocati tutt'attorno al grande cortile dell'università sia alla presentazione in sala conferenze, dal titolo I mestieri dello storico: fonti, metodi, linguaggi.

Confesso che ero un po' imbarazzata vista la mia età vetusta, ma con mia grande sorpresa nel pubblico c'erano altre aspiranti matricole persino più datate della sottoscritta. La presentazione mi ha entusiasmato, e l'ambiente un po' barricadero della Statale ha risvegliato la rivoluzionaria che sonnecchia in me. Durante la presentazione, tra l'altro, ho appreso che la Biblioteca di Scienze della storia e della documentazione storica ha una documentazione, sia online sia cartacea, a dir poco gigantesca. Al ritorno dalla nostra spedizione, il figlio mi ha persino gratificato con un "Sono stato contento di essere venuto," al che mi è venuto un leggero senso di vertigine e sono quasi caduta dal marciapiede. Mi sono detta: "Adesso fa piovere," e in effetti a casa siamo stati accolti con un nuvolone rombante.

Lo scopo della mia immatricolazione alla facoltà naturalmente non deriva dalla necessità di prendere una laurea, ma di approfondire un argomento che mi appassiona e che tra l'altro costituisce la materia di base dei miei romanzi. Tutto questo prima che inizi l'inevitabile fase del rimbambimento senile. Ha uno scopo culturale, in altre parole.

Ma... come spesso accade nelle cose della vita, a un certo punto si è parato davanti un ostacolo.

Già prima dell'Open Day voci di corridoio e di giornale sussurravano che l'università, nella persona del rettore, aveva in mente di mettere il numero chiuso anche alle facoltà umanistiche; ovvero, come già avviene per le discipline tecniche e scientifiche, di obbligare le future matricole a sostenere un test d'ingresso per attuare una selezione. Già prima di questo c'era l'obbligo di sostenere un esame di autovalutazione per coloro che, come me, erano usciti dalla scuola superiore con un voto basso, il cui esito non era vincolante per l'iscrizione ma soltanto indicativo delle eventuali lacune.

Immediatamente gli studenti hanno cominciato a entrare in agitazione (e io con loro, ma in altro senso). Non mi perdevo un telegiornale regionale e nemmeno un articolo sui quotidiani. L'agitazione ha raggiunto i massimi livelli quando il senato accademico, spaccato in due, ha votato l'introduzione ai test. Prima della pausa di agosto, dunque, i test erano stati stabiliti e, anzi, si consigliava l'iscrizione a più d'uno per avere maggiori possibilità d'ingresso.

Non appena si sono aperte le iscrizioni, mi sono iscritta a Scienze dei Beni Culturali e, com'è ovvio, a Storia. Il primo si sarebbe tenuto lunedì 4 settembre e il secondo lunedì l'11 settembre. A questo punto ho cominciato a cercare nel sito se vi fossero delle simulazioni di test... ma, essendo una novità, non c'era nulla a parte un simulazione per l'accesso alla facoltà di Lingue. Ho trovato dunque delle simulazioni per concorsi pubblici che ho cominciato a fare con risultati alterni: o passavo a pieni voti con emoticon solari e il pollice alzato o la catastrofe era assoluta con emoticon disgustati. C'è da dire anche che si trattava di simulazioni con quesiti meramente nozionistici, ad esempio non c'era la comprensione di un testo che è invece parte importante di un test per accesso universitario.

Comunque ho capito che avrei dovuto mettermi a ripassare di gran carriera, dato che quello che avevo appreso risaliva ormai alla cosiddetta notte dei tempi e che sono consapevole della mia fallace memoria sulle date. Ho ordinato un Compendio di Storia dalle Origini all'Età Contemporanea e nel mese di agosto mi sono buttata nel ripasso delle 600 e passa pagine scritte in caratteri minuscoli (che equivale a 1200, in buona sostanza). La cosa curiosa è che riaffioravano i ricordi dalle nebbie, che mi strappavano delle esclamazioni di stupore: oh, sì, certo! L'età del ferro, Silla, Claudio, la caduta dell'Impero, le invasioni dei Visigoti, le guerre gotico-bizantine, i Pipinidi, e poi il Medioevo con i Comuni italiani, la Guerra dei Cent'anni, la Riforma e la Controriforma, la Guerra di Successione... Sospiravo di contentezza, ma anche di preoccupazione.

Nel frattempo mi dicevo di non farmi troppe illusioni perché mai e poi mai sarei riuscita a passare i test (e in quest'ultimo caso mi sarei dovuta sentire pure in colpa perché avrei portato via il posto a un giovane). Congiuravano contro di me alcuni fattori fondamentali: ero uscita alla maturità con un voto molto basso (40/60) che avrebbe fatto media, e avevo l'età dei datteri (nel terzo punto del bando c'era scritto che in graduatoria si sarebbe privilegiata una più giovane età anagrafica).

Gli studenti frattanto avevano deciso di portare il caso davanti al tribunale, nello specifico davanti al Tar del Lazio ed erano decisi ad andare avanti fino a conseguire la vittoria nelle aule giudiziarie. Seguivo la questione pressoché quotidianamente, e venivo ad apprendere tra l'altro che il numero degli iscritti ai test era esorbitante per la facoltà di Lingue, ma persino inferiore ai posti disponibili per Storia. Speravo dunque in un posticino per me, mentre le date dei test campeggiavano a caratteri cubitali sulla mia agenda e sul calendario, finché...

...finché una sera è accaduto il miracolo.

Evidentemente il 2017 è proprio l'anno dello Scorpione, non c'è dubbio alcuno. Ero nel bagno a lavarmi i denti quando mio figlio arriva di gran carriera, gridando: "Vieni subito a vedere!". Esco correndo, con la bocca piena di schiuma, e mi arresto sbalordita davanti allo schermo del computer con le ultime notizie che riportavano la vittoria degli studenti: il Tar del Lazio dava loro ragione! Non dovevo più fare i test, tutto questo un paio di giorni prima della fatidica data del 4 settembre, quando avevo già studiato il percorso per andare in via Noto, che per me è in capo al mondo. Sul filo del rasoio. Ho fatto un grande sorriso con la bocca piena di dentifricio... Il giorno dopo mi arriva la comunicazione dalla segreteria degli studenti che non dovevo presentarmi né all'uno né all'altro, in quanto erano sospesi. Attenzione, sospesi ma non annullati!

Non era ancora finita, perché nei giorni successivi si aspettava ansiosamente il responso dell'università che aveva annunciato l'intenzione di fare ricorso. Responso che si è fatto attendere, ma che è stato di nuovo favorevole: i test previsti per le facoltà umanistiche erano definitivamente annullati in quanto non si sarebbe riusciti a garantire la regolare apertura dell'anno accademico (la risposta al ricorso sarebbe pervenuta addirittura nel febbraio del prossimo anno). I soldi spesi per iscriversi ai test sarebbero stati rimborsati.


URRAH!!!

Dunque ho fatto le foto tesserami sono iscritta immediatamente prima di altri ripensamenti. Ora ho il mio numero di matricola, e il 22 settembre ho anche partecipato all'incontro di presentazione del corso di Storia. Sono stata di nuovo rassicurata sulla presenza di numerosi, arzilli vecchietti persino oltre la mia età... magari alla seconda laurea o, come me, decisi a sfruttare la loro materia grigia prima dell'inevitabile declino delle funzioni neuronali. Mi sembra di sognare! Ora ho costruito il mio calendario di corsi/esami del primo semestre, e ho ordinato i libri necessari. Sto già studiando e ho presenziato ad alcune lezioni su "Metodologia degli studi storici" e "Geografia urbana". Farò le cose con calma, e senza stress ulteriori, tanto nessuno mi corre dietro; anche perché sarò una "non frequentante", e di conseguenza ho un numero di libri aggiuntivi su cui studiare.

In qualunque modo voi la pensiate sulla faccenda dei test d'ingresso, io sono, com'è ovvio, contentissima di come siano andate le cose: ormai ho avuto accesso all'università e non riusciranno a buttarmi fuori tanto facilmente.

***

Vi è piaciuta la mia sorpresa sul progetto Top Secret? Lo sapevano in pochissimi. :)

***

Fonti immagini:
1a immagine: Wikipedia
2a immagine: Wikipedia
3a immagine: Ansa
4a immagine: Wikimedia


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mercoledì 4 ottobre 2017

Che cosa accadrà a questo blog...


Dopo il passaggio del ciclone-Bernabò Visconti con i quattro guest post apparsi su Drama Queen, ho raccolto i resti del festino o, per meglio dire, banchetto: ho raccattato le ossa spolpate dai cani da sotto il tavolo, sparecchiato e lavato bicchieri, posate e piatti, dato gli avanzi alle galline e ai maiali, passato lo straccio sui mobili e la scopa sul pavimento. Ho aerato i locali, gettato via i fiori ormai appassiti e soprattutto acceso dei bastoncini di essenze per cacciare l'odore di zolfo che messer Bernabò ha lasciato al suo passaggio; inoltre ho collocato del sale grosso in una scodella per assorbire eventuali negatività...

Con tutto questo, oggi avrebbe dovuto esserci il post su Il Caffè della Rivoluzione. Invece non c'è (anche se è pronto). Ma verrà pubblicato ben presto - non dubitate. Inoltre il mio progetto Top Secret è andato felicemente in porto, e quindi nella prossima puntata vi rivelerò di che cosa si tratta. Ho taciuto più che altro per scaramanzia, e anche perché la situazione era così incerta da cambiare di giorno in giorno, proprio come una sostanza instabile nel laboratorio di un alchimista.

In seguito al compimento del progetto, ci saranno parecchie novità, inclusi cambiamenti nel calendario di pubblicazione di questo blog. Comincio con l'anticiparvi che dovrò ritornare alla consueta pubblicazione settimanale del solo sabato, cioè una volta alla settimana. Troverete sempre le serie che voi ben conoscete, come "i vasi comunicanti", o quelle sugli animali, o le "interviste di Storia", e anche la rubrica rivoluzionaria... vorrà dire che prenderemo il caffè tutti insieme il sabato anziché il mercoledì! Sarà comunque un bell'appuntamento, soprattutto per me, cui cercherò di non mancare.

Spero di essere riuscita a incuriosirvi a sufficienza. Nell'attesa, potete sbizzarrirvi con le vostre congetture, se volete (chi sa, ovviamente rimanga muto come un pesce, altrimenti non è valido)! Per sapere se ci avete azzeccato, ci ritroviamo su questi schermi


sabato 7 ottobre

A presto. :-)


Mattheus van Helmont, L'Alchimista, XVII secolo


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sabato 30 settembre 2017

Guest post 4 - Il Diavolo nella Torre - La nascita di un testo teatrale



E così siamo arrivati in fondo al racconto della genesi de Il Diavolo nella Torre! Con l'ultimo post entriamo nel vivo della scrittura, cioè l'argomento che ci interessa e ci entusiasma di più.



Nella stesura di un dramma storico, il lavoro preparatorio, quello che porta via moltissimo tempo, è comunque cruciale. Per questo è stato importante anche parlarvi della Fase 1 (i modelli di riferimento) e della Fase 2 (la documentazione).

Ma non rubo altro tempo, in quanto messere già scalpita perché non vede l'ora che si torni a parlare di lui... Uffa, che uomo vanesio e incontentabile! Questo è il link all'articolo dal titolo La nascita di un testo teatrale che vi porterà come sempre al blog Drama Queen di Elisa Elena Carollo.

Mi auguro che abbiate gradito il nostro "speciale" e vi invito anche a visionare il link all'originale Trailer della replica del 9 settembre, preparato da Silvia Fea Ferrari attrice di Teatrok.


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mercoledì 27 settembre 2017

Guest post 3 - Il Diavolo nella Torre - L’immane lavoro della documentazione storica


Rieccomi con la penultima puntata della mia rassegna dedicata alla genesi de Il Diavolo nella Torre! 

Nello scorso post (qui il link) apparso sul blog Drama Queen di Elisa Elena Carollo mi sono soffermata sulla Fase 1 dell’elaborazione di un copione, che consiste in buona sostanza nella lettura e nello studio di alcuni grandi testi di riferimento

In questa terza parte proseguiamo nel lavoro preparatorio con la Fase 2, cioè la documentazione storica necessaria per scrivere qualsivoglia testo in un periodo collocato nel passato, e per testo intendo anche romanzo o racconto. 


Chi si diletta nel genere storico conosce perfettamente la materia del contendere. Siccome ci occupiamo di copioni teatrali, la difficoltà si fa ancora maggiore, perché occorre unire la precisione delle informazioni storiche con l'immediatezza e la dinamicità di una rappresentazione su palcoscenico.

... E non è per nulla facile! Per saperne di più, ecco il link per accedere al blog di Elisa.

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sabato 23 settembre 2017

Guest post 2 Il Diavolo nella Torre - I modelli di riferimento



Buongiorno!

Nel primo post apparso sul blog Drama Queen (qui il link) vi ho raccontato delle circostanze che mi hanno portato a scrivere il copione per il teatro Il Diavolo nella Torre, a causa della vera e propria irruzione di un personaggio storico che mi ha scombinato progetti di scrittura, scalette di post e chi più ne ha più ne metta: il crudele, imprevedibile e affascinante 


Bernabò Visconti.





In questo secondo post prendo in considerazione l'impegnativa fase della documentazione, cominciando a parlare dei modelli di riferimento: i grandi autori di drammi storici


Esattamente come uno scrittore di romanzi ambientati in epoche passate non può prescindere dall'essere un vorace lettore di libri, un autore di copioni teatrali dovrebbe avere dei modelli di riferimento, pur senza la presunzione di eguagliare quegli esempi inarrivabili. 

Per saperne di più, ecco il link che fa per voi! Buona lettura!


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mercoledì 20 settembre 2017

Guest post 1 Il Diavolo nella Torre - Un personaggio magnifico... e una vera persecuzione


Carissimi,

da oggi sul blog Drama Queen di Elisa Elena Carollo parte "lo speciale" di metà settembre dedicato alla genesi de


Il Diavolo nella Torre

cioè la sorpresa che vi avevamo promesso in occasione della replica del 9 settembre.


Questo primo articolo è dedicato al mio incontro con Bernabò Visconti, e soprattutto ai metodi con cui quel terribile uomo mi ha "convinta" a mettermi all'opera sul copione a lui dedicato.

Nell'articolo sono nominati a buon diritto: Mauro Enrico Soldi dell'Associazione Italia Medievale, Antonio Migliozzi orafo di gioielleria ispirata ai Longobardi e Claudio Settembrini regista dello spettacolo.

Siete curiosi? Cliccate al seguente link e ne leggerete delle belle! 

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sabato 16 settembre 2017

Art Over Covers: le copertine dei romanzi e i loro segreti




Il sito Art Over Covers, particolarmente dedicato alle copertine di dischi, alle locandine cinematografiche e ai nomi delle band, offre l'opportunità agli scrittori di presentare la copertina del proprio romanzo o dei propri romanzi oppure segnalarne una particolarmente interessante! L'iniziativa è già stata segnalata sul blog  Anima di Carta di Maria Teresa Steri, ma, siccome ha cominciato a prendere piede nei mesi a ridosso delle vacanze, attingiamo dalla saggezza dei latini e diciamo: repetita iuvant!

Ricordo quindi che la presentazione per Art Over Covers non si traduce in una sinossi, quanto in un esame dei dettagli grafici e visivi della copertina, come ad esempio la composizione, le geometrie, i colori usati, i simboli e i rimandi, svelando il messaggio che avete voluto veicolare o le emozioni che avete voluto trasmettere. Tutti sanno che la copertina è di capitale importanza, per cui possiamo avere scritto il libro più bello del mondo, ma se la confezione è misera non avrà l'attenzione che merita.Tra l'altro non è per niente facile concentrarsi nel descrivere gli aspetti visivi della copertina, avendo bene in mente la trama del romanzo in quanto, come autori, si tende sempre a riproporre la sinossi o altri elementi narrativi. Nella descrizione delle tre copertine ho svelato anche alcuni piccoli segreti che le stesse nascondono.

Ho voluto radunare i link alle descrizioni delle mie copertine qui sul blog, per riproporvele in un'ideale carrellata e averle anche nell'archivio. Potete dunque leggere ciascuna presentazione, cliccando sul titolo che porta al link:

Libro II - Le Strade dei Pellegrini

“Le Strade Dei Pellegrini” è il secondo romanzo appartenente al ciclo “La Colomba e i Leoni” ambientato nel periodo della Prima Crociata. Mentre le vicende del primo romanzo si svolgevano nel mondo musulmano del secolo XI, qui la storia si sviluppa sulle strade della cristianità...






Il Pittore degli Angeli

“Il Pittore degli Angeli” è un romanzo storico ambientato nella sontuosa Venezia del 1560, e ha tra i suoi protagonisti il celebre pittore Tiziano Vecellio ormai ottantenne. All'inizio del romanzo lo spregiudicato maestro sta aspettando la visita di un misterioso pittore appena giunto a Venezia, Lorenzo, soprannominato “il pittore degli angeli” per la bravura con cui dipinge gli esseri angelici...




The Painter of Angels

La copertina è molto diversa dalla versione italiana, in quanto concepita per arrivare a veicolare il contenuto a un mercato anglosassone. Per questo motivo è stata scelta un’immagine fotografica di Venezia, che è città universalmente conosciuta in alcuni luoghi e monumenti-simbolo...




Volete far conoscere la copertina del vostro libro? Inviate una mail a Sara “Shifter” Pellucchi all’indirizzo artovercovers@gmail.com allegando l’immagine con grandezza minima 600 x 600 pixel. Ogni dieci giorni verrà inserita una copertina diversa, si accettano richieste!

L'iniziativa è gratuita, è soltanto richiesta la condivisione sui social o sul proprio blog se l'autore ne ha uno. Particolarmente gradito è il “mi piace” sulla pagina facebook di Art Over Covers: www.facebook.com/artovercovers Il sito offre anche molte approfondite descrizioni di locandine cinematografiche e copertine di album delle varie band, che offriranno molti spunti interessanti a chiunque di noi ami le immagini.

***

Come avete ideato e costruito la copertina dei vostri romanzi? Che cosa avete voluto trasmettere? Vi ricordo che nel commento potete ora inserirne anche l'url all'immagine! :)


***

Fonte immagine iniziale: 
Pixabay


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martedì 12 settembre 2017

Recensione dello spettacolo "Il Diavolo nella Torre" sul blog Drama Queen






Udite, udite, o sudditi di Milano, dei paesi vicini e circonvicini, 
e di tutto l'italico regno! 


Oggi sul blog Drama Queen di Elisa Elena Carollo 
la recensione dello spettacolo teatrale 

Il Diavolo nella Torre

la cui replica si è svolta il giorno 9 settembre. 

Sono molto contenta di ciò che Elisa ha scritto: tenevo in modo particolare alla sua opinione, essendo titolare di un blog sul teatro e recitando lei stessa. 

Orbene, la sua recensione ha superato tutte le mie più rosee aspettative... e una menzione speciale va a Dave Coal, magistrale interprete di messere Bernabò Visconti!

Qui il link al suo articolo e... buona lettura!



Tutti i personaggi dello spettacolo, partendo da sinistra:
Gian Galeazzo Visconti, una domestica, il medico e astrologo di corte soprannominato il Medicina,
Ambrogiola da Marignano, il primo legato papale, Bernabò Visconti, il secondo legato papale,
Caterinuzza figlia di Ambrogiola, il fantasma, Maffiolo da Pandino,
Giovannola da Montebretto, un armigero.


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sabato 9 settembre 2017

"Ogni famiglia infelice è infelice a suo modo": la famiglia nella letteratura, nei film e nei fumetti



Many happy returns of the day di W.P. Frith (1856)

La famiglia, croce e delizia di ogni essere umano che non sia venuto al mondo su un'isola, perdendo subito i genitori e rimanendo solo... Come nel famoso incipit di Anna Karenina, che ho inserito parzialmente nel titolo di questo post, appartenente alla serie tematica che ha alcuni punti di contatto con "i vasi comunicanti". Con la famiglia non paiono esserci, infatti, mezze misure, perlomeno in letteratura: o la considera come un rifugio sicuro e una serie di relazioni che ti danno stabilità e conforto, oppure si tratta di un vero inferno sulla terra dove i componenti sono come dei forzati legati da catene che passano il loro tempo a torturarsi a vicenda, psicologicamente e, a volte, anche fisicamente.

Mi spaventava un po' l'idea di affrontare questo tema immenso, che è stato trattato in veri capolavori letterari, anche se le grandi saghe familiari mi hanno sempre affascinato. Lungi dal farmi spaventare dalla complessità degli intrecci genealogici, dal ripetersi degli stessi nomi nel caso dei discendenti maschi delle antiche casate, dal numero dei personaggi e dalla diversità delle ambientazioni, mi getto a capofitto ogni qualvolta si presenti un romanzo appartenente a questi cicli. Il numero dei componenti familiari che affollano i grandi romanzi ottocenteschi è senz'altro dovuto al puro e semplice fatto che, un tempo, si facevano più figli. Se proviamo a comporre l'albero genealogico della nostra famiglia, risalendo almeno a due generazioni indietro, e ne possiamo rendere conto da noi stessi.

Del resto, mi sono resa conto che la maggior parte delle narrazioni hanno come base di partenza una famiglia, grande o piccola che sia; anche Mowgli de Il libro della giungla è membro di una vera famiglia, quella dei lupi che lo hanno allevato. E alla sua famiglia umana originaria ritorna, alla fine.

Semmai, la difficoltà è stata quella di scegliere in un repertorio vastissimo. Potrei scartare, ad esempio, Guerra e Pace di Tolstoj? Ebbene sì, ho dovuto farlo. E che mi dite de I Buddenbrook di Thomas Mann? O di Orgoglio e Pregiudizio dell'inglese Jane Austen? Altre rinunce. Alla fine il criterio di fondo, almeno per le opere letterarie, è stato quello di proporre tre capolavori generati da tre differenti culture, che vado a presentare senza rubare altro spazio.


IN LETTERATURA:

I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij


Si tratta dell'ultimo romanzo scritto dall'autore russo, e a cui si accenna in una lettera dell'autore del 1878 al pedagogo Michajlov.  È ritenuto il vertice della sua produzione letteraria, un capolavoro della letteratura dell'Ottocento e di ogni tempo. Pubblicato a puntate su Il messaggero russo a partire dal gennaio 1879, fu completato solo pochi mesi prima della morte dello scrittore.

La trama del romanzo si sviluppa attorno alle vicende dei membri della famiglia Karamazov, al contesto in cui matura l'assassinio di Fëdor, il capofamiglia e al conseguente processo nei confronti di Dmitrij, il figlio primogenito accusato di parricidio. Ma sono anche altri i temi trattati, tra cui il peccato, che assume un aspetto fisico e uno metafisico. I Karamazov sono divorati da una violenta passione, che in ognuno di loro prende forme diverse, a partire dalla sensualità animalesca del padre fino ad arrivare alla superbia metafisica dell'ateo Ivan, il secondogenito. Anche nel puro Alëša Karamazov a un certo punto prende vita il conflitto morale tra fede, dubbio, ragione e libero arbitrio. Un altro dei grandi temi è, difatti il contrasto tra giustizia divina e giustizia terrena, soprattutto per sanare e comprendere il male fatto agli innocenti, ai bambini che soffrono.

Tornando al tema del nostro post, qui la famiglia è vissuta nei suoi aspetti più ribollenti, violenti e sordidi, dove ogni componente sembra perennemente attraversato da una corrente elettrica che lo porta al delirio. Nell'estratto che riporto c'è una delle prime scene del romanzo: il consesso familiare si reca dallo stàrets Zòsima, il santuomo presso cui  Alëša è seminarista, per dirimere la contesa di natura economica tra il vecchio Karamazov e il figlio Dmitrij. Il padre, che si comporta in modo istrionico suscitando il disprezzo del figlio, a un certo punto insinua che il figlio stia scialacquando il suo denaro per una donna di malaffare, prendendone anche a prestito da un'altra (si riferisce alla fidanzata del figlio):
Tacete! - gridò Dmitrij Fjòdorovič, - aspettate che io me ne sia andato, guardatevi dall'infangare in mia presenza la più nobile delle fanciulle... Per lei è già un disonore che osiate farne parole... Non lo permetterò!
Egli soffocava.
- Mìtja! Mìtja - si mise a gridare Fjòdor Pàvlovič nervosamente, spremendosi dagli occhi le lacrime, - e la benedizione paterna che cosa conta? Che avverrà se ti maledirò?
- Svergognato e ipocrita! - ruggì Dmitrij Fjòdorovič, furioso.

I Viceré di Federico De Roberto


I Viceré è il romanzo più celebre di Federico De Roberto, ed è ambientato sullo sfondo delle vicende del risorgimento meridionale, qui narrate attraverso la storia di una nobile famiglia catanese, quella degli Uzeda di Francalanza, discendente da antichi Viceré spagnoli della Sicilia ai tempi di Carlo V. La stesura del romanzo, iniziata a Catania nel settembre 1891, fu lunga e difficoltosa. L'opera fu pubblicata dall'editore Galli di Milano nell'agosto 1894.

I componenti della famiglia degli Uzeda sono accomunati dalla razza e dal sangue vecchio e corrotto, dovuto anche ai numerosi matrimoni tra consanguinei. Quanto emerge da questa famiglia è la spiccata avidità, la sete di potere, le meschinità e gli odi che i componenti nutrono l'uno per l'altro. Non c'è un briciolo di amore familiare, ma solo opportunismo, durezza e sete di vendetta, che trovano il loro compimento dopo la realizzazione dell'unità d'Italia, quando l'erede dei Francalanza, Consalvo figlio di Giacomo, va a Roma per prendere parte alla vita politica.

Il romanzo è infatti anche una rappresentazione dagli accenti forti e disillusi della storia italiana tra il Risorgimento e l'unificazione (negli anni tra il 1855 e il 1882, nella quale si svolgono le vicende e le fortune degli Uzeda). La genealogia familiare è molto complicata, e all'epoca della mia lettura dovetti farmi un albero genealogico con tutti i personaggi, dato che i nomi dei maschi variavano da Giacomo a Consalvo per ritornare a Giacomo e poi riprendere con Consalvo. Se non ci si fa scoraggiare da questo, il romanzo è straordinario, teatrale, vivo e sanguigno e lo si gode fino in fondo; e, se si pensa alla modalità di scrittura dell'epoca, è senza dubbio un'opera monumentale che si avvale di una scrittura molto alta.

Verso il finire del libro, sembra di risentire certi accenti de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa:

"La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; certo, tra la Sicilia di prima del Sessanta, ancora quasi feudale, e questa d'oggi pare ci sia un abisso; ma la differenza è tutta esteriore. Il primo eletto col suffragio quasi universale, non è né un popolano, né un borghese, né un democratico: sono io, perché mi chiamo principe di Francalanza. Il prestigio della nobiltà non è e non può essere spento. Ora che tutti parlano di democrazia, sa qual è il libro più cercato alla biblioteca dell'Università, dove io mi reco qualche volta per i miei studii? L'Araldi sicolo dello zio don Eugenio, felice memoria. Dal tanto maneggiarlo, ne hanno sciupato tre volte la legatura! E consideri un poco: prima, ad esse nobile, uno godeva grandi prerogative, privilegi, immunità, esenzioni di molta importanza. Adesso, se tutto questo è finito, se la nobiltà è una cosa puramente ideale e nondimeno tutti la cercano, non vuol dire che il suo valore e il suo prestigio sono cresciuti?"

Neve sottile di Junichiro Tanizaki

Per certi versi questo bel romanzo mi ha ricordato Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen con cinque sorelle da maritare. La differenza che qui siamo in un contesto nipponico, ma la "caccia" al marito è più che mai aperta. Neve sottile è la storia delle quattro sorelle Makioka, intente a trovare un marito per la timida terzogenita Yukiko.  Yukiko dimostra una forte insofferenza alla tradizione dell'omiai, la pratica di incontri combinati dalle famiglie dei futuri sposi per far conoscere l'un l'altra. Nel corso della narrazione ce ne saranno cinque, al punto da far disperare nel successo dell'impresa.

Appartenente alla borghesia di Osaka, la famiglia Makioka si dimostra ancorata alle proprie tradizioni, come l'osservanza alle direttive provenienti dalla "casa maggiore" di Tokyo, cioè la dimora dove risiede la sorella maggiore sposata, o la visita ai santuari in occasione della fioritura dei ciliegi, o l'uso del chimono in determinate solennità.

Il contesto storico è quello del secondo conflitto mondiale, e più precisamente degli anni della guerra con la Cina, fra il 1936 ed il 1942, ma la guerra è come vista sullo sfondo e di essa non arriva che un'eco nelle vicende familiari che rimangono equilibrate e rinchiuse tra le mura domestiche. Nel 1942 il governo giapponese impose la censura su Neve sottile, perché trascurava le istanze patriottiche del momento.

Altro pregio di questo autore è la raffinatezza psicologica con cui tratteggia i suoi personaggi, presi tra tradizione e voglia di modernità. Ricordo che quando lo lessi fui totalmente partecipe delle vicende familiari e preoccupata per Yukiko che sembrava condannata a un destino di solitudine e d'infelicità. Di particolare interesse è anche l'approccio alla vita da parte di una cultura così diversa dalla nostra, dove l'affetto si esprime non con grandi proclami, ma con piccoli gesti e attenzione e con l'intensa corrispondenza tra le sorelle. Anche nelle scene con grandi catastrofi naturali - c'è lo straripamento di un fiume - i personaggi affrontano il pericolo con la dignità e il sangue freddo che tutti noi abbiamo imparato ad ammirare in occasione del disastro di Fukushima.

Ecco a voi l'incipit del romanzo:

"Per favore, Koi-san, vuoi aiutarmi?"  Sachiko vide nello specchio il volto della sorella che si era avvicinata e, smettendo di incipriarsi alle spalle, le tese subito il piumino. Ma non staccò gli occhi dalla propria immagine riflessa e continuò a osservarla con fredda volontà di indagine, come se avesse appartenuto a un'altra persona. La lunga sottoveste, rialzata intorno alla gola, si allargava rigida sulla parte posteriore, in modo da lasciare scoperti spalle e dorso. "Dov'è Yukiko?"


NEI FILM:

Solo un padre di Luca Lucini

È stata dura scegliere un film e ho girovagato tra La famiglia di Ettore Scola a Fanny e Alexander del regista svedese Ingmar Bergman, ma alla fine mi sono orientata su un film italiano con una famiglia composta da sole due persone. D'altra parte sono anche convinta che una famiglia possa essere composta da una sola persona, ma si tratta di un parere del tuttoarbitrario.

Solo un padre è un film del 2008 diretto da Luca Lucini e con la partecipazione di Luca Argentero e Diane Fleri, basato sul romanzo di Nick Earls Le avventure semiserie di un ragazzo padre. Carlo (Luca Argentero) è un vedovo trentenne con una bimba di dieci mesi di cui si prende cura con devozione assoluta. La madre è morta di parto, e da quel momento l'uomo si è chiuso a ogni relazione sentimentale, tenendo se stesso e la bimba dentro una sorta di cerchio magico dove c'è posto soltanto per loro. Nonostante una professione ben avviata, quella di dermatologo, conduce infatti una vita solitaria e, all'inizio, un poco misteriosa, almeno agli occhi di Camille, una giovane ricercatrice francese. La ragazza è profondamente attratta da lui, e nello stesso tempo si sente perdente nel confronto con la moglie defunta, bellissima e perfetta in ogni aspetto; e sbaglia anche nei tentativi di aiutare Carlo a gestire il dolore per una perdita insopportabile. La cosa si riflette anche nel rapporto di Camille con la bambina, verso cui Carlo si dimostra troppo apprensivo. Lentamente però la ragazza riesce a capire che non tutto era ora quel che riluceva nella vita di coppia, all'apparenza tanto perfetta, condotta da Carlo con la moglie...

Il film è semplice e delicato, gli attori sono calati benissimo nel loro ruolo, e il regista riesce ad affrontare con la dovuta abilità un tema non comune, quella degli uomini che, d'improvviso, si trovano soli a gestire una situazione familiare difficile e devono assumere su di sé il doppio ruolo di padre e madre. C'è moltissimo amore da parte di Carlo nei confronti della figlia, e sono commoventi le scene in cui si trova a gestire le piccole crisi ed emergenze e in cui non sa da che parte girarsi. La bimba, poi, è deliziosa!


NEI FUMETTI:

The Newlywed di McManus


Anche qui ho vissuto in uno stato d'impasse assoluta, saltabeccando tra la mia famiglia preferita, i Simpson ai simpaticissimi Flinstones de Gli Antenati, per poi passare ad Arcibaldo e Petronilla. Proprio questi ultimi mi hanno fatto ricordare di avere in casa un vecchio volume che mi fu regalato da ragazzina, che s'intitola I primi eroi. Questo volume presenta le primissime strip comiche agli albori del fumetto, alcune delle quali sono delle vere e proprie chicche.

All'interno c'è una sezione dall'ironico titolo "Le gioie della famiglia", da cui ho attinto una tavola dei Newlywed, che potete allargare cliccando sopra l'immagine. La parola corrisponderebbe a "gli sposini". Queste tavole apparvero su Il Corriere dei Piccoli dal 1910 in poi. L'autore, McManus, fa conoscere la upper class americana anche attraverso le tavole di Maggie e Jiggs, da noi conosciuti proprio come Arcibaldo e Petronilla.

I Newlywed sono una coppia giovane formata da una mamma bellissima ed elegante, con una gran chioma arricciata, e abiti sempre diversi, mentre il marito è brutto e debole, e pronto ad assoggettarsi non soltanto ai capricci della moglie, ma soprattutto a quelle del loro figlio. Il pupo è un'autentica peste con un solo capello e un solo dente, e ne combina di tutti i colori ai danni di amici, vicini di casa e parenti. In America fu battezzato Napoleon, in Italia Cirillino. L'ambiente dove vivono è una bella villetta con giardino, con stanze ariose e accoglienti contraddistinte da un grande benessere economico e sociale. Le tavole sono lo specchio di un'America che non era più quella dura dei pionieri e degli allevatori, ma una nazione sempre più agiata, perlomeno negli strati più alti e, come tale, pronta ad accontentare tutte le pretese dei figli, viziandoli all'infinito.

Nella tavola che vi propongo, Cirillino per una volta non combina nessun guaio, ma avviene qualcosa di epocale: dice la prima parola, e l'evento scatena una serie di telefonate a catena tra parenti e conoscenti sempre più estasiati, per arrivare addirittura al presidente degli Stati Uniti. Non so a voi, ma a me ricorda tanto certi comportamenti presenti in Italia, dove nascono pochissimi e ipervezzeggiati bambini...

***

Sulla nota dolcemente ironica dei Newlywed concludo la mia incompleta rassegna e chiedo a voi di scatenarvi con le vostre famiglie, letterarie, cinematografiche e tratte dai cartoon! O anche, perché no? dai vostri ricordi personali. 

***

Fonti dei testi:

  • Wikipedia per le trame, fortemente adattate e integrate
  • I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij - I grandi libri Garzanti
  • I Viceré di Federico De Roberto - Einaudi
  • Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez - Oscar Mondadori
  • Neve sottile di Junichiro Tanizaki - Guanda
  • I primi eroi - Garzanti

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mercoledì 6 settembre 2017

Il Caffè della Rivoluzione: L'enigma dei corridoi / 30




Anche questo glorioso Caffè rivoluzionario riapre dopo la pausa estiva e accoglie voi avventori a braccia aperte non a colpi di baionette (ci mancherebbe!), ma di croissant e macaron.

Bentornati!

In mezzo alla baldoria generale, siedo al tavolo a me riservato e rifletto che questa rubrica spesso assume l'aspetto di un diario di bordo del mio romanzo, come un "taccuino dello scrittore". Ogni tanto, infatti, capita che io vi parli non soltanto dei fatti e delle curiosità storiche sulla Rivoluzione Francese, ma anche dei piccoli incidenti di percorso che mi accadono durante la stesura. E chi non ne ha? Ma nel romanzo storico ci sono le grandi trappole e i tarli che rodono... Di recente ne ho avuto uno appartenente al secondo genere.

Sono arrivata infatti al 1792, anno in cui Robespierre traslocò dall'appartamento di rue Saintonge nell'abitazione di Maurice Duplay. Per la precisione ciò accadde nel  luglio 1791 dopo l'eccidio al Campo di Marte e in seguito alle proscrizioni rispetto agli elementi più esagitati della Rivoluzione. Dunque queste liste di persone sgradite colpirono, tra gli altri, Danton, Desmoulins, Marat e Robespierre.

Ciascuno reagì secondo il proprio stile: Danton pensò bene di cogliere l'occasione per farsi un viaggetto in Inghilterra col suocero, alla ricerca di una macchina tessile di nuova concezione con cui Monsieur Charpentier voleva impiantare una nuova attività. In Inghilterra, avrebbe anche preso contatti politici con personalità emigrate e agenti segreti, il che avrebbe costituito uno dei capi d'accusa del suo futuro processo. Dopo aver lanciato strali dal suo giornale, Desmoulins s'imboscò - è il caso di dirlo - nella casa di campagna dei suoceri, a Bourg-la-Reine, un paesino a sud di Parigi: il nascondiglio era talmente familiare alla polizia che, forse, non avrebbero pensato di fare irruzione proprio lì. Marat si eclissò nelle cantine della città - su altre fonti ho letto che erano addirittura le fogne - buscandosi una dermatite che lo avrebbe costretto a ripetuti bagni in vasca con sostanze lenitive. Charlotte Corday fu ammessa alla sua presenza mentre era immerso in una vasca bagno, dove lo pugnalò dopo aver passato i filtri di sorveglianza; posizione in cui venne immortalato - e abbellito - nel quadro di David che potete vedere qui sopra.

Robespierre fu invece avvicinato da Monsieur Duplay, un falegname che abitava in rue Saint-Honoré, 366, che gli propose di nascondersi in casa sua. Robespierre era già molto popolare e cominciava a essere conosciuto con il soprannome dell'Incorruttibile, e papà Duplay era un suo fervido ammiratore. In quel luogo Robespierre abitò fino alla sua morte. Era circondato dall'affetto e dalla stima della famiglia, che si componeva dei due coniugi, di tre figlie (una quarta era sposata e viveva altrove), di un figlio maschio e, in tempi successivi, di un nipote ferito durante la battaglia di Valmy. Si trattava inoltre di un luogo particolarmente strategico, in quanto a poca distanza c'era anche l'importante Club dei Giacobini dove Robespierre era un'autentica vedette.

Per accedere all'abitazione si entrava dalla strada attraverso un portone che si apriva su un cortile, di cui ho scovato un disegno sul web, dove c'erano le rimesse per gli attrezzi e il laboratorio di falegnameria di papà Duplay e dei suoi aiutanti. Al pianterreno, le stanze principali erano cucina, salone, sala da pranzo, un salotto destinato a Robespierre dove poteva ricevere e che negli ultimi tempi pare fosse affollato dai suoi ritratti (oggi si direbbe che si faceva molti selfie...). Al primo piano c'erano le camere da letto dei coniugi e delle figlie, e un piccolo appartamento dove avrebbero abitato il fratello di Robespierre, Augustin, e la sorella Charlotte. A Robespierre era stata destinata una camera-studio dove riusciva e vivere e lavorare in serenità. Come potete immaginare, sono andata a curiosare di persona in questi luoghi, anche se sono piuttosto cambiati, come faccio ogni volta visitando il Musée Carnavalet nella speranza che vi siano oggetti nuovi in esposizione. Al numero civico, ora 398, c'è sempre un androne da cui entrare, ma nel cortile si affacciano boutique e negozi. Un tempo, c'era persino un ristorante dedicato a Robespierre che aveva come insegna un suo ritratto a matita.


In una vecchia biografia delle edizioni dall'Oglio, ho una preziosissima mappa che ricostruisce i due piani di casa Duplay: pianterreno e primo piano. Eccoli qui sulla vostra sinistra (pianterreno) e primo piano (destra).

Mi stavo accingendo a scrivere una scena che mostrava la stanza di Robespierre e alcune persone che entravano dal corridoio quando, osservando la mappa... ho scoperto che non c'era alcun corridoio. Sono rimasta a dir poco basita. Se ingrandite la mappa del primo piano e osservate, infatti, il numero 10 (stanza di lui) e il numero 8 (gabinetto), potete vedere da voi stessi che non esiste un corridoio, ma le finestre sulla destra danno direttamente sul cortile. Nella stanza 10 c'è un muro portante sulla sinistra, una sagoma nera con due punte che probabilmente corrisponde a un camino e dei varchi con porte che portano da una stanza all'altra. La cosiddetta "infilata di stanze". Diverse testimonianze dell'epoca affermano, infatti, che la sua finestra dava sul cortile come nel celebre film. Tra la 10 e la 11 (stanza del figlio di Duplay) si vede una linea sottile in corrispondenza dell'ipotetica porta: probabilmente era stato disposto un tramezzo, magari in legno, per isolare l'illustre inquilino e consentirgli un minimo di privacy. Peccato che, però, chi lo andava a trovare passava direttamente dal gabinetto, dopo essere emerso dalla tromba delle scale... comunque, problemi suoi. Rileggendo una biografia sui Desmoulins, dove c'è una descrizione dell'appartamento della coppia, scopro che anche lì non ci sono i corridoi, ma tutt'al più un vestibolo quadrato.

Mi sono allora consultata con la mia amica Antonella Scorta, l'autrice del guest post Alla ricerca degli antenati, e che è la stessa persona che mi aveva risolto la questione delle sigarette all'epoca: lei adora mettersi nei panni di una Sherlock Holmes in gonnella! Esaminando insieme la mappa, e ragionandoci sopra a lungo, è arrivata alla conclusione che non c'era alcun corridoio; e ha affermato serenamente: "Il corridoio era uno spreco di spazio, all'epoca... persino a Versailles ci sono enormi saloni uno di seguito all'altro," e quindi mi ha convinto definitivamente. Niente whispering corridors in casa Duplay, con buona pace della mia scena. Vorrà dire che Robespierre riceverà i suoi visitatori nel salotto al pianterreno o, se proprio li disprezza, indicherà loro senza parlare il gabinetto, gesto più eloquente di ogni insulto.

Penserete che sia un po' matta, ma è la follia di chi scrive romanzi storici mettendoci impegno e un po' di serietà. Non vorrei mai che il dio del romanzo storico visiti i miei sogni, tuonando: "Hai messo il corridoio nella scena! Orrore e vituperio! Quando il romanzo verrà pubblicato lo scopriranno subito! "

***

E voi, avete mai provato a scrivere in un locale pubblico, come il classico scrittore cui viene riservato un posto speciale? Se non l'avete fatto, vi piacerebbe provare?

***

Fonti immagini
  • La morte di Marat di Jacques-Louis David (1793) Wikipedia
Fonte mappe appartamento:
  • Robespierre di Mario Mazzucchelli - edizioni dall'Oglio


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QUALCOSA DI ME

QUALCOSA DI ME
Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO:

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Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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Romanzo storico ambientato nella fulgida e sontuosa Venezia di fine 1500. Uno dei protagonisti è il vecchio e spregiudicato pittore Tiziano Vecellio, pronto a difendere fama e ricchezza. Ma lo attende un incontro sconvolgente: quello con "il pittore degli angeli". La sua vita non sarà più la stessa.

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Venice, late spring of 1560. In his studio, the old Venetian painter Tiziano is waiting for the visit of the “painter of angels”, a mysterious artist just arrived in Venice. Tiziano senses a foreboding danger to his position, fame and standing. In fact, the arrival of the artist does upset both the professional and private life of Tiziano. And the struggle has just begun.

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