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sabato 14 ottobre 2017

Il Caffè della Rivoluzione: Quando i patrioti usavano il "tu" / 31





Eccoci di nuovo insieme a prendere un buon caffè, stavolta il sabato mattina in tutta tranquillità nel  Caffè che spalanca i suoi battenti per noi. Oggi vorrei introdurre l'argomento di questo post con un aneddoto. Quando mio marito s'imbatte in uno sconosciuto (commessi nei negozi, per la maggior parte), che gli si rivolgono con un "Ciao" e dandogli subito del "tu", borbotta sempre in separata sede: "Ma abbiamo mangiato gli gnocchi insieme?" L'altra variante milanese prevede l'uso del risotto, però il concetto è il medesimo: il fastidio per una persona che gli si rivolge con eccessiva familiarità, cosa che lui non farebbe mai specialmente nei confronti di una persona che ha, magari, i capelli bianchi.


Questo esempio mi serve appunto per presentare l'argomento del post, e cioè, il fatto che dopo almeno un secolo di eccessive smancerie, inchini e salamelecchi vari, la rivoluzione propone, o meglio impone, l'uso del "tu" politico. Basta anche con "monsieur", "madame", "très haut et très puissant seigneur" e altri titoli altisonanti! Il vero appellativo è "cittadino" che sostituisce il termine "suddito", e che livella tutti in una società che sia davvero democratica. Nel mese di dicembre 1792 un oratore fa osservare, inoltre, che la parola "voi" è contro il diritto e l'eguaglianza; questa parola è stata usata solo per sostenere i diritti dell'aristocrazia e marcare la differenza tra l'inferiore e il superiore. Com'è ovvio, il contadino si rivolge infatti al suo signore dandogli del "voi", mentre il feudatario dà del "tu" al suo sottoposto, spesso accompagnato da un calcio nel posteriore.

Sul giornale Rèpublicain del 15 brumaio dell'anno II (5 novembre 1793), così si giustifica l'uso del tu:

Senza ripetere il luogo comune che uno è uno solo e non richiede il plurale quando gli si rivolge la parola, chiedo alle persone che tengono a mostrare rispetto per i loro simili se dicendo "io ti onoro, Bruto" il mio rispetto per Bruto non è energico più che se gli parlassi al plurale, perché dicendo voi associo l'immaginazione a qualcun altro. E chi associare a Bruto? Bisogna dunque dare del tu ai propri simili proprio per rispetto. Nei secoli dell'errore che abbiamo appena lasciato esisteva solo l'amicizia repubblicana perché l'amicizia è libera e l'amicizia usava il tu. Un'amicizia è una grande società di amici e in essa bisogna darsi del tu.

Retorica a parte, c'è della verità nel passaggio che vi ho riportato. In lingua latina, e quindi nella cultura classica cui i rivoluzionari s'ispirano di continuo, il "voi" (o il "lei") non esiste, ad esempio. Il saggio La vita quotidiana in Francia ai tempi della Rivoluzione  di Jean-Paul Bertaud c'informa che il "tu" doveva essere usato, almeno nella vita pubblica, fino al 1795 e scompare dopo il moto di pratile quando si affievolisce  la spinta egualitaria.


I tre ordini sociali prima della rivoluzione:
 Alto Clero, Nobiltà e Terzo Stato (1789).

Nello stesso modo, la livella democratica bandisce espressioni come "ho l'onore" o "mi farà l'onore" o "sono, signore, il suo umilissimo e obbedientissimo servitore". Ci si saluta in pubblico e si firmano le lettere con "il tuo concittadino", "il tuo amico", "il tuo compagno". Non bisogna nemmeno togliersi il cappello davanti a un concittadino, perché in questo modo si rinnova l'antico gesto del dominato di fronte al dominatore. E alcuni vogliono bandire anche l'abitudine alle riverenze, e addirittura far partire il computo del nuovo anno dal 14 luglio, data della presa della Bastiglia e festa nazionale.

Come sempre, quello che nasce con un intento lodevole finisce con l'essere un'ulteriore imposizione, perché ci vuole molta memoria non solo nel rammentare i nuovi mesi e la scansione dei giorni nel calendario rivoluzionario (ne ho parlato qui, nel post "Un calendario da mal di testa"), ma anche per assuefarsi a questi nuovi dogmi di comportamento.

***

Anche a voi dà fastidio l'eccessiva disinvoltura, specialmente nei confronti di una persona più anziana, o magari di un immigrato,  oppure considerate certe espressioni un inutile formalismo?

***

Fonte testo:
  • La vita quotidiana in Francia ai tempi della Rivoluzione di Jean-Paul Bertaud 

Fonti immagini:



  • Il costume da sanculotto di Louis-Léopold Boilly, XVIII sec. - dipinto a olio
  • I tre ordini sociali prima della rivoluzione: Alto Clero, Nobiltà e Terzo Stato (1789) - stampa.
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34 commenti:

  1. Anche a me capita, come a tuo marito, di sentirmi infastidito dall'uso disinvolto del tu nei miei confronti da parte di persone che non conosco. Però dipende dal contesto. In Svezia, dove il lei (ni) si usa solo in casi eccezionali, mi sarei piuttosto sentito a disagio se un qualunque sconosciuto non mi avesse approcciato con il "tu" (du).

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    1. Ah, l'uso svedese è molto interessante! Immagino che il "lei" si usi soltanto in occasioni molto formali come incontri tra capi di stato o cerimonie di gala. Sarebbe bello sapere come si è formata questa consuetudine linguistica.

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    2. Nel film di Bergman "Bildmakarna" c'è una scena, credo del tutto immaginaria, in cui una nota attrice svedese del passato, Tora Teje, da del tu alla scrittrice Selma Lagerlof, e lei gli risponde: "Neanche il re oserebbe darmi del tu".

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    3. Caspita, bello questo aneddoto. Come a dire: "La classe non è acqua."

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    4. Rimane adesso da spiegare come mai proprio il paese che ha ufficialmente decretato un tempo l'abolizione del Voi, cioè la Francia, sia quello in cui l'uso del Voi ha persistito e persiste ancora oggi più che nei paesi confinanti.

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    5. Vero. Potrebbe essere l'ennesima riprova che quello che viene imposto dall'alto, e invade soprattutto la sfera sociale, raramente funziona. Prova ne è che, dopo aver ghigliottinato un re, si sono ritrovati ad avere un imperatore...

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  2. Mi da un po' fastidio anche a me questo disinvolta abitudine a dare subito del tu, però in molto casi comprendo che chi lo fa non ne ha proprio idea. Molti ragazzi trovano naturale dare del "tu" a un adulto non perché vogliano mancargli di rispetto, ma perché gli sembra che sia normale. Insomma, la percezione negativa di chi riceve il "tu" molto spesso non corrisponde all'intenzione di chi gli si rivolge in modo così diretto.
    Io non sono contrario ai "formalismi", non li ritengo inutili o ipocriti, ma d'altro canto capisco che bisogna adattarsi ai costumi dell'epoca in cui viviamo...

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    1. Ciao, Ariano, grazie del commento. Parlando di popoli, noto che i cinesi si rivolgono subito con il "tu", ma qui bisognerebbe sapere se nella loro lingua non si prevede il "lei" o il "voi", per cui è chiaro che fanno più fatica a esprimersi. Anche in lingua araba, ad esempio, non si usa, ma io penso che comunque vi siano delle formule accompagnatorie di particolare rispetto.

      E' vero anche quello che dici sull'uso da parte di ragazzini, e mi viene in mente quello che era normale nelle nostre campagne. Mia madre mi racconta che dava del "voi" alla nonna, che l'aveva allevata, e lo stesso ho letto in un'intervista a Mauro Corona: dava del "voi" al nonno. Del resto nel secolo di cui parlo nel post si diceva "signor padre" e "signora madre" e si baciava loro la mano in segno di deferenza.

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    2. In Ungheria, ancora fino a qualche decennio fa, moglie e figli davano del voi al marito e padre, mentre marito e figli davano del tu alla moglie e madre.

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    3. Sottile distinzione che la dice lunga sulle gerarchie familiari. Io mi ricordo di aver visto un film, Il nastro bianco del 2009, diretto da Michael Haneke, in cui i bambini si rivolgevano a entrambi i genitori col "voi" e dicevano, per l'appunto, "signor padre" e "signora madre". In ogni caso il patriarca era il più importante.

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  3. A me non piace molto l'uso del "lei"... soprattutto perché non so mai quando usarlo!
    Sono in quella fascia d'età ingrata in cui non si sa se dare del tu o del lei alle persone della propria età. Magari la commessa è più giovane di me e le viene da ridere se le do del lei... o magari si offende se le do del tu? Magari una persona che ho appena conosciuto è più vecchia di me, ma la faccio sentire vecchia se le do del lei? È tutto un grande dubbio...

    E poi non ne vedo così tanto la necessità: si può rivolgersi in modo rispettoso ad una persona dandole del tu, come mancare di rispetto dando del lei. Boh, sarò troppo giovane per capire? ^^"

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    1. In effetti capisco i tuoi scrupoli. Per fare una similitudine, è un po' come cedere il posto a sedere: io lo cedo sempre quando vedo una persona con i capelli bianchi, ma so di persone, specialmente le signore, che si offendono. Comunque il gesto lo faccio sempre.

      Poi è vero, puoi insultare anche dando del "lei". Quello che capisco meno è dare del tu immediatamente a una persona, così, di primo acchito. Stamane ero in un bar a bere un caffè, e alla barista ho dato del lei perché non la conoscevo anche se aveva venticinque anni.

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  4. Sì è un po' fastidioso questo TU dappertutto, soprattutto lo trovo diffuso nei negozi. Proprio oggi dal parrucchiere la ragazza che mi ha fatto la piega era molto giovane, io le ho dato del lei, forse il tu non stonava, davvero poteva essere mia figlia, ma perché? Non solo non avevamo mai mangiato gnocchi o risotto insieme, ma proprio non ci eravamo mai manco viste. Come sempre i tuoi articoli sono belli dettagliati.
    Buon weekend.
    Sandra

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    1. Nei negozi è quasi la norma. Entri e vieni assalita dalla commessa che ti apostrofa col "tu". Ahahah, oggi mi sono ricordata di una panettiera sotto casa che si rivolgeva a tutti con "Ciao" e a Ruggero diceva "Ciao, tesoro". Gli dava un fastidio che non ti dico, e oltretutto non faceva neanche il pane bene.
      Buona domenica anche a te, a questo punto (sono appena andata al cinema a vedere Blade Runner 2049! ;)

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  5. Non cambiamo il calendario per carità, farlo partire dal 14 luglio mi sembra assurdo, no lasciamo qualche certezza. Il tu nei negozi non mi da fastidio, anzi quando entro in un negozio di abbigliamento e la commessa mi da del lei mi sento subito vecchia. Credo dipenda dal contesto però, un negozio informale può andar bene, in altri casi magari no. Io uso sempre il lei con chi non conosco, ma ci sono persone con cui continuo a usare il lei anche dopo, in fondo passare al tu implica un'evoluzione del rapporto che spesso non c'è.

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    1. Questa cosa di far fatica a usare il lei mi è capitata spesso nel mio lavoro. In genere l'ambiente delle case editrici di scolastica, soprattutto quelle anglosassoni, è molto informale. Ricordo con sgomento il fatto di dare del "tu" all'Amministratore Delegato, nei primi tempi: non ero abituata perché provenivo da un'esperienza in casa editrice francese dove il livello di formalità era altissimo. Però con un'autrice piuttosto anziana, già all'epoca, ero partita con il lei e non sono riuscita a cambiarlo. Mi sembrava una forzatura.

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  6. Cresciuta con il "lei", ho cambiato partito durante i tanti anni di lavoro in un ambiente in cui tutti o quasi si davano del tu, indipendentemente dall'età e - fino a un certo punto - dal livello gerarchico. Venire a vivere in Friuli ha rafforzato la tendenza, perché qui il "tu" è molto usato. Mi piace l'impressione che dà di poter entrare in contatto in modo più ravvicinato con le persone, ma nei confronti dei più anziani a volte mi suona male, anche se io stessa non sono proprio una bambina. ;)

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    1. Come scrivevo nel commento a Giulia, quando sono passata a lavorare in Pearson mi è sembrato di rifiorire in tutti i sensi a cominciare dal lavoro. L'ambiente, poi, era estremamente informale: consulenti a livello universitario arrivavano in ufficio con i sandali oppure, in inverno, con i maglioni sferruzzati dalla mamma e il logo del vascello Pearson sopra. Davo appunto del tu all'Amministratore Delegato senza problemi.

      Forse, come dici tu, c'è anche una sostanziale differenza tra l'ambiente della città e quello della campagna: più formale il primo, più intimo il secondo.

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  7. Dipende sempre molto dal contesto. Talvolta l'uso del tu denota accoglienza: ti do del tu per renderti parte di una comunità, di un gruppo e così via. In altre circostanze, dietro un "tu" si cela un ostentato livellamento, se non addirittura un celato disprezzo.
    Personalmente, nella vita offline, preferisco approcciare chi non conosco con il "lei", come mi è stato insegnato, indipendentemente dall'età del mio interlocutore. Il "tu" implica un'intimità che va conquistata passo per passo.

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    1. Partire dal contesto è sempre una cosa saggia, un po' come le abitudini che posso differire molto a seconda delle latitudini. Mentre, ad esempio, in Germania è considerato maleducato arrivare in ritardo a una cena, in Spagna è vero il contrario. Anch'io uso sempre il "lei" come primo approccio, poi attendo di vedere come evolve il rapporto. Di solito, a parte nel caso di persone molto anziane, si passa rapidamente al "tu" anche sul lavoro.

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  8. Il "tu" à moi? Fellone! Hai in così gran spregio la tua miserabile vita da voler assaggiare sì tosto il fil della mia spada? ;)
    È fastidioso. Questa atmosfera da compagnoni che il "tu" tende a creare, quando non siamo affatto compagnoni, mi irrita abbastanza.

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    1. Eccoti qua, ora "ti vedo". ;) Il tuo atteggiamento è simile a quello di mio marito. Di solito, poi, voler creare subito l'atmosfera da compagnoni significa che sta arrivando la fregatura per direttissima.

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  9. Io sono infastidito dal "tu commerciale", usato per creare una familiarità che non esiste e non può esistere, essendo un cliente (o potenziale cliente). In particolare mi danno l'orticaria le forme miste tipo "signor Marco" che adottano gli addetti call-center e il tu molto disinvolto di cui fanno uso.

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    1. Beh, l'espressione "signor Marco" è piuttosto fastidiosa, specie perché detta al telefono. Immagino che, anche in qualità di insegnante, vi siano strane forme di familiarità nel rapporto docente-studente.

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    2. Più o meno, dipende dai contesti. Quando faccio didattica mi faccio dare del lei, quando faccio formazione del tu. Gli studenti a cui insegno chimica a volte mi chiamano professore a volte prof. a volte non usano nessun titolo particolare. Io invece do sempre del tu e se mi ricordo i nomi li chiamo per nome.

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    3. Il termine prof. si usava anche ai "miei" tempi, ricordo, anche se non spesso come adesso. Grazie per aver risposto alla mia domanda.

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  10. io invece mi sento in imbarazzo quando qualcuno mi da del "lei"... questioni di abitudini!
    Luisa

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    1. Ciao Luisa, benvenuta nel blog! Grazie per avermi scritto la tua opinione. :)

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  11. Vivo in una zona (la provincia di Venezia)dove ti danno del tu perfino in banca o negli uffici pubblici ma sono nato invece a Napoli dove il voi o il lei è la norma tra sconosciuti. Inutile dire che i primi tempi è stato strano ambientarmi a Venezia. ;)

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    1. Mi ricordo che, quand'eravamo andati a Napoli, ci davano del voi. Io lo trovavo affascinante, mi sembrava di tornare indietro nel tempo.

      Per quanto riguarda le sensazioni di estraniamento a Venezia, in effetti... paese che vai, usanza che trovi! ;) Grazie del commento e a presto.

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  12. Non vorrei andare off-topic ma vorrei fare un discorso ampio. Non voglio dire cosa sia "giusto" o sbagliato ma solo alcune cose che osservo nella vita comune.
    In alcune città, in passato, si usava molto spesso dare del lei o chiamare qualcuno signore come segno di rispetto o di cortesia.
    Non veniva quasi mai fatta una distinzione basata "solo" sull'età anagrafica, se non per distinguere un bambino da un adulto... e quasi mai le forme di cortesia venivano usate in senso "negativo".
    Oggi in alcuni ambiti(parlo della mia città almeno) le cose si sono invertite, moltissimi le usano/interpretano come un modo per:
    1)indicare l'età dell'interlocutore secondo il "proprio" metro di giudizio.
    Ambito lavorativo:
    Premetto che l'Italia è l'unico paese nel quale mi è capitato di vedere fare un grande uso dei limiti di età massima(tipo 35anni) addirittura in annunci di lavoro per i quali non sarebbe necessario(normali contratti a termine).
    In un contesto lavorativo simile, a volte il collega che usa dare del tu al collega pensa di fargli un favore(anche se sbaglia). In altri paesi è vietato richiedere la data di nascita nei curriculum per esempio e non ho mai notato la stessa ossessione di dover riconoscere l'età delle persone che si incontrano.
    Ovviamente il rispetto verso un professore, verso chi è "veramente" molto anziano e debole esiste.. ma viene manifestato in modo diverso.
    Altro esempio comune nella mia città: la commessa che da del "tu" a un cliente 25enne e del "lei" a un 35enne nella stessa fila. In diversi casi non avviene per un presunto
    rispetto verso l'anzianità.. ma per "indicare" una persona ritenuta più vecchia(non è detto che lo sia davvero) basandosi sull'aspetto fisico. Lo dico perchè avendo lavorato a stretto contatto con queste persone a volte sul lavoro sentivo i loro commenti(spesso non positivi) sui clienti ai quali davano del lei che entravano. Visto che alcune persone sono addirittura escluse dal mondo del lavoro per motivi anagrafici.. non avrebbero bisogno di qualcuno che le ricorda 100 volte al giorno la loro età.

    Io tratterei allo stesso modo il 25enne e il 35enne se fossi un negoziante: sono entrambi adulti e si vede facilmente. Darei ad entrambi del "tu" o "lei" o "voi" che sia... Sarebbe risolto il problema delle persone che si offendono e si potrebbero usare le forme di cortesia come "puro" segno di rispetto magari verso determinate figure professionali, meritevoli.

    2)alcuni le usano per mantenere una distanza eccessiva, tanto da risultare antipatici. Soprattutto se le forme di cortesia non sono accompagnate da un reale
    rispetto, solo da un modo sprezzante di trattare un cliente in modo diverso rispetto ad un altro.

    Se devo raccontare la mia esperienza personale, quando uso dare del lei sono più le persone che si offendono che quelle che lo apprezzano almeno in alcune zone del nord italia.

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    1. Buonasera, e benvenuto o benvenuta nel blog. Grazie per il lungo e articolato commento! Dato che non ho idea dell'età, mi rivolgo con il "lei" e dico subito che non è andato off-topic in quanto questa rubrica è nata non soltanto per presentare alcuni aspetti dell'epoca pre, durante e post rivoluzionaria ma proprio per fare dei collegamenti con la contemporaneità. L'uso di formule di rispetto o meno per rivolgersi al prossimo rientra ampiamente in questa casistica.

      Mi sembra di aver capito che lei abita in una zona del nord Italia e nello specifico in una città. Premesso che sarebbe ridicolo dare del "lei" a un bambino, visto che quest'ultimo si guarderebbe intorno subito stupito cercando chi fosse questa terza persona, ritengo che dopo una certa età sia più corretto l'uso del "lei". Personalmente situo questa età dopo i diciotto anni. Di recente mi sono iscritta all'università, e noto che i docenti danno giustamente del "lei" ai discenti, e la cosa avviene anche in senso inverso.

      Tra persone di pari livello anagrafico, sia in ambito di conoscenze occasionali sia lavorativo, ritengo giusto partire con il "lei" per poi eventualmente passare al "tu". Dipende molto dal clima, però, specialmente in ambito lavorativo. Come raccontavo sopra, ho lavorato in una casa editrice francese dove vigeva la massima formalità, e in una casa editrice inglese dove i rapporti erano del tutto informali.

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  13. Buongiorno, la ringrazio per la risposta. Concludo il discorso aggiungendo alcune cose:
    Se in Italia venisse usato dare del "lei" a "tutti" gli estranei dai 18 anni in su.. almeno al bancone, nei negozi, nessuno credo che avrebbe motivi per offendersi.
    Purtroppo non succedeva quasi mai..
    Come dicevo non mi piace l'usanza di fare una selezione verso chi ritengo "più vecchio" di me.. a maggior ragione se viene basata sull'aspetto fisico di estranei.
    Preferisco il linguaggio più informale nella vita di tutti i giorni, che ho usato in paesi anglosassoni, addirittura anche verso i professori.
    Apprezzo invece il fatto di cedere il posto a sedere a una persona debole e molto anziana che vediamo in difficoltà.
    In Italia anche io come altri scelgo in base al contesto.. a volte parto dal "lei" e poi mi dicono di usare il "tu".
    Vivo in una città del nord Italia, è corretto. In passato sono stato in città inglesi, irlandesi e tedesche e viaggiato in altre zone quindi ho notato subito anche io
    alcune differenze.
    Sono consapevole di cosa sia più corretto, trovo in ogni caso interessante cercare di capire i motivi che portano molte persone ad offendersi.
    Nel lavoro a contatto col pubblico ho notato che buona parte dei clienti non le apprezzavano e glielo hanno fatto notare(parlo soprattutto della gente comune, quella più "semplice").
    Non voglio generalizzare su intere categorie, sono solo esperienze in diverse zone del Veneto o Emilia.
    Oggi si usa(in Italia) assumere personale a contatto col pubblico sempre più giovane nei bar, ristoranti, reception e nei banconi..
    Se prima alcuni clienti venivano trattati in maniera più confidenziale(senza eccessi) ma si trovavano a loro agio, oggi da alcuni vengono trattati con maggiore distanza (che non sempre significa rispetto).
    Quelli che non apprezzano cambiano ristorante/negozio. Il proprietario perde dei soldi.
    In una società competitiva, soprattutto nei settori meno specializzati del lavoro, l'età più matura in se stessa, raramente viene vista come un pregio.. e siccome esiste in casi estremi qualcosa chiamata "age discrimination", evito di "eccedere" nel sottolineare l'età di qualcuno.
    Alcune persone soprattutto "giovanissime" non se ne accorgevano ed usavano alcuni cosiddetti "formalismi" ogni 3 parole, accompagnate da un linguaggio che risultava
    volte freddo e antipatico..mentre usavano uno più informale e simpatico verso altri clienti dall'aspetto più giovanile magari nello stesso tavolo, che facevano parte dello stesso gruppo/comitiva.
    Trattando ogni cliente in maniera diversa, finivano a volte per mettere alcune persone in imbarazzo, magari persone relativamente giovani. Ricordo un mio amico che aveva già
    completamente bianchi dai 20 anni in poi per esempio.
    Cercare di dare un trattamento relativamente "uniforme" alle persone adulte credo che sia uno dei motivi che hanno portato in determinati ambienti ad eliminare "alcune" forme cortesia, ovvero l'estremo opposto del quale alcuni ora si lamentano. Poi molto dipende dal ristorante.. da cosa vuole la clientela.. in alcuni posti di lusso i clienti pretendono determinate "formalità" ma in quel caso è diverso perchè vengono usate anche verso un giovane.
    Nessuno si offende. Nei locali "comuni" a volte le "vie di mezzo" non funzionavano e si è passati da un estremo all'altro.
    Nei rapporti personali ho amici nei locali che frequento che vanno dai 20 ai 70 anni.. Con tutti ho sempre usato il "tu", anche con quelli più anziani
    sono loro a volerlo e si offendono terribilmente se si usa il "lei".

    P.s. Ho detto le mie opinioni personali, rispetto quelle diverse e non vado oltre avendo preso già "abbastanza spazio".

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  14. Grazie anche di aver raccontato questo ventaglio di esperienze, tanto più preziose perché riguardano vari tipi di locali pubblici, molteplici fasce di età e anche diverse latitudini. La questione del modo di rivolgersi agli sconosciuti concerne anche le differenti abitudini in merito a quello che una volta si definiva "il galateo" e che possono essere anche opposte tra loro a seconda dei luoghi. Mi viene in mente di aver letto su un testo di Civiltà inglese delle differenti percezioni rispetto al fatto di arrivare in orario o meno a una cena cui si è invitati: mentre in Germania è considerato maleducato non arrivare per tempo, in Spagna o nei paesi di area mediterranea è considerato scortese non arrivare in ritardo. Mi rendo conto che, in effetti, il discorso è molto complesso e riguarda una società in costante evoluzione!

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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