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"La Storia siamo noi."


sabato 29 ottobre 2016

Galleria di grandi donne: Alessandrina Ravizza / 2


Alzi la mano chi può raccontare con dovizia di particolari chi fu e che cosa fece Alessandrina Ravizza per meritare la dedica di un parco e di una via a Milano a opera delle istituzioni – bontà loro! Nessuno conosce colei che fu detta “la signora dei disperati”. La scopersi qualche mese fa prendendo in mano La Matta Biraga delle edizioni Meravigli, un libro omaggio che presenta una carrellata di storie milanesi al femminile scritte da personalità del mondo letterario. Alcuni testi sono molto interessanti, altri decisamente soporiferi visto che spesso sono stralci di prosa ottocentesca.

Ma quando avevo letto il capitolo su Alessandrina Ravizza ero rimasta stupefatta. Al suo funerale nel 1915 parteciparono migliaia di persone in lacrime. Ecco come descrive la reazione della folla al passaggio del feretro la poetessa Ada Negri che di Alessandrina fu amica: “Grappoli umani, con gli occhi spalancati, senza parola, senza gesto, senza respiro, sporgevan dalle finestre, dai balconi, dalle cancellate dei giardini, dalle colonne delle porte, dai davanzali delle soffitte. Con ondeggii, con risucchi, con improvviso spalancarsi e richiudersi di gorghi, il corteo, fiume d’anime, invadeva le strade, allagava i sobborghi, inghiottiva nel suo lento avanzare ogni palpito, ogni espressione di vita cittadina che fosse estranea all’immensità di quel dolore, alla magnificenza di quel rito.[…] La Santa di Milano ebbe, nella città ch’ella tenne in pugno per virtù d’amore, le esequie che si convengono agli eroi.” Proverò ora a raccontare chi fu e che cosa fece questa donna per meritare un affetto e una commozione tanto grandi, portavoce di una città generosa e concreta come è Milano al suo meglio.



LA SUA ESISTENZA COME OPERA

Nasce a Gatskina, in Russia, nel 1846, da madre slava e da padre italiano (un Mazzini che si era rifugiato laggiù durante le guerre napoleoniche, diventando un funzionario dell’impero). Sua madre, Caterina Bauer, è di origini tedesche. Alessandrina giunge in Italia nel 1863 per studiare canto presso il conservatorio di Milano e conosce l'ingegnere Giuseppe Ravizza che diviene poi suo marito e da allora prende a risiedere stabilmente in città. Scrive un romanzo dal titolo La nota della lavandaia che ha come protagonista la figura della piccola Vera, un’adolescente russa in cui Alessandrina si ritrae. Nella figura della protagonista, che si ribella al giogo di tante istitutrici che torturano l’anima delle ragazze sottoposte alle loro vessazioni, asserendo “Devi crederec’è lei: una donna che vorrebbe ragionare e non solamente obbedire ciecamente.

Alessandrina conosce e diventa amica di Laura Solera Mantegazza che costituisce per lei un modello da seguire. Nel 1850 infatti questa donna ha fondato un ricovero per neonati, il primo di Milano e d’Italia al quale, nel giro di pochi anni, altri hanno fatto seguito. Ha istituito scuole per operaie adulte. Nel 1862 Laura ha anche fondato l'Associazione nazionale operaia femminile, con fondi privati, dotata di una sala di allattamento e con corsi di alfabetizzazione. Le due donne collaborano con dedizione allo sviluppo dell’istituzione, fondata sulle basi di un tavolo, sei sedie e pochi soldi. Organizzano una serata memorabile al teatro di Santa Radegonda, allora frequentatissimo, di cui parlano i giornali dell’epoca. Dopo quell’evento, Alessandrina diventa popolare. Arrivano anche le “Fiere annuali” per raccogliere fondi.

Milano è tuttavia sconvolta da una crisi industriale che getta nella disoccupazione e nella disperazione i ceti più disagiati. Come sempre, a una sventura se ne aggiunge un’altra, e quindi alla crisi si accompagna la crudeltà di un inverno polare. Alessandrina s’inventa allora le Cucine Economiche, e con le Cucine per gli Ammalati Poveri. Il fondo cassa è di venti franchi, la cuoca è una rude popolana di corso Garibaldi. L’Opera s’installa in un bugigattolo di via Anfiteatro, una zona malfamata covo di lôcch (figure losche di perdigiorno e sfruttatori di donne, sempre in procinto di varcare il confine tra legalità e delinquenza) e rifugio di pregiudicati e prostitute. Ma Alessandrina non ha paura di questa umanità perduta e loro lo sanno: il barabba classico dai calzoni a campana e dal berretto a visiera si scappella davanti a lei, le donne da marciapiede la rispettano. Nessun torcerà mai un capello alla “contessa del broœd”, alla “sciora Sandrina”. Per missioni che implicano la più scrupolosa onestà può avvalersi di autentici avanzi di galera e molto di loro cambiano addirittura vita per amor suo.


La Cucina dei Malati Poveri

Dopo l’insurrezione del 1898, Alessandrina lancia l’appello per una sottoscrizione di cinque centesimi a testa, per migliorare il vitto e le condizioni dei detenuti politici, rinchiusi in massa nelle prigioni. Ottiene, con incredibili sforzi, che gli operai rivoluzionari usciti dal carcere riprendano il loro vecchio posto di lavoro nell’officina o in laboratorio. La stessa si prodiga fino a quando non riesce ad ottenere dal governo un’indennità di settantatremila franchi ai ferrovieri licenziati dopo la rivolta. Mentre prosegue con la sua opera sociale, il suo appartamentino di via Andegari assume l’aria di un piccolo ministero. Gente di ogni classe sociale lo frequenta – dalla signora ingioiellata allo studente affamato, dal deputato potente al cantante in voga, dall’artista di fama al ladro matricolato. Alessandrina riceve e ascolta tutti, immagazzina la conoscenza dell’essere umano, diventa una sorta di fotografa dell’anima.


Una sera a Parigi, nel 1900, sta assistendo alla lezione della nuovissima Università Popolare, quando le accade di notare un cocchiere di piazza che, vicino alla porta, e con il mento appoggiato al pomo della frusta, ascolta avidamente le parole dell’oratore. Quella visione s’incide della mente di Alessandrina, che comprende in pieno come al popolo non necessiti soltanto pane, ma anche istruzione che è nutrimento per la mente e lo spirito. Tornata a Milano, comincia subito a darsi da fare per mettere in atto il suo grande progetto, quello dell’Università Popolare di Milano. Artisti di ogni genere la sostengono, parlano negli affollati saloni degli alberghi in favore del progetto. Il denaro arriva come per incanto. Tutti donano, conquistati dall’irresistibile determinazione e dal fascino di questa donna. Il primo marzo 1901, Gabriele d’Annunzio stesso inaugura l’Università Popolare di Milano. Per quattordici anni si avvicendano docenti che sono artisti, scienziati, filosofi, ma anche professori e maestri meno celebri in quelle aule e che insegnano agli operai che, stanchi dopo una giornata o una settimana di lavoro, sentono la necessità irrinunciabile di nutrire anche la mente.



Alessandrina Ravizza e i disoccupati.

Nella chiesa-scuola di via Lanzone, annessa al piccolo Ospedale Sifiliatrico, Alessandrina Ravizza si occupa pietosamente di bambini affetti da lue e madri disperate, nell’esercizio di una pietà per molti inutile, per lei tanto più necessaria quanto più vana. Questo passaggio mi ha fatto ricordare Madre Teresa di Calcutta cui un moribondo diceva: “Per tutta la vita ho vissuto come un animale, ora muoio come un essere umano.” Sotto la volta Alessandrina ha voluto che il giovanissimo pittore Mario Moretti-Foggia dipingesse a tempera Inverno con neve, Primavera con fiori, Estate con messi, Autunno con frutti. Ovunque ci sono fasci di rose, seggioline e tavolini di candido ferro smaltato perché i bambini possano godere di un po’ di bellezza: proprio perché sono condannati senza aver commesso nulla di male. Per lei nessun esercizio di pietà è “inutile”. E per lei i bambini imparano a leggere, a scrivere, a far di conto, possono giocare; e le madri per la prima volta nella vita sono circondate dal rispetto e dall’amore autentico.

Non è tutto: Alessandrina è la prima donna che riesce, pur non rivestendo alcun abito religioso, a varcare la soglia delle carceri come atto di carità verso i ragazzi per cui non esiste ancora la condanna condizionale; e che, per crimini in cui hanno avuto una minima parte, vengono ammassati in luride celle dove i più esperti e corrotti riescono a rovinare i più ingenui. Sconvolta dalla notizia di un precoce delinquente di quattordici anni che s’è impiccato alle sbarre della cella, Alessandrina scorge in un lampo il bene da compiere e si considera investita del compito di riparazione che la società deve ai cosiddetti reietti della società. Passa le giornate in compagnia di giovanissimi criminali, li ascolta, dialoga con loro forte del suo istinto psicologico.

Ma non le basta, perché segue anche fuori dal carcere i piccoli delinquenti e diventa la mamma dei ladruncoli. Nel suo libro di racconti dal vero I miei ladruncoli riesce a raccogliere molti preziosi documenti di criminalità infantile, e a scoprire le trame di una vera e propria associazione a delinquere fra ragazzi, chiamata “la scuola del furto”, con leggi speciali, articoli di statuto e lotte di potere per diventare “el re di lader”. Tra di loro c’è Pasqualino, detto Lino, detto anche lo Schisc, vagabondo di mestiere che dorme su una panca, in un albero cavo secolare, presso il dazio di Porta Tenaglia. Lui la chiama “la mia mamma”, si ravvede, rinuncia a primeggiare nell’organizzazione senza per questo tradire i suoi compagni. Si mette a lavorare onestamente; poi s’ammala di tigna. Ma nella casa di cura Alessandrina è al suo capezzale senza lasciarlo mai durante la sua segregazione. Molti altri prende sotto le sue ali e anche loro le si affezionano in maniera commovente. Si tratta di persone che i predicozzi non hanno il potere di cambiare, ma l’esempio e l’amore sì.

E il culmine della sua opera deve ancora arrivare – ed è un miracolo perché ormai è già avanti negli anni – e prende il nome di Casa di Lavoro per i disoccupati in Milano nel palazzo della Società Umanitaria. Il disoccupato bussa, senza che nessuno indaghi e che gli chieda se abbia le carte in regola. Dopo qualche settimana, se ne va verso un posto di lavoro anche piccolo, che Alessandrina gli ha trovato smuovendo mari e monti. Quando è necessario violare disposizioni burocratiche per fare un soccorso immediato, lei lo fa. Dice: “Chi soffre non deve aspettare. Chi soffre può morire.” Nessuno osa dirle di no o negarle un credito. Il flusso delle personalità prosegue, e anche Maria Montessori visita l’Umanitaria nel 1914.


Vestita con una logora gonna stinta e uno scialle nero, povera come i suoi disoccupati, Alessandrina Ravizza vive fino ad assistere allo scoppio orrendo della Guerra che fa scempio dell’Europa. Muore nel 1915 in un mondo dilaniato dall’odio, ma lasciando un’immensa eredità di bene che continua a vivere ancora oggi nelle sue istituzioni.Infatti Alessandrina ha avuto la corretta intuizione che, una volta creato un ente, occorre che questo cammini con le sue gambe. Lo ha indirizzato e incoraggiato, ma non ha mai imposto la sua personalità, nella convinzione che l’opera non appartiene a lei, ma all’umanità, e che sarebbe andata avanti con le sue proprie forze e con le idee e le energie delle giovani generazioni. Ma ogni istituzione porta ormai l’inconfondibile impronta della fondatrice.

Chiudo questo mio omaggio con il ritratto che la stessa Ada Negri ci offre: “Il suo aspetto era quello di un essere che porti in se stesso – e lo sappia – l’assoluto della regalità. Alta su tutto, radiante su tutto, la fronte: vasta bianca enorme nell’aureola dei lievi capelli d’argento, dura infrangibile come fosse fatta di materia silicea, luminosa e lontana come fosse fatta di materia astrale. Dalla troppo grave pesantezza del corpo alla lentezza del gesto quasi ieratico alle linee belle ma affloscite del viso, ogni particolare ella persona straordinaria si riassumeva nella maestà di quella fronte. Un mondo era in essa, terribile.”

Grazie, mamma Sandrina. 
Grazie, “signora dei disperati”.

***

Fonti:
La Matta Biraga delle edizioni Meravigli
Fotografie da Wikipedia o dal web in pubblico dominio


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32 commenti:

  1. Perbacco, non posso contribuire in nulla, è una storia che non conoscevo. Sono molto contento di aver letto di questa splendida figura di Donna. Brava Cristina, brava e grazie.

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    1. Grazie mille, Massimiliano. E' davvero un delitto che donne di queste genere finiscano nel dimenticatoio! Dovrebbero essere in primo luogo le istituzioni a riproporre e diffondere le loro storie. Ma a quanto pare i nostri politici sono troppo occupati con le loro beghe da pollaio.

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    2. I nostri politici vanno da Barbara D'Urso. Altra tempra di Donne e uomini.

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  2. Conoscevo il nome, ma non sapevo per cosa fosse nota. Probabilmente con gli eccessi della burocrazia odierna avrebbe incontrato più difficoltà di allora...

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    1. Anche a me è venuta in mente la stessa domanda a proposito della burocrazia imperante. Mi chiedo anche come avrebbe agito per risolvere le emergenze a fronte della forte immigrazione. Sono sicura, però, che una come lei non si sarebbe tirata indietro!

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  3. Non ne avevo mai sentito parlare. Ma il passato è pieno di figure straordinarie che non saranno mai ricordate e celebrate. Purtroppo...

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    1. Soprattutto quando si tratta di donne sembra proprio che tutti bevano l'acqua del Lete. Grrr...

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  4. Caspita una donna incredibile, io non sapevo nulla di lei! Davvero una tempra d'acciaio al servizio dei più disperati. Sei davvero brava Cristina a dare risalto a donne che hanno fatto grandi cose come lei e che non sono affatto ricordate. Grande Cristina!

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    1. Anch'io ero rimasta di stucco di fronte alla sua storia, Giulia, e tanto più stupita che fosse così poco nota in rapporto alle cose davvero eccezionali che aveva fatto. Non aveva paura di niente e di nessuno, questa donna. Sono contenta che questo articolo e l'iniziativa ti siano piaciuti. Alla prossima!

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  5. Accipicchia, ho abitato, per anni, poco distante dal Parco Ravizza senza saper nulla di questa splendida donna! La cosa, però non mi stupisce molto, visto che il Novecento ha quasi sempre messo ai margini, soprattutto ignorando e tacendo, la progettualità femminile. Grazie, Cristina, ho letto con vero piacere il tuo post!

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    1. Ciao, Clem! Io invece ho abitato per molti anni in zona Bande Nere vicina alla via Ravizza dove si trovava una nostra conoscente.

      Una donna davvero straordinaria, che meriterebbe le si dedicassero ampi spazi nelle commemorazioni e sui giornali, anche con rimandi ad altre realtà assistenziali. All'epoca c'era una grandissima miseria. Invece anche su Wikipedia ci sono poche righe di biografia, infatti la mia unica fonte è stata il libro citato che nello specifico contiene la testimonianza di Ada Negri.

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  6. Anch'io ignoravo l'esistenza di questa grande donna :O E concordo con quanto scritto nei commenti sul dimenticare, che ci appare un po' forzato, da parte delle istituzioni stesse figure così positive e dalle quali si potrebbe pendere ispirazione oggi.
    Bellissima la seconda proposta di questo ciclo, complimenti!

    P.S.:Mi ha ricordato un libro uscito da poco e che vorrei leggere, basato sulla vita di Mazie Phillips... certamente si tratta di altro mondo e non solo geograficamente parlando :D (Santa Mazie, Jami Attenberg)

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    1. Grazie del commento, Glò, a me è piaciuto anche ripercorrere un po' di storia della mia Milano. Vedere le fotografie di quegli anni provoca sempre un po' di emozione per quanto era diversa.

      Sono andata subito a leggere la quarta del libro che menzioni su Mazie Phillips, ed eccola: "Difficile non restare affascinati da Mazie Phillips, grande cuore, corpo esuberante, passione sfrenata per la vita, libera da ogni conformismo. Di giorno nel gabbiotto del Cinema Venice a vendere biglietti, a osservare la gente. Di notte per le strade in cerca di avventure, buone bevute e un modo per dimenticare le fatiche della vita. Tutti conoscevano Mazie Phillips, era la regina del quartiere, perché aveva sempre una parola, una sigaretta, un goccio di liquore o qualche centesimo per tutti i barboni, i poveri, i diseredati che pullulavano nelle strade di New York City negli anni della Grande Depressione e del proibizionismo. Mazie Phillips dal cuore misericordioso è parte della storia di New York; una storia, la sua, quasi dimenticata, che Jami Attenberg con empatia e una scintillante immaginazione ha saputo salvare dall’oblio."

      Spero tanto che ne parlerai sul tuo blog, una volta letto!

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  7. Ma è incredibile! E' una storia che (mi vergogno a dirlo) non conoscevo affatto. Splendida donna, forte, gagliarda, intelligente, umana. Sono rimasta colpita da tanto altruismo e così forte empatia verso gli altri. In tempi insospettabili ha fatto cose che oggi sogniamo di fare. Grazie Cristina, è stato illuminante.

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    1. Grazie per aver riportato il tuo commento, Lauretta. Ma anch'io non la conoscevo, e quindi doppia vergogna essendo nata e vissuta a Milano! Tra l'altro da quello che ho capito non aveva avuto figli, per cui si era dedicata completamente a questi suoi progetti. Molto toccante la parte sui ragazzi di strada. E credo che anche la figura del marito non sia da sottovalutare.

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  8. Ma che bella questa figura di donna. Grazie per averne parlato, anch'io non la conoscevo. Sapere capire e raccogliere le esigenze è un dono di pochi. Tu hai citato l'esempio più straordinario, Madre Teresa di Calcutta, ma anche Alessandrina Ravizza dà una testimonianza di amore e pietà umana che suscita profonda ammirazione.

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    1. Ci sono persone che spandono attorno a loro un'aura di luminosità, e non ho dubbi che lei fosse una di quelle. Ho trovato molto commovente il fatto che avesse allestito l'ospedale per i bambini malati di lue e che lo volesse arredato con mobilio allegro e a misura di bambino e decorato con gli affreschi del pittore. Come a dire che la bellezza è un diritto, soprattutto per i sofferenti.

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    2. e anche che avesse a cuore la cultura e la fame di conoscenza degli operai.

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    3. Sì, era davvero una donna completa che non trascurava nessun aspetto del bisogno umano.

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  9. Non ne conoscevo l'esistenza, questo perché come spesso scrivo, i comuni libri di scuola non parlano di donne come questa e continua in proposito il mio profondo rammarico. Noi insegnanti dobbiamo integrare il solito manuale con lavoro di completamento. E la conoscenza di donne come questa quanto servirebbe nel nostro tentare di educare le nuove generazioni!
    Bellissima questa sua vita in ogni aspetto. Quei ragazzini e il loro sistema mi ricordano molto gli intrecci di Dickens.
    Grazie per questo percorso, meraviglioso come sempre.

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    1. Davvero un peccato che non si dia più spazio a queste biografie sui libri di scuola. Per rimanere in ambito giornalistico, qualche anno fa su Io Donna c'era una pagina dedicata a una biografia al femminile, ogni volta era davvero interessante. Ora è scomparsa pur'essa! :-(

      Anche a me i ragazzini di cui si prendeva cura mi hanno ricordato Dickens, specialmente il romanzo "Oliver Twist".

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    2. Giusto, proprio Oliver Twist e qualcosa di David Copperfield.

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    3. Un altro bell'esempio in questo senso, ma al maschile, è Don Giovanni Bosco.

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  10. Non ho alzato la mano perché, lo ammetto, non conoscevo questo grande donna. Hai fatto bene a dedicarle spazio sul tuo blog e a farcela scoprire perché sono donne come questa che rendono il mondo un luogo migliore in cui vivere.

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    1. Penso che nessuno di noi possa alzare la mano, quindi siamo tutti rimandati a settembre! "Sono donne come questa che rendono il mondo un luogo migliore in cui vivere," è una cosa molto vera e bella.

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  11. Mi fai conoscere un'altra persona meravigliosa. Grazie! Rimango sempre stupita ogni volta che nel mare della mia ignoranza spuntano individui così speciali, e mi ripeto: peccato che se ne parli così poco. Davvero la scuola dovrebbe integrare le materie di base con questo genere di storie, non semplici nozioni ma esempi vivi e luminosi.

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    1. ... e penso che gli sbadigli si ridurrebbero proprio di fronte a certi libri di testo. Si imparerebbe anche a considerare i fatti di attualità con uno sguardo nuovo alla luce di quello che fecero queste donne immense. Grazie del commento e a presto!

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  12. Ci hai regalato il ritratto affascinante e fremente di vita di una donna meravigliosa che, a quanto pare, non ero l'unica a non conoscere. I libri di scuola non dedicano molto spazio neanche a donne artiste, scienziate o letterate dall'aura più sfavillante, figuriamoci a una donna che visse "vestita con una logora gonna stinta e con uno scialle nero", dedicandosi solo a fare del bene.

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    1. Grazie del tuo bellissimo commento, Stella. E' vero quello che dici, una donna del genere non è accattivante soprattutto per il nostro modo di considerare il prossimo, dove l'estetica conta molto più della sostanza. E qui di sostanza interiore ce n'era proprio tanta.
      Ti ho fornito forse qualche idea con il mio ritratto? ;-)

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    2. Cara Cristina, tu mi fornisci sempre tante idee che metto a decantare insieme con quelle che già albergano in me. Speriamo che prima o poi ne uscirà qualcosa :-)

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono editor e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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