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"La Storia siamo noi."


sabato 19 settembre 2015

Il fantasma dell’infanzia nel nuovo romanzo di Nadia Bertolani

La copertina del romanzo,
edito su ilmiolibro.it
Link per l'acquisto
Nadia Bertolani ci ha abituati a romanzi dove protagoniste sono città reali o immaginarie, e non è un caso che nelle sue pagine ricorrano spesso citazioni da Le Città invisibili di Italo Calvino. In quei luoghi la topografia si è calcificata, si è trasformata in pietra; altrove, la visione si offre, instabile, come le fluttuazioni della nebbia e della calura estiva. Anche Torralta, la città dove è ambientato il nuovo romanzo, Mariotta, la quarta bambina, rappresenta molto più del luogo natale dell’io narrante: è sia un vero e proprio cervello con le sue circonvoluzioni, sia un macchinario teatrale. Entrambi nascondono straordinarie sorprese, ma anche trappole e pericolosi marchingegni. E viluppi da sciogliere.

Il romanzo si apre, infatti, con la rivelazione che la protagonista Fiammetta ha perduto parte dei suoi ricordi d’infanzia, ed è tormentata dall'incubo di una bambina che la fa visita ogni notte e che l’ha portata al sonnambulismo; e Fiammetta rabbrividisce di paura solo girando una chiave nella toppa. Quella bambina è Mariotta, e l’ultima memoria che conserva di lei è una sbiadita immagine che precipita, fluttuando, da una torre. Sì, ma dove finisce la realtà e dove inizia la fantasia? Dove la sanità mentale lascia il campo all'allucinazione? Quella bambina è esistita veramente, o è solo il prodotto di quella vena di follia che esiste, dormiente, in tutti noi, e che in alcuni prende il sopravvento?

Il marito Nicola, celebre scrittore di fiabe, dopo aver inutilmente tentato con ogni mezzo di ridarle la memoria, convince Fiammetta a ritornare a Torralta in occasione di un Premio Letterario alla Carriera che la città vorrebbe assegnargli. Nicola sa che la fiaba è un potente mezzo per affrontare ed esorcizzare le paure dell’infanzia, e i draghi e gli orchi nelle pagine sono gli stessi che i bambini dovranno incontrare nella vita reale. Sa che i bambini non si spaventano, come qualche intellettuale benpensante o genitore troppo ansioso hanno supposto anche in tempi recenti, viceversa colgono il nesso grazie alla loro pronta intuizione. Sa che il fantastico è un non-luogo dove tutto è possibile, e che le più grandi conquiste sono state realizzate da persone dotate di quell'inesauribile fantasia che le ha sospinte ad andare “oltre”: persone che, come lui, non sono mai cresciute (nel senso migliore del termine), ma hanno conservato dentro di sé lo stupore dell’infanzia, la capacità di avvistare il male e non caderne preda, di combinare pezzi differenti del mosaico per creare il nuovo. Quel che egli vuole regalare a Fiammetta è quindi la memoria dell’infanzia, assumendosi il ruolo di un un funambolesco, colorato, buffo analista. E la cura potrà essere trovata solamente a Torralta dove tutto sembra aver avuto la sua origine, e come intuisce la stessa protagonista che ne conserva un ricordo vischioso e sgradevole.

Mistero e malinconia di una strada
di Giorgio De Chirico (1914)
Collezione privata
Dopo la città e le fiabe, il tempo è il terzo attore di questo romanzo, un tempo vissuto in maniera diametralmente opposta da Nicola e Fiammetta. Il primo non ha paura dei cambiamenti, che accoglie con un placido stupore per come vanno le cose , per come scompaiono e vengono sostituite da altre, senza avvisarti, senza che tu te ne accorga. Fiammetta, invece, malgrado sia molto più giovane di lui, lo teme perché è sicura che nell'equazione tempo=morte si nasconda l'indicibile in agguato. Non è un caso che sia attratta dal cimitero del Père Lachaise di Parigi, città in cui abita con il marito.

Ma a Torralta il tempo si raggruma e si tende a seconda delle circostanze, e  tutto si gioca nell'arco di tre giornate, l’ultima delle quali una caldissima e onirica estate di San Martino in cui tutto sfolgora e riluce. Fiammetta ha una serie di incontri, che le fanno riaffiorare la memoria a ondate progressive e sempre più ampie. In quelle ritornano le sue compagne di giochi – la prepotente Elisa, la sciocca Giovanna e infine Mariù, detta Mariotta – e il loro luogo di incontri: il giardino della Torre dove giocano attraverso la regolarità delle ordinate siepi di bosso, all'ombra dell'edificio medievale rivolto al cielo (ancora e sempre, le geometrie!). Giochi ravvivati dal linguaggio cifrato del “PA” con cui scambiarsi messaggi che gli adulti non possono capire, dalle apparizioni del bambino nano e della donna nera, dalla leggenda della principessa decapitata per adulterio… o forse no. Un’estate dove realtà e fantasia si mescolano continuamente, e dove tutto sembra precipitare a spirale verso l’ultima giornata estiva: quella dove riemergerà che cosa è davvero accaduto nella torre del castello, oltre la porta di legno mai chiusa a chiave.

Ancora una volta Nadia ci regala una storia sorprendente, stavolta imperniata sulla memoria infantile e sull'identità smarrita, e lo fa con il suo linguaggio raffinato, attraverso frasi che sembrano seguire i movimenti del pensiero, asciutto e secco quando il dolore diventa aspro, inquieto quando le zone d’ombra minacciano di invadere la mente, prolungato quando il torrente delle impressioni si fa troppo incalzante. Come sempre ci sono rimandi colti, ma l’autrice li inserisce nella sua maniera non pedante, e sempre in modo funzionale alla storia. La narrazione è scandita dalle strofe di un ritornello su quattro bambine che “trottano, trotterellano”, che durante il nostro incontro a Piacenza l’autrice mi ha rivelato essere il primissimo mattone su cui ha costruito le fondamenta del suo romanzo, della sua torre oscura. Come a dire che il processo della scrittura è davvero una cosa misteriosa e sorprendente, esattamente come in una fiaba. 

Tra i suoi personaggi, spiccano Nicola l'affabulatore, per simpatia e arguzia, la prepotente bambina Elisa (e nell'infanzia chi di noi non ha subito le angherie di una tormentatrice, o non ha sofferto a causa di un bulletto?), il ripugnante e grottesco Riccardo, quasi un Orson Welles redivivo di gran lunga meno geniale e attraente. E, naturalmente, il personaggio di Mariotta, che sosterà a lungo nella nostra memoria anche dopo che avremo chiuso l’ultima pagina di questo toccante romanzo sull'infanzia. 
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10 commenti:

  1. Ho letto anch'io il romanzo (il quarto in ordine di apparizione tra i romanzi di Nadia) e ho inviato più di una recensione, una sulla pagina FB del libro e una al sito del concorso ilmioesordio, a cui Nadia sta partecipando con Mariotta, la quarta bambina. Avrei potuto scrivere altro e ancora e quindi non mi sorprendo a leggere questa bella recensione di Cristina che ancora una volta rende, come dire(?), giustizia a questo nuovo, ultimo romanzo di Nadia. Complimenti a entrambe!

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    1. Ciao Marilù, grazie davvero del tuo commento. Di una cosa siamo sicuri, che Nadia comunque è una garanzia di qualità, e che c'è molto da dire sui suoi romanzi. Quando poi vai a leggere certi libri di autori cosiddetti "blasonati", provi ancora maggior amarezza... ma sono i discorsi che sempre si fanno. Inutile negarlo, così va il mondo. C'è solo da sperare che non si perda mai la voglia di scrivere a dispetto di tutto.

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    2. Impagabile e cara, carissima Marilù!

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    3. Confesso che a ilmiolibro.it non accedo da quando hanno cambiato la... ehm... grafica. Mi ricordo però che le recensioni non dovevano superare un tot di parole, e passavo il mio tempo a limare anche le virgole, con il fumo che mi usciva anche dalle narici. C'è ancora questo limite, che voi sappiate?

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  2. Cara Cristina, confesso che attendevo il tuo parere ma aggiungo che la tua recensione va ben al di là di quanto atteso e di quanto sperato: sei una lettrice formidabile, capace di cogliere le più piccole sfumature, abile nel riconoscere somiglianze e differenze, prodigiosa nell'indicare quelli che sono i pilastri narrativi, la città, il tempo, il rapporto tra reale e fantastico. Sei stata così esauriente e seducente che se non fossi io l'autrice sarei indotta a leggere il libro recensito. Mi ha colpito molto il collegamento che fai tra le circonvoluzioni del cervello e le macchine teatrali perché anche qui hai colto quanto il teatro sia la chiave di lettura dell'episodio di Riccardo e mi fa piacere la tua citazione del Père Lachaise perché è stata un'intuizione a cui ho tenuto molto. Grazie dunque, ma anche tanta ammirazione da parte mia per la tua sottigliezza analitica e per la bellezza della tua scrittura.

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    1. Cara Nadia, il romanzo mi era già piaciuto molto nella sua prima versione, e mi è piaciuta anche quella definitiva. Sai benissimo che se il romanzo non mi piace nel complesso, lo dico in privato con le mie motivazioni e, al limite, non scrivo nessuna recensione. Questo perché sei un'autrice intelligente e percettiva, e hai sempre colto la costruttività delle mie osservazioni. Per un autore è importante che qualcuno riesca a cogliere i temi di fondo e la struttura narrativa nel suo complesso: i primi sono come i passaggi musicali e la seconda è l'architettura dell'edificio. Inutile nasconderselo: se non ci sono il romanzo non sta in piedi!

      Mi ha fatto un piacere enorme ritrovare la tua "voce" nel romanzo, riconoscibile in qualsiasi tua storia. Nella piattezza generale, è una gran bella boccata di ossigeno.

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  3. Dopo questa bellissima recensione, il libro di Nadia è entrato di prepotenza nella mia lista di romanzi da acquistare e leggere. Sembra proprio il tipo di storia che piace a me, misteriosa, ricca di sfumature e con un'atmosfera un po' onirica.

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    1. Vedrai che ti piacerà senz'altro, Maria Teresa... me sono sicura, specie da quando ho letto la tua ultima produzione! ;-)

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  4. Un buon suggerimento, grazie a entrambe! E' vero, Cristina, che sei una lettrice speciale. Riesci a trovare in ciò che leggi aspetti di cui talvolta nemmeno l'autore è consapevole. :)

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    1. Uno degli aspetti più entusiasmanti della scrittura è proprio quando un lettore riesce a scovare dei collegamenti tra le pagine, o dei "non detto" che gettano nuova luce sul significato complessivo del libro! :-) Questo vale anche per me come narratrice, ovviamente.

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QUALCOSA DI ME

QUALCOSA DI ME
Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono editor e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO

IL MIO ULTIMO LAVORO
Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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