Blog su Letteratura, Storia e Arte in tutte le sue forme.

"La Storia siamo noi."


sabato 23 maggio 2015

“Cattedrale”: i microcosmi quotidiani di Raymond Carver

La copertina del libro
edito da Einaudi
Ebbi il mio primo incontro con Raymond Carver proprio con il racconto Cattedrale che dà il titolo alla raccolta e che, non a caso, è collocato proprio in fondo alla stessa. Stavo lavorando a un letteratura inglese, e quindi ebbi modo di leggerlo in lingua originale. Ricordo che mi piacque moltissimo. Nonostante il titolo, ha ben poco a che fare con il Medioevo se non nello spunto che dà vita alla narrazione: un uomo deve descrivere a un vecchio, cieco dalla nascita, com'è fatta una cattedrale, su cui stanno trasmettendo un documentario in TV. Niente di più difficile, eppure il protagonista, e l’autore con lui, riescono in questa impresa che ha del miracoloso, senza artifici retorici e con estrema semplicità.

Raymond Carver (1938-1988) è considerato uno dei maestri del racconto breve, proprio per l’estrema asciuttezza della sua narrazione, dove ogni cosa è ridotta all'osso a partire dall'ambientazione. Le storie di Carver si svolgono nel quotidiano, persino nel banale, di un mondo tutto americano – gli scenari sono quelli di ogni giorno: interni di case, negozi, centri commerciali, stazioni ferroviarie, parrucchieri... – e solitamente partono in media res. Il narratore sembra infatti che stia riprendendo un discorso già avviato, senza dare al lettore i classici elementi che lo aiutino a mettersi a suo agio con la storia, come se stesse raccontando dei suoi casi ormai da tempo. I suoi racconti vertono sulla quotidianità e sono quasi privi di colpi di scena: ci sono coppie in crisi (come in Penne), coppie che si ritrovano (La casa di Chef), disoccupati (Conservazione), eventi luttuosi (Una cosa piccola ma buona), lavoro e competizione (Vitamine), aiuti inaspettati (Attenti), comunità di recupero per  alcolisti (Da dove sto chiamando), sale d’aspetto come palcoscenici (Il treno), abbandoni e baby-sitter (Febbre), traslochi e oggetti-simbolo (La briglia) e i già citati protagonisti di Cattedrale.

Le azioni di questi comunissimi, a volte persino squallidi, personaggi, scorrono sulla pagina come se fossimo spettatori invisibili sulla scena di un film. Per ottenere questo effetto, Carver usa uno stile essenziale. Non c’è una parola più del necessario, sia nelle descrizioni che nei dialoghi. Spesso cambia il punto di vista, eppure non si perde mai il filo del discorso. È in grado di adottare un’ottica femminile come uno sguardo maschile senza sforzo apparente, con la maestria dell’attore che recita in modo naturale mentre il tutto è risultato di lunghe ore di esercizio e disciplina. Lui stesso asseriva che scrivere è riscrivere, e non faccio fatica a credere che questi racconti siano il risultato di un processo di distillazione molto lungo.

Lo scrittore Raymond Carver
Gli incipit stessi sono dei piccoli racconti. Ve ne propongo tre. Innanzitutto quello di Penne:
“Questo mio collega di lavoro, Bud, una volta ha invitato me e Fran a cena. Io non conoscevo sua moglie, e lui non conosceva Fran. Così eravamo pari. Ma io e Bud eravamo amici. E sapevo che a casa sua c’era un bambino piccolo. Doveva avere più o meno otto mesi quando Bud ci ha invitato a cena. Che fine avevano fatto quegli otto mesi? Diamine, che fine ha fatto il tempo passato da allora?”
Conservazione:

“Il marito di Sandy se n’è rimasto sdraiato sul divano da quando è stato licenziato tre mesi fa. Quel giorno, tre mesi fa, era tornato a casa pallido e spaventato e con tutte le cose del lavoro in uno scatolone. – Buon San Valentino, – aveva detto a Sandy, e aveva posato una scatola di cioccolatini a forma di cuore e una bottiglia di Jean Beam sul tavolo della cucina. Si era tolto il berretto e aveva messo anche quello sul tavolo. – Oggi m’hanno licenziato. Ehi, secondo te che ne sarà di noi, adesso? –“

 Una cosa piccola ma buona:

“Sabato pomeriggio montò in macchina e andò alla piccola pasticceria del centro commerciale. Dopo aver sfogliato un raccoglitore con le foto delle torte incollate sulle pagine, ne ordinò una al cioccolato, la preferita di suo figlio. La torta che aveva scelto era decorata con un’astronave sulla rampa di lancio sotto una pioggia di stelle bianche, e un pianeta di glassa rossa dall'altra parte. Scotty, il nome del bambino, sarebbe stato scritto in lettere verdi sotto il pianeta.”

Che cos'hanno in comune questi tre incipit, a parte l'ordinarietà delle situazioni, pur problematiche come nel secondo caso? Che c'è un elemento di disturbo. Solo che non lo avvertiamo, proprio come nel gioco "trova l'intruso", confuso tra centinaia di personaggi. Naturalmente non è possibile individuarlo subito, sarà più chiaro nel prosieguo della lettura. Nella sua prefazione, difatti, Francesco Piccolo parla della possibilità di lasciarsi sorprendere dall'imprevedibilità e della condivisione e del contatto umano, in Carver. Io ho trovato qualcosa di ancora differente nei racconti di questo autore: un momento in cui la realtà sembra andare fuori registro, dando l'effetto delle fotografie in stampa che si sdoppiano; magari in modo lieve, ma lo fanno.

In questa realtà sfasata emerge, finalmente chiaro, il particolare stonato dell'inizio; o, se preferite accogliere la tesi di Piccolo, il momento di condivisione. Esso è già scivolato all'interno del tracciato in maniera quasi inavvertita, proprio come accade nella quotidianità. Non l'abbiamo individuato e, anche se avessimo potuto farlo, è ormai parte di noi, e ci ha cambiato per sempre. Il fato degli antichi Greci, la volontà di divinità capricciose, le epiche battaglie si sono tramutati in oggetti che tutti noi possiamo avere sotto gli occhi: un divano ormai logoro, una bottiglia di whisky quasi vuota, o una semplice torta di compleanno.

***

Anche voi avete letto qualcosa di questo autore e, se sì, che cosa ne pensate? O, pur non conoscendolo, vi piacciono questi incipit e li avreste votati, magari nella competizione lanciata qualche tempo fa da Michele Scarparo sul suo blog Scrivere per caso
Share:

13 commenti:

  1. Raymond Carver è stata una rivelazione. È stato proprio "Cattedrale" a farmi comprendere che cosa vuol dire scrivere; che mi ha fatto capire che avevo sempre sbagliato tutto nella scrittura. A parte le poesie, di lui ho tutto, e sempre a portata di mano. Prendo uno dei suoi libri, lo apro a caso, e mi sorprende sempre. C'è sempre qualcosa che mi coglie all'improvviso, che mi riempie di stupore, di ammirazione.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie del tuo commento, Marco. "Cattedrale" è un capolavoro.

      Tutti i suoi racconti sono un esempio lampante di quello che è davvero banale nella scrittura di certi autori, e quello che non lo è, come nel suo caso. Tu che hai letto molto di Carver, che cosa mi consiglieresti d'altro?

      Elimina
    2. Tutto!
      Magari leggerei i racconti di "Di che cosa parliamo quando parliamo d'amore" (che furono ferocemente editati da Gordon Lish) e poi "Principianti", dove sono racchiuse le versioni di quegli stessi racconti, ma come li aveva scritti Carver. Così potrai vedere come era stato ridotto (in tutti i sensi) il meraviglioso "Una cosa piccola ma buona" dall'editor Lish.

      Elimina
    3. Sei davvero un appassionato di Carver, da quello che leggo. Grazie dei tuoi consigli, è sempre molto interessante vedere l'idea iniziale e come viene cambiata dall'esterno.

      Di solito trovo anche interessante vedere le varie revisioni da parte dell'autore, cosa che però, con il digitale, si va perdendo!

      Elimina
    4. Dimenticavo: ho aggiunto il tuo blog tra quelli interessanti nella colonna di sinistra del mio.

      Elimina
  2. Innanzi tutto grazie della citazione :)

    Devo ammettere che tra i vasti strati della mia ignoranza si annida anche Carver. D'altra parte la mia attenzione è sempre andata alla letteratura antica, ma recupererò, lo prometto.
    Come ogni cavaliere sa, un incipit è un'ottima arma, ma taglia su due lati e può anche essere rivolta contro di te :)
    Questi sono indubbiamente belli, ma abbiamo imparato dalla piccola competizione che ho ospitato che è assai difficile inferire qualcosa di un testo dall'incipit; ciò però non toglie che siano uno strumento potentissimo per "sbattere" il lettore dentro la storia.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie a te del commento. Ho aggiunto anche il tuo blog nella colonnina di sinistra del mio, tra i blog interessanti. :-)

      Io preferisco i classici, ma ci sono degli autori che sono delle vere e proprie pietre miliari anche tra i contemporanei o quelli del secolo scorso. La letteratura inglese cui facevo riferimento nel post mi aveva dischiuso molti autori del mondo anglosassone che ho letto e apprezzato: "I figli della mezzanotte" di Salman Rushdie, oppure "Amatissima" di Toni Morrison... ed è stato nel tempo un salasso per le mie finanze. Tra l'altro leggo un po' di tutto, anche autori esordienti o poco conosciuti.

      Vero quello che dici sulla competizione inerente gli incipit. A parte che, ad esempio, bisogna collocare anche la storia nel giusto contesto, e un incipit nudo e crudo non te lo può dire. Se ambiento un romanzo al tempo delle guerre tra Cattolici e Ugonotti in Francia al tempo di Caterina de'Medici, certo non mi aspetto che lo scrittore abbia lo stile di Carver. A meno che non voglia scrivere una parodia!

      Elimina
    2. Grazie per avermi aggiunto :)

      Elimina
  3. Carver è imprescindibile. Non lo amo alla follia e la sua foto mi inquieta. Rimane, però, una lettura obbligata.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. In effetti l'espressione è molto intensa...

      Ho ricevuto dei libri in regalo, tanto per rimpolpare un po' la mia "sguarnita" libreria e soprattutto l'armadietto delle letture che, poverino, soffre di horror vacui. Ci sono alcuni Bukowski, autore che non ho mai letto. Anche lui doveva essere un bel tipo.

      Elimina
  4. Ho letto diversi anni fa Cattedrale, e ho trovato i racconti molto belli. Mi piace il fatto che Carver non si preoccupi di tirarti dentro la storia perché dà per scontato che tu ci sia già. Lo senti reale, mentre leggi, come se potesse passare e metterti una mano sulla spalla, chiedendoti se il racconto ti piace. Ho letto però che Lish, il suo editor, ha modificato parecchio i testi originali. Forse mi rileggerò le versioni iniziali, riportate su Principianti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La sua scelta è molto originale e insolita. Magari a un corso di scrittura creativa, oggi, sarebbe bocciata perché poco chiara! Sì, come dicevo a Marco, sarebbe interessante rileggere le versioni iniziali per fare dei confronti.

      Elimina

Politica dei cookie

Questo sito fa uso di cookie, anche di terze parti, per offrire un migliore servizio ai lettori. Se decidi di continuare la navigazione, significa che accetti il loro uso. Per maggiori dettagli leggi la seguente pagina informativa.

QUALCOSA DI ME

QUALCOSA DI ME
Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO

IL MIO ULTIMO LAVORO
Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

IL MIO CANALE YOUTUBE

Visualizzazioni totali

Top 7 Commentatori

Post più popolari

Che cosa sto leggendo

Gli ultimi award

Il Franken-meme di Nocturnia