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"La Storia siamo noi."


sabato 13 settembre 2014

Il capitombolo dell'angelo di Zafón

Per qualsiasi scrittore il vero banco di prova è il secondo romanzo. Che infatti costituisce una specie di spauracchio, perché incombe la paura di non essere all'altezza del primo e di  ripetersi usando gli stessi temi, specie se si vuole fare un seguito. Tutto questo è successo, a mio parere, allo scrittore spagnolo Carlos Ruiz Zafón. Dopo aver letto e recensito il bellissimo L'ombra del vento, ho quindi affrontato Il gioco dell'angelo (El juego del ángel) colma di aspettative.

L'incipit è quanto di meglio potrebbe esserci per incuriosire chiunque abbia qualche velleità nello scrivere, e che conosca, anche poco, l'ambiente editoriale e l'animo umano: Uno scrittore non dimentica mai la prima volta che accetta qualche moneta o un elogio in cambio di una storia. Non dimentica mai la prima volta che avverte nel sangue il dolce veleno della vanità e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancanza di talento, il sogno della letteratura potrà dargli un tetto sulla testa, un piatto caldo alla fine della giornata e soprattutto quanto più desidera: il suo nome stampato su un miserabile pezzo di carta che vivrà sicuramente più a lungo di lui. Vi dicono qualcosa queste parole, non è vero?

La copertina del romanzo,
edito da Mondadori
Anche questo romanzo è ambientato nella città che Zafón meglio conosce, una Barcellona  ben lontana dai clichés di città mediterranea: torbida e quasi cimiteriale. Il protagonista, David Martín, narra la sua storia in prima persona iniziando dai suoi esordi nel 1917 presso la redazione del giornale "La Voz de la Industria". Il sogno del diciassettenne è quello di emergere come scrittore e, grazie all'amicizia di Pedro Vidal, un collega ricco che lo prende sotto la sua ala, riesce a farsi un nome come autore di racconti "sensazionali"  per palati robusti, ambientati nella stessa Barcellona, colmi di delitti, passioni, misteri, sangue. Per una serie di circostanze fortunate, il giovane riesce poi confluire nelle scuderie degli autori di una casa editrice, gestita da due loschi figuri. Allo scopo di favorire tranquillità e concentrazione, Martín si trasferisce in una villa rimasta a lungo disabitata, con tanto di torre che funge da studio. Là sforna romanzi su romanzi a ritmo serrato, al punto da minare la sua salute. Un giorno, però, viene contattato da un misterioso editore francese, un certo Andreas Corelli, che gli propone di scrivere una storia particolarissima in esclusiva per lui. Il giovane accetta il misterioso incarico e naturalmente, dopo poco tempo, scopre di essersi ficcato nel classico mare di guai.

La storia funziona brillantemente per le prime ottanta pagine, poi... la macchina comincia a rallentare e perdere pezzi da tutte le parti, il motore ad ingolfarsi e la trama a farsi contorta e pasticciata. A mio parere ci sono diversi aspetti che ne L'ombra del vento funzionavano molto bene, non qui: il soprannaturale nel primo libro trovava una sua spiegazione razionale e logica, nel secondo romanzo invece è inserito in maniera invasiva e anche frettolosa. Si ha la sensazione di essere davanti al gioco di un prestigiatore che però ambisce ad essere alta magia. Il secondo problema è che vengono introdotti molti elementi che non vengono mai spiegati, e una miriade di personaggi da cui non ci si congeda in maniera adeguata; dunque il lettore ha molte domande nella testa destinate a rimanere senza risposta, e perde di vista personaggi importanti che ricompaiono poi di punto in bianco. Sono i cosiddetti "fili pendenti" in letteratura. Ce ne possono essere alcuni di minor conto, in una narrazione, ma certamente l'autore, che per molti versi è il demiurgo incaricato di porre rimedio al caos, non può tralasciare di spiegare gli snodi veramente decisivi. Soprattutto verso la fine c'è un affastellarsi di cadaveri al limite del ridicolo, specie perché le reazioni del protagonista non sono per niente proporzionate a quanto accade. L'autore sembra essersi ficcato in un labirinto da cui non riesce a uscire.

Il Trionfo del Genio della Distruzione 
di Mihály_Zichy (1878)
Anche qui ritroviamo i librai Sempere padre e figlio del romanzo precedente, che però sono irriconoscibili, specie il padre. Qualcosa non sembra funzionare nemmeno nella datazione: ne L'ombra del vento siamo nel 1945, Daniel Sempere ha quasi undici anni e viene condotto dal padre nel Cimitero dei Libri Abbandonati per scegliere un libro. Ne Il Gioco dell'Angelo siamo nel 1917, il protagonista ha diciassette anni ed è definito coetaneo di Daniel Sempere! A quel punto sarebbe stato meglio che l'autore avesse scelto altre figure di librai per sganciarsi dal problema della datazione.

Per il resto molte situazioni si ripetono, dando l'idea di un romanzo-fotocopia: il Cimitero dei libri in cui nascondere e attingere volumi, case editrici che prendono fuoco, ville maledette, ragazze dal triste destino, poliziotti violenti. Manca però completamente l'aspetto sociale e storico che nel primo volume era vivido e ci faceva toccare con mano le atmosfere cupe di una Barcellona in piena dittatura franchista, della polizia e degli interrogatori, della letteratura come una delle poche vie d'uscita ad un'esistenza triste e vessata. I personaggi nuovi, come Pedro Vidal e Isabella, la giovane assistente di Martin, sono sbiaditi e privi di spessore (e, per quanto mi riguarda, ho trovato piuttosto irritante la figura di Isabella e i suoi siparietti con il protagonista). L'identità del misterioso editore francese con la spilla dell'angelo sul bavero della giacca, figura cardine nell'intera storia, affonda in un finale senza senso.

L'autore è molto bravo a rendere le atmosfere di Barcellona, e a farne la "città dei maledetti". Purtroppo è tutto qua... e questo non basta a salvare il romanzo perché le ottime idee iniziali non vengono portate a compimento. E in tutta sincerità non riesco a capire se questo romanzo sia la solita astuta operazione commerciale della casa editrice o un'opera non riuscita, la classica ciambella senza buco che può capitare a tutti, oppure un misto tra le due.

E voi avete letto questo libro? Condividete la mia opinione oppure ne dissentite?
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14 commenti:

  1. Io non ho letto Zafròn dunque non posso esprimere un'opinione al riguardo. Però la veridicità di ciò che dici è evidentissima, secondo me, nei romanzi di Dan Brown. Premettendo che li ho letti solo per curiosità, perchè non amo le "americanate", li ho trovati un coacervo di luoghi comuni. è un romanzo che si basa esclusivamente su un'idea forte.
    Zafròn è lo stesso autore de "La principessa scalza"? Perdonami se sbaglio. So che potrei vedere su google, ma sono un po' pigra, oggi. Questo romanzo mi ispirava molto, ma non ho ancora avuto modo di leggerlo. Le recensioni sono discordanti. Tu lo conosci? :)

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    1. Di Dan Brown ho letto tre romanzi, per i motivi più disparati: "Il Codice da Vinci" in inglese, perché volevo leggerlo in lingua originale, "Angeli e Demoni" perché mi incuriosiva il tema, e comunque ho preso entrambi in prestito dalla biblioteca. Poi ho letto "L'ultimo sigillo" perché mi era stato regalato. In tutti e tre i casi mi sono fatta i complimenti da sola per non aver speso i miei sudati quattrini inutilmente.

      Dan Brown è evidentemente un autore commerciale che però ha anche delle pretese di toccare temi spirituali, specie ne "L'ultimo sigillo". La trama non è male, ma nch'io ho notato situazioni spazio-logistiche improbabili e, sempre, è un autore che affonda miseramente nei finali.

      Ho fatto io la ricerca di Google su "La principessa scalza" ;-) con questo titolo mi risulta un romanzo Harmony, ma non penso che sia il tuo genere, giusto? ;-) Invece c'è "La regina scalza" ed è di Falcones. Dovrebbe essere l'ultimo di una trilogia. Io ho letto "La cattedrale del mare" che ho recensito sul blog, e mi è piaciuto moltissimo.

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    2. Cara Cris, ho letto il libro poco tempo fa e per molti versi concordo con quel che dici.
      E' vero che l'autore gioca bene con le parole e le situazioni, che la trama inizialmente prende in una rete da cui non sembra facile uscire, al contempo avevo la sensazione del già sentito, già "visto", già letto (o quasi) e pur pervasa da una certa inquietudine alla fine mi sono chiesta:"Embé?"!
      Ovviamente ho avuto il coraggio di parlarne solo con mia figlia, mi sembrava di peccare di presunzione, senza avere le carte in regola per farlo; ora leggere la tua recensione mi riporta alla mente i pensieri di allora. Bello essere Zafon, con questo nome puoi scrivere quel che vuoi...
      Marilù Domenici

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    3. Cara Marilù, grazie per essere passata e aver lasciato il tuo commento. Bello soprattutto confrontarsi con una persona fresca di lettura come me, perché il romanzo non è recentissimo e a volte ho la sensazione di "arrivare tardi".

      Troppa carne al fuoco ha messo lo scrittore, secondo me, con temi anche impegnativi. Probabilmente avrebbe dovuto inserire meno, e la resa sarebbe stata migliore. Fossi stato in lui, avrei sfruttato il tema dell'invidia nell'ambiente letterario, come lascia credere l'inizio, dando più risalto alla figura del suo mentore, Pedro Vidal (un uomo con poco talento ma molti mezzi). Ma questa è una mia opinione, che vale il tempo che trova.

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  2. L'ombra del vento per me è uno dei romanzi più belli degli ultimi anni, lo amato tantissimo, anche se molti l'hanno definito un polpettone, ci sono molte trovate sorprendenti ed è un libro di grande impatto emotivo, aspettavo quindi con ansia il secondo e, come te, sono stata assai delusa, ho abbandonato Zafron. Mi vengono in mente diversi autori che, col secondo romanzo non sono stati in grado di crescere, anzi sono addirittura precipitati. Per esempio ottimi primi libri, non seguiti da altrettanti buoni secondi, sono stati "L'uomo che sussurava ai cavalli" e "I ponti di Madison County" a parer mio.

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    1. Ciao Sandra, grazie del tuo commento!

      Anche a me "L'ombra del vento" era piaciuto tanto, infatti l'ho recensito positivamente sul blog. All'epoca ero rimasta stupita perché una mia amica, accanita lettrice, mi aveva detto che a lei Zafon non piaceva, e ora ho capito perché: aveva letto proprio "Il gioco dell'angelo".

      Nessuno discute che ci possano essere delle parti deboli in un seguito, o in un romanzo in sé, ma secondo me è evidente o meno l'impegno dell'autore in una stesura, e anche se è stato fatto un minimo intervento editoriale. Ad esempio la questione delle date secondo me è grave: io l'ho notata perché avevo bene in mente quelle de "L'ombra del vento", per cui mi sono saltate subito all'occhio le discrepanze. Conveniva a questo punto sganciarsi dai personaggi del primo per essere più liberi, magari mantenendo il Cimitero dei Libri Abbandonati. Sempere padre, che nel primo è dolcissimo, qui sembra un vecchio rimbambito.

      I libri che menzioni non li ho letti, per cui mi fido del tuo giudizio.

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  3. Ahi, dopo "L'ombra del vento" volevo proprio leggerlo... mi riconfermo una volta di più che vale la pena di aspettare un attimo a leggere i presunti-probabili-ipotetici nuovi successi di autori affermati. Dopo un po' iniziano a spuntare le valutazioni dei lettori, e allora si sa cosa fare!

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    1. Grazie del tuo commento, Grazia. Quindi anche tu, come noi, hai apprezzato "L'ombra del vento". Questo seguito è un vero peccato, probabilmente Zafon avrebbe dovuto avere più coraggio, cioè staccarsi completamente dai temi del primo per cercare di scrivere qualcosa di nuovo... e non propinare minestra riscaldata.

      Però non conosco i termini del contratto editoriale di questo autore, per cui... ;-)

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  4. Il gioco dell'angelo è il primo e unico romanzo che ho letto di Zafon. Dopo tanta pressione da parte di un'amica che diceva che i suoi libri mi sarebbero piaciuti tantissimo, l'avevo acquistato senza sapere che era il secondo rispetto a L'ombra del vento. E devo dire che condivido abbastanza la tua opinione. All'inizio mi piaceva molto, sono rimasta affascinata dallo stile così curato, dalle descrizioni e da vari altri aspetti. Poi, verso metà, ha cominciato a calare per perdersi del tutto e lasciarmi con molto amaro in bocca. La fine poi mi è sembrata contorta e non supportata dal resto. Devo confessare che questa lettura mi ha un po' demotivata a leggere altro di Zafon, però visto il vostro entusiasmo per il primo della serie, riconsidererò la cosa!

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    1. Il detto "Ars longa vita brevis" non potrebbe essere più vera per la scrittura. Ogni romanzo ha i suoi tempi di scrittura, revisione e decantazione. Ci sono romanzi che sono stati scritti in pochissimo tempo e sono dei capolavori (come "Il rosso e il nero", scritto in tre mesi), ma per la maggior parte non è così. Ho come l'impressione che Zafon abbia scritto "Il gioco dell'angelo" in poco tempo e pressato dalle scadenze, sviluppando una buona idea che però non ha avuto il tempo di decantare.

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  5. Adesso sarò impopolare, ma in sincerità sto trovando difficoltà a anche leggere L'ombra del vento, anche se mi sono imposta di continuare.

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    1. Anzi, grazie per la tua voce fuori dal coro, Giordana! Poi ci saprai dire alla fine della tua lettura...

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  6. Ti dirò, ti do ragione un po' su tutto, eppure "Il gioco dell'angelo" resta il mio preferito fra i romanzi di Zafòn (almeno tra quelli "adulti").
    Ne "L'ombra del vento", che mi è comunque piaciuto, non ho apprezzato troppo la struttura a flashback (passami il termine) con pagine e pagine in corsivo ogni volta che un personaggio raccontava il proprio disastroso passato.
    De "Il prigioniero del cielo", invece, meno ne parlo e meglio è.

    Tornando a "Il gioco dell'angelo", è verissimo che il finale è oltremodo indegno. Zafòn passa tre quarti del romanzo a costruire un mistero impossibile da risolvere e alla fine ci resta incastrato dentro, tanto da essere costretto a uscirsene con la scusa del paranormale.
    E però mi è piaciuto lo stesso. Sarà per il personaggio di David Martin, che è reso benissimo, sarà per la complicità con Isabella (che a me è piaciuta), sarà per le chiacchierate con Corelli, che lo avevamo capito tutti chi era in realtà, ma va bene lo stesso... "Il gioco dell'angelo" per me resta una lettura piacevole.

    C'è da dire, tra l'altro, che Zafòn è ridondante nelle tematiche già solo ne "L'ombra del vento" che, onestamente, sembra una gara tra i personaggi a chi è più disgraziato. Va bene la città maledetta, va bene il passato oscuro, ma c'era un accumularsi di sciagure che a volte sfociava nel ridicolo (ricordo una prostituta che compariva per tre righe, giusto il tempo per dire che era una prostituta, che viveva in un condominio fatiscente e che i topi avevano mangiato le dita a suo figlio appena nato... mamma mia!).
    E non parliamo poi dei personaggi negativi, dei cattivi, che nei romanzi di Zafòn li riconosci subito perché sorridono "come lupi" o stanno immobili "come ragni". Tutti. Sempre.

    p.s.
    E' la mia prima volta sul tuo blog. Ora gironzolo un po', va'... :D
    Ciao!

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    1. Grazie, DiD, del tuo parere così circostanziato e benvenuto sul blog! Spero di rivederti ancora da queste parti, sia pure in maniera virtuale.

      In letteratura è vero che “al cuor non si comanda”, in un certo senso, infatti a te ne "L'ombra del vento" non sono piaciute parti che la maggior parte dei commentatori ha apprezzato, me compresa.

      Comunque l’uso del corsivo come carattere grafico è da evitare specie se si parla di pagine e pagine di ritorno al passato. Anche a me non piace usato in maniera così sovrabbondante, perché perde la sua caratteristica di “ehi! Ho da dirti qualcosa di importante! Guarda qua!” e diventa difficoltoso da leggere.

      Non discuto l’uso del paranormale in un romanzo, anzi personalmente ci vado a nozze. Discuto solamente l’uso che ne fa Zafon, appunto come scappatoia. A proposito di Corelli, facilmente identificabile, ho avuto proprio l’impressione che l’autore non sapesse di chi o che cosa stava parlando. Alla fine gli ha fatto attraversare un cambiamento repentino non motivato da niente, a partire dal dato banale dell’abbigliamento: prima vestiva di nero in linea con il soggetto, alla fine è diventato bianco. E perché, di grazia? Beh, mi auguro che Corelli non vada mai di persona a trovare Zafon per dirgliene quattro… ;-)

      Ciao!

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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