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"La Storia siamo noi."


sabato 10 maggio 2014

Nel sangue, nel fuoco, nella neve: la lenta agonia della beatitudine

La copertina della silloge,
edita da Morcelliana
Parola impronunciabile è la morte. La poesia mistica è lunga visione. Questi due pensieri mi hanno attraversato la mente durante la lettura della silloge La lenta agonia della beatitudine di Arnoldo Mosca Mondadori pubblicata nel 2013 dalla casa editrice Morcelliana.

La morte, innanzitutto, oggigiorno camuffata in quanto porta con sé il decadimento del corpo, per cui si prova il bisogno di ingraziosirla imbellettando la salma o con le operazioni preventive della chirurgia estetica. Addirittura, di nasconderla come fosse una vergogna, confinandola in qualche struttura predisposta al trapasso, o di rimandarla con la tecnologia di una macchina in modo che il corpo continui a perpetuare se stesso. La morte, l’unica tappa certa nella vita di ciascuno di noi. E, di contro, la poesia che ci viene in soccorso con le ali del verso e diventa taumaturgica per il nostro spirito amareggiato e stanco. Anche ai non credenti, la lettura di questi versi poetici è difatti balsamo per lo spirito e la mente, se non altro per le immagini che scaturiscono dalle righe e che ci fanno sgranare gli occhi e trasalire… come quando vediamo qualcuno che incontrammo molto tempo fa, e di cui non ci ricordiamo più, ma che in qualche modo ha continuato ad esistere, nascosto, dentro il nostro cuore.

Tutto si trasfigura insieme, morte e verso poetico. I versi di Arnoldo chiamano il sangue, il fuoco, la neve: elementi eterni e simbolici del creato. Egli li fa muovere in una danza che ha molto della mistica medievale, di san Francesco e Dante innanzitutto, in un moto ascensionale che afferra e fa risplendere il fulcro del messaggio cristiano, la croce di Cristo, esponendolo alla piena luce. Grazie ad esso, la vita diventa una “lunga agonia” tutta volta verso la “beatitudine”, e la morte si riveste così di colori splendenti. Mi avvicino alla morte / sono fiamme di luce quelle che si alzano al confine. Sembrerebbe uno scenario di guerra o devastazione, quello che viene prefigurato. Ma, aggiunge: È la gloria ad un passo. / È una distesa che trema. / E dentro le fiamme ci sono i beati. / I corpi attraversati dalla gloria. Come nei deserti arroventati dove vibra il miraggio, egli vede i beati immersi nella luce. Non è illusione, ma concretezza priva dell’involucro carnale, e pure tangibile e vera. Nella chiusa, ricorda anche: La tua croce è un legno d’amore: si perde eternamente / in Dio come un relitto. In quel legno benedetto, intuiamo la presenza di un naufrago glorioso, che ha affrontato la tempesta per amor nostro, e ha vinto. 

Anche, troviamo il simbolo della croce come punto focale della creazione da cui ogni cosa proviene, prima del tempo storico dell’uomo: Su quella croce / furono pensati i fiori. Che cosa c’è di più bello di un verso come questo? Il legno dell’albero è il legno della croce, indistinguibili fra loro. Nel nulla immobile prima dell’inizio del tempo, Dio getta il suo cuore assoluto negli abissi. Ma Dio non è evanescente, impalpabile, è presenza viva e corporea, persino minacciosa e predatoria: balzò nel nulla come un felino. … Dio aggredì il nulla e lo mise nella sua bocca, proprio come un leone mastica e frantuma, dà origine alla creazione. La bocca divina equivale al Verbo evocato da Giovanni, con un’immagine che quasi richiama un dio pagano divoratore e avido.

Ecce homo di Georges Roualt (1937)
Museo Nazionale d'Arte Moderna di Parigi
http://www.mam.paris.fr/
C’è una sostanziale differenza, tuttavia, tra il dio feroce del paganesimo e il Dio cristiano, e risiede nella presenza del Figlio. Il Figlio che placa il cuore irato del Padre e ne fa scaturire l’amore e la tenerezza: C’erano i gelsomini sul tuo corpo. / Salendo sul Calvario i fiori / si erano aggrappati ai tuoi piedi. Non è finita dunque: il firmamento inizia a convergere verso la croce, risucchiato da una legge fisica, potente come una vertigine cui niente può resistere. La seconda, autentica creazione ha inizio con la morte di Cristo: E quando gridasti, sì, fu quello il principio della / creazione. Vorticano il sangue e il fuoco, dal cuore divino nascono fiori. Fiori, di nuovo e sempre: i fiori del perdono, stavolta. La croce divide in due: da una parte amore, dall'altra ancora amore. Versi sorprendenti, che rintoccano nel profondo del nostro essere, si spalancano quali visioni dimenticate che ritornano, come se anche noi, in qualche modo, fossimo stati presenti a quella morte e quella resurrezione. Che aggiungere ancora? Come ci dice questo poeta, nella lunga agonia della nostra beatitudine, un giorno quel volto amato sorgerà di nuovo… e noi

vedremo il tuo viso ardere nella neve. 
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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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