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sabato 29 marzo 2014

Il titolo di un romanzo: tutto liscio come l’olio? / 38

Scegliere il titolo di un romanzo è un compito all'apparenza semplice, specie dopo aver terminato una fatica spesso durata anni e risultante in innumerevoli stesure e revisioni; in realtà può rivelarsi assai più arduo del previsto! Pochi, infatti, sono quegli scrittori che sin dall'inizio hanno le idee chiare a proposito del titolo da assegnare alla loro “creatura”, per non dire coloro che partono addirittura dal titolo per scrivere il romanzo; per lo più si rimanda la questione a lavoro chiuso.

Parrebbe banale, infatti, ma non si può mettere un circolazione un testo se, prima, non gli si dà un titolo. Lo stesso Umberto Eco, nelle sue Postille a Il nome della rosa pubblicate su Alfabeta n. 49, nel giugno 1983, e poi riprese in appendice a varie edizioni del romanzo, ci spiega che: Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni. Ma uno dei principali ostacoli alla realizzazione di questo virtuoso proposito è proprio il fatto che un romanzo deve avere un titolo. E, nel suo caso, L’Abbazia del delitto diventò Il nome della rosa in quanto gli sembrava che il titolo originario si focalizzasse troppo sulla trama poliziesca, a svantaggio del resto. Senza dubbio il valore di un romanzo non risiede nel titolo, ma nel  contenuto, e tuttavia attribuire il titolo migliore ha un peso non indifferente.

Dunque, prima o poi giunge il fatidico momento di assegnare un titolo, che sia lo scrittore o la casa editrice a farlo, e su questo vorrei condividere con voi alcune riflessioni.

Lo scrittore Evgeny Chirikov di Ivan Kulikov, 1904:
anche lui forse alle prese con il titolo del suo libro...
Innanzitutto, che cos’è un titolo? Un titolo è una parola o una breve frase che indica l'argomento trattato in un libro o capitolo del libro stesso. Deve esprimere, dunque, il cuore del romanzo in una maniera che sia significativa o, al contrario, deve evocarlo in modo criptico. E, possibilmente, essere in grado di generare emozioni e domande, per fissarsi nella memoria. Inoltre, visto che lo scopo è quello di attirare il maggior numero di possibili acquirenti, il titolo di un romanzo non deve essere troppo raffinato, o sembrerebbe classificare l'opera come destinata ad un'élite. Non è solo un’etichetta o un riassunto, ma è un vero e proprio slogan… anche commerciale. Insieme alla copertina, è la prima cosa che un lettore incerto sull'acquisto nota entrando in una libreria, sempre se ha la forza di andare oltre la classifica dei “dieci più venduti” e mettersi a girovagare tra banchi e scaffali. Mi passerete il paragone, ma è come se il lettore fosse un pesce che naviga sotto il pelo dell’acqua, e nota vari ami luccicanti con gustosi vermiciattoli che attirano la sua attenzione. L’amo dunque è il titolo, il vermiciattolo la copertina, o il contrario se lo preferite.

Come fare, però, a scegliere un titolo che comprenda in sé entrambe le caratteristiche? Alcuni asseriscono che i titoli debbano essere più brevi possibile, ma non ci sono regole fisse perché, come vedrete nella classifica che troverete più sotto, sono esistiti romanzi di successo con titoli lunghi. Alcuni scrittori fanno un elenco, e poi cancellano man mano quelli che convincono meno, come Hemingway, altri adottano metodi scaramantici come un numero di lettere sempre fisso. Altri individuano le parole-chiave che si ripetono nel corso del romanzo e vi costruiscono sopra il titolo. Altri ancora riescono a spremerlo subito dal corpus dell’opera, alcuni devono lasciar sedimentare la storia, in modo da potersene distaccare e trovare, a posteriori e con la mente lucida, il titolo migliore.

Una cosa è certa, i titoli scialbi non invogliano a leggere la quarta di copertina. A mio parere quello che è imprescindibile è l’alta significatività di un titolo, per non dire la sua potenza. Il titolo originale scelto da Paolo Giordano per il suo primo romanzo era Dentro e fuori dall'acqua, poi cambiato dall'editor di Mondadori in La solitudine dei numeri primi; e converrete con me che non ci sono paragoni tra il primo e il secondo.

Per nostra comodità possiamo fare una classifica di massima su alcune tipologie di titoli famosi:

  • Il rosso e il nero di Stendhal: definisco titoli di questo genere del tipo "tandem", cioè due nomi o due aggettivi che viaggino bene in coppia, e siano uniti da una congiunzione o preposizione.  Li trovo semplici ed efficaci e personalmente ne faccio molto uso (Il Pittore degli Angeli, La Terra del Tramonto). La critica ha speso fiumi di parole su questo titolo particolare, perché non è ben chiara la ragione per cui l’autore lo avesse scelto. Il titolo, infatti, apre più di uno scenario: il rosso e il nero rimanda al tavolo da gioco: il protagonista Julien Sorel nella sua ambiziosa scalata sociale agisce infatti come il giocatore audace che aumenta sempre il valore della posta… Il rosso e il nero, però, evoca anche le due carriere chiamate in causa nel romanzo, quella militare (il rosso, simboleggiato dall'uniforme) e quella ecclesiastica (il nero, colore della tonaca). Io propongo anche una terza ipotesi sul colore: il rosso dell’amore e il nero della morte, a conferma del fatto che è un titolo chiuso e aperto al tempo stesso, semplice e geniale come lo era lo scrittore francese.
  • Dieci piccoli indiani di Agatha Christie: titolo criptico, in quanto all'apparenza non rispecchia il contenuto di questa storia gialla, ma come tale incuriosisce fortemente. Per la verità il romanzo nell'edizione originale inglese del 1939 aveva come titolo Ten Little Niggers (Dieci Piccoli Negretti). Le edizioni italiane del libro del 1946, del 1954, del 1963, del 1972, adottano il titolo usato dall'edizione americana, uscita a New York nel 1940, che, per non incorrere in accuse di razzismo, titolò poi And Then There Were None (...e poi non rimase nessuno), la frase con cui si conclude l'inquietante filastrocca che è il tema conduttore della storia. 
  • Se questo è un uomo di Primo Levi: il titolo è tratto da un componimento con cui si apre il memoriale, composto dall'autore medesimo: "Considerate se questo è un uomo / Che lavora nel fango / Che non conosce pace / Che lotta per mezzo pane / Che muore per un sì o per un no." Abbiamo quindi un titolo di alto valore poetico (in questo caso anche civile), che può essere contenuto nel testo stesso, oppure ripreso da una citazione, o da una poesia famosa e che si sposi bene con il contenuto del nostro romanzo.
  • Anna Karenina di Lev Tolstoj: questo è il classico titolo che riprende il nome e il cognome del personaggio principale, conferendogli ancora maggiore importanza, come una sottolineatura aggiuntiva. C’è una leggenda letteraria in cui si asserisce che titoli con nomi propri non portino fortuna all'autore. Penso che sia un'assurdità, anche se Alessandro Manzoni cambiò Fermo e Lucia in I promessi sposi perché più significativo. Altri titoli di questo genere, che confermano il successo della scelta, sono I fratelli Karamazov di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, in cui si indicano alcuni componenti del gruppo familiare come i protagonisti di spicco del romanzo, oppure Moby Dick di Herman Melville, addirittura il nome della balena bianca e non dell’essere umano che le dà la caccia.
  •  Espiazione di Ian McEwan: titolo di una sola parola, ma che parola! Se si fa centro, come in questo caso, è come giocare bene un asso in una partita a carte, o gettare un sasso nelle acque placide di uno stagno. Un altro esempio è Cuore di Edmondo de Amicis, il lacrimevole romanzo dello scrittore piemontese che comunque ha il pregio di offrirci uno spaccato sociale dell'epoca umbertina post-unità d'Italia, e della sua mentalità.
  • Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonas Jonasson: qui, al contrario, il titolo è volutamente lungo. Subito ispira grande simpatia anche se non si osservasse la copertina (che potete vedere qui a fianco), con un anziano signore vestito da un buffo costume rosa a metà tra il pigiama e la felpa, sul pavimento la testa di maiale parte del costume. Sopra il capo del signore si nota inoltre una segnalazione di uscita di emergenza. Un altro esempio di titolo lungo è Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop di Fannie Flagg, meglio conosciuto come Pomodori verdi fritti anche grazie al film.

Certo questo elenco non è completo perché i titoli dei romanzi sono numerosi come le stelle in cielo... 

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Vi vengono in mente altri generi che non ho citato? E, soprattutto, che cosa vi attira di più nel titolo di un romanzo come lettori? Come fate a scegliere un titolo per il vostro romanzo, se siete scrittori?
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17 commenti:

  1. Cara Cristina, sei stata molto esaustiva. Ho dato una scorsa alla mia libreria e mi pare che tutti i i titoli possa no appartenere a uno o l'altro dei generi che hai descritto. Come lettrice mi accorgo che mi faccio spesso attrarre dai titoli con una sola parola (mi ricordo che FAME di Knut Hamsum lo comprai senza neanche leggere la quarta di copertina )oppure da quelli lunghi e un po' strani tipo "L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello" di Sacks. Però poi ho dato un'occhiata allo scaffale dove ho posizionato i miei libri preferiti ( dopo averli letti, ovviamente) e mi sono accorta che vi sono titoli rappresentativi di tutti i generi di cui parli. E questo la dice lunga...Come autrice, anch'io ho sempre privilegiato i titoli Tandem. Per il prossimo libro mi piacerebbe qualcosa di più complesso, però i titoli troppo criptici li lascerei ad Agatha Christie, lei se li poteva permettere!

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  2. Nella categoria dei titoli Tandem ho dimenticato di mettere anche titoli composti da nome + aggettivo, come "Scritti corsari" di Pierpaolo Pasolini. Hai ragione, per un lettore attento alla fin fine i titoli passano in second'ordine: è come un bella torta inscatolata, sul momento si apprezzano fiocco e confezione, ma se la torta è disgustosa o insipida non si cade una seconda volta nel tranello.

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  3. Ciao Cristina! Ho scoperto oggi il tuo interessante blog, che andrò a gustare meglio nei prossimi giorni. A proposito di titoli, mi hai fatto venire in mente che io non riesco a scrivere una storia - che sia racconto o romanzo - se non gli ho dato prima un titolo. Non basta che sia carino e provvisorio, ma devo essere convinta che potrebbe essere pubblicato proprio con quel titolo, editor permettendo. E' come se non volessi parlare di una persona prima che mi fosse stata presentata. Questo per dire che il titolo può avere una valenza che va al di là della sua efficacia. Anche se forse non tutti lo vivono così... mi vengono in mente le serie americane: "Shiver", "Deeper", "Forever", oppure "La cacciatrice della notte", "La regina della notte", "L'urlo della notte" e così via. Credo che in quel caso il titolo sia solo un marchio di fabbrica, usato per far sapere al lettore che sta entrando in quella specifica saga.

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    1. Ciao, Grazia! Innanzitutto benvenuta con il tuo commento e benvenuta sul mio blog. Ho fatto un rapido tour sul tuo, ripromettendomi di visionarlo meglio anch'io. Infatti ho cominciato ad aggiungerti nella colonna di sinistra come link, così ti "tengo d'occhio". ;-) Quello che dici a proposito dell'importanza di attribuire un titolo è vero... mi sembra di capire che, se ne fosse sprovvisto, la storia non riuscirebbe ad assumere una sua fisionomia, proprio come una carta d'identità senza fotografia. Con i titoli dei miei romanzi in genere vado sul sicuro, nel senso che spesso è "buona la prima". C'è però un romanzo in cantiere cui ho attribuito un titolo del tutto provvisorio, che non mi soddisfa per niente. Per il momento lo lascio così... anch'io non riuscirei a lavorare senza dare un titolo almeno temporaneo!

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  4. I titoli lunghi mi piacciono un sacco, ma devono essere ben strutturati, quelli che citi, lo sono. Occorre dire che la traduzione dei titoli spesso fa perdere giochi di parole o figure retoriche importanti, i titoli di Jane Austen sono tra questi, perchè sono spesso paranomasie e/o allitterazioni intraducibili, pensiamo al suono di Sense and Sensibility o il celebre Pride and Prejudice. O al fomosissimo Giovane Holden che per ovviare al problema di traduzione è stato stravolto. Ho serie difficoltà a crare il giusto titolo, che cotenga i punti chiave che hai raccontato egregiamente, di solito riesco al secondo colpo, il primo titolo finisce inesorabilmente in spazzatura, e quando il romanzo è in fase di eding di solito arriva tipo folgorazione, l'idea vincente. Un bacio

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    1. Ciao Sandra, benvenuta anche a te e grazie per il tuo gentile commento. Hai ragione sul fatto della traduzione dei titoli, proprio di recente ho scritto una recensione negativa del romanzo "Il profumo delle foglie di limone" di Clara Sánchez, parlando, tra le altre cose, del titolo che nell'edizione spagnola era molto più significativo: "Lo que esconde tu nombre" ("Che cosa nasconde il tuo nome"). Molto spesso ho notato questo curioso fenomeno sia nei libri che nei film, che in Italia cambiano completamente, senza dubbio per ragioni commerciali. Per quanto riguarda i tuoi due tentativi: pensa che, nel documentarmi per il post, ho letto che Hemingway scriveva fino a quaranta titoli, e cancellava man mano quelli che lo convincevano meno. Alla fine però li cancellava tutti! Come direbbe Agatha Christie... "... e poi non ne rimase nessuno"! ;-)

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    2. Dimenticavo... ho inserito anche il tuo blog nei miei "magnifici"! A presto.

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    3. Ma grazie di cuore! Sandra

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  5. Ho trovato anche questa conversazione sui titoli dei libri molto interessante. Devo dire, per certi aspetti, di appartenere alla categoria di lettori che si lasciano ispirare dal titolo per acquistare un libro, pur conoscendone l'autore e tra la rosa di testi offerti in una libreria, poi una sbirciata alla quarta di copertina non guasta per confermare l'acquisto. Questo sempre che non si vada su un testo di cui si è sentito parlare, allora il discorso cambia. Ho scritto alcune cose e devo dire di essermi lambiccata notevolmente per la scelta del titolo. Trovo che la sintesi abbia una notevole efficacia, ma anche i titoli lunghi proiettano un certo fascino e poi, che dire? Le fiabe spesso hanno titoli lunghi, che attirano come una filastrocca e vi sono antologie che disdegnano il titolo aulico per uno irrivente... Perché il titolo è tutto, in esso si racchiude e nasconde o si rivela e svela il contenuto. Grazie Cristina.
    Marilù

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  6. Penso che i titoli lunghi possano diventare una specie di marchio di fabbrica. Per rimanere nell’ambito cinematografico, basta solo pensare ai titoli di Lina Wertmüller, come ‘Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto’ o ‘Mimì Metallurgico ferito nell’onore’. Certo è che nella nostra epoca, che va di fretta, sono più rischiosi di un titolo breve, magari composto da una sola parola! Però è vero quello che dici, i titoli lunghi sono anche più evocativi e fiabeschi. Grazie del tuo commento, Marilù, alla prossima.

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  7. Il tuo bel post capita proprio a fagiolo, Cristina, visto che sono a caccia di un titolo per il mio romanzo. Secondo me ci sono storie che nascono già con l'etichetta incollata addosso, altre di cui è più difficile catturare l'essenza...
    Come lettrice non bado molto al titolo, per lo meno non a livello conscio. Anche perché in passato sono incappata in tante di quelle delusioni che ora cerco subito di andare più a fondo, di non farmi ingannare da titoli a effetto :) Però, hai ragione, il titolo è la prima cosa in cui ci si imbatte e quindi è fondamentale.
    D'altra parte può capitare che dopo una scelta, ti venga cambiato, come è capitato a me per il mio primo romanzo.
    Mi rimetto a caccia del titolo, armata delle tue riflessioni che come sempre sono state molto interessanti.

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    1. Grazie del tuo contributo! Mi viene in mente che un esperimento che si potrebbe fare è stendere un elenco più completo possibile di tutti i titoli che potrebbero andar bene per il nostro romanzo e sottoporli ad amici, parenti e conoscenti per sapere che cosa evocano. Certo mancherebbe il dato visivo della copertina, ma quando si invia un manoscritto a una casa editrice, manca di copertina e vieni giudicata sulla base di quanto scrivi.Magari insieme al titolo sottoporre anche la quarta, affinché l'esperimento sia meno incompleto. Che ne pensi?

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    2. E' un'idea ottima, la metterò sicuramente in pratica. In effetti anche aggiungere una specie di quarta di copertina per i lettori-cavia è interessante... Grazie :)

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    3. Allora mi farai sapere il risultato dei tuoi esperimenti... alchemici! :-)

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    4. Certo! Lancerò un sondaggio, per fare alla fine probabilmente di testa mia :)

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  8. E' sempre un piacere leggere le tue pagine, cara Cristina. Io penso che in genere il titolo di un romanzo nasca dal cosiddetto "tema" dello stesso, da quell'idea vincente che non viene resa esplicita (altrimenti il romanzo sarebbe disperatamente pedagogico, orrore!) ma che percorre tutte le pagine e dà un senso ai personaggi. Un esempio? "Menzogna e sortilegio" della Morante, "Senilità" di Svevo ecc. ecc. Non ti sto a raccontare come scelgo i miei titoli perché lo sai già. Ancora complimenti per il tuo blog che si anima sempre più.

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    1. Il binomio che proponi su tema di fondo e personaggi mi interessa molto, specie la questione della predominanza di alcuni personaggi nel titolo. Mentre per i primi due volumi della saga crociata non ho avuto esitazioni (La Terra del Tramonto - Le Strade dei Pellegrini), ho qualche perplessità sul titolo del terzo, che al momento è La Regina di Gerusalemme. Da una parte non è l'unico personaggio di rilievo al femminile del romanzo, ce ne sono due senz'altro (e forse tre), ma intitolarlo Le Regine del Mediterraneo mi sembra sul genere "storie salgariane di piratesse". E l'alternativa che avevo trovato "La Regina e il Cavaliere" mi sembra vaga e insipida. Siccome questa regina è il personaggio che spicca con maggiore prepotenza, come nel suo carattere, è destino che emerga anche nel titolo.

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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