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"La Storia siamo noi."


martedì 28 gennaio 2014

Lo stereotipo ovvero la gabbia del personaggio / 36

Autoritratto nella Bugatti verde (1925), 
Tamara de Lempicka - Collezione privata
Un luogo comune o stereotipo maschilista 
vuole che le donne non sappiano guidare.

Nel redigere il mio articolo sul romanzo storico, e anche grazie al dibattito che ne è seguito con i miei gentili commentatori, mi è venuto in mente un altro aspetto negativo in cui si rischia di cadere scrivendo non solamente un romanzo storico, ma un romanzo nel senso più ampio del termine: lo stereotipo. Ciò è tanto più vero quando si parla una narrazione incentrata sulla Storia in cui le varie epoche hanno finito per ingabbiare le persone in una loro forma precostituita e universalmente accettata, come se fosse il taglio degli abiti che indossano: così ad esempio i moschettieri sono sempre identificati come spadaccini coraggiosi, le mezzane sono senza ombra di dubbio laide e interessate, i cavalieri sono invariabilmente senza macchia e senza paura, i contadini sono dotati di scarpe grosse e di cervello fino, i saraceni sono uomini armati di scimitarra e con il sopracciglio aggrottato, e via discorrendo.

La parola “stereotipo” deriva dal greco “stereos” (duro, solido) e “typos” (impronta, immagine, gruppo), ed è quel processo per cui con l’andar del tempo un’opinione su un gruppo di persone, un luogo o un avvenimento si consolida fino ad essere condivisa con ampiezza. Nessuno di noi può definirsi immune da stereotipi, che personalmente paragono ad una molla lassa: basta un niente a farla scattare. Non parliamo poi degli stereotipi su nazionalità e razze, perché si potrebbero spargere fiumi d’inchiostro: essi sono ben noti a chi sta leggendo, per averli subiti (o praticati, anche senza volerlo). A volte sono frutto di ignoranza, più spesso di pigrizia. Siccome la natura umana tende a non faticare troppo e a non voler approfondire la conoscenza di chi appare come differente, ecco spiegata la grande fortuna degli stereotipi ad ogni latitudine e longitudine. Lo stereotipo è infatti una forma di prima, sommaria catalogazione che risulta comoda rispetto a chi ti trovi davanti per la prima volta. Per ogni nuova conoscenza cominceremo dunque la compilazione di una sorta di carta d’identità mentale, dove scriveremo nome e cognome, sesso, età, professione, hobby, per poi approfondire altri aspetti con l’andar del tempo, se di nostro interesse.

Questo meccanismo può essere applicato persino nella lettura dei romanzi, che è l’argomento di cui tratto nell'articolo: anche il lettore che s’imbatte in un nuovo personaggio tenderà ad attribuirgli nel suo inconscio una forma di catalogazione di massima, per dare ordine alla sua nuova conoscenza “di carta”. Spetterà all'autore scardinare questa sua certezza, scuotere le sue convinzioni e sparigliargli le carte. La responsabilità, quindi, di andare oltre lo stereotipo non sta tanto nel lettore, che attende solamente di essere sorpreso, quanto nello scrittore; ed è cosa certa che quanto più un personaggio obbedisce ai canoni dello stereotipo, tanto più sarà noioso e prevedibile.

Giuseppe Arcimboldo ci insegna a vedere 
oltre le apparenze: una ciotola di ortaggi…


…se capovolta, diventa il viso di un uomo!


















(I quadri sono Ortaggi in una ciotola e L'ortolano del 1590, esposti al Museo Civico di Cremona http://musei.comune.cremona.it/PostCE-display-ceid-3.phtml)

Gran parte della formazione dello stereotipo nell'immaginario collettivo, e che può condizionare anche il lavoro dello scrittore, dipende da certa filmografia, specie quella appartenente al filone hollywoodiano degli anni ’50 e ’60. Anni fa scrissi un romanzo, che ora riposa nel cassetto, dal titolo Gli Immortali. Questo romanzo è una cavalcata durante trecento anni di Storia “alterata” a partire dalla fine della Rivoluzione Francese fino ai giorni nostri, dove l’azione si sposta dall'Europa al Nuovo Mondo. Là alcuni tra i protagonisti hanno a che fare con gli Indiani d’America, in particolare con la tribù dei Lenape, che io, nel mio inguaribile masochismo, scelsi al posto dei più popolari Sioux o Navajo su cui esiste abbondante documentazione. Nel corso della mia opera di lettura delle fonti, mi resi conti di quanto la mia visione degli Indiani d’America e della Frontiera in generale fosse condizionata dai film della mia infanzia, e ci volle un’opera di attenta ripulitura mentale per scrollarmi di dosso certi stereotipi come quello del capo che fuma il kalumet (d’accordo, lo fumavano, ma perché? che significato aveva? È questo il bello, non è come pensiamo!), o dell’indiano che parla per frasi fatte e in maniera ridicola e pomposa. Scoprii una cultura affascinante, che aveva atteggiamenti di grande rispetto nei confronti delle manifestazioni naturali e animali e un senso vivo del trascendente.

La sfida dell’autore sarà quindi di introdurre man mano nel personaggio, con l’aiuto della trama, diversi gradi di sfumature per condurre il lettore verso altri lidi… in modo che, alla fine del romanzo, del personaggio stereotipato non rimanga più niente. Così la leggiadra, verginale fanciulla si rivelerà una femme fatale, il marinaio stile “una donna in ogni porto” sarà un modello di fedeltà nonostante varie tentazioni cui sarà sottoposto, il grigio e anonimo contabile ci sorprenderà dando prova di fantasia e creatività sfrenate (quest’ultimo era un po’ il leitmotiv di L’eleganza del riccio, dove tra le quattro mura di una portineria si nascondeva una donna colta e profonda), e via discorrendo. Come al solito semplifico, dato che ogni personaggio nasconde una miriade di sfumature arcobaleno, proprio come ogni essere umano che si rispetti e che non sia solo un pezzo di legno o di metallo.

Il ribaltamento dello stereotipo non deve avvenire però in maniera troppo subitanea, ma occorre un processo di trasformazione ovvero di svelamento, in modo che il personaggio continui ad essere credibile e convincente dal punto di vista psicologico; che sia, cioè, una persona in cui possiamo rispecchiarci. Si ribadisce come la narrativa abbia un’importante funzione non solo letteraria, ma sociale, nell'indurre il lettore a ragionare con la sua testa, a nutrirlo dal punto di vista anche spirituale e a mettere alla berlina gli stereotipi di cui è pieno il mondo.
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4 commenti:

  1. Ottimo articolo, uno dei più profondi!

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  2. Grazie, Nadia, i tuoi commenti sono sempre molto incoraggianti.
    Un abbraccio amicale.

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  3. Concordo! Davvero molto bello e ricco di spunti di riflessione....

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  4. Stella, con la scrittura e le sue tecniche non si finisce mai. Quello che non manca è proprio la carne al fuoco!

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO

IL MIO ULTIMO LAVORO
Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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