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sabato 2 novembre 2013

I Crudeli - Le nozze di Aldebaran e Lyra 7.

Nella cappella degli Avi, Lyra e Aldebaran erano inginocchiati, a testa china, davanti all'officiante. Dalle alte finestre giungevano cinguettii di uccelli, chiari e sonori nel silenzio, come giovani cantori appositamente assoldati per allietare la celebrazione. Entravano, da quelle finestre, fasci di luce che disegnavano forme ogivali sul pavimento di pietra della cappella, e macchie colorate; e raggi s’incrociavano sopra le teste degli sposi, dei pochissimi parenti – il re Altair, il piccolo principe Deneb – e degli invitati. Dal regno dei Crudeli, non era giunto che un messaggio di felicitazioni del sovrano. Nessuno, però, era sembrato far troppo caso all'assenza di familiari per quella parte, o di munifici doni, con la consueta spensieratezza propria degli Innocenti.
Particolare dello sposalizio della Vergine 
in un affresco medievale.

In quel silenzio, il re dei Mistici alzò le mani al di sopra degli sposi, ed il suo sguardo si posò sopra la testa di Lyra, ricoperta da un candido velo che le arrivava fino ai piedi. Scortato da un piccolo gruppo di sacerdoti e in qualità di pontefice massimo delle unioni dei Quattro Regni, Regolo, il giovane re dei Mistici e Mago del Sud era giunto il giorno innanzi al castello di Altair per celebrare le nozze – destino beffardo! – di colei che, invano, aveva chiesto in sposa, con il suo compagno di studi d’un tempo alla Scuola d’Alta Magia di Mira. Aveva un volto ornato da una barba bionda e da occhi cerulei, occhi che s’erano velati di malinconia quando aveva salutato Lyra e, inchinandosi, le aveva baciato la mano. “Che la Voce ti benedica,” aveva detto, e la principessa aveva sorriso, radiosa, “e ti doni ogni felicità. Lo stesso vale per te, Aldebaran,” aveva aggiunto, rivolto al principe dei Crudeli. L’augurio non aveva mutato il riflesso lunare e felino nelle pupille del Mago del Nord, il quale aveva concesso al re dei Mistici solo un breve sorriso.

Ora, dopo aver sollevato le mani, Regolo pronunciò la formula delle nozze: “In nome della Voce, vuoi tu...”, alternativamente rivolto allo sposo e alla sposa. Entrambe le richieste furono seguite dal consenso da parte di Aldebaran e Lyra. Regolo tracciò nell'aria i segni di ringraziamento, poi mormorò: “La Voce vi ha uniti in matrimonio. Che possiate essere preziosi l’uno per l’altra negli anni a venire,” mentre acclamazioni e grida di gioia giungevano dalla folla che si ammontava fuori dalla porta della cappella, e campane suonavano a festa ovunque nel regno.


***
       
Banchetto di nozze, cappella di Teodolinda, duomo di Monza
(1444), fratelli Zavattari
A notte fonda, la festa di nozze stava terminando tra musiche e danze. La notte precedente alla cerimonia, i pavimenti di tutto il Castello-Musica erano stati cosparsi di viole ed erbe profumate, in modo che sposi ed invitati, calpestandoli, ne avrebbero fatto sprigionare un soave sentore che a lungo avrebbe indugiato nell'aria. Ogni stanza, anche la più modesta, era stata ornata di rami carichi di fiori, il cui profumo sarebbe andato a mescolarsi a quello dei petali sul pavimento. Coroncine fiorite erano state preparate dalle compagne di Lyra, dalle ancelle e dalle domestiche, per ornare le teste dei partecipanti al banchetto, in segno di gioia. Particolare cura era stata posta nel preparare l’alcova nuziale, dove gli sposi avrebbero consumato la prima notte: il materasso era stato lungamente esposto al sole che, da giorni, splendeva nel cielo, i cuscini sprimacciati, le lenzuola lavate e rinfrescate. Ed anche là, corone di fiori erano state messe fra le lenzuola e sui cuscini, per un’ultima celebrazione di profumi e colori.

Nell'aria, ora, aleggiava un ultimo profumo, che sapeva di decomposizione e morte: sul pavimento, essi giacevano pesti e sfatti, e maceravano nel loro sangue variopinto; gli altri, sui tavoli e alle pareti, avevano il capo chino, e si piegavano, appassiti e stanchi, in vasi e ghirlande. Le fiamme delle candele erano quasi tutte consumate, e i loro corpi informi finivano di sciogliersi in un lago di cera, mentre le torce fumigavano dando un estremo bagliore. Fuori dalla finestra, gran parte delle stelle s’era richiusa come si richiudono i fiori, la sera, e solamente le più brillanti – Sirio, Venere, il Carro – lucevano ancora nel cielo.

Si snodava ora, lungo i corridoi del castello, la processione degli invitati, ognuno recante una torcia accesa, ben alta sopra la testa, ad illuminare il percorso. Tutti erano alticci a causa del vino bevuto e seguivano i novelli sposi che aprivano il corteo, per accompagnarli fino ai piedi del talamo nuziale onde assicurarsi, come voleva la consuetudine, che essi prendessero posto, l’uno accanto all'altro, nell'alcova.

Al momento di varcare la soglia della camera da letto al seguito della sposa, però, il principe-mago Aldebaran si voltò e fermò il corteo. “La mia sposa ed io ringraziamo tutti della vostra gradita compagnia, ma è tempo voi proseguiate la bella nottata in un luogo più confacente ai vostri desideri.” C’era qualcosa, nel suo tono, che non ammetteva repliche e, dopo gli ultimi evviva, gli ospiti si allontanarono, cantando e sorreggendosi a vicenda. L'ultima immagine che ebbero fu quella di Aldebaran che chiudeva dietro di sé la porta della stanza di nozze.
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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono editor e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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