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"La Storia siamo noi."


lunedì 23 settembre 2013

"Verrà pure quel giorno", testimonianze di guerra da campi dimenticati

Verrà pure quel giorno,
a cura di Paola Chiesa,
ABEDITORE
Collana Memorialistica
e Testimonianze
Durante la Seconda Guerra Mondiale, in uno dei campi inglesi mio padre fu uno dei tanti P.O.W., misterioso acronimo che significa semplicemente "Prisoner of War". Fu preso prigioniero nella battaglia di Sidi el-Barrani, trasportato dapprima in Egitto, poi in Sud Africa, da ultimo trasferito in Inghilterra dove, per sua fortuna, trascorse il resto della guerra lontano dagli scenari di devastazione più orribili. Là, pur rinchiuso nel campo, da cui usciva per andare a lavorare nei frutteti e nelle campagne, gli fu data l'opportunità d'imparare l'inglese e addirittura di sostenere un esame preuniversitario, presentandosi davanti alla commissione con la sua divisa da prigioniero. Esame che, peraltro, superò brillantemente. Parlò sempre con gratitudine di come fu trattato dagli anglosassoni, pur con tutte le ristrettezze dovute alla sua condizione di persona non libera e alla scarsità di cibo, e allacciò amicizie durature, di quelle che legano davvero per tutta la vita, e senza alcuna retorica. Ritornato a casa, decise di insegnare la lingua inglese gratis, a chiunque avesse voluto (e il mio primo insegnante fu proprio lui!). Parlava anche nelle sue esperienze di soldato in Africa, dove, arrivato giovanissimo, con un risibile equipaggiamento e nessuna preparazione militare, si trovò ad affrontare come conducente di carro armato l'esperienza terribile della guerra. Uno dei più begli insegnamenti che mi ha lasciato, tuttavia, è una frase che, non lo sapeva allora, rispecchia in qualche modo quella di Giovanni Paolo II: "Non avere mai paura."

Questa premessa è doverosa per farvi capire il perché del libro recensito in questo post (non è un romanzo, una raccolta di poesie e non è nemmeno un saggio). Si tratta di una raccolta di lettere, cartoline e telegrammi dal titolo Verrà pure quel giorno, che, come recita il sottotitolo, provengono dai campi inglesi dimenticati: Africa, Australia, India. Si è sempre molto parlato, e doverosamente, della tragica ritirata di Russia e, per altri italiani, dei campi di concentramento in Germania. Di questi campi inglesi, che pure raccoglievano centinaia di migliaia di prigionieri catturati tra la primavera e l'estate del '43, si conosce assai poco. Ora la curatrice Paola Chiesa ci ripropone parti di corrispondenza recuperata per via dei fogli matricolari, nella versione della lettera, o della cartolina, o del telegramma, fedelmente riprodotti, e nella sua trascrizione per consentire una lettura più agevole. Leggeremo dunque i moltissimi messaggi che i prigionieri spedivano alle famiglie, nell'intento di far sapere che, in massima parte, stavano bene, raccontare qualcosa della loro vita all'interno del campo, e soprattutto della speranza di ritornare presto a casa.

Si tratta di lettere di solito piuttosto brevi, al massimo di due pagine, sottoposte al visto della censura, o cartoline stringate, sia perché non era consentito loro, forse, scrivere di più, sia perché per molti affrontare la pagina scritta costituiva una vera e propria fatica. Non bisogna dimenticare, infatti, la situazione della scolarità dell'Italia bellica, dove moltissime persone riuscivano a concludere a malapena la scuola elementare, dopodiché le necessità familiari imponevano di andare a lavorare, di solito come artigiani o come operai. Ben pochi, tra gli autori di queste lettere, erano riusciti ad andare alle scuole superiori, quando non all'università. È tanto più commovente, quindi, leggere gli errori di grammatica o di sintassi, e immaginare questi uomini alle prese con una penna o una matita, sotto una tenda soffocante, a scrivere con l'immagine dei loro cari (i genitori, una moglie, figli magari piccoli...) nella mente e nel cuore. Lettere scritte con calligrafie che, pur con tutti gli inevitabile errori di cui s'è detto, sono ordinatissime e chiare, scritte sopra la riga tracciata a matita, con inclinazioni e ombreggiature di una scuola d'altri tempi, quella che prevedeva l'ora di "bella grafia"; al punto che alcune sembrano addirittura stampate.
Prigionieri di guerra italiani scortati a un campo di detenzione.
Attribution: British Official Photo, BO-BM-16010 via United States,
Office of War Information. [Public domain], via Wikimedia

Scrivere era, per loro, riannodare quel filo sottilissimo che li teneva uniti ai loro luoghi e alle loro famiglie, e anche per trascorrere il tempo. Sì, perché una delle caratteristiche della vita di questi prigionieri di guerra, niente affatto eroica o avventurosa, era la noia. Moltissimi di loro, nella corrispondenza, si lamentano della noia e di non avere niente da fare. Di più, sono angosciati dalla mancanza di notizie dall'Italia, perché com'è ovvio le lettere impiegavano mesi ad arrivare, e le risposte altrettanti mesi a giungere, quando non andavano perdute per mille motivi. Così, questi nostri nonni e padri immaginavano addirittura che i loro familiari non "avessero voglia" di scrivere o li avessero dimenticati, in una sorta di sindrome di Stoccolma di stampo bellico. Destino volle che moltissimi di loro tornarono dalla guerra molto dopo la sua fine e l'armistizio. Altri non tornarono e finirono la loro vita laggiù, perché si ammalarono delle molte malattie cui i loro corpi, già provati dalle sofferenze, non opponevano resistenza sufficiente. Stringe il cuore leggere ad esempio, a conclusione di un carteggio, "deceduto per malaria".

Invito dunque a leggere questo saggio, una preziosa testimonianza su cui riflettere, ordinando il volume tramite la libreria di fiducia o una libreria militare, come ho fatto io. L'unica critica che avanzo nei confronti della casa editrice, infatti, è l'enorme difficoltà nell'ordinare il volume on-line tramite il sito. Questo non invoglia la diffusione del volume, il che è veramente un peccato.
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4 commenti:

  1. Wow!!!!
    Questo lo segno e lo cerco.
    La nostra storia personale nasce anche da queste vicende, da queste sofferenze. Mai dimenticare, mai!!!!!
    Grazie di avermene parlato

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Cristina, l'ho trovato su ibs e l'ho messo in lista desideri.

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    2. Perfetto!!! Sono molto contenta che tu voglia leggerlo. Vedrai che ti piacerà tantissimo. E' un libro che mi ero portata un'estate di qualche anno fa a Londra, lo avevo letto alla sera in albergo con un senso di... si può dire? raccoglimento, gustando ogni parola.

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    3. Sono contenta anche che tu lo abbia reperito facilmente, all'epoca non ero riuscita a ordinarlo e avevo dovuto andare alla Libreria Militare di Milano, come ho scritto nel post. Significa che il libro è più diffuso.

      Elimina

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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