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"La Storia siamo noi."


sabato 20 luglio 2013

Una Storia Fiorentina - 21ma puntata

E fu così che, come una grande pergamena che si dispiega, nel fuoco s’allargò la vastità di una piazza, piazza della Signoria. Sparsi ai quattro angoli, drappelli di soldati, donne piangenti, frati domenicani, cavalli imbizzarriti si muovevano, stelle d’una costellazione impazzita il cui moto non regola più alcuna legge. ‘Per tutta la vita, o Signore, T’ho cercato: nell'amore di una donna, nella solitudine di una cella, T’ho cercato senza trovarti. Ora m’abbandono a Te, mio Dio. Rogo Divino d’Amore, avvolgimi e ardimi, che io possa annullare me stesso in Te… che il Tuo Fuoco mi consumi fino alle ossa, e giunga a Te purificato.’ A quelle parole, che risuonarono nella mia mente sommesse e pure distinte, tutte quelle figure disperse d’uomini e d’animali cessarono il loro vagare senza meta e corsero verso il centro della piazza: una gran catasta di legno si rizzava e, in mezzo ad essa, un alto palo a forma di croce reggeva tre forche con tre corpi appesi.

Avendo trovato gran materia con cui alimentarsi, il fuoco aumentò il suo bagliore, si fece gagliardo. La folla radunata attorno, irrequieta, partecipe, lo fissava affascinata e sui volti arrossati si rifletteva la nascita del rogo. Al quieto e domestico scoppiettio del fuoco, nel caminetto della mia stanza, si alternavano gli schianti della legna secca dalla catasta. Un fumo acre e soffocante, levandosi, pareva unirsi al profumo delle rose rampicanti. Persino gli stridii delle rondini che, dal cielo, disegnavano nell'aria agili voli, erano sopraffatti dalle urla di esultanza, dalle grida di dolore della folla.

Il rogo di Savonarola in Piazza della Signoria -
Anonimo, 1498, Museo di S. Marco, Firenze.

D’un tratto, la fiamma del rogo si spartì, tremante, sotto i tre corpi impiccati: la folla gridò al miracolo, ed i volti levati verso l’alto rispecchiarono ammirazione e stupore, le teste si volsero le une verso le altre, si unirono con sguardi e cenni, come anelli d’una catena che chiude se stessa. Così, mentre la fiamma, per un attimo, si ritraeva, vidi a chi appartenevano i tre corpi: due erano quelli del Frate Giudice e Profeta, e d’un altro religioso; il terzo, quello del giovane domenicano di San Marco: Guido. Gridai. Un attimo, e la fiamma avvolse i tre corpi, li trasformò in tizzoni ardenti.

Per lunghi attimi, ad ogni schianto del legno, ad ogni nuova vampata, nella mia mente apparivano fenditure, ed essa cadeva in pezzi, nello stesso modo in cui, dai tre corpi impiccati ed arsi, piovevano membra e sangue… finché gli edifici della piazza, i volti in lacrime degli astanti, le fiamme guizzanti, le nuvole di fumo, i tre corpi straziati, s’immobilizzarono e si rimpicciolirono, divennero case e figurine dipinte, fermate per sempre nella loro ultima apparenza. Ogni cosa, come in una grande pergamena lambita dal fuoco, s’annerì e s’affinò, accartocciandosi. Tutto sprofondò nell'oscurità, ed io insieme a lei.”

Ritratto di una giovane donna (Simonetta Vespucci)
di Sandro Botticelli (1476-1480)
Gemäldegalerie - Berlino

* * * 

Nel silenzio della chiesa, il Visitatore ode i singhiozzi della Donna. Dai suoi occhi bruni cadono, ad una ad una, lacrime liberatorie e purificatrici che, a completare l’opera del tempo, corrono sull'affresco semicancellato. Egli attende a lungo prima che lei possa proseguire: “Dopo cinquecento anni, vedo ancora la cenere del rogo levarsi, torcersi in piccoli vortici tranquilli e ancora il vento spirante su Firenze portare con sé, insieme con i petali della primavera, il fumo acre d’una terribile consumazione.

Poca cosa sono state le mie parole, per ridare la vita a colui che amai, pur nel tormento: avrei voluto che fossero salde e brillanti fino alla fine, ma esse si sono sfilacciate come la trama di un arazzo logorato dagli anni. Ma la tua mano che sento posarsi, pietosa, sul mio viso, a detergere le lacrime, mi prova che oggi, finalmente, le grandi ruote silenziose dei secoli si sono fermate. Avvinto al mio ricordare come io fui avvinta al mio, anche tu sei libero di andare. Possa io, d’ora in avanti, dormire nella mia quiete, tu nella tua… e possa tu rammentare la storia di Guido e Bianca.”
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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO

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Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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