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"La Storia siamo noi."


sabato 13 luglio 2013

Una Storia Fiorentina - 20ma puntata

Maddalena penitente allo specchio, olio su tela (1639),
Metropolitan Museum of Art, New York.
http://www.metmuseum.org/
La Donna dell’affresco tace lungamente, mentre il Visitatore ha appoggiato la tempia alla sua immagine sbiadita, sia per accogliere la frescura del muro sia per starle più accanto. Ha presentito, infatti, che qualcosa di terribile sta per avvicinarsi.

Ella, difatti, riprende con voce sommessa: “Guardo il rogo evocato dalle mie parole e, ora che m’accingo ad entrare nel suo abbraccio di fuoco, mi chiedo se riuscirò – per la seconda volta – ad uscire indenne da una simile prova… ma tu non sapresti mai in quali fiamme arse il mio cuore se, proprio ora, io esitassi e tacessi. Da secoli raggrumata e confitta, la sostanza immobile del mio dolore attende d’essere disciolta in lacrime, lavacro che mi libererà, finalmente, dalla mia condizione.”

Una porta sbatte in lontananza e le fiammelle delle candele, che finora hanno emanato una luce così mite, piegano all'unisono le loro teste, come fiori di campo sferzati dal temporale imminente.

***

“Il temporale scoppiò con un frastuono talmente violento da strapparmi dal sonno. Andai alla finestra. Nella notte, i primi chicchi di grandine rimbalzavano con furia crescente sull'acciottolato, fino ad imbiancarlo completamente. Percosse dai lampi, nubi enormi, grigiastre, s’inseguivano sopra i tetti e i campanili di Firenze. Alla luce dei lampi, che conferiva agli edifici una tinta sinistra e, spegnendosi, li faceva ripiombare in un nero d’inchiostro, Firenze tutta, ingrossata, illividita, pareva balzar fuori come da un torbido incubo umano.

La porta sbatté e Federico mi corse incontro, scalzo, impaurito. Lo feci scivolare nel mio letto, poi andai ad accendere il fuoco nel caminetto perché il buio non aumentasse la sua paura. Mentre attizzavo la fiamma, udivo il vento soffiare negli interstizi del palazzo, ed il palazzo, nave su un mare in burrasca, scricchiolare sinistramente.

Nella luce del fuoco nascente, una visione mi si allargò all'improvviso: una folla di popolo vociferante ed inferocita assaliva il convento di San Marco. Urla e spari risuonavano. I frati uscivano dalle loro celle: alcuni scappavano, altri s’armavano di archibugi e candelieri. In quella scena infernale feroce stridente, solcata dai lampi del temporale, un giovane frate impugnava un doppiere acceso, ed i suoi occhi chiari, gelidi fronteggiavano gli assalitori. In chiesa, davanti all'altare, la figura piccola e curva di Savonarola pregava: ‘O Signore, da mihi hoc martirum, concedi che io muoia per te, come tu moristi per me. Io veggo el coltello già arrotato per me.’

"Margherita la Pazza" di Peter Bruegel il Vecchio
(1561) - Museo Mayer van den Bergh, Anversa
Mi liberai dalla visione e corsi ancora alla finestra. La spalancai. Un fulmine si schiantò sulla cupola di Santa Maria del Fiore: e il cielo cadde in frantumi sulla città, come uno specchio rotto.

***

Quando appresi dell’arresto suo, di un altro confratello e di Savonarola stesso, mi copersi la testa con le braccia e mi ammalai al punto tale da sprofondare nel delirio. Giunsero anche da me, per interrogarmi, ma non ero in grado di rivelare nulla. Nel caminetto della mia stanza, il chiarore della fiamma si allargava e si ritraeva, fiore dai petali di luce, ed in esso io vedevo il pulsare dei bracieri e gli occhi roventi delle tenaglie. Nel sotterraneo, alla luce intensa e rabbrividente delle candele, i torturatori si affollavano attorno al Profeta in ginocchio, con le loro sagome oscure fitte incalzanti di demoni.

Spogliato del saio domenicano, le mani ed i piedi legati, il giovane frate di San Marco era nudo davanti ai suoi giudici. Le loro accuse guizzavano e s’intersecavano, abbaglianti. “Come il tuo maestro, Savonarola da Ferrara, confessa che cedesti al peccato della carne.” Per molti anni, egli aveva sognato un viso di donna, verso il quale s’era tesa la sua mano, in un gesto di comando e di supplica insieme. “Confessa che cedesti al peccato della carne.” Poi, erano giunte le veglie insonni, ginocchioni davanti al crocifisso, e le torture del flagello per liberarsi dalle sue ossessioni. “Confessa che cedesti al peccato della carne.”

Dalla lunga penna d’oca di uno dei suoi accusatori tremava una goccia d’inchiostro, si raccoglieva all'estremità, creando una sospensione nel tempo, e cadeva infine a macchiare la chiarità del foglio. Il giovane domenicano taceva, perso dietro le sue visioni.

“Come il tuo maestro, Savonarola da Ferrara, confessa che hai spiato le famiglie.” Nella cella del convento, sul tavolo, un libro di teologia era aperto accanto ad un cilicio, ed egli, seduto, ascoltava il parlottare di un bambino. Simile ad un uccello che conserva nelle sue penne la fragranza dei fiori e delle foglie fra cui s’era posato, quel bambino - che gli assomigliava tanto - recava nei capelli e nelle vesti il profumo della casa da cui giungeva, della donna da cui era stato generato.

“Confessa che hai spiato le famiglie.” I candidi fanciulli del Frate entravano nel convento di San Marco e il bambino poneva nelle sue mani due volumi di poesie ed una collana. Frate Filippo riconosceva in essa il gioiello che Bianca aveva al collo, la sera in cui, con un gesto, l’aveva invitato ad una partita a scacchi, e dato inizio alla loro storia fiorentina.

La labbra dell’interrogato si muovevano nella preghiera, ma non pronunciavano risposta. I giudici diedero ordine di procedere con tratti di corda. E, nell'oscurità colma di bagliori, l’eco mi rimandò le sue grida di sofferenza e, nel delirio, gridai anch'io per quarantasei giorni la sua e la mia agonia.


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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono editor e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO

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Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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