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"La Storia siamo noi."


mercoledì 26 giugno 2013

Perle di saggezza / 26

Premettendo che nessun scrittore è immune da difetti narrativi – persino mostri sacri della letteratura ne avevano – ritengo vi siano delle trappole insidiosissime per ogni scrittore e che è bene evitare con ogni cura. La loro presenza nel tessuto narrativo fa in modo che si sia riconosciuti come “scrittori alle prime armi”. In sé il fatto non è per nulla disdicevole – tutti siamo, o siamo stati, alle prime armi in qualcosa – ma con qualche semplice accorgimento e uno sforzo minimo possiamo individuare questi punti critici, renderci conto dei problemi e migliorare il testo in maniera efficace.

Con questo titolo autoironico apro dunque una sottocategoria dell’etichetta ‘Pergamene, penne e inchiostro’, per indicare quali falle nel sistema-scrittura sarebbe meglio evitare. Ogni tanto, quindi, ve ne proporrò qualcuna. Comincio con tre, particolarmente endemiche:

Le parole a palle incatenate
The Battaglia di Trafalgar di J. M. W. Turner
(olio su tela, 1822–1824) - "L'Inghilterra si aspetta che
ogni uomo faccia il suo dovere", frase pronunciata
da Horatio Nelson di cui dovremmo far tesoro nello scrivere!
Alle volte, e non si sa per quale motivo, l’autore entra in una sorta di trance linguistica e in una frase o in un paragrafo continua a ripetere la stessa parola, trasformandola magari nella forma verbale o nell'avverbio, ma in buona sostanza continuando a nominarla come in una giaculatoria. Faccio un esempio portato al limite estremo:

L’uomo proseguì lungo il sentiero seguendo la strada di destra, dove si susseguivano basse cascine, e di conseguenza campi di mais. Nel frattempo seguiva il corso dei suoi pensieri e, seguitando in questo modo, si sentì un seguace del tempo che passava.


Ho definito questo fenomeno “parole a palle incatenate” perché, come accadeva con le palle sparate dai cannoni della marina nel secolo XIX, che spazzavano i ponti delle navi nemiche, causando morti, feriti e orribili mutilazioni tra i marinai, l’effetto è devastante per la narrazione e per chi legge: una sembra chiamare l’altra, annullando l’efficacia della frase e invadendola con la loro presenza, e tutte insieme fanno terra bruciata del momento narrativo.


"L'Incubo" di John Henry Fuseli (1781)
Institute of Fine Arts di Detroit -
La lettura di certe pagine diventa un
vero incubo per il lettore!
La ninna nanna del -mente e della mente
A scuola i nostri insegnanti di italiano ci invitavano a diffidare dall’uso smodato dell’avverbio -mente, e non avevano tutti i torti. Oltre a rendere lunghissimi aggettivi già lunghi grazie al malefico suffisso, l’affollarsi degli avverbi in -mente crea un fastidioso effetto ritmico e rimato che, a lungo andare, induce il lettore alla sonnolenza profonda o al vero e proprio sonno. Facciamo il solito esempio estremo:

In cucina la donna incominciò a mescolare delicatamente la maionese nella ciotola. Nel frattempo il marito russava sonoramente nell’altra stanza, mentre il bambino dormiva tranquillamente nella culla. Pensò malinconicamente alla sua vita, trascorsa tra bucati e pulizie della casa. Quando qualcuno suonò prepotentemente il campanello alla porta, però, alzò prontamente la testa, e andò velocemente ad aprire.

Terribile, non trovate? Eppure accade più spesso di quanto non si creda. Basta un attimo, e i fastidiosi avverbi in -mente si introducono nella frase, sinuosi come anguille, per costituire un vivaio dove proliferare... lestamente e subdolamente!


Quel petulante “che”
No, non mi riferisco al comandante Ernesto Guevara, detto il Che, ma alla congiunzione che affiora di continuo da un periodo appena più complesso di soggetto-verbo-complemento oggetto. Non appena lo scrittore tenta qualche esperimento di maggior concatenazione delle frasi, questi pestilenziali ‘che’ rizzano la testa e cominciano a correre e a starnazzare qua e là come un branco di oche in libera uscita.

"The Goose Girl" di Adolf Lins, ovvero la scrittrice
alle prese con il branco degli starnazzanti 'che'.
Aveva la sensazione che tutto stesse andando male, dato che persino la sua migliore amica l’aveva abbandonata, preferendo uscire con la ragazza che avevano conosciuto appena la sera prima, in quel bar che frequentavano e che era sempre pieno di tipi interessanti. Che sfortuna!

Persino il lettore più indulgente, a questo punto, comincerà ad arrotare i denti, specie se a questo frase ne farà seguito un’altra del tutto simile; e non parliamo poi se la cosa accadrà ad ogni pie' sospinto. Ci sono scrittori che usano la ripetizione come cifra stilistica, ma lo fanno in modo del tutto consapevole e – credetemi – il lettore si accorge della differenza!

Quali sono i rimedi? Possiamo chiamare in nostro soccorso:
  1. un editor che abbia la pazienza di rileggere il manoscritto e segnalarci qualsiasi cosa non lo convinca, comprese queste (vedi il post precedente: http://ilmanoscrittodelcavaliere.blogspot.it/2013/06/conversazione-xiii-leditor-chi-e-costui.html);
  2. un amico o un familiare con una buona esperienza di lettore, e possa equivalere a un editor; 
  3. la tecnologia: cioè il programma in Word in cui digiteremo le parole che ci sembrano ripetute, in modo da evidenziarle e sostituirle, dopo averci ragionato sopra con santa pazienza.
Non scoraggiatevi! Piuttosto siate severi con voi stessi, vedrete che ne varrà la pena. Ne ricaverete grandi soddisfazioni: non c’è niente di più bello di una frase che è proprio come la volevamo.

Alla prossima!
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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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