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"La Storia siamo noi."


sabato 25 maggio 2013

Una Storia Fiorentina - 13ma puntata


Flaming June di Frederic Leighton (1895)
Ponce Museum of Art, Puerto Rico
http://museoarteponce.org/
L’assenza 

“È l’anno 1488. Nel talamo nuziale, Bianca dorme e sogna. Un astro portatore di sventure, fulgido e tempestoso, ha attraversato la sua vita e, malgrado d’esso si sia spento ogni residuo bagliore, ancora, nell'oscurità, cadono luminosi frammenti. Uno di questi frammenti la solca, rotola in lei come un seme dorato nel profondo di una prigione. Quel seme germoglia, sboccia un fiore. Quando il segreto d’un amore mai sopito diviene insostenibile, il fiore drizza disperatamente la sua corolla verso la luce… ma l’inalterabile silenzio continua, ed il fiore ritorna a nutrirsi del filo di luce che penetra nella prigione, fino a quando non avrà perduto i suoi petali, e morirà di sete e di malinconia.

Una folata di vento, dal giardino, solleva i petali sparsi sul pavimento, li fa fuggire come da un pericolo imminente… ma nulla pare minacciare il mondo spensierato di sempre, che si schiude ancora a belle figure muliebri danzanti al suono di viole e di liuti.

Bianca mormora nel sonno. Sull'Arno, ella vede danzare i primi petali della primavera, le foglie morenti dell’autunno, le prime nevi invernali, al suono d’una canzone d’acqua sempre uguale. Ostinato sacerdote che brucia incenso in una chiesa sconsacrata, ella brucia i suoi ricordi per nutrirsi di profumi. Ritrova il corpo di Guido fra le coltri, la sua bocca nel giardino odoroso, le sue tenerezze, le sue collere, ed i ricordi ritornano danzanti e lievi, e colmi di risate.

Tuttavia altre visioni la ossessionano: ella vede la figura smilza dell’amante prostrata davanti ad un altare, le braccia spalancate come se fosse precipitata dal cielo. A volte il viso del giovane è soffuso dell’estasi dei santi; più spesso quel viso è contratto da un’inestinguibile dannazione interiore. Ella vede confusamente un crocifisso, inchiodato su un muro, ed una mano impugnare il manico di un flagello, sollevarlo e farlo scendere di colpo. Bianca conta i colpi, ma non ode un lamento.

The English boy di Ford Madox Brown (1860)
La donna geme nel sonno, mentre il volto dell’uomo amato annega sempre più nella nebbia tenace del tempo, per riapparire sul viso di un bambino. Re fra i suoi sudditi maltrattati, Federico siede in mezzo ai suoi giocattoli, incerto se conferire il suo favore ad un cavallo a dondolo, un tamburo o un uccello di legno. Sul suo volto si delineano i lineamenti dell’assente, insieme delicati e taglienti. Durante il rapimento, il padre s’incarnò forse nel figlio, e colui che ella vide allontanarsi era l’involucro di un essere dissolto per sempre? 

Bianca alza lo sguardo, per spiare nell'aria i segni di quel dissolvimento e vede, invece, il pulpito d’una chiesa. Un piccolo, magro domenicano predica e, nel silenzio assoluto, la sua voce vibra, ingigantita dallo spazio come da una cassa armonica. Nella scavata legnosità di quel Frate, brillano occhi d’un fuoco distruttore e vaticinante. ‘O Firenze, è cessato il tempo dei canti e dei balli; ora è tempo di piangere con fiumi di lacrime le tue colpe.’ Diafana, la mano destra s’alza, l’indice puntato verso il cielo, mentre la mano sinistra s’aggrappa al bordo del pergamo. Mentre la voce di Savonarola flagella la folla, scene infernali s’aprono dinnanzi agli occhi, visioni apocalittiche sconquassano l’aria. La folla, gettata in un terrore profondo e cieco, sembra schiacciata dalla colpa, quasi prona verso la terra. Molti piangono e singhiozzano, strozzati da uno spavento senza nome. Il dito accusatore del Frate scende allora verso la terra, si punta verso il bambino. 

La predica di Savonarola di Ludwig von Langenmantel

Bianca fa per scacciare quel dito minaccioso… ma, invece del bambino, ora c’è un volto, cereo contro i cuscini nel pallore della morte, ma ancora incorniciato da capelli corvini. Nell'ombra il Frate, gli occhi balenanti sotto il cappuccio, guarda Lorenzo de' Medici che, sollevato dalle mani solerti dei medici, beve a stento da una coppa un ultimo, vano rimedio. I lineamenti del morente mutano, si confondono con quelli d’un altro. Anche quest’uomo ha gli occhi chiusi in un pallore violaceo, respira con un flebile rantolo; anche sul suo volto vi sono i segni di una lotta prossima alla fine. Gli occhi di Bernardo morente si aprono e, nel vedere la giovane donna al suo capezzale, riacquistano per un attimo la loro lucentezza. La sua voce mormora: “Che Dio ti benedica, anima mia.”

È allora che Bianca si sveglia.

Il tempo, dapprima con passo greve ed esitante, poi con un’irresistibile falcata, l’ha trascinata nella sua corsa rapinosa, chiamato, invocato senza posa da un evento lontano. Quando esso si è fermato e ha ripreso a fluire lentissimo, con l’intensità del sangue che fuoriesce da una ferita, Bianca si è risvegliata. Nove anni sono trascorsi con la rapidità delle rondini che s’inseguono del cielo, attendendo il ritorno. Il suo ritorno.”
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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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