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mercoledì 29 maggio 2013

Il dialogo, un ping pong dai tempi perfetti / 24

La stesura di un dialogo nell'economia di un romanzo o di un racconto all'apparenza sembra facile, e nello stesso tempo non lo è. Alcuni scrittori sono convinti che i dialoghi siano la parte meno impegnativa della scrittura, e vi dedicano meno tempo. Spesso questi scrittori sembrano dimenticare una regola importante quando scrivono i dialoghi, cioè il presupposto che il lettore non si trova davanti ad uno schermo televisivo o al cinema, ma ad una pagina densamente popolata di lettere e parole con spazi bianchi in mezzo. Quindi è come un cieco e come tale deve essere aiutato a vedere il mondo che lo scrittore stesso ha in mente.

Ci sono alcune linee guida che possono essere tenute presente nel costruire un dialogo ben fatto:

  1. è davvero utile inserire il dialogo in un determinato punto della narrazione?
  2. quali e quanto sono i personaggi coinvolti?
  3. qual è l'oggetto della loro discussione
  4. che cosa permette al lettore di identificarli quando parlano? come delineare al meglio il passaggio dall'uno all'altro?

Facciamo qualche riflessione insieme:

1. Per stabilire la reale utilità dell'inserimento di un dialogo, occorre capire se i personaggi hanno qualcosa di così importante da dire da "chiedere la parola", in un certo senso, come avvocati nell'aula di un Tribunale. D'altro canto anche presentare una serie di pagine troppo descrittive, senza nessuna pausa, rischia di appesantire molto la narrazione. Un buon espediente potrebbe essere quello di sostituire al dialogo una descrizione, per vedere se la cosa funziona; o, viceversa, sostituire alla descrizione il dialogo. Occorre inoltre valutare se sia meglio rendere il dialogo con il discorso indiretto o con il discorso diretto. Il discorso indiretto si usa molto nei gialli e nei romanzi d'azione, e qui alcuni scrittori scelgono di non rivelare al lettore tutti i particolari, con delle vere e proprie omissioni che aumenteranno la suspense. Il lettore non è informato su tutto ciò che accade, e comunque sa o sospetta che gli si stanno negando delle informazioni; ma questo di solito, anziché indisporlo, lo incuriosisce e lo stimola ad usare la materia grigia per scoprire che cosa gli si sta nascondendo. Il discorso indiretto si usa quando un personaggio deve riferire ad un altro un fatto avvenuto in precedenza, di cui il lettore è già a conoscenza. Inutile dire che il discorso diretto è molto più vivace e sbrigliato.

Conversazione di Pierre-Auguste Renoir
... se lui le sta rivolgendo parole d'amore,
molto meglio il discorso diretto! ...

2. Dopo aver deciso che sì, nel nostro tessuto narrativo varrebbe la pena inserire un dialogo, valuteremo il numero dei partecipanti. Anche qui, è bene che non siano moltissimi, per questioni di chiarezza. Come nella vita quotidiana, più persone intervengono in un dibattito più si crea confusione (vedi ad esempio certi talk show televisivi di politica, in cui ci sono troppi ospiti che si accavallano, e un conduttore che contribuisce ad aumentare la confusione interrompendo chi parla e dando la parola all'uno o all'altro a seconda delle sue personali simpatie politiche), così anche nel nostro dialogo ci limiteremo ai partecipanti indispensabili e cureremo bene ciò che hanno da dirsi.

Discussione letteraria del grande Honoré Daumier (1864)
Questa stampa assomiglia molto a certi programmi
d'intrattenimento televisivo. In fondo
non siamo per nulla cambiati!

3. L'argomento (suddivisibile in soggetto = quello di cui si parla e tema = ciò che viene detto) deve essere ben chiaro all'interno del dialogo. A differenza della vita, in cui ciascuno di noi può anche parlare a vuoto senza che gliene venga fatta una colpa, in un romanzo il dialogo deve essere ordinato e chiaro. Se i personaggi si parlano, è certo che abbiano qualcosa di importante da comunicare, sebbene questo qualcosa possa essere esplicito, o sottinteso per uno o più di uno di loro.


Paesaggio con figure di George Tooker
Siate ordinati nello scrivere un dialogo, ma non esagerate!
... come nell'inquietante quadro di Tooker...

4. Nel discorso diretto di un dialogo, occorre rendere i turni di parola, con verbi come "disse", "obiettò", "commentò" ecc. In inglese si chiamano turn ancillaries e anche tag lines, e hanno la funzione di indicare chi sta parlando. Sono come dei piccoli supporti o marcatori. Ci potrebbe essere anche qualche risvolto psicologico per riconoscerli, ad esempio un certo intercalare, un linguaggio particolare come lo slang o il dialetto, ecc.). Attenzione anche a segnalare bene chi sta parlando, indicando il nome oppure il pronome o anche il soprannome per evitare ripetizioni. Sono tutti escamotage che permettono allo scrittore di fare chiarezza, e al povero lettore di non faticare su questioni del tutto irrilevanti.

N.B. Chicca conclusiva: non ci crederete, ma ho fatto una gran fatica a trovare dipinti di persone che "parlano" veramente. Significativo, non trovate?
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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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