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"La Storia siamo noi."


sabato 27 aprile 2013

Una Storia Fiorentina - Nona puntata

Nella grande sala da pranzo, Bianca ascolta lo scoppiettio del fuoco sprigionarsi dal ceppo e guarda le scintille levarsi a stormi come uccelli da un intrico di radici. Grazie a quel fuoco, sugli arazzi eroi ricamati hanno ripetuto con più vigore i loro gesti; le cassapanche, colme di segreti, hanno presentato, nitide, le loro facce dipinte; il soffitto incombente si è sollevato.

Bianca attende Guido e, pensando a lui, la sua mano rimane prigioniera fra le pagine del libro aperto in grembo. Ella desidera avere un figlio dall'amante, poiché non ne ha avuti dalla sua unione con Bernardo: per cinque anni la mano di Bianca si è spesso posata sul suo ventre, per cogliervi un movimento augurale… ma esso è sempre rimasto immoto, simile ad un’arida pianura mai salutata dalla pioggia, e Bernardo, avvilito, ha accusato il suo seme, ormai vecchio e debole, d’esser privo di forza fecondatrice. Ora, dopo che per moltissime notti il fuoco ha illuminato i loro profili insaziati, suo e di Guido, poi i loro corpi placati nel sonno, Bianca è colma d’un dolce, sottilissimo presagio; e, ancora, non sa del sacrificio di suo marito.

Le fiamme del caminetto si drizzano, e Guido le compare dinnanzi. Stravolto, ansante, egli le si inginocchia davanti, quasi sprofondando sotto un peso. La mano di Bianca ripone il libro, poi si leva, trepidante, sfiora la guancia del giovane, si posa sui suoi capelli con tenerezza, finché egli, colmo, non le appoggia la testa in grembo.

"Paolo e Francesca"

Nel silenzio della stanza fattosi solenne, Bianca sente il cuore palpitarle in seno come un uccello. Ella attende lo schiudersi d’una rivelazione: che la luce del fuoco illumini finalmente il cuore segreto, malvagio o angelico che sia, di Guido… e quando, accanto a loro, inizia la morte del fuoco, e le ombre si posano sulle ombre, e le luci si ripiegano e s’allontanano, le labbra di Guido si muovono a formare una preghiera.

Bianca ascolta la sua voce bassa, come proveniente da una cripta, mormorare inaudite, ardenti parole d’amore, senza che mai Guido sollevi il viso verso di lei. Con le sue parole, egli tesse il canovaccio d’oro di paesi lontani dove si odono lingue straniere, di navi che, nei porti, drizzano le vele al vento, di strade senza fine che essi percorrerebbero, uniti, di casolari in cui dormirebbero, stanchi… Spaventata, Bianca ritrae la mano e chiede, con sdegno, se non abbia perso la ragione. Guido solleva la testa: i suoi occhi, di solito così freddi, lampeggiano di rabbia. Egli ricomincia a parlarle della loro fuga e stavolta ella si alza, lo respinge.

Stravolto da uno sbocco d’ira incontenibile, il viso di Guido muta, si deforma addirittura, diventa feroce, demoniaco. Le scudisciate della sua ira colpiscono Bianca in pieno viso, ed ella alza il braccio, atterrita. È allora che gli oggetti spalancano gli occhi, e il fuoco moribondo inizia a crepitare in un concerto dissonante, diverso dal quieto e domestico scoppiettio di poc'anzi.

Rimasta sola, Bianca rimane a lungo in ginocchio, davanti al fuoco spento. La rivelazione è avvenuta ed ella fissa l’oscurità innominabile che ha appena visto.

* * *

Bianca accoglie così Bernardo, di ritorno da uno dei suoi viaggi, col sollievo di chi contempla un sereno paesaggio campestre, dopo aver assistito al transito pauroso e sublime di una tempesta. All'entrata del cavallo nella corte, ella corre incontro al marito, le maniche del suo abito svolazzanti come ali… ma quelle ali di stoffa non la sorreggono quando un’improvvisa nausea è così forte da sopraffarla.” La Donna dell'affresco fa una pausa, poi sussurra: "Attendevo, finalmente, un figlio..."


* * *

“A lungo la mia voce, paziente confessore, ti ha parlato, senza quasi mai fermarsi,” riprende. “Ora essa esita ancora, nello struggimento del ricordo, ed io cerco, invano, una figuretta di bimbo. Anche quel bimbo, per un destino forse uguale al padre, crebbe in un mondo muliebre fatto d’intensi profumi e fruscii di broccati, tra serve che lo vezzeggiarono senza tregua, al seno di una nutrice che lo adorò sin dal primo istante. E, più di tutte, anche quel bimbo amò una madre sola, di una solitudine invocata.”

"Admiration" di Adolphe-William Bouguereau (1897) -
San Antonio, Museum of Art

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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