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"La Storia siamo noi."


venerdì 11 gennaio 2013

Il florilegio dei microfoni

A dimostrazione che la Storia ripete se stessa, e molto spesso si involve, siamo di nuovo in campagna elettorale, in una sorta di perpetuo déjà vu che assomiglia ad un incubo da cui non ci si riesce a svegliare.

Non mi dilungherò eccessivamente sullo spettacolo cui assistiamo ogni giorno, ma propongo una modesta provocazione ai giornalisti. Perché, invece di correre verso il politico di turno per affollare di microfoni la prossimità della sua bocca, come una fioritura primaverile, ricevere il suo verbo e trasmettere il solito servizio trito e ritrito di frasi rimasticate dal soggetto in una sorta di bolo (vedi il mio post precedente sull'argomento), non indirizzate la vostra corsa professionale verso un punto esattamente opposto al luogo dove si trova il politico in questione?

Provate a capovolgere le vostre azioni, se non altro per vederne l'effetto e incrementare i picchi dell'audience! Immaginate la scena: il signorotto in questione che esce dal palazzo del potere, circondato da guardie del corpo, e che cammina tutto tronfio, oppure, viceversa, si concede con aria di sufficienza ai cronisti, e questi che, anziché scapicollarsi verso di lui come un sol uomo, armati di microfoni, di colpo si voltano tutti insieme di comune accordo, e corrono ad intervistare qualsiasi altro oggetto inanimato o essere vivente nei paraggi: un paracarro, una panchina, un albero, un cespuglio, un cane domestico o randagio, un passante, un ambulante, una vecchina, un ragazzo in bicicletta...

Per cortesia, non dite che c'è l'obbligo giornalistico di documentare e informare. Documentare e informare su che cosa? Qualsiasi altro intervistato avrebbe più voce in capitolo di uno di questi signori, anche se non si esprimesse in un linguaggio umano. Anche un sasso. Se non altro il sasso, da sempre chiuso in un secolare mutismo, mostrerebbe che il suo silenzio sarebbe più coerente e dignitoso di un profluvio di parole svuotate di senso, o molto spesso grondanti arroganza. A volte siamo noi stessi, con la nostra cortigianeria, ad aumentare il volume di elio di cui sono rigonfi questi signori.

Del resto, come dice il proverbio: "Un bel tacere non fu mai scritto".

"Drinnen un Draussen" ("Dentro e Fuori") di George Grosz (Berlin, 1926)
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QUALCOSA DI ME

QUALCOSA DI ME
Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO

IL MIO ULTIMO LAVORO
Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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