Blog su Letteratura, Storia e Arte in tutte le sue forme.

"La Storia siamo noi."


ARAZZO DI BAYEUX, seconda metà dell'XI secolo

La conquista normanna dell'Inghilterra del 1066.

BERNABO' VISCONTI E LA SUA FAMIGLIA

Affresco a Santa Maria Novella, Firenze - secolo XIV.

VITA DI TRINCEA

Prima Guerra Mondiale (1914-1918).

sabato 19 maggio 2018

Philobiblon - Premio Letterario Italia Medievale edizione 2018



Popolo di scrittori, udite udite!

Vi chiamo a raccolta per comunicare che, come ogni anno, l'Associazione Culturale Italia Medievale ha emesso il bando di concorso per il


Philobiblon 
Premio Letterario Italia Medievale

 riservato a racconti brevi ed inediti liberamente ispirati al Medioevo.

L'associazione organizza conferenze con docenti universitari e storici, presentazioni di saggi e romanzi, visite guidate e molte altre iniziative nell'ambito di manifestazioni e fiere dedicate a questo periodo storico. Sono socia da alcuni anni, e posso testimoniare della qualità, anche filologica, dei loro eventi; quindi sponsorizzo molto volentieri il premio.

Lo scorso anno, tra l'altro, la cerimonia di premiazione si è svolta nello splendido contesto della sagrestia bramantesca di Santa Maria delle Grazie a Milano, per cui anche l'occhio è stato ampiamente soddisfatto.

Ecco alcune informazioni tratte dal sito dell'associazione, che potete trovare anche al seguente link:

Philobiblon?

Il nome scelto per il Premio Letterario Italia Medievale si rifà ad un’opera di Riccardo di Bury (1287-1345), monaco benedettino inglese, cancelliere del re Edoardo III, del quale fu precettore. Terminò appena un anno prima di morire il Philobiblon, scritto in latino, testo che gli avrebbe assicurato la riconoscenza e l’affetto di generazioni di bibliofili. Trattatello morale in lode alla lettura e manuale di bibliofilia dedicato alla scelta, al reperimento, alla conservazione dei libri, il testo è anche consultabile online nella versione originale integrale in latino.

Regolamento

Partecipare al Premio è semplice e gratuito. È sufficiente compilare il modulo che troverete sul sito in ogni sua parte e allegare il file con il racconto. Il file deve essere in formato RTF (Rich Text Format, ottenibile salvando il file con Microsoft Word, Open Office, Libre Office ed altri comuni editor di testi) e deve contenere titolo e testo completo del racconto.

Il racconto deve essere inedito, di proprietà dell’autore che lo sottopone alla Segreteria del Premio e non deve superare in lunghezza le 20.000 battute, spazi inclusi. Le opere non conformi alle direttive verranno escluse dal Premio. Ciascun concorrente è tenuto ad inviare un solo racconto. Gli autori dei racconti pubblicati si impegnano a cedere i diritti all’organizzazione del Premio.

Agli autori dei racconti classificatisi ai primi tre posti e ad altri autori segnalati dalla giuria saranno consegnate targhe personalizzate, la tessera ACIM valida per un anno e i loro racconti saranno pubblicati online sul portale dell’Associazione e in formato cartaceo a cura di Italia Medievale.

I vincitori e gli autori segnalati riceveranno comunicazione diretta da parte della Segreteria del Premio. I risultati dei Premio saranno pubblicati sul portale dell’Associazione Culturale Italia Medievale.

Le opere dovranno essere inviate entro il 20 agosto 2018. La premiazione dei racconti vincitori avrà luogo a Milano l’ultimo sabato di novembre 2018.

Per info: info@italiamedievale.org

***

Ebbene, non vi punge vaghezza di partecipare? Quest'anno ci sto facendo un pensierino... Mentre anche voi arrotate le punte delle vostre penne, rigorosamente d'oca, vi lascio con alcune immagini della premiazione dello scorso anno e informazioni sulla sagrestia del Bramante.














Da Wikipedia: 

La sagrestia vecchia è un grande ambiente cui si accede dal Chiostro delle rane, sul lato opposto a quello della chiesa. Si tratta di una vasta aula rettangolare, che prospetta su Via Caradosso con grandi finestroni dalle cornici in cotto, restaurate nell'Ottocento. La sua costruzione risale all'ultimo decennio del Quattrocento, in concomitanza con il rifacimento della Tribuna. Il progetto è tradizionalmente assegnato a Bramante, ma senza prove documentarie. Sopra il portale d'ingresso, una lunetta di Bramantino raffigura la Madonna fra San Giacomo e San Luigi di Francia. La presenza di quest'ultimo Santo fa risalire la datazione al periodo di dominazione Francese, fra il 1499 e il 1512. 

Maurizio Calì, presidente di Italia Medievale
e Mauro Enrico Soldi, del consiglio direttivo.

L'aula interna è coperta da una volta a botte unghiata, con testate a ombrello, e termina con una piccola abside. La decorazione ad affresco che ricopre la volta è stata da taluni attribuita a Leonardo, per la presenza del motivo del Nodo Vinciano, utilizzato anche nella Sala delle Asse al Castello Sforzesco.

Al di sotto della volta, l'alta trabeazione presenta motivi decorativi classicheggianti con draghi e conchiglie. Lungo tutto il perimetro della sagrestia corrono gli armadi lignei destinati a custodire gli arredi sacri. Tutti gli sportelli sono ornati da dipinti databili all'inizio del Cinquecento, con scene bibliche. Di grande bellezza sono le quattordici ante a destra, con scene del Nuovo Testamento, nei modi del Bramantino, mentre sul lato sinistro sono raffigurati episodi dal Vecchio Testamento. Completano la decorazione della sala, sulla parete di fondo, affreschi cinquecenteschi.





  • Fonte testo: Associazione Culturale Italia Medievale e Wikipedia
  • Le immagini sono state da me scattate nel corso della cerimonia 2017.


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sabato 12 maggio 2018

Il Caffè della Rivoluzione: Il pranzo è servito! / 35




Come sapete, in tempi recenti mi sono iscritta all'università, facoltà di Storia, decisione di cui sono sempre più convinta e soddisfatta man mano che passa il tempo. Rimettersi a studiare significa non soltanto ricominciare a far andare i neuroni in maniera più o meno intensa, ma nel mio caso anche scovare delle curiosità molto utili per il mio romanzo sulla rivoluzione, e ogni volta è una vera sorpresa, proprio come ritrovare un vecchio amico. Tra l'altro ci sono delle gradite novità proprio sull'argomento del romanzo... ma di questo parlerò in un altro ambito.

Per riprendere il filo del discorso, uno dei miei libri universitari di Geografia Urbana, Il trionfo della città di Edward Glaeser, non soltanto smonta molti luoghi comuni relativi alla città e alla campagna, ma anche molte utopie ambientaliste che vanno di moda ai giorni nostri e con cui mettiamo a riposo la nostra coscienza di sciuponi.

Sì, ma che cosa c'entra questo con la rubrica sulla rivoluzione francese e l'antico regime? vi chiederete. Ebbene, ho scoperto qualcosa di molto interessante sulla nascita dei ristoranti! Nel paragrafo "La divisione del lavoro e il Lamb Vindaloo", l'autore ci parla della città come una vertiginosa cornucopia di stili culinari, di varietà di prezzi e di atmosfere. Nelle aree extra urbane a bassa densità abitativa, dove i ristoranti sono posizionati lontano dalle abitazioni, le famiglie si preparano giocoforza il loro cibo, siano o no brave nella bisogna. Nella città, è facile per le persone uscire a mangiare e trarre soddisfazione dal lavoro di cuochi provetti. I commensali urbani possono approfittare del fatto che esistono infrastrutture specializzate, e ristoranti dove si fondono modi di cucinare geograficamente diversi, per la gioia di schiere diverse di consumatori con differenti possibilità di spesa. Lo possiamo vedere nella fotografia dell'elegante ristorante del Musée d'Orsay di Parigi.

E ora veniamo al clou del mio post.

Se le locande e le taverne sono naturalmente antichissime - da che mondo è mondo l'uomo ha sempre amato sedersi a mangiare, bere e chiacchierare con i suoi simili - i ristoranti veri e propri hanno visto la loro comparsa a Parigi nel tardo diciottesimo secolo. Ebbene sì, con il termine "ristorante" si intende precisamente un luogo che attrae le persone con la loro cucina. Secondo il testo di Glaeser si ritiene che un certo signor Mathurin Roze de Chantoiseau sia stato il primo ristoratore nel senso moderno del termine. Il termine restaurant nacque perché Roze vendeva delle salutari minestre che dovevano "ristorare", cioè restaurer, i parigini che avevano bisogno di rinfrancarsi. La densità urbana creò un mercato per i prodotti specializzati, e le zuppe furono uno di questi prodotti. Nell'esercizio commerciale di Roze, si stava seduti separatamente, veniva offerta ai clienti una scelta di cibi, e loro pagavano in base alle pietanze che avevano ordinato, e non a un prezzo fisso. Furbescamente il signor Roze riuscì a evitare di mettersi contro la lobby dei fornitori di cibo consegnato a domicilio, quello che ogni si chiama catering, grazie a una sostanziosa somma da lui versata per diventare un fornitore ufficiale della corona.


Su Wikipedia leggo invece che il significato moderno del termine nacque attorno al 1765, quando un cuoco parigino di nome Boulanger, che in francese tra l'altro equivale a "panettiere", aprì un'attività di ristorazione. Chiunque sia stato l'inventore di questa formula innovativa, questa ebbe un successo strepitoso in tutta Europa, come potete vedere nella stampa soprastante di un ristorante britannico. Nel 1782 venne senz'altro inaugurata a Parigi la Grande Taverne de Londres. Secondo Jean Anthelme Brillant-Savarin, il più famoso degli amanti della buona cucina, lo chef della Grande Taverne fu "il primo a combinare i quattro elementi essenziali: sala elegante, camerieri accorti, scelta di vini, e piatti di qualità superiore".


Prima di questa novità, la cucina di lusso, così come il teatro secolare, era un passatempo dei nobili, i soli consumatori sufficientemente ricchi per pagare i propri chef e le proprie troupe di attori. In questo modo, i buoni ristoranti servirono ad addestrare altri chef e a ispirare i loro clienti a migliorare il loro modo di cucinare a casa.

Per concludere con un ultimo aggancio alla rivoluzione francese, nella stampa qui accanto potete vedere l'assassinio del convenzionale Lepeletier de Saint-Fargeau presso Février, ristoratore al Palais-Royal.  No, non pensate male, non aveva protestato perché il conto del ristorante era troppo salato, ma aveva votato la morte del re e si era attirato odi feroci. Sicuramente in questo caso il pranzo gli sarà stato, ehm, indigesto...


***

Ebbene, si è fatta quasi ora di pranzo e sento un certo languorino... :) Non mi resta che augurarvi bon appétit! e chiedervi se vi piace mangiar fuori e dove, e quali sono i piatti che preferite.

***




Fonte testo:

Il trionfo della città di Edward Glaeser - Bompiani

Fonte immagini:

  • ristorante del Musèe d'Orsay - Wikipedia
  • stampa britannica dal sito http://www1.folha.uol.com.br/folha/sinapse/ult1063u119.shtml
  • L'assassinio del convenzionale Lepeletier de Saint-Fargeau presso Février, ristoratore al Palais-Royal - Wikipedia
  • fotografia di giovane donna a tavola - Pixabay



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sabato 5 maggio 2018

Titoli visionari, meravigliosi titoli


Scegliere il titolo di un romanzo o di un racconto è un passaggio fondamentale per offrire al lettore una sintesi, che sia allo stesso tempo suggestiva e focalizzante, e che serva anche da slogan per il contenuto dell'opera. Ci siamo detti molte volte che il titolo è uno dei primi elementi che cattura lo sguardo, insieme con la copertina. All'argomento avevo dedicato un post qualche tempo addietro che, se volete, potete ritrovare qui. Nel post, elencavo alcune tipologie di titoli, che avevo suddiviso grossomodo come segue:

- il tandem (Il rosso e il nero)
- il criptico (Dieci piccoli indiani)
- la citazione (Se questo è un uomo)
- nome e cognome (Anna Karenina)
- una sola parola (Espiazione)
- la frase (Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve)

Il post di oggi, però, non riguarda la maniera di scegliere un titolo. Ho scelto infatti di dare un taglio particolare al post in quanto non metto in relazione titolo e  contenuto. Ad esempio Mondo senza fine, il primo romanzo del mio elenco, è ambientato nell'Inghilterra del 1327, e il titolo ha un significato molto legato alle vicende e soprattutto all'ambientazione storica e medievale dell'opera. Infatti World Without End si riferisce all'ultimo verso della preghiera Gloria Patri in una delle più comuni traduzioni inglesi; la corrispondente traduzione in italiano è "Per tutti i secoli dei secoli" o "Nei secoli dei secoli". Non ho nemmeno letto alcune delle opere elencate, anche se ne ho sentito parlare e sono sullo scaffale delle mie future letture (una per tutti, Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino). Non mi occupo nemmeno delle vicende editoriali che hanno portato a una scelta anziché un'altra, anche se nel caso del romanzo di Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, c'è stato un cambio di rotta, radicale e molto interessante, che secondo me ha dato valore aggiunto.

No, i titoli di romanzi o racconti del mio elenco evocano in me paesaggi interiori intensi, o musicalità del tutto particolari. Ho tentato quindi un esperimento di libera associazione con il titolo, quasi di tipo psicanalitico e senza nessuna pretesa, e vi ho associato un'opera d'arte anche se non sempre sono riuscita a trovare quello che volevo. Ovviamente ne potrei aggiungere altri cinquanta per me altrettanto belli, ma ognuno hai i suoi gusti, e poi sul web bisogna economizzare spazio e pazienza. Per il momento ecco a voi i miei magnifici dieci:


MONDO SENZA FINE
di Ken Follett

Un pianeta che si muove nell'universo buio.
Splendore di stelle, galassie, costellazioni.
Un sistema complesso e formicolante di vita
visibile e invisibile.
Minuscola. Enorme.
Anime d'uomini e d'animali.
Il pianeta si muove incontro a Dio.
Beatitudine, vita eterna.
La Luce.

Opera: "Rex" di Mikalojus Konstantinas Ciurlionis (1909), Čiurlionis National Art Museum, Kaunas, Lithuania



LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI
di Paolo Giordano

Pura astrazione della matematica.
I numeri primi sono intelligenze eccelse.
Una sequenza di numeri.
La bellezza nella diversità,
bambini prodigio.
Numeri primi: sono speciali.
Un paesaggio di linee rette.
Ombre e luci nette, stagliate sulla tela.
Silenzio.


Opera: "Piazza d'Italia" di Giorgio De Chirico (1903), Art Gallery of Ontario (AGO), Toronto, Canada


VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE
di Louis-Ferdinand Céline

Un treno a vapore che sferraglia
sulle rotaie.
Il termine della notte non è l'alba,
è un abisso.
Un binario che si interrompe.
Il viaggio conduce nell'abisso.
Ci sono i vagoni piombati.
Lo sbuffo della ciminiera,
il fragore delle ruote sul binario.

Opera: "Rain, Steam and Speed" di J. M. W. Turner (1844), National Gallery di Londra


L'UOMO DAL FIORE IN BOCCA
di Luigi Pirandello

Un uomo che ama le donne.
Un fiore tenuto tra i denti?
È un torero, forse.
Il fiore assomiglia alla bocca,
hanno la stessa forma,
la stessa carnosità.
L'uomo è un enigma. Una maschera.
Il fiore è qualcosa di delicato, soave,
un punto di perfezione.

Opera: "Autoritratto" di Pablo Picasso (1901),
Museo Picasso di Parigi




I PILASTRI DELLA TERRA
di Ken Follett

Pilastri che si ergono dalla terra.
Si slanciano, possenti, verso il cielo.
Lo sorreggono, come Atlante
sorreggeva la volta celeste
sulle sue spalle.
Se si tolgono i pilastri,
crollerà il cielo.
Ma forse crollerà anche la terra
perché sorreggono la terra.
I pilastri dei giganti.
Echi nella navata.

Opera: "Studio in Verticale (La Cattedrale)" di Frantisek Kupka (1913), Museo Kampa




CRISTO SI È
FERMATO A EBOLI
di Carlo Levi

Cristo predicatore, il suo viaggio.
Si è fermato e non ha proseguito.
La sua parola è cessata.
Eboli è un luogo privilegiato.
La cena di Gesù con le donne
e i poveri di Eboli.
Scuoti la polvere dai calzari
e prosegui il tuo viaggio.



Opera: "Orazione nell'orto" di Andrea Mantegna (1455), National Gallery di Londra





IL CASTELLO DEI DESTINI INCROCIATI
di Italo Calvino

I destini incrociati sono lame.
Nel castello ci sono cavalieri.
L'incrocio è un tessuto di esistenze.
Il castello è un simbolo,
qui è anche un crocevia.
Si trova su un'altura, c'è la neve.
La storia è una fiaba
tutta da raccontare.

Opera: "The Castle of the Pyrenees"
di René Magritte (1959), Museo d'Israele




IO SONO LEGGENDA
di Richard Matheson

La maestà del pronome "io".
C'è una leggenda, un mito, un personaggio
che si presenta.
Potrebbe essere un antico eroe, o un mostro.
I lembi del suo cappotto, o di un mantello,
fluttuano al vento della sera.
Un fiume si snoda accanto a lui,
le acque s'indorano.


Opera: "Due uomini che contemplano la luna" di Caspar David Friedrich, ca. 1825–30,
Metropolitan Museum of Art


OPINIONI DI UN CLOWN
di Heinrich Böll


Un clown non dice cose serie.
O, meglio, le esprime alla sua maniera.
Non viene preso sul serio.
Il clown ha la faccia dipinta.
Può far ridere, ma può fare anche
molta paura.
Da piccola avevo paura dei pagliacci.

Opera: "Testa di un clown" di Georges Roualt
(ca. 1920), Indianapolis Museum of Art




IL DIO DELLE PICCOLE COSE
di Arundhati Roy

Il dio è un essere possente.
Le piccole cose sono nella quotidianità.
C'è un contrasto.
Gli oggetti sono quelli, umili e silenziosi,
che non osserviamo mai.
I Lari degli antichi Romani.
Gli angoli pieni di polvere delle case,
la carezza di una luce soffusa.
Un gomitolo di lana in un cestino.

Opera: "Natura morta" di Giorgio Morandi (1953), Pinacoteca di Faenza

***

Bene, la mia fatica è terminata! Quali sono i vostri titoli preferiti, e quali sono le visioni che evocano nella vostra mente?


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sabato 28 aprile 2018

Le parole di Giordano Bruno... e la nostra scrittura


Qualche tempo fa trovai sul supplemento di un quotidiano una citazione del filosofo Giordano Bruno,  tratto da La cena de le Ceneri (1584), corredata da un breve articolo. Pur sapendo ben poco di questo filosofo, il passaggio mi colpì e conservai la pagina per poterla rileggere ogni tanto e, all'occasione, poter scriverne un post. Ora è venuto il momento!

Chi era Giordano Bruno, innanzitutto? Vediamo che cosa ci dice di lui l'enciclopedia Treccani, cui vi rimando per una lettura completa della biografia e soprattutto della parte filosofica che è molto complessa:
Filippo della famiglia dei Bruni assunse il nome di Giordano entrando a 17 anni nel convento di S. Domenico a Napoli. Sospettato di eresia, riparò a Roma (1576), di qui, deposto l'abito ecclesiastico, andò peregrinando di città in città; fu a Ginevra (1579), dove per alcuni mesi abbracciò il calvinismo, a Tolosa, a Parigi (dove pubblicò nel 1582 il De umbris idearum e la commedia il Candelaio), in Inghilterra (1583-1585), dove per alcuni mesi insegnò a Oxford e pubblicò a Londra, con il finto luogo di Parigi e di Venezia, Cena de le ceneri, De la causa principio et uno, De l'infinito universo et mondi, Spaccio de la bestia trionfante (1584), De gli eroici furori (1585).
Dopo un breve soggiorno a Parigi, passò nell'agosto del 1586 in Germania, e tra il 1590 e 1591 a Francoforte pubblicò i poemi latini De minimo, De monade, De immenso et innumerabilibus. Nel 1591 accogliendo l'invito di G. Mocenigo, si recò a Venezia dove, denunziato come eretico dal suo ospite, fu nel 1592 arrestato dall'Inquisizione e processato. Si dichiarò disposto a fare ammenda, ma, trasferito all'Inquisizione di Roma, e sottoposto a nuovo processo, rifiutò di ritrattarsi, onde fu come eretico condannato al rogo, che egli affrontò impavido a Roma in Campo de' Fiori. 
Alla radice della filosofia bruniana può porsi l'intuizione della originaria unità e infinità del tutto, in cui l'uno-Dio, infinito in un solo atto, si riverbera e moltiplica in infinite sussistenze attraverso un processo di discesa necessario e immanente alla stessa natura divina. Anche nel campo letterario egli è tra coloro che preannunciano, nell'ultimo Cinquecento e nel primo Seicento, la letteratura più moderna. Si pone, risolutamente, in nome della libertà del poeta e dell'uomo, contro le regole letterarie esterne, ricavate ai suoi tempi dalla Poetica di Aristotele, contro le imitazioni, in particolare del Petrarca; inizia la violenta satira contro il pedante, cioè contro l'erudizione fine a sé stessa e la letteratura paga di semplici esornamenti. Rozzo, dialettale, sovente contorto e torrenziale, esprime tuttavia, spesso con rara potenza nella satira o nella esaltazione intellettuale, la sua ansia di dignità e di verità.

Veniamo però al passaggio che mi aveva tanto colpito da conservarlo:
Quantumque non sia possibile arrivar al termine di guadagnar il palio: correte pure, e fate il vostro sforzo, in una cosa de sì fatta importanza, e resistete sin all'ultimo spirto. (...) Non solo è degno d'onore quell'uno ch'ha meritato il palio: ma ancor quello e quel altro, ch'a sì ben corso, ch'è giudicato anco degno e sufficiente de l'aver meritato, ben che non l'abbia vinto.
Che cosa ci vuole dire il filosofo nolano? Provo a elencarne qualche significato per applicarlo alla nostra attività di scrittura:

- che gli obiettivi raggiunti facilmente e senza sforzo, o anche portati a compimento con frettolosità, hanno poco o nullo valore;
- che l'importante non è vincere, ma saper correre fino alla fine senza farsi scoraggiare e senza aspettarsi poste in palio;
- che bisogna gareggiare con onestà e senza mezzi e sostegni illeciti che arricchiranno le nostre tasche, ma non ci arricchiranno lo spirito;
- che non soltanto il vincitore è degno di lode e d'onore, ma anche chi ha gareggiato fino alla fine;

...e, aggiungerei, che non bisogna guardare sempre quello che fanno gli altri, ma andare avanti dritti per la propria strada.


La tentazione di Sant'Antonio
di Salvador Dalì (1946)
Musée des Beaux-Arts di Bruxelles

Quante volte abbiamo discusso di quanto sia difficile il mondo editoriale per chi non abbia contatti o conoscenze, e di come apparentemente raggiungano la celebrità sempre i soliti noti e non per merito?

Applicando le parole del filosofo alle nostre passioni, scriviamo e agiamo per il gusto di farlo e non aspettiamoci nulla in cambio. In questo modo, se non riceveremo nulla, non rimarremo delusi. Se riceveremo qualcosa - un complimento, una frase di ammirazione, una recensione scaturita dal cuore, un riconoscimento o un'opportunità - sarà come un regalo d'oro zecchino.

Se ci comportiamo in modo gioioso e rilassato, senza combattere contro la corrente avversa o perderemo energie, ne trarremo grande giovamento anche in termini di salute. Non aspettiamoci che tutto sia perfetto - e questo lo devo imparare io per prima - perché abbiamo a che fare con l'imponderabile, e le cose non vanno sempre come vogliamo. Così ci saranno sempre refusi nelle bozze che abbiamo corretto mille volte, o correzioni tralasciate, o una copertina che non è come la volevamo, o la svista che è rimasta o la frase che, riletta a mente fredda, avremmo scritto in modo diverso. Anche questo fa parte del nostro essere umani.


***

E voi che cosa ne pensate? Quali sono le regole che vi siete dati per procedere senza lasciarvi scoraggiare troppo?


Fonti immagini:

Wikipedia

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sabato 21 aprile 2018

Cercasi date di Storia disperatamente!


Il post di oggi riguarda un argomento anomalo,  perché ha come protagonista la memoria in rapporto ai numeri. Dovete sapere che la mia memoria è sempre stata un colabrodo per quanto riguarda i numeri. Dopo anni di sforzi, riesco a ricordarmi il mio numero di cellulare, e poco altro. La verità è che io e i numeri non ci siamo mai amati, anzi, ci siamo sempre guardati in cagnesco, o con un alto grado di sospetto reciproco.

Al liceo linguistico brillavo nelle lingue, in letteratura, in storia e in geografia, e mi piaceva moltissimo l'ora di educazione artistica perché ero portata in disegno. Ed ecco che arrivava "lei", l'ora di Computisteria con i relativi sfracelli. Stendiamo un velo pietoso sulla precedente scuola media, e sull'ora di puro terrore che per me comportavano i compiti in classe, oggi ribattezzati verifiche, di matematica, geometria, fisica, il cui risultato mi abbassava puntualmente la media. Ricordo lunghi, interminabili minuti passati a fissare il foglio con il vuoto siderale nella testa.

Ho cercato di ignorare i numeri dal giorno in cui sono uscita dalla scuola. o perlomeno ho provato a stare bene alla larga.

Ora i numeri mi sono ricomparsi davanti nella forma micidiale delle date in Storia. Nel mese di giugno vorrei dare appunto l'esame di Storia Medievale, insieme a quello di Geografia Urbana e Civiltà e Lingua Inglese, e ho il problema di memorizzare le date. Naturalmente la docente di Storia Medievale non pretende che memorizziamo pagine e pagine di date, ma alcune vanno imparate. Io conosco pochissime date, alcune facili da memorizzare (la data di inizio della Rivoluzione Francese con numeri uno di seguito all'altro: 1789); altre invece permangono nella mia testa in modo assolutamente inspiegabile (la data della battaglia di Bosworth Field, che segna la fine della Guerra delle Due Rose, e anche la fine del Medioevo inglese: 1485).

Ho dunque cercato in rete, dove si trova di tutto, alcuni consigli sulle tecniche di memorizzazione. Ecco quello che ho scovato!


1. METODO DELLO SHAPE-SYSTEM

Questo video Youtube è molto divertente, in due parole il metodo di Giuseppe Moriello, che tra l'altro ha partecipato ai campionati di memoria nel 2015 arrivando al terzo posto, è quello di trasformare ogni numero in un'immagine amichevole ("calda e coccolosa", come dice Giuseppe). Il passaggio successivo è quello di trasformare queste immagini in una storiella che evochi i numeri, l'articolo di codice nel suo caso di studente in diritto, che occorre memorizzare.


Quindi ho provato a creare le mie proprie immagini, e il risultato delle mie elaborazioni è stato:
0 = scudo  1 = candela  3 = rondine  4 = vela  5 = profilo con bocca aperta  
6 = ciliegia  7 = falce  8 = pupazzo di neve  9 = amo.

Il punto però è che il mio è un esame orale, e quindi se mi chiedono la data della battaglia di Hastings 1066 non posso dire: candela-scudo-ciliegia-ciliegia, o il passo successivo per la professoressa o l'assistente sarebbe quello di chiamare il servizio di igiene mentale. Inoltre secondo me basta poco per scambiare due numeri tra loro, e generare un cambio di secolo (non dico di millennio perché fin là ci arrivo pure io).


2. METODO DELLA CONVERSIONE FONETICA

Per spiegare questo metodo ci vorrebbe un post a parte, quindi vi rimando a questo articolo del sito  Gli Audaci della Memoria che trovate al seguente link. Per quanto riguarda il metodo, occorre trasformare ogni numero in una lettera secondo una determinata tabella, che trovate qui a fianco.

Quindi la mia data 1066 della battaglia di Hastings, con la conversione fonetica diventa:

T S C C

con le C dolci. A questo punto bisognerebbe trasformare l'insieme delle consonanti in una parola aggiungendo le vocali, che sono riempitive, ed eventualmente passare poi a costruire un'immagine. Ora, io sarò anche lenta di comprendonio, ma a me sembra un procedimento piuttosto macchinoso, perché:
1. mi devo ricordare a ritroso le corrispondenze e non è detto che ci riesca;
2. non tutte le composizioni di consonanti possono trasformarsi in parole con l'aiuto delle vocali. Io qui francamente non saprei come fare. :( ... Forse: "Ti scaccio"?

3. METODO DEL PALAZZO DELLA MEMORIA (O TECNICA DEI LOCI)

Questa tecnica mi piace d'istinto, ma non ho ancora avuto tempo di sperimentarla nella sua interezza. Si tratta di un metodo antico. La tecnica dei loci (plurale del termine latino locus, che significa "luogo"), anche chiamata "palazzo della memoria", fu introdotta in antichi trattati di retorica greci e romani (Rhetorica ad Herennium, De oratore, e Institutio oratoria).

In questa tecnica mnemonica gli elementi da ricordare vengono associati a specifici luoghi fisici. Per rammentare in un certo ordine vari contenuti si ricorre alla memorizzazione di relazioni spaziali. Quindi, ad esempio, in cucina troveremo gli avvenimenti e i protagonisti del 300 d.C., nella dispensa quelli del 400 d.C. e via discorrendo. Data la vastità del periodo storico preso in esame, il Medioevo, naturalmente useremo un edificio con numerosi ambienti come quello che vi propongo sopra, il palazzo Hofburg di Vienna... e non un appartamentino di due locali. ;)


4. METODO FIGURATIVO

Tutto sommato è la tecnica che mi piace di più, avendo io una memoria visiva piuttosto accentuata, anche se non sono sicura del risultato tra un paio di mesi. Si tratta di visualizzare un'immagine abbinandovi il numero di riferimento.

Prendiamo ad esempio l'editto di Costantino del 313, chiamato anche editto di Milano (editto di tolleranza o rescritto di tolleranza). SI tratta dell'accordo sottoscritto nel febbraio 313 dai due Augusti dell'impero romano, Costantino per l'Occidente e Licinio per l'Oriente, in vista di una politica religiosa comune alle due parti dell'impero. Il patto fu stretto in Occidente in quanto il senior Augustus era Costantino. Le conseguenze dell'editto per la vita religiosa nell'impero romano sono tali da farne una data fondamentale nella storia dell'Occidente. Non siamo ancora al Medioevo, come data convenzionale, ma è importante saperla per comprendere meglio le decisioni dei futuri Concili inerenti la dottrina cristiana.

Posso dunque prendere una scultura dell'imperatore e immaginare che la data 313 sia parte integrante della sua testa, come potete vedere nella mia rielaborazione di cui sopra, un po' irriverente ne convengo. Bisogna però fare una ricerca su parecchie immagini, e di conseguenza molto allenamento.

In alternativa, potrei optare un mix tra la tecnica del "palazzo della memoria" e di immagini come questa, collocate nella stanza apposita, e comunque la questione non cesserà d'interessarmi perché poi ci saranno le date di Storia moderna e Storia contemporanea.


***

Insomma, i metodi sono innumerevoli come i pesci del mare! E voi, avete mai dovuto imparare a memoria qualcosa di ostico, o farlo imparare ai vostri studenti, e quali sono le tecniche che avete adottato?

***

Fonti immagini: Pixabay e Wikipedia

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sabato 14 aprile 2018

Il Caffè della Rivoluzione: La chicchera di propaganda / 34




Il 9 novembre 1989 migliaia di persone cominciano a prendere a picconate il Muro di Berlino, simbolo per eccellenza di divisione e separazione tra le due Germanie. Il 14 luglio 1789 una folla armata e inferocita, stanca di secoli di dispotismo e ingiustizie, assalta la fortezza della Bastiglia fino a conquistarla e a liberare i prigionieri.

Duecento anni esatti separano queste date, in una coincidenza impressionante.

Ma c'è di più, perché i due eventi hanno alcuni elementi in comune, al di là dell'altissimo significato storico e politico. La folla che ha smantellato nel 1989 il muro di Berlino, infatti, si è portata a casa una pietra come souvenir. Anche la fortezza simbolo del dispotismo è stata gradatamente  smantellata e i cittadini hanno preso delle pietre come ricordo.

L'anno seguente, in occasione della Festa della Federazione del 14 luglio, sulle rovine della fortezza vengono piantati degli alberi, e un imprenditore edile e comandante della milizia di un distretto, il cittadino Palloy, si vanta di essere stato tra i seicento che hanno preso la fortezza e che hanno perciò il diritto di portare una medaglia di rame che rappresenta una muraglia. Per demolire la Bastiglia, questo cittadino ha trascurato il suo lavoro. Nel suo cantiere, Palloy ha tutta una collezione di pietre della fortezza e le distribuisce. Alcune sono diventati cippi per delimitare i confini della Francia, altre le ha scolpite per ricavarne busti di personalità.

Un'altra signora, Madame de Genlis, porta sempre al collo una medaglia ricavata da una pietra della Bastiglia con al centro, in lettere di diamanti, la parola "libertà".  I federati giunti a Parigi per la grande festa della Federazione acquistano medaglie commemorative, e mercanteggiano sul prezzo d'una pietra della Bastiglia, acquistano i modelli sotto vetro dove si vede la pianta del carcere e le fasi della conquista.

Naturalmente, in queste circostanze portarsi via un pezzo di muro è un atto compiuto sotto una spinta interiore di genere emotivo, ma è indubbio che all'epoca fu il primo passo per la nascita del marketing allo scopo di propagandare le idee rivoluzionarie. Questa modalità diventa pervasiva al punto da penetrare nelle abitazioni dei francesi addirittura attraverso il vasellame e le stoviglie.

Qui accanto potete vedere alcuni esempi tratti dalla collezione del Musée Carnavalet di Parigi, di cui vi ho parlato nel post al seguente link.
Il primo esempio sulla sinistra è un piatto in ceramica policroma di Faenza con la scritta "W la République Française 1794". Nella realizzazione ci sono delle bandiere laterali, e un berretto frigio simbolo di libertà sormonta la scritta. Il secondo esempio sulla destra è una brocca sempre in ceramica di Faenza, realizzata a Nevers e datata 1789. Viene dedicata ai tre ordini e ha la scritta "Sou tien", cioè "Sostieni". Addirittura nel terzo esempio di stoviglie è rappresentata l'esecuzione di Luigi XVI Capeto nel 1793. Certo che appendere alla parete un piatto con un'esecuzione capitale... ma tutti i gusti sono gusti. Malgrado le difficoltà finanziarie che attraversano le manifatture di Sèvres durante la rivoluzione, si continua a produrre dei pezzi nella tradizione del XVIII secolo, ornati stavolta di emblemi e allegorie rivoluzionarie come testimonia il vaso ovoidale a fondo blu con due medaglioni: La France gardant la Constitution e un mazzo di fiori su uno sfondo di paesaggio con la figura della Raison.

Ma è nella raffigurazione pittorica che la propaganda rivoluzionaria, usando la bellezza, si fa raffinata e potente. Questo genere di messaggi visivi hanno sempre rappresentato, storicamente, un modo per comunicare un contenuto politico o religioso, per esprimere il proprio potere di ricchezza e censo e soprattutto per trasmettere il punto di vista del vincitore, come nell'arazzo di Bayeux sulla conquista normanna dell'Inghilterra.

Troviamo un esempio di questa operazione nei due ritratti di Jean-Paul Marat: il primo sulla sinistra è realizzato da Joseph Boze nel 1793, sempre collocato presso il nostro musée Carnavalet, e il secondo viene eseguito da Jacques-Louis David. Brevememte ricordo che Jean-Paul Marat, uomo politico, giornalista e agitatore, viene assassinato da Charlotte Corday il 13 luglio 1793. Egli accoglie la fanciulla immerso in una tinozza da bagno con acqua medicamentosa. Lo affliggeva, infatti, una malattia della pelle, probabilmente contratta durante il periodo in cui, per sfuggire all'arresto, si rifugiava nelle fogne (alcuni dicono nelle cantine) di Parigi; e pare peraltro che non fosse nemmeno un Adone dalla nascita. Tale malattia comunque lo costringeva a lunghe sedute nell'acqua per alleviare il dolore, dove peraltro riusciva a scrivere servendosi di una tavola di legno. Dopo una breve conversazione, Charlotte Corday lo uccide conficcandogli un pugnale nel petto, mentre egli sta leggendo la falsa lettera di supplica utilizzata dalla donna come pretesto per farsi ricevere.






















La differenza tra i due quadri è lampante, ma noi ci concentreremo sul secondo, Morte di Marat. La scena della morte è stato molto abbellita, anzi, è stata resa eroica: David ha tolto tutti i particolari più triviali dell'ambiente - in fondo l'uomo era morto in maniera poco esaltante, accoltellato in una vasca da bagno e con un asciugamano in testa - ad esempio non ci sono oggetti domestici, ma solo il necessario per scrivere. La scena è molto sobria, dalle tinte verdastre raggelate, contrastanti con il telo bianco che richiama il lenzuolo di Cristo. Il volto dell'uomo, ingentilito nei tratti, è sereno, proprio come quello di un martire. L'addome che sporge dalla vasca è ben tornito nella muscolatura. Il braccio destro è abbandonato e regge ancora la penna che probabilmente stava usando prima di essere ucciso. Con l'altra mano, invece, Marat tiene la lettera utilizzata dalla Corday per essere ricevuta. Non c'è traccia, però, dell'assassina, come se non fosse mai esistita. Lo spazio della morte e del silenzio si apre nel grande sfondo vuoto e oscuro.

***

Esempi come questi sono innumerevoli nella storia dell'umanità. Ve ne vengono in mente qualcuno di particolarmente interessante, anche dei nostri giorni?

***




Fonti:

Testo:
"La vita quotidiana in Francia al tempo della rivoluzione" di Jean-Paul Bertaud

Immagini:
"Presa della Bastiglia" di Jean-Pierre Houël (1789)
Fotografie del vasellame, Muséè Carnavalet di Parigi
"Ritratto di Jean-Paul Marat" di Joseph Boze (1793)
"Morte di Marat" di Jacques-Louis David (1793)


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sabato 7 aprile 2018

Il mondo degli animali: protagonisti sono gli insetti / 12



"Quando scompariranno le api, all'umanità resteranno quattro anni di vita" recita una frase attribuita ad Albert Einstein. Le formiche possono sollevare e trasportare un peso superiore a circa 20 volte il proprio corpo. I ragni sono in grado di tessere tele con fili microscopici, autentici capolavori geometrici con un carico di rottura paragonabile a quello dell'acciaio. E che dire della straordinaria organizzazione dei termitai? Questi sono solo alcuni esempi che attestano l'importanza e l'ingegnosità delle piccole creature che nelle scienze naturali chiamiamo con il generico nome di insetti.

In linea di massima gli esseri umani non amano gli insetti, volanti o meno; forse si salvano da questa comune antipatia le api in quanto possono essere "sfruttate" nella produzione di miele, o le farfalle perché sono esteticamente leggiadre, o ancora le lucciole perché ci ricordano le nostre estati infantili al mare o in montagna, e si dice che la loro presenza sia un segno di miglioramento ambientale. Zanzare, mosche, moscerini, coleotteri, cavallette, cicale, grilli, libellule, e chi più ne ha più ne metta... molto spesso ronzanti, fastidiosi e a volte pungenti.

Alterità e invadenza sembrano essere le due caratteristiche che li accomunano: alterità in quanto nell'insetto non riusciamo a riconoscere un nostro simile, come facciamo con i mammiferi, invadenza in quanto, sia per il loro numero che per la loro piccolezza, gli insetti sono in grado di introdursi dappertutto.

Eppure gli insetti e meriterebbero uno sguardo più attento. Per questo motivo, anziché la consueta fotografia di apertura, ho scelto una colorata stampa dal titolo Conchiglie, fiori, insetti del fiammingo Jan van Kessel (1626-1679), un pittore specializzato in nature morte, per aprire la mia nuova carrellata dedicata al mondo degli animali. Come di consueto, vi proporrò opere letterarie, artistiche cinematografiche, nonché piccole curiosità. Apro dunque la mia galleria con un'opera dedicata agli insetti nel loro complesso.


GLI INSETTI: Angeli e insetti di Antonia Byatt (1992)

Ad Antonia Byatt ho forse accennato nell'ambito di alcuni post, segnalandola come autrice dello splendido Possessione.

Qui siamo di fronte un'opera costituita da due lunghi racconti: "Morpho Eugenia" e "L'angelo coniugale". Il primo ha come protagonista un giovane esploratore: William Adamson, sopravvissuto a un naufragio sulla via del ritorno dall'Amazzonia, vive la contrastata esperienza del sogno di un amore ideale e si illude di aver trovato in Eugenia - la figlia di un collezionista di farfalle ed insetti - la donna della sua vita. "L'angelo coniugale" ruota attorno alla figura storica di Emilia Tennyson, sorella del poeta Alfred Tennyson, e al suo desiderio di entrare in contatto con lo spirito di Arthur Hallam, il poeta amico di Tennyson al quale Emilia era stata legata in gioventù, precocemente scomparso. Spiritismo e poesia sono i temi dominanti di questa seconda novella.

Qui di seguito vi riporto un passaggio che ha a che fare con gli insetti in "Morpho Eugenia", il racconto che ci interessa. William Adamson tiene dei diari e, non appena si dedica alle sue lunghe passeggiate nella brughiera, comincia innanzitutto a raccogliere, annotare e classificare le piante che trova. Poi passa agli insetti. "Cominciò anche a collezionare insetti, e sbalordì scoprendo quante centinaia di specie di coleotteri esistevano in poche miglia quadrate di selvaggia brughiera. Perlustrava il mattatoio, segnandosi dove le mosche carnarie preferivano deporre le uova, in che modo si muovevano e masticavano i vermi, il brulicare, il pullulare, l'incredibile disordine che si muoveva secondo un principio ordinatore. (...) Infine scoprì la sua incontenibile passione, gli insetti sociali. Scrutò le celle geometriche delle api, osservò processioni di formiche che si passavano messaggi con le sottili antenne, lavorando in gruppo per spostare ali di farfalle e pezzetti di fragole carnose. Stava lì come un gigante stupido e vedeva esseri incomprensibili, risolutamente intelligenti che costruivano e demolivano tra le crepe del suo stesso pavimento. Era quella la chiave del mondo."  Ho voluto riportare questo stralcio perché la frase finale è significativa non soltanto nell'ambito del racconto. La prosa di Antonia Byatt ha la precisione chirurgica di un entomologo, e instilla una sorda inquietudine, aumentata dal tema dominante degli insetti: nel corso della storia William Adamson passerà dal sogno di un amore perfetto al destino di un'abiezione morale senza scampo.


LO SCARAFAGGIO: La metamorfosi di Franz Kafka (1915)

Non poteva certamente mancare, in un post sugli insetti, il magistrale romanzo di Kafka. L'opera fu pubblicata per la prima volta nel 1915 dal suo editore Kurt Wolff a Lipsia. Gregor Samsa, un commesso viaggiatore che, grazie al suo lavoro, mantiene la propria famiglia si risveglia un mattino nelle sembianze di un orrido e gigantesco insetto. In un primo momento crede che si tratti solamente di un brutto sogno; ciò non gli impedisce infatti di riflettere su quanto priva d'autentiche gioie sia la vita che sta conducendo. Guardando subito dopo l'orologio a muro, s'accorge d'aver dormito troppo e che, se non si sbriga subito, perderà il treno, con la conseguenza di arrivar in ritardo al posto di lavoro e dover quindi dare spiegazioni al proprio capo. Tutto il seguito del racconto narra dei tentativi compiuti dal giovane Gregor per cercare di regolare - per quanto possibile - la propria vita a questa sua nuova particolarissima condizione, soprattutto nei riguardi dei genitori e la sorella.

La metafora dello scarafaggio è quella dell'uomo colpevole, proprio come ne Il processo, anche se non viene messo a conoscenza delle colpe commesse. Sebbene sia consapevole di dover nascondere il suo nuovo, ripugnante aspetto, il protagonista sembra accettare la sua condizione senza porsi troppe domande, quasi la sua metamorfosi sia stata l'approdo naturale di una serie di scelte che lo hanno lentamente trasformato dall'interno. La causa di tale mutazione non viene mai rivelata nell'opera, come se non fosse necessario. La condizione di Gregor diventa così quella dell'uomo contemporaneo in cui ciascuno di noi può riconoscersi.

Ecco a voi il celeberrimo incipit, nella versione traduzione di Anita Rho per i tipi di Adelphi, 1981: "Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato, nel suo letto, in un insetto mostruoso. Era disteso sul dorso, duro come una corazza, e alzando un poco il capo poteva vedere il suo ventre bruno convesso, solcato da nervature arcuate, sul quale si manteneva a stento la coperta, prossima a scivolare a terra. Una quantità di gambe, compassionevolmente sottili in confronto alla sua mole, gli si agitava dinanzi agli occhi."



LA MOSCA: L'esperimento del dottor K di Kurt Neumann (1958)

L'esperimento del dottor K. (The Fly) è un film horror fantascientifico in CinemaScope del 1958. Diretto da Kurt Neumann, ed è tratto dal racconto La mosca (The Fly, 1957) di George Langelaan. Lo vidi anni fa, e confesso che mi fece un'impressione terribile, anche se io non faccio testo in quanto sono appunto altamente impressionabile.

Nella vicenda, Helene Delambre, sconvolta, confessa al cognato François, alla polizia e all'ispettore Charas di avere ucciso suo marito André schiacciandogli la testa e un braccio con una pressa idraulica. Che cosa è successo? La donna racconta una storia che ha dell'inverosimile: André Delambre ha realizzato una macchina in grado di scomporre la materia trasferendola nello spazio per ricomporla altrove. Lo scienziato, dopo avere constatato che il congegno funzionava sugli oggetti, aveva deciso di sperimentarla su se stesso convinto che fosse possibile smaterializzare e teletrasportare con la stessa facilità anche i corpi umani. In procinto di entrare nell'abitacolo della macchina, l'uomo non aveva fatto caso a una mosca entrata con lui. L'esperimento si era trasformato in una tragedia: nella cabina di arrivo si erano materializzati un uomo con la testa e una zampa dell'insetto e un insetto con una minuscola testa e un braccio dell'uomo.

Il film fu considerato un capolavoro dell'horror fantascientifico; furono lodate in particolare la performance di Vincent Price e l'originalità della trama, nonché la macabra sequenza finale in cui appare una mosca con la testa d'uomo, imprigionata nella ragnatela e in procinto di essere divorata da un ragno, di cui potete vedere un'immagine in bianco e nero qui accanto.

Ebbe un remake di successo nel 1986 con La mosca di David Cronenberg dove il protagonista Seth Brundle asserisce: « Io... sto dicendo che sono un insetto che aveva sognato di essere un uomo, e gli era piaciuto. Ma adesso il sogno è finito, e l'insetto è sveglio. » Brrr... brrr...


LA FORMICA

Putiferio va alla guerra (1968)

Ma non parliamo degli insetti soltanto al negativo!

Vi presento ora le formiche con questo delizioso film di d'animazione italiano datato 1968, opera dei fratelli Gino e Roberto Gavioli in collaborazione con Paolo Piffarerio. Ricordate Paolo Piffarerio? Ne abbiamo parlato in occasione del mio articolo a proposito di Fouché a fumetti. Il film è prodotto da Bruno Paolinelli e basato sul racconto "La guerriera nera" di Mario Chiereghin. Lo vidi da ragazzina e ne fui incantata, perché per me era la conferma di quanto intelligenti e socialmente organizzate fossero le formiche. L'avevo cercato e rivisto in tempi recenti su Youtube, insieme a Oblio e il Paese degli Uomini dalla Testa a Punta, ma purtroppo la versione italiana non c'è più. Ecco, se volete, una versione in inglese al seguente link.

È la narrazione degli animali del bosco della storia di una guerra senza quartiere fra formiche gialle e formiche rosse. Come nella migliore tradizione che riprende il conflitto tra Atene e Sparta, le formiche gialle sono piuttosto ingenue e sventate, mentre le formiche rosse sono improntate alla più severa organizzazione militare.

Putiferio è una formichina gialla, sexy e intraprendente, a differenza delle compagne, che sono tutte addette al ruolo di balia, passa lunghe ore a leggere ed è naturalmente curiosa. Le più forti e bellicose formiche rosse (il cui formicaio viene raffigurato come costruito entro un elmetto giacente al suolo) avranno presto la meglio, nonostante la coraggiosa Putiferio cerchi di organizzare una strenua resistenza. Una volta persa la guerra, Putiferio passa alla guerriglia, ma si imbatte nel bel comandante delle formiche rosse e tra i due nasce una tenera storia d'amore. Ben presto tutte le formiche, gialle o rosse che siano, dovranno scordarsi l'eterna rivalità per far fronte comune contro un terribile ed enorme nemico: un formichiere. Questo cartone animato è un messaggio pacifista e un invito a collaborare per trovare delle soluzioni a problemi delle comunità.


B.C. di John Hart (1958)

Siccome le formiche sono le mie preferite, vi propongo quelle che compaiono simpaticamente nel fumetto B.C. del disegnatore statunitense Johnny Hart. Il fumetto esordì nel 1958 sul New York Herald Tribune. Si basa sulla vita di alcuni cavernicoli ed è ambientata in una landa desolata, contraddistinta da qualche caverna e un'immutabile linea di orizzonte. I personaggi conoscono già l'uso del fuoco, della ruota e delle conchiglie utilizzate come monete. Affrontano ogni giorno una serie di problemi tipici dell'uomo contemporaneo, addirittura risolti attraverso delle sedute psicanalitiche. Il loro futuro incerto è oggetto di dibattiti. Nel mondo di B.C. le formiche hanno costituito un'avanzata organizzazione sociale, e osservano gli uomini e i loro comportamenti traendone considerazioni filosofiche, come nella striscia che vi propongo qui sotto.




IL GRILLO: La filastrocca Son piccin cornuto e bruno...


Ciascuno di noi conosce i grilli che cantano nelle torride serate estive, e forse anche la filastrocca che vado a proporvi. Si tratta di una specie di indovinello che ha come protagonista proprio un grillo. Ricordo che mio padre me la recitava quand'ero piccola e, malgrado sapessi già la risposta, ogni volta ero incantata da questa creatura che parlava di se stessa cominciando con le parole "Son piccin, cornuto e bruno..."


Son piccin cornuto e bruno:
me ne sto tra l'erbe e i fior;
sotto un giunco o sotto un pruno
la mia casa è da signor.

Non è d'oro e non d'argento
ma ritonda e fonda ell'è:
terra è il tetto e il pavimento,
e vi albergo come un re.

Se il fanciul col suo fuscello
fuor mi trae dal mio manier,
in un piccolo castello
io divento il suo piacer.

Canto all'alba e canto a sera
in quell'atrio o al mio covil;
monachello in veste nera,
rodo l'erba e canto april.


LO SAPEVATE CHE... ?


LA FARFALLA: Le farfalle vivono in media un mese, ma alcune specie muoiono solo dopo poche ore, mentre altre sfiorano l'anno di vita. Le farfalle monarca, che vivono tra Stati Uniti e Messico e compiono migrazioni di migliaia di chilometri, possono vivere da due settimane a otto mesi. In Costa Rica ci sono farfalle che non vivono più di due giorni, mentre la Vanessa antiopa può arrivare a sfiorare l'anno di vita

LO SCARABEO: lo Scarabeo egizio, chiamato kheperer, era considerato un potente amuleto sin dal periodo tinita con funzione magica-apotropaica di eterna rinascita nel divenire e trasformarsi, assicurando solo eventi felici e un costante miglioramento delle facoltà intuitive e spirituali. ll nome deriva dal verbo kheper che significa nascere o divenire ed era associato al dio solare del mattino Khepri, che donava la vita e rappresentava il sacro animale coprofago Scarabaeus sacer.

LA MANTIDE: L'accoppiamento delle mantidi è caratterizzato da cannibalismo post-nuziale: la femmina, dopo essersi accoppiata, o anche durante l'atto, divora il maschio partendo dalla testa mentre gli organi genitali proseguono nell'accoppiamento. Questo comportamento è dovuto al bisogno di proteine, necessarie ad una rapida produzione di uova; prova ne è che la femmina d'allevamento, essendo ben nutrita, spesso "risparmia" il maschio.

***

Bene, anche per questa puntata il mio articolo è finito... bzzz...bzzz... un'ultima cosa, sapevate quanti insetti ci sono nel mondo? Sono il più grande raggruppamento animale che popola la Terra, annoverando oltre un milione di specie. Fate voi i calcoli di quante ce ne potrebbero essere per ognuno di noi, a me sta già venendo il mal di testa!


Una cosa è certa: si può dire che gli insetti siano i veri abitatori del nostro pianeta.

****
Fonti testi:


  • Angeli e insetti di Antonia S. Byatt - Einaudi tascabili
  • La metamorfosi di Franz Kafka - Garzanti
  • Wikipedia per le trame dei libri e dei film, e le informazioni sugli insetti


Fonti immagini:

  • La fotografia del grillo è di Pixabay, le altre di Wikipedia.



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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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