Blog su Letteratura, Storia e Arte in tutte le sue forme.

"La Storia siamo noi."


ARAZZO DI BAYEUX, seconda metà dell'XI secolo

La conquista normanna dell'Inghilterra del 1066.

BERNABO' VISCONTI E LA SUA FAMIGLIA

Affresco a Santa Maria Novella, Firenze - secolo XIV.

VITA DI TRINCEA

Prima Guerra Mondiale (1914-1918).

mercoledì 13 dicembre 2017

"La mendicante della pusterla": il mio racconto nell'antologia di Historica edizioni


Per finire l'anno col botto, sono molto contenta di annunciare ufficialmente di essere entrata a far parte dell'antologia di racconti storici dal titolo "I racconti segreti della Lombardia"! Prima dell'estate infatti Historica edizioni (www.historicaedizioni.com) in collaborazione con il sito Cultora (www.cultora.it) aveva indetto la prima edizione del suo concorso letterario.

Il tema sarebbero stati i segreti della Lombardia. I testi brevi, sia di saggistica che di narrativa (racconti), avrebbero avuto come tema una storia, un luogo, un paese, una città, un monumento, un personaggio sconosciuti o poco noti da scoprire e valorizzare.

Come è accaduto con l'antologia solidale "L'amore non crolla", sulle prime sono rimasta un po' incerta sul da farsi. Avrei voluto parlare di un luogo poco noto, ma per me è molto più avvincente la narrazione che s'incentra su un essere umano. Anche in questo caso ho ricevuto un incitamento esterno, stavolta nella persona della mia amica Nadia Bertolani. Ho dunque fatto mente locale, sfruttando del materiale già in mio possesso su un'epoca che conosco molto bene, e quest'estate ho scritto il racconto. S'intitola "La mendicante della pusterla" ed è ambientato a Milano sul finire del 1300 quando dominava un certo, ehm... non facciamo nomi, ma solo i cognomi: Visconti. Ha come protagonista una donna che chiede l'elemosina alla pusterla di Sant'Ambrogio: la pusterla (postierla, pusterla, posterula, posterla o pustierla) è un'angusta porta d'accesso ai camminamenti per le guardie di ronda nei castelli e nelle fortificazioni nascosta nelle mura, che poteva essere usata anche come uscita o ingresso di emergenza in caso di attacco o di assedio. La donna si rivolge a un passante e, in cambio di un soldo, promette di raccontare la sua storia, che è dunque tutta in prima persona. Ecco l'incipit:

L’elemosina, signore… L’elemosina. Fatemi la carità di un soldo, vi prego. Un soldo per mangiare. In cambio, vi racconterò la mia storia di povera donna. Siete un forestiero, a quanto vedo… eh, i miei occhi non son più buoni come un tempo, e attorno a me c’è soltanto nebbia. Grazie del vostro buon cuore, signore… che Iddio e la Beata Vergine vi benedicano. Suvvia, sedete davanti a me, sotto quest’albero accanto alla pusterla di Sant’Ambrogio. Qui nessuno ci disturberà.

Ormai sono invecchiata e lacera, ma da giovane ero molto bella. Piccola di statura, m’appellavano con un diminutivo. Lo specchio mostrava capelli biondi dalla sfumatura ramata, la pelle candida come latte di mandorla, le labbra come petali. Attiravo gli uomini, bramosi, sapevo far loro desiderare le morbidezze del mio corpo.


Il regolamento prevedeva elaborati che non superassero le 8 cartelle dattiloscritte (1 cart. = 30 righe di 60 battute). Erano ammesse eccezioni se gli elaborati superavano di poco il limite prefissato e ogni autore poteva inviare al massimo un testo. Prima di inviarlo per il concorso, l'ho fatto leggere a un gruppetto di lettori che mi hanno dato alcuni consigli di adattamento, e ho dovuto anche sforbiciarlo non poco in quanto superava di due cartelle abbondanti il limite massimo richiesto. Che fatica!
Questo racconto però può essere utilizzato anche come monologo teatrale, con una sola attrice, o volendo anche tre di differenti età che si alternano nelle parti; e quindi ho subito passato la versione non sforbiciata anche all'ormai celebre regista teatrale Claudio Settembrini. Sarei felice se si riuscisse a metterlo in scena, magari nell'ambito di qualche manifestazione contro la violenza sulle donne, perché di questo si parla!
La consegna degli attestati e delle antologie avverrà


domenica 17 dicembre alla Libreria Cultora 
di via Lamarmora, 24 - Milano
alle 17.00. 

Che dire d'altro? Naturalmente che, se vi trovate a Milano, magari impegnati nello shopping natalizio e vi va di passare, la Libreria Cultora è vicinissima alla Metropolitana 3, fermata Crocetta, e io vi aspetto!

Questo è il link, se volete curiosare sul sito.

***

Fonti iconografiche:
La Mendicante di Amedeo Modigliani, 1909



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sabato 9 dicembre 2017

Un regista di commedie teatrali… con un diavolo per capello!



Speravate di esservi liberati del Diavolo, Bernabò Visconti? Scommetto che avevate già tirato un sospiro di sollievo. E invece no, perché lo si butta fuori dalla porta e lui rientra dalla finestra... e questo oltretutto a pochi giorni dalla festività del Santo Natale. Ma, si sa, il diavolo spunta proprio quando meno lo si aspetta! L'intervista che vi propongo, come avevo fatto presagire, è dedicata agli appassionati di teatro, agli addetti del settore e a chiunque abbia qualche curiosità da soddisfare, in special modo sull'allestimento de Il Diavolo nella Torre. Ha infatti come protagonista Claudio Settembrini.

Claudio è il regista che mi ha commissionato il copione de Il Diavolo nella Torre, il cui debutto è avvenuto l’8 luglio nel castello di Trezzo sull’Adda con replica il 9 settembre. Classe 1963, ha fondato la compagnia teatrale di TeatrOk nel 2007, con cui ha fatto molti spettacoli a Trezzo e nei comuni limitrofi. Ha messo in scena sia commedie classiche come Coppia aperta quasi spalancata di Dario Fo e Franca Rame, A piedi nudi nel parco di Neil Simon, Il Dio del massacro di Jasmina Reza, sia commedie scritte da lui, come Piccoli cambiamenti e Selfie con il morto, nonché una parodia de "I Promessi Sposi" dal titolo Questo matrimonio non s’Adda fare. L’esperienza maturata gli ha permesso di conoscere molti personaggi famosi della tv come Debora Villa, Alessandra Ierse, Nadia Puma. È inoltre autore dei monologhi che prendono vita durante le visite guidate animate estive al castello, come quella del gigante longobardo e dell’armatura di Bernabò Visconti.

L’ho intervistato perché curiosa di scoprirne di più sul suo amore per il teatro e su come ha lavorato sul copione e con gli attori che hanno interpretato Il Diavolo nella Torre! Ecco che cosa mi ha rivelato.


1. Che cosa significa per te il teatro e in quale occasione te ne sei innamorato? Voglio dire: è stato un colpo di fulmine o hai imparato ad amarlo poco alla volta?

L’amore per il teatro nasce… da un altro amore, ovvero quello per la mia professoressa d’italiano delle superiori, che ci portava spesso a teatro. E sì che all’epoca il teatro mi era del tutto indifferente! Il primo spettacolo che avevo visto era La Mandragola di Machiavelli, un testo forte e impegnativo. Mi sono quindi avvicinato sempre più all’ambiente e ho iniziato a seguire varie rappresentazioni, e di conseguenza a leggere moltissimo. Con gli anni poi ho letto centinaia di copioni sia di classici sia di teatro contemporaneo.

2. Che cosa ti piace maggiormente nell’essere un regista? Quali sono le maggiori difficoltà che, invece, incontri?

La cosa più bella in assoluto per me è dare indicazioni agli attori di come eseguire la parte, e vedere il loro miglioramento nella recitazione. Secondo me, infatti, chi fa regia deve anche trasmettere una certa didattica. Non disponendo di attori professionisti, per me è importantissimo anche farli crescere. L’aspetto che, invece, mi causa più problemi è la gestione dei grossi gruppi nell’organizzare uno spettacolo, proprio perché sono attori amatoriali, e hanno molti impegni lavorativi e di altro genere; quindi più attori sono coinvolti in uno spettacolo e più diventa impegnativo e complicato.

3. Oltre che regista, sei anche un autore di copioni per commedie brillanti. Hai mai pensato, un giorno, di recitare tu stesso per ottenere la quadratura del cerchio?

Ho recitato in passato, però ho scoperto che mi piace di più stare “dall’altra parte”, in veste di regista. Non escludo che, un domani, potrei tornare a recitare; in questo caso, però, non mi assumerei anche il ruolo registico. Non è possibile svolgere entrambi i compiti… almeno non per me.

Una suggestiva immagine del castello di Trezzo all'imbrunire (Fonte: http://www.valleadda.com)

4. Hai sempre affrontato commedie brillanti, come Selfie con il Morto ad esempio, ed è la prima volta che ti sei occupato di un dramma, oltretutto a carattere storico. Come ti sei trovato?

Ti dirò la verità: a me non piacciono i drammi, preferisco decisamente le commedie. Ad esempio anche de I Promessi Sposi ho fatto una parodia, in quanto possiedo una vena umoristica congenita. Però mi sono innamorato del tuo testo precedente, Il Canarino, perché è una meraviglia, e pensando che tu mi avresti scritto un copione simile su Bernabò Visconti scritto altrettanto bene. (risate)

Passare da una commedia a un dramma non è un’operazione facile. Si è rivelata un’occasione per mettermi alla prova… e mi sono anche divertito moltissimo. È stata una bellissima esperienza! Questa tua opera storica, accolta con tanto entusiasmo dal pubblico, schiude inoltre la porta a ulteriori approfondimenti di tipo culturale e personale. Ed è godibile da un’ampia fascia di pubblico con persone di diversa preparazione ed età differenti.

5. Come hai concepito la messa in scena de Il Diavolo nella Torre?

Nel pensare all’allestimento ho dato più importanza ai personaggi e ai costumi, anche perché la mia intenzione è stata sempre quella di poter ripetere lo spettacolo in varie location. Non mi sono concentrato molto sulla scenografia perché, un domani, avevo in mente di metterlo in scena in una villa storica, ad esempio, dove ogni quadro potrebbe essere rappresentato in una stanza diversa e farlo diventare così uno spettacolo dove è il pubblico a essere in movimento. Il fatto che la scenografia sia ridotta al minimo rende lo spettacolo più fruibile e adattabile anche in altri contesti, e anche più facilmente trasportabile. E comunque la tendenza odierna, anche per spettacoli in teatri importanti, è di avere una scenografia essenziale. Nell’ideare l’allestimento de Il Diavolo nella Torre sono stato comunque agevolato dal fatto che si tratta di una storia locale, e quindi per me è stato facile concepirlo perché già conoscevo la vicenda e soprattutto perché mi piaceva.


6. Al di là del classico ambiente-teatro, come hai fatto a scegliere il luogo dove debuttare? Avevi in mente varie soluzioni?

Inizialmente pensavo a un allestimento all’aperto, tra le rovine del castello, cosa che non escludo possa farsi con il ritorno della bella stagione. Questo tipo di allestimento ha però dei costi non indifferenti da valutare, e delle difficoltà tecniche. Ad esempio, in questo caso è necessario l’acquisto di una pedana, in modo da sopraelevare gli attori. Un’altra idea era l’utilizzo dei sotterranei del castello, ovvero dei cinque stanzoni collocati sotto il livello del fiume, dove il pubblico si potrebbe spostare da un ambiente al successivo già allestito per la scena. Tuttavia è improponibile, almeno per una parte del pubblico, in quanto non tutti riescono a seguire una storia in movimento (e in questo caso devi selezionare le persone, avvisandole prima del tipo di spettacolo che andranno ad assistere), e ci possono essere oggettive difficoltà nella discesa dei gradini. C’è anche il problema dell’umidità, specialmente d’inverno. La terza opzione ricadeva sull’attigua “sala Bernabò”, una stanza con delle decorazioni alle pareti e usata per i matrimoni, ma è stata scartata per la pessima acustica e per la scomodità nel far cambiare gli attori. Una possibilità che ci è venuta in mente ora è rappresentare lo spettacolo nella Sala della Società Operaia, che ha un palco sopraelevato e un maggior numero di posti a sedere. Certo, si perderebbe molto il fascino di non trovarsi più nel castello e quindi nella parte antica!

7. Quando avviene la fase del casting in generale? Hai già avuto subito in mente a chi affidare i ruoli nel caso de Il Diavolo nella Torre, perlomeno quelli primari?


Quelli primari sì, come nel caso di Bernabò Visconti (interpretato da Dave Coal) e del nipote Gian Galeazzo (interpretato da Gianluca Tomasina). Poi mi dispiace quando non riesco ad assegnare una parte a un attore specifico per sua indisponibilità, in quanto conosco i miei attori da molti anni e so quali sono i loro pregi e i loro limiti. So quindi in quale ruolo potrebbe funzionare meglio una persona piuttosto che un’altra. D’altro canto ho l’opportunità di lavorare con tanti attori bravi del gruppo, e quindi per l’attore stesso è una sfida proporsi in un personaggio diverso dal solito repertorio. Il Diavolo nella Torre è esemplificativo, e il caso di Dave è eclatante. Lui è cresciuto molto interpretando il ruolo di Bernabò Visconti, in una parte drammatica.

8. Riesci a capire il rapporto tra un testo e la lunghezza dello spettacolo?

Adesso perché ne ho letti moltissimi, quindi ho acquisito molta esperienza. Un maestro del teatro che ho conosciuto, Luigi Lunari autore di Tre sull’altalena, mi ha insegnato, tra le altre cose, che una commedia deve avere una certa durata per essere meglio apprezzata dal pubblico. Per quanto mi riguarda, la prima volta leggo il copione in maniera veloce; la seconda volta, se ho intenzione di fare una regia, leggo con le pause giuste che immagino nella mia mente. Mi segno quindi tutte le pause sul copione e prendo nota della durata della commedia.

9. Come hai lavorato con gli attori in fase di prove ne Il Diavolo nella Torre?

Dopo aver consegnato il copione con i ruoli assegnati, ognuno degli attori fa una lettura in solitaria del testo, come se fosse una normale lettura e per prendere cognizione di causa del testo stesso. La fase successiva è lo studio del personaggio e qui chiedo a tutti di portarne una piccola biografia, in base all’idea che ci si è fatta. Occorre comprendere il testo dell’autore, o dell’autrice in questo caso, e non è facile. Lo studio del personaggio è una parte fondamentale. La volta successiva ci si ritrova e si fa una lettura con espressioni verbali, come se si stesse registrando un radiodramma concentrandosi esclusivamente sul linguaggio paraverbale: esprimere cioè le emozioni vocalmente e senza gestualità.


Dalla volta successiva in avanti si fanno le prove, sempre con tutti gli attori presenti e non a scene isolate. È importante che ci siano tutti quanti, infatti, perché anche chi non recita osserva e partecipa. Alla fine della serata chiedo dei pareri.


Quando si sorpassa lo scoglio della memoria, si abbandona il copione e si interpreta il personaggio non più solo nella fase di paraverbale, ma in ogni aspetto, anche nella prossemica. Per chi non lo sapesse, la prossemica è lo studio dello spazio, cioè la posizione in cui deve restare un attore rispetto all’altro, e le distanze. Anche le distanze comunicano molto, ed è un aspetto che spiego sempre nei miei seminari. Di solito le prove vengono svolte una volta alla settimana, ma l’ultima settimana ci siamo visti quasi tutte le sere a ridosso della data del debutto, e abbiamo dovuto fare una vera full immersion per entrare anima e corpo nello spettacolo.

10. Di solito intervieni per correggere gli attori sui gesti, e quanto?

Di solito intervengo sempre! I gesti comunicano molto di più delle parole in alcune situazioni. Faccio un esempio: io mi arrabbio molto con chi non ha la parola in quel momento, e rimane fermo. Il pubblico non guarda solo chi sta parlando, guarda anche chi è fermo; e chi è fermo è più soggetto all’errore e ad attirare anche l’attenzione. Tante volte quando si fanno le prove l’attore sbadiglia… no! Tu sei lì, sei fermo, ma nello stesso tempo devi entrare nel personaggio. Questa forma di attenzione io la rimarco molto nei gesti. Faccio un altro esempio: due che parlano in una scena di film parlano uno di fronte all’altro, se sono a teatro devono “aprirsi” verso il pubblico in una posizione che potrebbe sembrare innaturale, ma che è decisiva per la comprensione. Un altro aspetto che curo molto è il ritmo, perché un testo, e non parlo del tuo, a volte può risultare una nenia ed essere noioso. Se una parte specifica è un po’ lunga bisogna trovare il modo di spezzare il ritmo. Sono tutte cose che comunque si imparano con l’esperienza: io ho fatto una scuola di regia e mi è servita a poco.


Lo scontro tra Bernabò Visconti e Giovannola, la madre di Bernarda.

11. Lavori da solo sulle trovate registiche sono gli stessi attori a suggerirti degli adattamenti?

Io sono assolutamente aperto e disponibile a ricevere suggerimenti, a patto che, nelle mie commedie, non si cada nella sguaiataggine per strappare l’applauso facile. A me piace, invece, che il pubblico abbia sempre il sorriso sulle labbra, all’inglese. Nel caso del tuo Diavolo, gli attori sono stati perfetti nei loro suggerimenti.

12. Come hai fatto a scegliere le musiche?

Ho impiegato tre notti intere nella ricerca! Le musiche sono state trovate su Jamendo, e sono molto suggestive perché sono moderne ma hanno una risonanza antica. In alcune scene Dave, che ha molto orecchio musicale, essendo una persona creativa e un musicista, comincia a parlare quando finisce la musica, e aumenta o diminuisce il ritmo in funzione della musica…

13. Che cosa ti ha lasciato questa esperienza di regia?

Mi ha riempito proprio perché mi mancava un’esperienza seria, che avrei cercato io per primo per completarmi. Se non t’avessi conosciuto e non mi avessi scritto questo copione, che per me è stata un’occasione, avrei fatto questa esperienza – magari molto più tardi, ma l’avrei fatta. Mi ha permesso anche conoscere meglio i miei attori nella veste drammatica.

14. Ci sono ulteriori idee per far crescere in visibilità lo spettacolo?

C’è appunto l’idea di fare lo spettacolo all’aperto, il che potrebbe anche prevedere l’utilizzo di proiezioni sui ruderi del castello. La seconda idea è un cortometraggio.

15. Quali progetti hai per il futuro?

Innanzitutto c’è il progetto di trasformare in un musical la mia parodia de "I Promessi Sposi" dal titolo Questo matrimonio non s’Adda fare, ma avverrà l’anno prossimo quando sarà disponibile la compositrice. Ora stiamo facendo del cabaret, e in più ci sarà una nuova commedia che sto scrivendo, dal titolo Il sostituto. Sto inoltre valutando la possibilità di rappresentare Confusioni di Alan Ayckbourn.

***

La compagnia al completo de Il Diavolo nella Torre.


La mia intervista si conclude qui… auguro naturalmente a Claudio di realizzare i suoi progetti, e soprattutto che ci siano molte repliche dello spettacolo Il Diavolo nella Torre, e che possa diventare itinerante!

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lunedì 4 dicembre 2017

"L'amore non crolla": il Natale della speranza


"Non c'è due senza tre", recita il proverbio, e quindi, dopo il successo di "Buck e il terremoto" e "Storie di gatti", i componenti del branco di Buck hanno onorato la saggezza popolare e preparato una terza antologia. Come sempre, i proventi del libro verranno donati alla Croce Rossa Italiana in favore dei colpiti dal sisma 2016 e l'antologia ha il patrocinio dei Comuni di Amatrice e Accumoli. Il tema portante dei 21 racconti della nuova antologia è il Natale e un irrinunciabile messaggio di speranza.

Il tema dell'antologia
Siccome avevo comprato già le due prime antologie, speravo che la curatrice Serena Bianca de Matteis procedesse con il bando per i nuovi racconti onde poter partecipare. Mi dicevo, abbastanza scioccamente che, dopo i nostri amici a quattrozampe cani e i gatti, forse sarebbe toccato ai bipedi uccelli, e avevo già in mente un racconto ad hoc. Così è stato, ma... sorpresa! Il tema portante sarebbe stato il Natale.

Confesso che sono rimasta spiazzata, non perché io detesti il Natale, ma proprio perché si tratta di un tema assai impegnativo, esattamente come molti grandi argomenti: l'amore, la bontà o la bellezza, ad esempio, possono generare soprassalti di entusiasmo o moti di insofferenza e fastidio. Possono anche produrre delle vere e proprie banalità a livello narrativo. Brevemente, ricordo che il Natale non è la festa della famiglia, dei cenoni e dei regali, che sono effetti collaterali più o meno piacevoli, o il ritorno di omoni dalla barba bianca, contornati da stuoli di elfi, ma è il compleanno di un Bambino speciale. Questo Bambino, il Figlio di Dio, si è incarnato sulla terra perché ha avuto compassione di noi e della nostra condizione, per chi ci crede; e anche per chi non ci crede è lo stesso, perché sono queste le origini del Natale, e non altre di carattere più fantasy e commerciale.

Il mio racconto
Stavo per gettare la spugna quando Giulia Mancini mi ha consigliato di prendere una scena da qualcosa che avevo scritto o che stavo scrivendo, e adattarla per un racconto come aveva fatto lei per le Storie di gatti. Ci ho ruminato sopra per un bel pezzo, poi ho estratto una scena dal romanzo sulla Rivoluzione Francese in corso d'opera, guardacaso ambientata proprio durante la notte di Natale. Ho dovuto adattare il testo, ma sono riuscita a mantenere gli uccelli e a dare il messaggio di speranza finale. Il racconto, Notte di Natale ad Arras,  ha un protagonista d'eccezione, e per scoprire chi è occorre, com'è ovvio, acquistare la raccolta. Non rimarrete delusi, ve lo assicuro, non tanto per il valore del racconto in sé, quanto per la celebrità del personaggio. L'incipit è il seguente:

All’uscita dalla funzione, l’uomo alzò lo sguardo e scorse una luna splendente, posata nel cielo bluastro. Si volse a guardare la Cattedrale Notre-Dame-en-Cité-d’Arras e s’accorse che torri, guglie e merletti di calcare sfolgoravano.
Lui e sua sorella Charlotte si fermarono nella piazza per salutare amici e conoscenti che, come loro, avevano assistito alla liturgia di mezzanotte, tra nuvolette di fiato gelido, gote arrossate e scalpiccii di piedi; mantelli di lana, pellicce e guanti foderati di capretto. Dopo la Messa officiata per celebrare la nascita del Redentore sulla terra, lo stesso vescovo di Arras, che s’intratteneva con i fedeli, era irrigidito dal freddo.
In quel mentre, le campane presero a squillare con tanta forza che la lastra ghiacciata del cielo parve spaccarsi; e a malapena si udivano i convenevoli e gli auguri.
Gli altri racconti
Proprio in questi giorni ho finito di leggere anche gli altri racconti e quindi posso affermare a ragion veduta che sono tutti testi scritti e donati col cuore, ma sono anche di ottimo livello il che non guasta. Tutti gli elaborati sono stati sottoposti al vaglio di un'editor. Io sono stata affiancata da Stefania Crepaldi, che ha suggerito dei micro interventi di editing per migliorare lo scritto. Tra i racconti, me ne sono rimasti impressi alcuni in particolare, non me ne vogliano gli altri partecipanti. Chi detesta il Natale troverà un gemellaggio ideale in Il Natale secondo mia madre di Elena Grespan che forse gli farà cambiare idea, come la protagonista, o comunque gli strapperà un sorriso. Chi lo attende con partecipazione troverà pane per i suoi denti, come in Pane a Natale di Giuseppe De Micheli o in Profumo di pane di Giuseppina Ricci, a testimonianza che il pane è davvero l'alimento principe per l'uomo. Particolarmente toccanti, almeno per me, sono stati La ginestra di Giuliana Leone e lo splendido Il guardiano della neve di Nadia Banaudi. Ma c'è anche da divertirsi con La volpe di Borgo Faggio di Velma J. Starling, racconto che è stato letto e interpretato da Elisa Elena Carollo durante la presentazione a Bookcity. E che dire di Babbo Natale sa di cioccolato di Gloria Maria Magnolo? Che vi sorprenderà come quando, da bambini, certi eventi magici ci stupivano davvero. Insomma, ce n'è davvero per tutti i gusti, dato che sono ben 21 racconti!

Ecco dunque i link per acquistare qualcosa che non vi regalerà soltanto delle ore di piacevole lettura, o da donare ai vostri cari, ma che è stato concepito nell'autentico spirito del Natale:
Buona lettura!

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mercoledì 29 novembre 2017

"Storie di gatti", la bellezza felina in un'antologia solidale


Il gatto è in assoluto il mio animale preferito, per cui, dopo la pubblicazione di "Buck e il terremoto", ho accolto con molto piacere la possibilità di acquistare un'antologia di racconti tutta dedicata ai nostro amici felini. Lo scopo della pubblicazione si è mantenuto inalterato, ossia devolvere i proventi del libro alla Croce Rossa Italiana in favore dei colpiti dal sisma del 2016. La curatrice di questa seconda antologia è ancora Serena Bianca de Matteis con il suo branco, cui si sono aggiunti nel frattempo nuovi componenti.

Qualcuno aveva detto che il cane è un gentiluomo, e può essere vero; ma, a mio parere, il gatto è un aristocratico che ti ruba il cuore con la sua bellezza e, anche, con la sua impenetrabilità. Del resto la sapeva lunga il poeta francese Charles Baudelaire, che con i suoi versi Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato; / ritira le unghie nelle zampe, / lasciami sprofondare nei tuoi occhi / in cui l’agata si mescola al metallo, traccia un ritratto di assoluta delizia e voluttà di questo splendido animale. Anche William Blake, poeta inglese e illustratore, celebra il più grande e temibile felino del pianeta, la tigre, con i versi Tigre! Tigre! Divampante fulgore / Nelle foreste della notte, / Quale fu l'immortale mano o l'occhio / Ch'ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria? Nei nostri compagni domestici è senza dubbio rimasta una traccia della natura selvatica e indomabile dei grandi felini. Sono dunque in grado di abbandonarci per giorni, per poi riapparire come se niente fosse, con un orecchio malconcio, testimone di zuffe all'ultimo sangue per il possesso di una bella femmina, o richiamati a casa dietro l'impulso - chi lo sa? - della nostalgia per quei bizzarri padroni umani e la ciotola di crocchette. In fondo, il gatto è diviso tra due mondi, quello della sua natura selvatica, che spesso sfida le leggi fisiche, e quella che ama il focolare caldo e le comodità; e, dopo millenni, ancora il nobilissimo gatto non è riuscito a risolvere il suo dilemma.

Così, non è un caso che nella raccolta Storie di gatti si avvicendino sulla scena, di volta in volta, felini selvatici o felini domestici. E non è nemmeno un caso se essi, quasi di malavoglia, ma con la grazia innata che li contraddistingue, facciano da risolutori durante conflitti familiari come nel caso di Ina lo sa di Licia Luisetto o da consolatori per caso come nel racconto Eroe in incognito di Lucia Cabella. Molto spesso essi sono in particolare sintonia con "i cuccioli d'uomo", cioè i bambini molto piccoli da cui si fanno avvicinare, toccare, accarezzare, in quanto al tocco delle manine "dentro di lui pulsava una grossa bolla calda che lo rendeva docile" riflette il gatto Randagio ma non troppo di Corinna Campanella. Una particolare sintonia che si manifesta anche in forme fiabesche espresse nella storia di  Duchessa e la banda di gatti magici di Daniele Savi, il cui titolo annuncia l'immersione in una storia fantastica. Gatti che, come i loro compari cani, hanno la sensibilità per captare l'arrivo del terremoto prima che accada. O per captare la nostra tristezza, come nel caso del bellissimo racconto Una vita diversa di Giulia Mancini. Nell'antologia essi sono protagonisti a pieno titolo di racconti a sfondo storico, come ne Il guardiano di Marco Stabile o diventano buffi personaggi dai colori improbabili, uno per tutti Polpetta di Tiziana Balestro. L'invito è quello, comunque, di acquistare la raccolta per conoscerli e amarli senza far torto a nessuno.



.. alcuni bellissimi esemplari di gatti veri - Fonte: Wikipedia.


... e una piccola parte della mia collezione di gatti, da vera psicopatica quale sono!

Da ultimo, vorrei fare qualche osservazione sulla copertina. Se la copertina dedicata a Buck e il terremoto è bella, questa a mio parere la supera, e sono certa che gli amici gatti mi danno ragione da veri esteti quali sono. L'immagine è a piena pagina: c'è un gatto nero, ma si vede e non si vede, perso tra fogliame e fiori e camuffato con la vegetazione. Altri fiori scendono davanti alla fronte, a mo' di vezzoso cappellino. Che ci sia un gatto, lo si intuisce soltanto in un secondo momento osservando meglio e lo si coglie dal dettaglio del nasino rosa e dall'occhio verde coperto dal fiore. Il gatto si sta divertendo, o forse ha visto qualcosa che ha attirato la sua attenzione, forse ha visto noi e ci sta fissando. Nell'altro suo occhio, il segno dello Ying e dello Yang a forma di duplice gatto ci proietta nell'infinito.

Come per la precedente raccolta, ecco a voi i link necessari per l'eventuale acquisto:

e... appuntamento alla prossima recensione della terza antologia L'amore non crolla che contiene il mio racconto Notte di Natale ad Arras.

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sabato 25 novembre 2017

Medioevo in bottiglia: i Signori delle bevande medievali


L'intervista di oggi presenta un argomento del massimo interesse perché riguarda l'uomo e la sua alimentazione e, nello specifico, il Medioevo. Si parlerà infatti delle bevande presenti sulle tavole e che accompagnavano i pasti dell'epoca, sontuosi o poveri che fossero. Bene lo illustra questo frate cellario intento a bere vino, magari di nascosto dal suo superiore.

Idromele, ippocrasso, sidro sono tutti termini relativi a bevande che abbiamo sentito nominare, e persino degustato, ma della cui preparazione sappiamo poco. Ce le illustrerà la famiglia Signori, composta da Roberto, Gisella e Damiano, conosciuta tramite Maurizio Calì presidente dell'associazione culturale Italia Medievale; Maurizio mi aveva fornito il loro nominativo in quanto desideravo assaggiare dell'idromele di qualità. L'unico mio rammarico è di non poter farvi provare in diretta queste autentiche eccellenze, dato che la tecnologia non è ancora dotata di questa opportunità! Ma lascio la parola a Damiano Signori, che risponderà a nome di tutti.


1. In quali circostanze avete iniziato la vostra attività, e quando?

La nostra attività è iniziata una quindicina di anni fa, un po’ per passione, un po’ per gioco. Noi in famiglia siamo sempre stati attratti dalla storia del Medioevo; tutto è incominciato nel periodo in cui terminavo gli studi, quando i miei genitori, arrivati al pensionamento, hanno iniziato a viaggiare per contrade e luoghi medievali, conoscendo artigiani appassionati che ricreavano prodotti da ricette risalenti all’antica tradizione delle nostre terre. L’ambito in cui venivano proposte era quello affascinante delle rievocazioni storiche. Il richiamo di un mondo che già amavamo è stato irresistibile, e siamo così diventati “mercanti del tempo”, offrendo bevande artigianali storiche, dopo aver acquisito strumenti e titoli per la vendita. Dopo esserci “armati”, siamo partiti: nel 2003 siamo scesi in campo con la partecipazione alla prima indimenticabile rievocazione storica organizzata dall’Associazione Italia Medievale presso l’antica Cascina del Parco Nord di Milano.

2. Quali sono i criteri con cui scegliete le aziende da presentare nel vostro catalogo? Quali sono i vostri punti di forza?

Le aziende di nostro interesse sono le piccole realtà di artigiani che lavorano nel solco della tradizione antica, ricreando con passione le bevande del passato anche più lontano. Individuato il produttore che fa al caso nostro, ci documentiamo su tutto quanto riguarda il prodotto, testandolo  per accertarne i requisiti. Queste bevande hanno la particolarità di essere ogni volta uniche, dato che dipendono da quel fattore mutevole rappresentato dalla stagionalità, come una volta. Trattandosi di prodotti di nicchia è nostra premura fornire al potenziale cliente che ancora non li conosce tutte le informazioni relative, dall’origine, alla storia, alle caratteristiche, fino ai consigli per il consumo, offrendone i vari assaggi nei mercatini storici, o in tutta calma presso il nostro deposito. 

3. In che cosa consiste la vostra presenza sul territorio e a quali manifestazioni aderite?

Sul territorio noi partecipiamo a rievocazioni storiche di carattere soprattutto medievale e celtico; a ricostruzioni filologiche di vita dell’epoca con la presenza di artigiani degli antichi mestieri; a fiere di settore quali “Armi e Bagagli”, a Piacenza; a eventi fantasy. Siamo comunque sempre a disposizione di chi volesse degustare le nostre bevande, e per un genere di regalistica particolare, presso il nostro piccolo spazio in Cologno Monzese, previo accordo sul giorno e sull’ora preferiti. Diamo la disponibilità anche per eventi di carattere privato, come feste, ricorrenze, celebrazioni, concerti, serate a tema.

Miniatura tratta dal ‘Breviari d’Amor’ (primo quarto del XIV secolo), British Library, Londra.

4. Dalla vostra esperienza e preparazione, che cosa si beveva di preferenza nel Medioevo, quando e come?

Le bevande più diffuse nel Medioevo erano la birra (preceduta nel tempo dalla cervogia), l’idromele, il sidro, l’ippocrasso. Prodotta all’interno dei conventi dai monaci trappisti, la birra rappresentava un prodotto non solo squisito, ma nutriente, data la derivazione dal malto d’orzo e di  altri cereali, con l’aggiunta del luppolo. Secondo la regola dell’Ordine il suo uso non interrompeva la pratica del digiuno, e anche il popolo la consumava abitualmente. L’idromele è la bevanda più antica e semplice, derivata da miele fermentato in acqua. Era considerato “il nettare degli Dei”, in quanto il miele, prodotto dall’ape, animale sacro, veniva collegato all’immortalità. Si pensava che esso donasse la possibilità di generare figli maschi, e per questo veniva regalato agli sposi novelli per il consumo di un mese (la famosa “luna di miele”). Il sidro proviene dalla fermentazione delle mele o delle pere, e le sue origini risalgono al terzo millennio a.C. Amatissimo nell’antica Roma, era ben conosciuto nel Medioevo, e ultimamente il suo uso ha ripreso quota riscuotendo un alto gradimento. La bevanda d’eccellenza tra tutte era l’ippocrasso, un vino aromatizzato da numerose spezie che vi venivano immesse a macerare, ingredienti non facili da reperire in quell’epoca e quindi di particolare pregio.


5. Potete spiegare come si produce un buon idromele?

Per produrre l’idromele occorrono ingredienti molto semplici e nello stesso tempo preziosi: acqua pura e ottimo miele. Si tratta della più antica bevanda alcoolica, una soluzione fermentata che assume il sapore e il retrogusto del miele utilizzato: delicato, ad esempio, se è di arancio, amarognolo se di corbezzolo o castagno, intenso se di edera, ecc. Ad esso a volte vengono uniti dei fiori, durante la fermentazione, come nel caso dell’idromele chiamato nel nord Europa “Chouchen”, al quale, nel tardo medioevo, erano aggiunti fiori di acacia e di sambuco, che donano un particolare aroma. Bisogna anche dire che, come in ogni prodotto artigianale di questo genere, oltre alla genuinità e al gusto naturale degli ingredienti, conta “la mano” del produttore. Non solo, ma ogni artigiano ha i propri piccoli segreti che nemmeno sotto tortura rivelerebbe…

6. L’ippocrasso, questo sconosciuto. Quale genere di bevanda è e che caratteristiche ha?

L’ippocrasso, o vino ippocratico, così chiamato in onore di Ippocrate per le sue virtù, fu per lungo tempo appannaggio delle casate nobili e delle corti. Era sempre presente sulle tavole più fastose per la sua squisitezza, per le proprietà digestive e per il fatto di essere una bevanda di prestigio che bene illustrava l’alta condizione sociale del signore. Ne esistevano numerosi tipi, da quello dell’Alto Medioevo, semplice e piccante, a base di pepe e miele, a quello del tardo Medioevo, molto più elaborato. Consisteva in un buon vino, rosso o bianco, nel quale venivano immesse a macerare spezie e sostanze vegetali (zenzero, china, macis, galanga, cinnamomo, legno di quercia e tabacco, ecc.), insieme a bacche, fiori e frutti, che gli donavano un sapore e un profumo preziosi. Attraverso  diversi passaggi di filtratura veniva poi “chiarificato”, per purificarlo e illimpidirlo. Si diceva che le spezie avessero origine nell’Eden, e per questo fossero ricche di tante virtù, prima fra tutte quella di aiutare la digestione dopo i sontuosi banchetti. Non solo si gustava come digestivo, ma pure come aperitivo: era quindi la bevanda dell’allegria, del benessere, della spensierata convivialità.

7. Qual è il vostro fiore all’occhiello nella vostra opera di commercializzazione?

La birra abbaziale “Cascinazza”, la prima in Italia prodotta personalmente da monaci benedettini, è un’eccellenza unica, apprezzata da intenditori come Paolo Massobrio. Dopo aver studiato e sperimentato le tecniche di produzione di questo genere di birra tra le migliori al mondo presso alcune abbazie nelle Fiandre, i monaci hanno creato nel proprio convento, che sorge nelle campagne milanesi, uno spazio attrezzato a microbirrificio, dove da anni producono quattro tipologie di birra: Blond (fresca e floreale), Amber (aromatica e amaricante), Bruin (corposa, da meditazione), Kriek (fruttata e saporosa), disponibili in quantità limitate. Mi costringo ad accennare solo a questo perché se mi immergessi nell’argomento “birra  Cascinazza” finirei per annegarci, essendo un prodotto che amo molto. Aggiungo che oltre alla loro eccezionale birra i nostri monaci hanno anche elaborato nel tempo un robusto amaro d’erbe, e, ultimo arrivato, uno  splendido Idromele.

8. Oltre alle bevande medievali, vendete anche altri prodotti particolari come la grappa alla camomilla, alle erbe e al miele, il rosolio e il ratafià. Potete illustrarne qualcuna?

Sì, abbiamo altri prodotti particolari tra cui la piacevolissima grappa alla camomilla. Prodotta come tutte le nostre grappe nella distilleria in Val di Susa, viene addizionata dei capolini dei fiori di camomilla, che vi restano a macerare conferendole una fragranza speciale. Insieme alla grappa al miele è tra le più delicate tra le aromatizzate, che comprendono anche la grappa al ginepro, ai mirtilli, alla rosa canina, alla genziana, al genepy, ecc. Non mancano i liquori dolci alle erbe e ai frutti, di bassa gradazione alcolica: al timo serpillo, alla salvia, ai mirtilli, alle prugne marmotte ed altri ancora. Il rosolio, l’antico liquore della nonna, è alle rose, raffinato e gentile. Il “Ratafià” viene ottenuto lasciando macerare le ciliegie in vino di pregio, che viene poi filtrato, e si presenta di uno scintillante colore rosso. Il singolare nome pare derivi dall’espressione “rata fiat”, traducibile come “stabilito, si faccia”: questo liquore veniva infatti tradizionalmente bevuto come brindisi al termine di contrattazioni o accordi, per suggellare in amicizia ciò che era stato concordato.   

"Usi e Costumi" edizione 2017
9. Siete gemellati con altre associazioni o compagnie di revocazione storica?

Al momento non abbiamo gemellaggi, ma partecipiamo costantemente ad eventi organizzati da diverse compagnie storiche, la più importante delle quali, ad esempio, la Confraternita del Leone (Hic Sunt Leones Brixiae), che organizza rievocazioni come la medievale “A.D.1238 - Federico II e l’Assedio di Brescia”, e la celtica “Celtic Days”, che si tengono ogni anno nel periodo giugno/luglio rispettivamente nel castello di Brescia e nel parco del Maglio Averoldi di Ome (BS).

10. Che cosa significa per un cliente acquistare e magari donare uno dei vostri prodotti?

Penso che il nostro cliente intenda cercare e trovare un prodotto naturale e genuino che venga da radici e tradizioni antiche, un prodotto in sé unico: le bevande storiche che offriamo sono impossibili da produrre in serie in quanto dipendenti dai cicli delle stagioni, e di conseguenza dal sapore delle erbe, delle spezie, delle uve, dei mieli. Il nostro cliente desidera qualcosa di speciale in grado di soddisfare non solo il suo palato, ma il suo spirito, la sua cultura, spesso anche una sua passione. Se lo regala, il suo intento è di fare un dono non comune, proveniente da una storia indimenticabile da recuperare: intende essere anche un gesto significativo, al pari di un messaggio da condividere attraverso il medesimo piacere.

11. Avete un sogno… in bottiglia che vorreste realizzare in un futuro prossimo?

Noi vorremmo che il sogno fosse comune, per tutti. Il Medioevo che tanto amiamo è stato un tempo fatto di splendori, oltre che di miserie: un tempo di fermenti che hanno poi dato vita all’esplosione di bellezza, di arte, di genialità del Rinascimento. In un’epoca difficile come la nostra, anche il piccolo gesto del “bere la storia” insieme, condividendo in amicizia, in semplicità, in progettualità può parlare di speranza. Vivere meglio tutti, nel ritrovato slancio di una prossima rinascita che deve arrivare: questo è il sogno dentro la bottiglia che noi vorremmo si avverasse.

Un gruppo di viaggiatori condivide un semplice pasto a base di pane;
Livre du roi Modus et de la reine Ratio, XIV secolo.


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Da parte mia l'intervista si conclude qui. Ringrazio Damiano Signori per aver risposto alle mie domande con tanta professionalità e vi invito innanzitutto a visitare il sito Bevande Medievali, che trovate al seguente linkBevande Medievali sarà presente anche all'Artigiano in Fiera dal 2 al 10 dicembre a Milano. Naturalmente l'invito è visitare il loro stand o la loro sede per assaggiare il loro "nettare degli Dei" in bottiglia! 

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Immagini tratte da manoscritti medievali, fonte Wikipedia:
  • Figura 1: Un frate cellario che beve vino, da una copia di Livres dou santé di Aldobrandino of Siena - British Library manuscript Sloane 2435, f. 4v. 
  • Figura 2: Miniatura tratta dal ‘Breviari d’Amor’ (primo quarto del XIV secolo), British Library, Londra.
  • - Figura 3: Un gruppo di viaggiatori condivide un semplice pasto a base di pane; Livre du roi Modus et de la reine Ratio, XIV secolo.
Tutte le fotografie utilizzate sono di proprietà Signori. 


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mercoledì 22 novembre 2017

“Buck e il terremoto”, una zampa di solidarietà


“Buck e il terremoto” è la prima di tre antologie a carattere solidale, che ha inaugurato la raccolta di fondi destinati alla Croce Rossa Italiana per le popolazioni di Amatrice e Accumoli colpite dal terremoto del 2016.

Allora, Buck e io ne abbiamo parlato a lungo, questa notte. Lui diceva che non poteva restare indifferente a una cosa così triste accaduta in Centro Italia, dove vivono tanti suoi parenti lupeschi. Io ero assolutamente d’accordo. Quindi ci è venuta questa idea che adesso vi proponiamo.” Con queste parole la curatrice dell’antologia, Serena Bianca de Matteis, presenta lo spirito che sta alla base della raccolta, e che è quello di coniugare il piacere della scrittura con quello della solidarietà. Intraprendere un'attività che amiamo è il modo migliore per dare anima e significato a qualcosa che rimarrebbe piuttosto inerte, nel caso fosse compiuto per mero senso del dovere o di colpa. Ha così formato un vero e proprio branco – è il caso di dirlo – non soltanto composto da autori, quasi tutti blogger, che hanno donato un racconto per andare a costituire l’antologia, ma anche di professionisti del settore editoriale. Questi ultimi hanno lavorato all’editing, alla copertina, all’impaginazione e alla cura della promozione sui social networks per offrire un prodotto di buon livello e farlo conoscere.

In questa antologia specifica ogni racconto ha per tema portante il cane o il lupo, il terremoto come elemento facoltativo e un irrinunciabile messaggio di speranza finale. I racconti tutti sono di ottimo livello, e appartengono a generi differenti. Possono quindi soddisfare molteplici palati. C’è la favola, la fantascienza, la leggenda, il racconto classico; nel loro ambito si staglia, inconfondibile, la presenza di un cane, o di un lupo. Sia che si tratti di quell’animale da compagnia che ben conosciamo, o di quello più selvatico che è ritornato a popolare i nostri boschi, esso ci rimanda alla parte più profonda ed emozionale del nostro essere. Una parte che, a sua volta, si collega alla natura con cui abbiamo sovente smarrito i contatti, e che un evento catastrofico come il terremoto ci ricorda bruscamente. Una scossa di terremoto diviene così un terribile memento per tutti, che ci può togliere ogni cosa: gli affetti più cari, l’abitazione, la salute fisica e psicologica, la vita stessa.

E la natura non è, in sé, buona o cattiva come saremmo portati a giudicarla sull’onda della disperazione o della rabbia. La natura è, e ci rammenta quanto l’esistenza, di uomini e animali, sia fragile. Sta agli uomini agire e reagire agli eventi di questa portata, a seconda del loro livello morale. C’è chi, tristemente, saccheggia tra le rovine delle case, o chi specula sulla disgrazia per arricchirsi, come abbiamo appreso, a distanza di tempo, dalle inchieste giudiziarie e giornalistiche.  Oppure c’è chi si rimbocca le maniche e aiuta, sia per professione come nel caso degli addetti alla protezione civile, sia per quell’impulso che spinge all’aiuto sotto forma di volontariato. L’antologia “Buck e il terremoto” è nata esattamente sulla scorta di questo impulso. E, come ha spiegato la curatrice, l'intento non è chiedere un’elemosina, ma proporre un prodotto preparato col cuore, con un prezzo adeguato, e che può tenerci una piacevolissima compagnia durante alcune ore. 

Così, ad esempio, possiamo rimanere sgomenti col racconto che inaugura l’antologia, proprio Terremoto di Michele Scarparo, o commuoverci con Carlotta di Sandra Faè. Possiamo immedesimarci nell’angoscia degli studenti di La scuola di Massimiliano Enrico, o addirittura sorprenderci con il mito, come ne La lupa della grotta di Velma J. Starling, solo per citarne alcuni. La condivisione è diventata, in questo caso, non il frivolo e spesso inconcludente chiacchiericcio del web e dei social, ma comunanza d’intenti profonda. E l’antologia solidale conterrà qualcosa dell’animo di tutti coloro che hanno dato una mano… anzi, una zampa!

Sono anche molto contenta di poter pubblicare qualche fotografia della presentazione avvenuta a Bookcity il giorno 18 novembre nella splendida cornice del nostro Castello Sforzesco di Milano.


Bookcity nel cortile del Castello Sforzesco.


Serena Bianca de Matteis presenta l'iniziativa nella Biblioteca d'Arte.


Elisa Elena Carollo legge e interpreta "Terremoto" di Michele Scarparo.


Edoardo Camponeschi legge e interpreta "il guardiano" di Marco Stabile.

E voi, che ne pensate? Natale si avvicina e c’è ancora molto da fare, incluso pensare ai regali! Ecco qualche consiglio per voi alle seguenti pagine dedicate a "Buck e il terremoto":



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sabato 18 novembre 2017

Galleria di grandi donne: Christine de Pizan / 5


Scrittrice, filosofa, poetessa, intellettuale, ma anche agente di se stessa e curatrice della propria immagine. Una donna, penserete, che non ebbe tempo da dedicare alla propria vita familiare, tutta presa com'era dal lavoro. Nient'affatto, perché fu anche moglie e madre. Stiamo parlando di una donna contemporanea? No, oggi la protagonista della mia galleria di grandi donne è

Christine de Pizan

vissuta tra il 1364 e il 1430. Il seguente articolo porta la firma di Antonella Scorta, autrice di un guest post sulla ricerca dei propri antenati che, se volete, potete ritrovare qui. Le ho chiesto infatti di scrivere un pezzo su una delle grandi donne del passato da inserire nella mia galleria, e ho scelto Christine. I motivi sono duplici: l'avevo sempre sentita nominare, ma non si può dire che io la conoscessi a fondo; volevo proporla come un esempio di libertà intellettuale in una società che alle donne concedeva, e concede, assai poco. Oltretutto Christine mi è particolarmente simpatica perché abbiamo lo stesso nome... ! Ma ora ringrazio di cuore l'autrice e le lascio senz'altro la parola.

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La signora in blu

Alzi la mano chi conosce il nome di Christine de Pizan. Se la signora in questione fosse stata di sesso maschile certamente avrebbe un ruolo fondamentale nella storia della letteratura e sarebbe nota anche ai non addetti ai lavori. Invece, oggi, forse soltanto qualche militante femminista la ricorda. Con questo post vorremmo colmare questa lacuna, raccontando la storia di una donna dal multiforme talento, la cui vita è stata sicuramente eccezionale per l’epoca. E per diversi motivi.

Il primo: pur essendo una femmina, ricevette un’istruzione, per volere del padre, evidentemente uomo lungimirante e all’avanguardia. La figlia lo definisce, infatti, con riconoscenza “uomo pieno di tesori tanto preziosi quanto impossibili da rubare trattandosi di beni immateriali, quali virtù e sapienza”. Tommaso da Pizzano, così chiamato in quanto la famiglia era appunto originaria di questo piccolo borgo nel bolognese, era professore all’università di Bologna e venne poi chiamato dal re Carlo V il Saggio alla corte di Francia come medico e uomo di cultura e soprattutto per le sue conoscenze astrologiche.

Cristina, quindi, a tre anni si trasferì a Parigi con la famiglia e lì rimase per tutta la vita, passando perciò alla storia con il nome francesizzato di Christine de Pizan. La fortuna, che fu molto favorevole negli anni ottanta del Trecento, mutò quando in rapida sequenza morirono il re che li aveva chiamati a Parigi, lo stesso Tommaso e anche il marito di Christine, il notaio Etienne Castel, che la lasciò vedova con tre figli a soli 25 anni.

Quest’avvenimento che normalmente significava la fine della vita di una donna per lei segnò invece un nuovo inizio, perché la nostra eroina invece di chiudersi in convento si inventò una nuova esistenza. Divenne scrittrice. E di successo. Infatti, cominciò a comporre delle ballate che ottennero il favore del pubblico che allora contava davvero, ovvero la corte. Successivamente si dedicò alla stesura di opere pedagogiche, a cominciare dall’Epistre Othea, un manuale di educazione scritto ufficialmente per suo figlio, ma in realtà dedicato a Luigi d’Orleans, fratello minore del nuovo re Carlo VI.

Perché Christine era abilissima nel rivolgersi alle persone “giuste”. Era letterata ma anche agente letterario di se stessa: per questo riuscì a trasformare quella che prometteva di essere soltanto un’occupazione di svago in una professione. Furono proprio i potenti del suo tempo (i sovrani stessi e i cortigiani che intorno a loro ruotavano) che le commissionarono delle opere pagandogliele profumatamente. E quindi, divenne la prima e forse unica donna del Medioevo “intellettuale di professione”, riuscendo così a mantenere se stessa e la sua famiglia, dopo il periodo di difficoltà in cui si era trovata in seguito alla morte del padre e del marito.

Paradossalmente la sua fortuna è dovuta anche al fatto di essere di sesso femminile: le sue opere erano richieste proprio perché scritte da una donna, cosa inaudita. Così Filippo l’Ardito, fratello di Carlo V, commissionò a lei e non ad altri la biografia del defunto re. E quest’opera naturalmente contribuì ad accrescere la sua fama.

Anche se la celebrità di Christine è dovuta soprattutto al ruolo svolto nella disputa sul Roman de la Rose di Jean de Meung. Proprio per controbattere le idee maschiliste di quest’opera decisamente misogina, Christine prese la penna e anche in quest’occasione confermò ancora una volta di essere un’abile donna di marketing, indirizzando le Lettere sul romanzo della rosa alla regina Isabella di Baviera. Inoltre, mostrando il suo coraggio nell’opporsi a un celebrato intellettuale come Jean de Meung e dimostrando che le donne non avevano soltanto corpo ma anche cervello e anima, divenne un personaggio famoso e rispettato nel panorama culturale di inizio Quattrocento.

Oltre a essere molto intelligente la nostra Christine era anche molto efficiente: rapidissima nello scrivere, consegnò la prima parte della biografia di Carlo V quattro mesi dopo averne ricevuta la commissione e in un anno la portò a termine; tra il 1404 e il 1405 scrisse tre libri, ne concluse due che aveva in preparazione e ne iniziò un altro. Non solo: aveva organizzato un suo “scriptorium” in cui lavoravano amanuensi e miniatori e quindi produceva lei stessa i codici delle sue opere, curandone anche l’aspetto iconografico.

Così le immagini di Christine che la storia ci tramanda sono state confezionate proprio da lei: la vediamo, infatti, nelle miniature che arricchiscono i suoi manoscritti vestita di blu, con un abito molto sobrio senza gioielli e orpelli e con un copricapo bianco dalla foggia tipica dell’epoca. La scelta del blu non è casuale: è un colore serio ma non triste e lugubre come il nero ed è comunque una tinta riservata alle persone agiate, mentre i popolani erano vestiti in tutte le possibili sfumature di marrone. Si fa sempre rappresentare circondata da libri, nell’atto di scrivere, oppure di insegnare al figlio.

Oppure, un’altra rappresentazione più volte ripetuta è quella di Christine che scava la terra per porvi le fondamenta della Città delle dame (titolo di una delle sue opere più note, che richiama Sant’Agostino): questa mitica città che la scrittrice costruisce su ispirazione di Ragione, Rettitudine e Giustizia è abitata dalle donne famose della storia lontana o recente, da Zenobia e Semiramide a Isabella di Baviera e Valentina Visconti (sì, proprio la figlia di Gian Galeazzo signore di Milano che aveva sposato Luigi di Valois, diventando duchessa d’Orleans).

Ma la donna che suscitò l’entusiasmo di Christine e la indusse a ricominciare a scrivere dopo che si era ritirata in convento disgustata dalle atrocità che aveva visto a Parigi negli scontri tra una fazione e l’altra (non dimentichiamo che la scrittrice visse ai tempi della Guerra dei Cent’anni che funestò l’Europa per più di un secolo con carneficine d’ambo le parti) fu Giovanna d’Arco, la pulzella d’Orleans che mise fine all’interminabile conflitto e permise al debole Carlo VII di consolidare il potere come re di Francia e sconfiggere gli odiati inglesi. Un’altra donna eccezionale, che faceva “cose da uomini”, in questo caso non un’intellettuale ma una guerriera, una ragazzina semplice che la sorte rivestì di una fulgida armatura, ma la cui storia finì male. La pulzella fu bruciata sul rogo come strega. Ma Christine non lo seppe mai perché morì prima, alla rispettabile età di 65 anni, dopo una vita piena, ricca e fortunata.

***

Siete contenti di aver fatto la conoscenza con questa figura di donna? Io sì, perché rappresenta un esempio straordinario di intraprendenza, lungimiranza e talento, tutti ben combinati in un modello che ha ancora molto da insegnarci.

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Fonti articolo:

  • "Un'italiana alla corte di Francia" di Maria Giuseppina Muzzarelli - Il Mulino
  • "Autunno del Medioevo" di Johan Huizinga - BUR

Fonti immagini: Wikipedia
  • Figura 1: Christine de Pizan in una miniatura
  • Figura 2: Christine de Pizan educa suo figlio (1413), Attribuito a Maestro di Bedford
  • Figura 3: Christine de Pizan offre una copia dei suoi lavori alla regina Isabella di Baviera, moglie del re Carlo VI
  • Figura 4: La Città delle Dame

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sabato 11 novembre 2017

Evento a Bookcity: presentazione dell'antologia "L'amore non crolla"


Questo meraviglioso 2017 mi ha regalato un'ulteriore soddisfazione, cioè quella di essere entrata a far parte del branco che ha già al suo attivo la pubblicazione di due antologie a carattere solidale: Buck e il terremoto e Storie di Gatti, le cui copertine campeggiano nella mia Home Page.

Scopo di queste antologie è la raccolta fondi da destinare alla Croce Rossa Italiana per le popolazioni di Amatrice e Accumoli colpite dal sisma del 2016.  Tutti i report delle donazioni e altre notizie sono infatti disponibili su www.buckeilterremoto.com.

Il tema portante della nuova raccolta è il Natale con un messaggio di speranza finale e, in modo facoltativo, gli animali e il terremoto. Mi sono detta dunque, perché non provare a inviare un racconto per partecipare a questa bellissima iniziativa? Con immensa gioia, il mio racconto Notte di Natale ad Arras è stato accettato. Si tratta di un racconto con un protagonista all'altezza della sua fama... per sapere di chi si tratta, occorre comprare la raccolta!

Ecco però l’elenco completo di ben 22 racconti con il nome dell'autore, tratto dal sito di Buck e il terremoto

  1. Anna Maria Scampone, Lettera a Babbo Natale
  2. Cristina M. Cavaliere, Notte di Natale ad Arras
  3. Daniele Imperi, L’albero della città del vento
  4. Elena Grespan, Il Natale secondo mia madre
  5. Fabrizia Scorzoni, Il presepe
  6. Gaspare Burgio, Spirito natalizio
  7. Giampy Calibano, Babbo, la paura e i superpoteri
  8. Giuliana Leone, La ginestra
  9. Giuseppe De Micheli, Pane a Natale
  10. Giuseppina Ricci, Profumo di pane
  11. Gloria Maria Magnolo, Babbo Natale sa di cioccolato
  12. Leonardo Magnani, Candido come la speranza
  13. Licia Luisetto, Il primo regalo di Natale
  14. Nadia Banaudi, I guardiani della neve
  15. Paolo Cestarollo, Il giaciglio
  16. Rosa Oliveto, Il pranzo di Natale
  17. Sandra Buttafava, Zenzero
  18. Serena De Matteis, Natale a Sante Marie
  19. Silvia Algerino, Un giorno come un altro
  20. Tiziana Balestro, L’ultimo Natale
  21. Deborah Leonardi, Natale
  22. Velma J Starling, La volpe di Borgo Faggio




L'antologia verrà presentata nello splendido Castello Sforzesco di Milano il giorno 

18 novembre alle h. 18.00 

alla Biblioteca d'Arte nell'ambito della manifestazione Bookcity. Saranno presenti Serena Bianca De Matteis, la curatrice della raccolta, Edoardo Camponeschi e Elisa Elena Carollo, la titolare del blog Drama Queen con cui c'è ormai un'intesa consolidata, e Sandra Faè amministratrice del blog I libri di Sandra e mia vicina di "studio" a Milano. Altre informazioni al seguente link.

Io me lo sono segnata in agenda e sto invitando un po' di persone di Milano e dintorni... e a meno che non mi caschi un vaso di fiori in testa assisterò anch'io! L'appuntamento per noi è all'ingresso principale del castello alle 17.00 circa per prendere un caffè insieme e fare due chiacchiere.

Potete inoltre cogliere l'occasione per partecipare ai numerosissimi eventi letterari e culturali che in occasione di Bookcity si svolgono in tutta la città e la rendono particolarmente dinamica e frizzante... più del solito.

A presto!

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Foto del castello: Commons Wikimedia

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mercoledì 8 novembre 2017

Il blog indemoniato, richiedesi esorcista



Cari tutti,

alcuni voi si saranno accorti che da qualche giorno nella schermata dei miei commenti appare la Home Page in modalità mobile, ed è quindi impossibile commentare.

Mi sono sentita subito in colpa pensando di essere io la responsabile, data la mia scarsa propensione per la tecnologia - appena tocco, disfo. Ho lanciato l'allarme su Facebook, e alcuni blogger (non tutti) mi hanno confermato di avere gli stessi problemi. Mettendo la modalità Google nelle impostazioni, tiene l'eventuale nuovo commento, ma ripristinando Blogger lo stesso scompare; ragion per cui non voglio far perdere tempo ed energie preziose a nessuno e preferisco avvisare che la cosa non dipende da me, ma da probabili lavori in corso.

Nella speranza che il problema si risolva a breve per poter pubblicare l'articolo del sabato, ho chiamato un esorcista secondo la migliore tradizione!

A presto e buona serata,

Cristina

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sabato 4 novembre 2017

Il Caffè della Rivoluzione: La rivoluzione dei consumi e dell'igiene / 32




Ho appena terminato di leggere uno dei miei libri universitari dal titolo La società di antico regime (XVI-XVIII secolo) di Gian Paolo Romagnani, che per me è stato un autentico "sballo". ;) Il saggio offre una panoramica dei temi e dei problemi storiografici; e uno dei grandi argomenti che collegano quell'epoca alla nostra è l'insorgere della rivoluzione dei consumi.

Nel saggio di Romagnani, si spiega che in realtà la capacità di consumare dipende da una quantità di vincoli che non sono solo riferiti alla disponibilità di beni sul mercato, ma anche a elementi sociali, culturali e simbolici. Un bene prodotto, come un paio di scarpe, può non essere richiesto finché il contesto sociale in cui non si colloca non lo rende fruibile da gruppi precedentemente esclusi dal suo utilizzo. L'autore fa un esempio molto... calzante: se ad esempio i contadini bretoni o polacchi usano tradizionalmente gli zoccoli, la presenza sul mercato di scarpe a prezzo moderato non li rende per questo un oggetto di desiderio. La disponibilità delle forchette da tavola non le rende un bene di largo consumo finché permane, anche tra i ceti aristocratici e la corte di Francia, il costume di mangiare con le mani. Il Re Sole Luigi XIV docet.

Il Settecento è il secolo nel corso del quale si afferma un consumo tendenzialmente di massa, rendendo le differenze sociali meno percepibili per quanto riguarda una serie di consumi di base. Abbigliamento, riscaldamento, illuminazione, arredo, cibo, trasporti, cultura, diventano poco a poco, ma sempre più rapidamente, consumi a disposizione di tutti i ceti sociali, pur con notevoli differenze nella qualità dei prodotti. Si impone la necessità del superfluo! Si comincia persino a curare l'igiene personale, pratica caduta in disuso nei secoli precedenti. La "rivoluzione dell'igiene", almeno nelle realtà urbane, migliora le condizioni di vita delle persone, e favorisce una minore diffusione delle malattie e un aumento della vita media.

C'è anche la progressiva diffusione della biancheria, sconosciuta nelle classi inferiori, via via utilizzata sia dalle donne che dagli uomini di tutte le età e ceti sociali. In una città di 600.000 abitanti, com'era la Parigi di metà Settecento, si lavano almeno 200.000 camicie al giorno, e quindi le lavanderie e stirerie si trasformano in vere e proprie imprese di servizi. Facendo un paragone dei giorni nostri, un tempo per la Fiat lavoravano non solo gli stabilimenti di produzione, ma anche tutto l'indotto. Tornando alla biancheria del Settecento, si può ben dire che l'uguaglianza passa anche... dall'intimo!

Anche le trasformazioni nell'abbigliamento sono decisive. I prodotti in cotone soppiantano rapidamente quelli in panno in lana, destinando la seta a un mercato di nicchia. Gli abiti sono più leggeri e vanno sostituiti più spesso, incrementando il mercato. Mentre la moda diventa un'industria, il gusto si raffina e si estende ai ceti medi. Il polsino di pizzo non è più prerogativa dei nobili; il bottone soppianta la spilla e i lacci; il corpetto femminile si afferma anche fra le donne del popolo, così come le scarpe con i tacchi alti. La parrucca domina ancora, ma le sue dimensioni si riducono e il suo uso si estende dall'aristocrazia alla borghesia e al ceto medio. Chi non ricorda, peraltro, le famose parrucche di Robespierre, che si ostinava a indossarle in qualsiasi circostanza, sdegnando il berretto rosso simbolo di libertà?

Per quanto riguarda la rivoluzione dei consumi, avevo trovato lo stesso concetto in La moda. Una storia dal Medioevo a oggi di Giorgio Riello, recensito qui sul blog. Dalla mia recensione estraggo un passaggio su un altro fenomeno interessante, cioè la nascita delle vetrine e della pubblicità. "Nascono i cosiddetti negozi dotati di vetrina, attraverso cui il potenziale cliente osserva la merce esposta; può entrare nella bottega, un luogo raccolto e quasi intimo e, dulcis in fundo, nel retrobottega dove vengono mostrate le merci veramente esclusive, appannaggio di clienti selezionati e danarosi. E nascono, timidamente, le prime forme pubblicitarie con i manifesti e i primi 'cataloghi' di abiti per signora, come il Lady’s Magazine del 1759, piccoli e maneggevoli, dunque di facile consultazione. Parigi e Londra si contendono il primato di capitali della moda, del consumo e dello shopping, con clienti che peregrinano dall'una all'altra città per acquistare e passare il tempo."

Insomma, per concludere l'articolo, il Settecento e soprattutto la Rivoluzione Francese non finiranno mai di stupirci!

***

Ho sempre seguito la moda non in termini di abbigliamento personale, ma come espressione individuale e sociale. Quali sono, secondo voi, i maggiori status symbol ai giorni nostri in fatto di abbigliamento sia maschile che femminile (se pure ne sono rimasti)?

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Fonte testo:

  • La società di antico regime (XVI-XVIII secolo) di Gian Paolo Romagnani - Carocci editore
  • La moda. Una storia dal Medioevo a oggi di Giorgio Riello - edizione Laterza


Fonte immagini:

  • Jacques-Louis David. Ritratto di Monsieur Sérizat. 1795. Olio su tela. Parigi, Louvre 
  • Jacques-Louis David. Ritratto di Madame Sériziat col figlio. Olio su tela. Parigi, Louvre


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mercoledì 1 novembre 2017

"La lettera anonima": il mio monologo sul blog Drama Queen





Buona festività di Ognissanti, come prima cosa. Anche il mese di novembre promette di essere scoppiettante, per cui questo è un post estemporaneo rispetto alla normale programmazione. Infatti c'è una prima graditissima novità: il monologo che avevo scritto per Elisa Elena Carollo, 


La lettera anonima

era giunto in finale ed ora è stato interpretato da Elisa in un video pubblicato ieri sul suo blog. Insieme con il mio testo ci sono quelli degli altri due autori finalisti, ambedue bellissimi e molto diversi tra loro, cioè Amori di Gabriele Marelli e Tutto tranne gli occhi di Romina Tamerici.

Il mio testo è il seguente:
Stamattina ho ricevuto un’altra lettera. Chi scrive più lettere al giorno d’oggi? Eppure ho trovato anche questa nella mia casella, con tanto di francobollo. Come al solito, non c’è alcun mittente (se la rigira tra le mani), ma il nome e l’indirizzo sono corretti. Senza ombra di dubbio. (Riflette) Potrebbe avermela inviata chiunque: amici in vena di scherzi, amanti o ex, i miei genitori no, lo escludo. Potrebbe averla scritta un ammiratore… o, peggio, uno stalker. (Entra visibilmente in ansia)
(Se la rigira tra le mani, poi si rivolge al pubblico) La apro o no? Non siete curiosi anche voi? Beh, una lettera anonima è come un libro senza autore e titolo in copertina. Devi aprilo per sapere, almeno, chi l’ha scritto.
(Colpita da un pensiero improvviso) Ma, così facendo, ne distruggerei il mistero. Così, invece, è uno scrigno di possibilità. Potrebbe contenere l’annuncio di un lutto o una minaccia. Cose negative. Ma potrebbe uscirne una poesia, o una dichiarazione d’amore. La bellezza, in altre parole. (pensierosa)
Addirittura, potrei averla scritta io… a me stessa, e non ricordarmene. (fa una faccia strana) No, non la aprirò affatto. La lascerò così, e la metterò nella stanza accanto, insieme con le altre. Anche loro sono rimaste chiuse. Quante sono? Mmm… con questa, sono 666 lettere. Ho tenuto il conto. Che strano numero, però, mi ricorda qualcosa… o qualcuno.
Oh, il campanello della porta! (si avvia, curiosa) Forse è lui, l’autore delle lettere… che finalmente viene a trovarmi. Non vedo l’ora di sapere chi è. (si rivolge al pubblico) Voi no?
E, per guardare il video, ecco a voi il link relativo che vi porta al blog di Elisa! Avete inoltre la possibilità di votare uno dei tre testi, c'è tempo fino al 15 novembre (scadenza sempre alle 23:59).

Mi raccomando, accorrete numerosi! Vi aspettiamo.


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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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