Blog su Letteratura, Storia e Arte in tutte le sue forme.

"La Storia siamo noi."


ARAZZO DI BAYEUX, seconda metà dell'XI secolo

La conquista normanna dell'Inghilterra del 1066.

CONCERTO DEGLI ANGELI di Gaudenzio Ferrari del 1534

Santuario della Beata Vergine dei Miracoli a Saronno.

L'ULTIMO ANGELO di Nicholas Roerich

Dipinto a olio del 1942.

sabato 27 maggio 2017

Lettura scenica e presentazioni letterarie



La folla che ogni autore vorrebbe avere
alla presentazione dei suoi romanzi...

Oggi pubblico l'estratto video della mia presentazione del romanzo storico Le strade dei pellegrini, appartenente al ciclo La Colomba e i Leoni, avvenuta il 19 maggio per merito di Italia Medievale. Lo faccio per due motivi: in primo luogo perché ci tengo ad averlo sul mio blog in modo che non vada perso nel mare magnum di Facebook, e in secondo luogo perché in questo modo può essere visionato anche da coloro che non hanno la bacheca nel grande social blu.

Durante questo fine settimana sarò a Rimini per visitare il centro storico e il castello di Montebello con il fantasma di Azzurrina, a proposito di colori celesti, e quindi non potrò rispondere immediatamente alle vostre domande; abbiate un po' di pazienza e ricomparirò su questi schermi quando meno ve lo aspettate!

Ringrazio nuovamente l'associazione culturale Italia Medievale che si è fatta promotrice dell'evento, e vi invito a visitare il sito per partecipare alle loro innumerevoli iniziative di grande qualità per promuovere il patrimonio medievale italiano e non solo, come visite guidate, conferenze, presentazione di saggi, pubblicazione di articoli di studiosi e appassionati.

In modo particolare ringrazio la mia carissima amica e blogger Clementina Daniela Sanguanini, titolare del blog L'angolo di Cle, che ha letto con grande talento scenico tre estratti del romanzo e ha conferito valore aggiunto alla serata. A questo proposito, chiederei a Clementina, se ne ha piacere, di spiegarci il percorso che l'ha portata al "reading", perché è così efficace e coinvolgente nelle presentazioni e quali sono le differenze con la recitazione in teatro, se ve ne sono.

Approfitto però dell'occasione per rilanciarvi la domanda sulla modalità con cui preparate le vostre presentazioni, e quali sono le vostre maggiori preoccupazioni in proposito.


La preparazione

Siamo tutti d'accordo che la serata è preceduta da una serie di comunicazioni a proposito della data onde avvisare per tempo le persone ben prima che sia preparata la locandina ufficiale. Tutti noi abbiamo moltissimi impegni; e alle volte è anche bene rammentare la data, magari il giorno prima, per i più distratti. Organizzare e promuovere è un lavoro a tempo pieno, e proprio per questo motivo esistono nelle case editrici i reparti di Promozione e Marketing, o almeno dovrebbero esserci. Nel migliore dei mondi possibile, queste incombenze dovrebbero essere lasciate all'editore, ma ormai l'autore deve darsi molto spesso da fare in prima persona per organizzare alcuni incontri.

Per quanto riguarda la parte della mia esposizione, ecco come procedo:

- preparo per tempo uno scritto con alcuni punti sviluppati. Non lo seguo pedissequamente, ma mi serve come traccia in caso di vuoti di memoria e anche per darmi un senso di sicurezza nel procedere. Il rischio di tenere il rotolo di appunti in mano è quello di usarlo come Berlusconi nei talk show, e quindi diventare un addetto aeroportuale che fa segnalazioni sulla pista! Lo metto quindi a portata, ma non lo tengo in pugno. L'altro rischio sempre incombente però è quello di gesticolare troppo da brava donna italica, facendo ampi e significativi gesti per spiegare meglio i concetti, e lì mi viene in mente Alberto Angela. Come vedete, c'è una discreta scelta di opzioni in cui trasformarsi.

- faccio delle prove sia in solitaria sia con una vittima sacrificale, che di solito è il marito. Durante queste ultime prove, di solito trascorriamo il primo quarto d'ora a fissarci e a ridere fino alle lacrime. Poi cerchiamo di ricomporci e cominciamo.

- in entrambi i tipi di prove mi cronometro per vedere quanto tempo occorre per l'esposizione, che di solito non deve eccedere l'ora canonica, considerato anche che ci sono piccole interruzioni, imprevisti e rallentamenti.

- scelgo un abbigliamento abbastanza elegante, ma anche comodo; infatti non tollero di trascorrere due ore con una gonna troppo stretta o corta - a parte il fatto che non ne ho di questo tipo - oppure con i piedi torturati dalle scarpe. Comunque non so mai che cosa indossare e corro il rischio di comparire nei video sempre con due abiti: quello invernale e quello estivo, al che le persone potrebbero pensare: "poverina, ha solo due vestiti!"


La presentazione

Prima:

Arriva finalmente il grande momento e mi dico che non sarà poi così tremendo e che riuscirò a sopravvivere. Mi reco al luogo convenuto con un anticipo di mezz'ora in modo da offrirmi di collaborare in caso ci sia qualcosa da fare; accolgo le persone man mano che si presentano, e faccio anche le presentazioni. In queste occasioni è anche bello per gli ospiti conoscere persone nuove, perché siamo tutti curiosi l'uno dell'altro.

Durante:




Dopo le presentazioni di rito dell'organizzatore, in questo caso Mauro Enrico Soldi, tocca a me e l'inizio è il momento in assoluto più difficile, quando la possibilità che mi si attorcigli la lingua o prenda delle "papere" nei ringraziamenti iniziali è sempre incombente.

Durante la presentazione cerco di fissare alcune persone tra le più attente, in modo da concentrarmi meglio e far sì che non mi sfuggano i concetti. Tendo a tralasciare quelle distratte per innumerevoli loro motivi, che potrebbe essere causata dalla noia della mia esposizione beninteso. Come per miracolo e complice l'adrenalina, i minuti volano e la presentazione viene felicemente conclusa.

L'altro momento cruciale è il momento delle domande. Venerdì sera eravamo tra amici, ma anche tra curiosi ed esperti del Medioevo, ovvero persone preparate; e quindi ho sempre paura di ricevere domande che mi colgano alla sprovvista. Al di là delle domande più che lecite, potrebbero sempre capitare quesiti di persone malevole, e nemmeno particolarmente esperte, che vogliono metterti in difficoltà. Alla presentazione del mio precedente romanzo un signore che non avevo mai visto mi ha chiesto a bruciapelo: "Ma insomma, che cosa stanno cercando questi cavalieri??" con un tono come se avessi dovuto fornirgli ipso facto le prove dell'esistenza di Dio... cosa che peraltro nemmeno i grandi santi riescono a dare con matematica certezza.

Dopo:

Quando rivedo il video, comunque, trovo sempre un sacco di difetti nella mia persona. Non mi piaccio mai, ma quello è un problema insormontabile, perché non esiste la possibilità di sostituirmi in toto, svitandomi magari la testa. In alcuni punti avrei potuto dire una determinata cosa usando termini differenti, oppure ho tralasciato un punto importante. Insomma, penso che sia la stessa cosa che provano gli attori, rivedendosi a freddo dopo uno spettacolo.

La mia primissima presentazione de Il Pittore degli Angeli era andata molto bene complice la fortuna del debuttante e il clima di collaborazione che si era creato con la libreria che aveva sponsorizzato l'evento (ma la cosa curiosa di questo romanzo è c'è sempre stato il pienone). Le successive sono andate a fasi alterne, con poche persone o molte. I fattori che determinano il successo o l'insuccesso di una presentazione sono spesso imponderabili e appartengono al luogo scelto, alle persone che abitano o lavorano nei paraggi e che possono venire, all'orario e al giorno, alle previsioni meteorologiche, agli improvvisi scioperi dei mezzi, alla presenza di ponti e festività varie e via dicendo.

Quello che è certo è che più presentazioni si fanno, più si acquisisce esperienza come in tutte le attività umane.


***

E voi avete mai fatto delle presentazioni dei vostri romanzi? Come vi preparate per il grande momento e quali sono le vostre sensazioni durante e dopo?



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mercoledì 24 maggio 2017

Alla ricerca degli antenati - Guest post di Antonella Scorta


Oggi vi presento un guest post scritto da un'ospite che è anche un'amica di vecchia data, Antonella Scorta. L'argomento del post è molto appassionante per ciascuno di noi, visto che riguarda la ricerca dei propri antenati e quindi la costruzione di un albero genealogico; e io stessa, grazie a documenti trovati nella casa di una zia paterna, a vecchie fotografie, a lettere risalenti ai tempi dell'ultima guerra, ho potuto ricostruire proprio di recente un emozionante pezzo di storia familiare. A chi non interesserebbe, infatti, scoprire qualche informazione in più o qualche inaspettato retroscena dei propri avi, sapere da dove venivano e che genere di vita hanno fatto?

Lascio quindi subito la parola ad Antonella affinché ci racconti di questa sua caccia al tesoro. Un tesoro fatto non di monete d'oro, gioielli e pietre preziose, ma di qualcosa di ben più inestimabile: il passato da cui proveniamo.

***



“La Storia siamo noi”. Il sottotitolo di questo blog, il testo di una canzone, una nota trasmissione televisiva, ma anche un’innegabile verità. Ci si rende conto della realtà e della profondità di quest’affermazione quando si intraprende una ricerca genealogica, come sto facendo in questo periodo, e si capisce che la storia è fatta di carne e sangue. La nostra carne e il nostro sangue. In realtà, non è la prima volta che svolgo ricerche storiche e frequento archivi antichi, ma finora mi era capitato soltanto per motivi di studio. E ho scoperto che è ben diverso consultare documenti originali per trovare notizie su personaggi storici o invece per reperire notizie sui propri antenati.

Ma andiamo con ordine. Qualche mese fa ho scoperto con sommo rammarico che i miei bisnonni, ovvero i genitori della mia nonna paterna, erano stati traslati dalle loro cellette ossario in una fossa comune, senza che nessuno mi avvertisse: purtroppo questa è la procedura. Questo sgradevole episodio mi ha fatto pensare che dovevo immediatamente annotarmi nomi e date di tutti i miei bisnonni prima di dimenticarmeli (l’età avanza e può fare brutti scherzi!).

Più recentemente una mia carissima amica – ovvero la titolare di questo blog! – mi ha gentilmente coinvolto in una intrigante vicenda famigliare, nel corso della quale, leggendo vecchie lettere ingiallite dal tempo, si scopriva un piccolo segreto tenuto nascosto per decenni. Questo è stato l’ulteriore segnale che mi ha fatto capire che era giunto il momento di indagare sulle origini della mia famiglia. Ed è così iniziata una piacevolissima avventura. Se la prima fase di una ricerca genealogica è poco affascinante perché si concretizza in lunghe attese negli uffici dell’anagrafe, i passi successivi non deludono le aspettative perché portano a compulsare i registri di nascite-matrimoni-morte delle parrocchie, oppure i ruoli cittadini, praticamente gli elenchi dei residenti (nel mio caso in Milano) in un determinato periodo. In quest’indagine ci sono momenti di euforia e momenti di stanchezza, momenti di stallo in cui sembra di non poter andare oltre una certa data e momenti in cui le scoperte si accavallano. Ma alla fine i risultati ci sono, visto che in poco tempo sono arrivata, per un paio di rami della famiglia, a risalire ai quinquisavoli o pentavoli, quindi a persone nate nel Settecento.

Un effetto collaterale di quest’attività è lo studio non soltanto dei morti, ma anche dei vivi: è inevitabile, infatti, incontrarsi (e scontrarsi) con persone che volenti (o nolenti) si trovano a collaborare con noi. Facciamo una breve carrellata di casi umani.

Le impiegate dell’anagrafe: quando ti presenti allo sportello e fai la tua richiesta ti guardano come se fossi un marziano catapultato sulla Terra e si capisce benissimo che pensano “ma guarda questa che non c’ha niente di meglio da fare nella vita”, ma poi inaspettatamente si appassionano e se non trovano il tuo bisnonno al primo colpo di tastiera insistono finché trionfalmente ti stampano un bel certificato completo con nomi, indirizzi, date e (è capitato anche questo!) persino la firma della levatrice.

I responsabili dell’Archivio Diocesano: quando calpesti per la prima volta il loro sacro suolo e
tocchi le loro preziose scrivanie ti guardano con il disprezzo riservato a un volgare plebeo che si voglia introdurre in un’aulica conversazione, ma poi anche loro si appassionano al caso, cominciano a far affiorare dai sotterranei i venerandi volumi e quando te ne vai ti chiedono: “tornerà a trovarci?”.

Infine, parroci e perpetue: queste ultime sono gentili, ma molto gelose dei documenti conservati in sacrestia e quindi non te li fanno toccare, ottenendo il pessimo risultato di non farti trovare nulla. (Esempio pratico: nella sacrestia di una parrocchia di Paderno Dugnano non sono riuscita a recuperare alcun dato riguardante i miei avi e pensavo di aver cercato nel luogo sbagliato, invece consultando personalmente le registrazioni di quegli stessi anni per quella stessa parrocchia nell’Archivio Diocesano ho scoperto che ben tre delle famiglie mie antenate risiedevano in quei luoghi).

Il capitolo parroci è il più delicato: mi sono imbattuta in un anziano responsabile di una parrocchia del profondo Veneto, che non nominerò, il quale, dopo avermi severamente rimproverata per averlo disturbato mentre stava mangiando (ma del resto non ho la sfera di cristallo ed evidentemente da quelle parti vanno a pranzo prima che a Milano), mi ha buttato giù il telefono!

Ma tornando allo scopo della ricerca, credevo che avrei semplicemente riempito di nomi e date un arido schema ad albero, invece ho provato emozioni incredibili. Quando, dopo aver vanamente sfogliato diversi registri, ho trovato il nome di una mia trisavola scritto da mano ottocentesca e ho capito che era proprio lei, che quel nome che fino al giorno prima non conoscevo corrispondeva a una persona che è nata, vissuta, ha riso, ha pianto, ha gioito, ha sofferto e mi ha trasmesso qualcosa di lei perché il suo sangue scorre nelle mie vene, sono corsa a nascondermi in bagno per non mettermi a piangere in pubblico.

Rientrata nel pieno possesso delle mie facoltà e ritornata alla preziosa scrivania del Diocesano di cui sopra, ho fatto un’altra scoperta commovente: di una delle mie antenate si scriveva chiaramente che, “poiché era illetterata”, aveva firmato il suo certificato di nozze con una croce. E mi sono immaginata questa contadina, che non sapeva leggere e scrivere, che lavorava duramente dall’alba al tramonto, che avrebbe fatto sei o sette figli (li ho ritrovati questi miei pro-pro-prozii nel registri), che avrebbe visto nella sua vita soltanto il suo paese muovendosi sempre a piedi o con un mulo o un carretto se andava bene. E poi mi sono vista io in una bella casa cittadina riscaldata, seduta comoda a una scrivania, circondata da una biblioteca di un migliaio di volumi, mentre viaggio in aereo in tutto il mondo e per i piccoli spostamenti uso l’automobile o la metropolitana quando va male. E su questo non voglio fare alcun commento, ma lascio ai lettori trarre le loro conclusioni.

Chiusa la parentesi emozionale, è necessario spendere due parole per chiarire le differenze tra ricerca genealogica e araldica, che spesso vengono confuse: come si è visto, l’indagine “seria e documentata” sui propri antenati porta a trovare persone umili, spesso contadini, perché la maggior parte di noi ha queste origini. I nobili sono una piccolissima minoranza di una nazione e la loro genealogia la conoscono bene, perché hanno sempre registrato nascite e morti con attenzione nel corso dei secoli, per motivi dinastici e finanziari. Le ricerche araldiche, invece, promettono proprio questo: trovare origini aristocratiche in ogni richiedente e proporre improbabili stemmi. Con questo non intendo escludere a priori la possibilità di scoprirsi nelle vene “sangue blu” e non voglio affermare che quanto proposto dai ricercatori araldici sia tutto completamente inventato, ma trovo decisamente più entusiasmante trovare le tracce documentate della mia ava illetterata in una parrocchia di campagna piuttosto che impegnarmi in un’interminabile causa, che dimostri il mio diritto all’eredità di Francesco Sforza!



Se questo post è finito, la mia avventura non lo è e non soltanto perché devo riempire ancora diversi rami dell’albero (ricordate il parroco veneto? Quello sarà lo scoglio principale da superare), ma perché ho deciso che vorrei fare della ricerca genealogica il mio lavoro, o quanto meno il mio hobby. Fattami le ossa con la genealogia della mia famiglia, mi piacerebbe ricostruire gli alberi genealogici anche di sconosciuti. Penso che sarebbe altrettanto interessante: forse meno emozionante (ma questo è meglio, perché così rimango nel pieno delle mie facoltà), ma potrebbe riservare tante altre piacevoli sorprese. Intanto, ho incominciato a farmi passare le notizie sulla sua famiglia da un amico e incomincerò a sperimentare con lui e poi chissà.. mai mettere limiti alla Provvidenza.

***

Mi auguro che abbiate gradito questo articolo e ringrazio Antonella per aver condiviso la sua esperienza. Se intendete avvalervi della sua opera come ricercatrice in questo campo, non dovete far altro che scrivermi in privato all'indirizzo mail che già avete o che trovate nel link 'Guest post', e io glielo trasmetterò prontamente.


Biografia dell'autrice
Antonella Scorta è nata a Milano il 13 maggio 1963. Laureata a Milano in Lettere Moderne con una tesi su Francesco Sforza e a Pisa in Conservazione dei Beni Culturali con indirizzo archivistico-librario. Il suo sogno era diventare archeologa medievista, ma zappare la terra sotto il sole cocente (perché in questo consiste nella dura realtà dei fatti il lavoro degli Indiana Jones) non faceva per il suo esiguo fisico e quindi ha ripiegato sull’altra sua grande passione: la scrittura, nella fattispecie sotto forma di giornalismo. E poiché chi vive a Milano è condannata a fare la giornalista di moda, la sua carriera inizia a “Vogue” per poi attraversare diverse redazioni specializzate in abbigliamento sposa e bimbo e portarla ad accasarsi definitivamente con “Book Moda”. Recentissimo è il suo ritorno di fiamma per l’archivistica e il desiderio di dedicarsi alla ricerca genealogica.


Fonti immagini:
  • Foto apertura tratta dal sito Museo della Civiltà Contadina "Dino Gregorio" di Mairano (BS): la famiglia Cornoletti 
  • Registro parroccchiale norvegese da Wikipedia
  • Registrazione della nascita di Georg Friedrich Händel da Wikipedia
  • "Donna contadina che si riposa" di Léon Lhermitte (1903), Cincinnati Art Museum
  • Albero genealogico dei marchesi di Monferrato da Wikipedia


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sabato 20 maggio 2017

I quadri, le opere letterarie e… gli oggetti - 2


Eccomi con una nuova puntata dedicata agli oggetti in rapporto alle opere letterarie e a quelle artistiche! La scorsa volta ho dedicato l'articolo a quattro oggetti specifici: lo specchio, il pettine, la bambola e il ritratto, tutti in qualche modo relativi alla figura umana (qui il link all'articolo).

Qui invece mi sbizzarrisco con un altro filo conduttore, ovvero il gioco inteso non soltanto come oggetto ma anche come atto del giocare. Il gioco è sempre stato importantissimo nella storia degli esseri viventi non soltanto come forma di intrattenimento, ma anche come modo per apprendere. Se osserviamo ad esempio i cuccioli nei primi mesi di vita, constatiamo come spesso la madre impartisca loro delle vere e proprie lezioni di caccia per renderli, un domani, del tutto autonomi.

Anche il primo gioco che vi presento è un passatempo antichissimo e nobile, ma è anche la metafora della guerra. Avete già capito che si tratta degli scacchi... e, per scoprire quali sono gli altri, non vi resta che leggere oltre.


Gli scacchi: "La variante di Lüneburg" di Paolo Maurensig

Un grande maestro del gioco, Kasparov, disse una volta: “Gli scacchi sono lo sport più violento che esista”, se non altro perché sulla scacchiera suddivisa in 64 quadrati bianchi e neri, con due eserciti composti da pezzi di colore bianco e nero che si fronteggiano, si muove un microcosmo in guerra. Vi si trovano trentadue pezzi, sedici per ciascun colore: un re, una donna (detta anche ‘regina’), due alfieri, due cavalli, due torri e otto pedoni; l’obiettivo del gioco è dare scacco matto, ovvero attaccare il re avversario senza che esso abbia la possibilità di sfuggire. Il re, infatti, è il pezzo in assoluto più importante della propria compagine, perduto il quale si perde la partita.

Il termine deriva dall’occitano e catalano escac, che deriva a sua volta dal persiano شاه, Shah, "re". Originatisi in India attorno al VI secolo, gli scacchi sono giunti in Europa attorno all'anno 1000, grazie probabilmente alla mediazione degli Arabi; diffusisi nell'intero continente, hanno raggiunto una forma pressoché moderna nel XV secolo in Italia e in Spagna, mentre il regolamento odierno si è “congelato” nel XIX secolo. Sono uno dei gioco più popolari al mondo, nonostante il regolamento complesso.

Non è tutto, perché gli scacchi, esattamente come i tarocchi, possono diventare delle vere e proprie opere d’arte grazie all’abilità degli intagliatori. Un esempio particolarmente prezioso, e che adoro, è rappresentato dagli scacchi di Lewis. Sono intagliati in avorio di tricheco e osso di balena e si trovano al British Museum. Se volete saperne di più e vedere gli scacchi, cliccate su questo link del blog, dove troverete un mio appassionato articolo corredato dalle effigi di questi straordinari e curiosi reperti dai volti quasi caricaturali.

Il romanzo che vi propongo è La variante di Luneburg di Paolo Maurensig, dove il gioco degli scacchi fa da motivo conduttore e risolutore dell’intera vicenda. Lo stesso incipit del romanzo racconta il modo violento in cui nacquero gli scacchi.

Nella storia, il sessantenne Dieter Frisch, ricco uomo d'affari e grande appassionato di scacchi, viene trovato morto nella sua villa. Un lungo flashback descrive al lettore parte della vita di Frisch e le probabili cause della sua morte. Mentre sta viaggiando in treno, Frisch è impegnato come consuetudine in una partita a scacchi con un proprio collaboratore quando nel loro scompartimento entra un giovane. Frisch rivolgendogli la parola viene allora a sapere che questo giovane, Hans Mayer, è stato per un periodo di tempo un campione di scacchi. Mayer racconta come si è avvicinato al mondo degli scacchi e come un certo Taboriun uomo che ha giocato all'inferno») gli abbia fatto da maestro, portandolo ai massimi livelli per poi scomparire nel nulla. Dopo due anni di totale dedizione agli scacchi il giovane ha una crisi di nervi ogni volta che si confronta con la scacchiera. Finalmente, dopo circa un anno, il maestro si fa nuovamente rivedere. È stato male e probabilmente non gli rimane molto da vivere. Vuole ora "adottare" Hans e confidargli il suo misterioso passato. Un passato che ha a che fare con una famiglia ebrea e con l’orrendo periodo dei campi di concentramento

"Quasi tutti hanno avuto tra le mani in un modo o nell'altro una scacchiera, hanno provato a soppesarne i pezzi spostandoli sulle case chiaro o scure, e si sono lasciati affascinare da queste figure che rappresentano un re o una regina con tutto un esercito in miniatura. Molti hanno forse provato a dare inizio a quella che è la finzione di una guerra, vivendo l'esultanza della vittoria o l'umiliazione della sconfitta. Pochi, eletti o maledetti che siano, hanno riconosciuto in queste sculture totemiche una lontana ascendenza e per il resto della loro vita non se ne sono più distaccati." 

Per questo gioco così cerebrale ho scelto il dipinto di Robert Macbryde (1913–66), The chess player, c.1947-1950. Nell'opera i volumi nel corpo del giocatore richiamano la tavola del gioco sottostante. La tavola è posta in perpendicolare rispetto allo spettatore, che in questo modo ha una nitida visuale dell'alto .Il giocatore non ha una fisionomia ben definita, come se la sua personalità non fosse importante, anche se parrebbe essere una donna. Non ha un avversario contro cui giocare: sta giocando contro se stesso; a meno che il suo avversario non sia lo spettatore del quadro, ovvero noi. Le tinte gialle e rosse predominano nella composizione, a tratti fluide e a tratti spigolose.


Le carte: "La briscola in cinque" di Marco Malvaldi

Anche le carte da gioco hanno un'origine molto antica, come gli scacchi. Le prime testimonianze del loro uso risalgono alla Cina poco dopo l'invenzione della carta, forse attorno al X secolo. Il tempo ed i modi dell'introduzione delle carte da gioco in Europa è oggetto di discussioni. Il 38º canone del Concilio di Worcester (1240) viene spesso citato come dimostrazione dell'esistenza delle carte in Inghilterra alla metà del XIII secolo, ma i giochi de rege et regina che vi vengono menzionati più probabilmente erano gli scacchi. Alla fine del XIV secolo comunque l'uso delle carte da gioco si diffonde rapidamente in Europa.

Per le carte da gioco mi sono subito venuti in mente i quattro terribili vecchietti del BarLume, che sono diventati delle celebrità grazie ai gialli di Marco Malvaldi - un vero caso editoriale. Leggere un libro di Malvaldi significa far volare le ore in compagnia di storie non banali, raccontate con una prosa gustosa e sagace che alterna abilmente i vari punti di vista dei personaggi. Esilaranti sono i dialoghi tra questi attempati investigatori, poiché sboccati e ricchi di doppi sensi secondo la migliore tradizione toscana. Tutti i romanzi di Malvaldi sono ambientati infatti nell'immaginaria cittadina sul mare di nome Pineta, e hanno come protagonisti il barista Massimo Viviani, la sua procace aiutante Tiziana, e soprattutto gli ottuagenari che hanno colonizzato il suo bar, ovvero il nonno Ampelio, Gino Rimediotti, Pilade del Tacca e Aldo, il "più giovane" della combriccola.

Nel romanzo La briscola in cinque dà l'avvio alla storia la scoperta, in un cassonetto dell'immondizia, del cadavere di una giovanissima ragazza. L'omicidio ha subito l'aspetto di un brutto affare tra droga e sesso, anche a causa della licenziosa vita condotta dalla giovane, una ragazza di buona famiglia. E i sospetti cadono subito sugli amici della ragazza, persi in un vorticoso giro di discoteche e cattive compagnie. Ma il paese è piccolo e la gente mormora, soprattutto Massimo e gli infaticabili vecchietti, che, tra una partita e un battibecco, e provvisti di tanto tempo, sono gli investigatori ideali per far luce su questo caso la cui soluzione, ovviamente, non è quella che è stata ipotizzata dalle forze dell'ordine.

In un passaggio del libro viene richiamato proprio il gioco della briscola in cinque. Massimo non ne può più di stare dietro il banco a far finta di fare il barman, così fa un timido tentativo di "levarsi di torno i vecchi - tanto simpatici, ma dopo un po' non ne puoi più - per poi chiudere e andare a casa". I vecchietti invece gli propongono di imparare a giocare alla briscola in cinque. Incuriosito, Massimo accetta.

I quattro presero la loro seggiola e si accomodarono al tavolo senza le solite ghirlande di improperi, anzi, con un atteggiamento decisamente diverso: qualcosa a metà tra il compiaciuto e il concentrato, come se fossero depositari di un grande segreto e fossero contenti di aver trovato qualcuno in grado di apprezzarlo.
I pantaloni venivano sistemati, le maniche tirate su e le sigarette messe con gesto sacrale sul tavolo, come a sottolineare a se stessi che ce ne sarebbe stato un gran bisogno. Il tipico atteggiamento di chi pregusta qualcosa.

L'ambientazione del romanzo è riconoscibile e molto gradevole, in quanto ciascuno di noi avrà frequentato una sonnolenta cittadina di provincia, magari durante le estati dopo l'anno scolastico, e sarà entrato in uno di questi bar apparentemente quieti, dove gli occhi si alzano tutti insieme per scrutare "il forestiero" comparso nel locale. Per questo libro ho scelto I giocatori di carte di Paul Cézanne del 1892, che fa parte di una serie di cinque quadri tutti dedicati a un gruppo di uomini che gioca a carte in una trattoria e che si dirada via via fino ad arrivare a soli due giocatori. Anche le volumetrie cambiano, facendosi più statuarie e geometriche. In questo quadro c'è un impasto di colori caldi e terrosi, rappresentati dalle giacche di alcuni giocatori, dal tendaggio e dalle sedie, in contrapposizione ai colori freddi degli abiti di altri partecipanti. Tutti i vestiti sembrano in qualche modo macchiati dalle pennellate. Il fazzoletto rosso al collo dell'osservatore in piedi è l'unica nota squillante di una composizione dove il tempo sembra sospeso nell'atto del giocare, e dove è tangibile il silenzio che avvolge la scena.




Il gioco da tavolo: "I giocatori di Titano" di Philip K. Dick

Il gioco da tavolo ha avuto la sua origine in epoca più recente. Si avvale di una ben definita superficie di gioco, che viene detta di solito tabellone o plancia dove non esistano termini più specifici legati allo specifico gioco in questione; sulla superficie vengono solitamente piazzati e/o spostati i pezzi che, sempre in assenza di termini più specifici, si diranno segnalini. Si tratta di un tipo di passatempo molto diffuso nella società occidentale e gode di innumerevoli classificazioni. Di solito i giochi da tavolo possono essere fruiti da persone di differenti fasce di età, e dunque costituiscono un momento importante di aggregazione; vengono infatti definiti anche "giochi di società".

Molti anno or sono avevo fatto delle grandi scorpacciate dei libri di Dick, e quindi, a parte la trilogia di Valis, possono dire di aver letto la stragrande maggioranza delle sue opere. Mi è subito venuto in mente I giocatori di Titano (The Game-Players of Titan), romanzo di fantascienza pubblicato nel 1963, in quanto ruota proprio attorno a un gioco di società. Il gioco si chiama il Bluff, è di origine aliena ed è stato portato sulla Terra dai titaniani, specie di grosse amebe gelatinose. Essi sono giunti sulla Terra dopo una guerra tra Stati Uniti e Cina nella quale è stata impiegata un'arma batteriologica che ha reso sterili molti dei superstiti. Dal momento che le donne fertili sono poche, il gioco del Bluff è stato adottato per consentire agli americani maschi di scambiarsele, vincendole e perdendole insieme a proprietà, terreni, intere città. I titaniani, all'inizio creature apparentemente inoffensive e bislacche, si rivelano man mano essere conquistatori tutt'altro che teneri. Avvengono alcuni delitti e una misteriosa cospirazione s'intreccia al tentativo di rivincita del protagonista, Peter Garden, che ha perso moglie e proprietà al tavolo del Bluff. ...

Attorno al gioco si affollano tutta una serie di personaggi strampalati tra cui i cosiddetti precog, ovvero coloro che hanno capacità di preveggenza.La trama è apparentemente demenziale, come del resto è comune a molti romanzi di Dick, e su tutto aleggia quella sorda inquietudine che è la cifra dei romanzi di Dick anche in assenza di avvenimenti cruenti; e vi assicuro che la resa è sorprendente.

Non sarebbero stati in grado di giocare in coppia, lo sapeva. Carol non riuscirà a reggere la malinconia di Pete, la sua ipocondria. Toccava a lei giocare. E lui semplicemente non troverà in lei una donna che lo accetti. Tornerà da me, lo so, avremo una relazione extra-Gioco. Dovrà farlo, o avrà un crollo emotivo.
Toccava a lei giocare. Il giro iniziale fu completato senza l'elemento del Bluff; venne usato il rotatore visibile, non le carte. Freya fece girare e ottenne un quattro. Al diavolo, pensò portando avanti la sua pedina di quattro caselle sul tabellone: era finita su una casella tristemente familiare: Imposta sui consumi. Pagate $500.
Pagò, in silenzio; Janice Remington, che teneva il banco, ritirò le banconote. Quanto sono tesa, pensò Freya. Lo siamo tutti, qui, Luckman compreso.

Per il romanzo mi ispirava questo quadro di Yue Minjun, anche se mancano completamente i riferimenti al gioco. Si tratta di un artista cinese contemporaneo, che è molto conosciuto per i dipinti a olio raffiguranti se stesso sempre congelato o moltiplicato in una risata. Yue è spesso indicato come facente parte del movimento artistico "Cinico realista", sviluppatosi in Cina dal 1989.

Il quadro s'intitola Sky ed è del 1997, e mostra appunto l'artista moltiplicato sulla groppa di alcuni volatili, mentre sghignazza in varie posizioni, ora chiudendosi gli occhi, ora quasi cadendo di sotto, ora osservando il panorama. Viceversa, gli uccelli - che sembrerebbero cigni selvatici - volano tutti, impassibili, nella stessa direzione. Il cielo azzurro e le nuvole leggere e delicate contrastano con la situazione grottesca e surreale. In particolar modo il corpo dell'uomo è di un rosa che sconfina in un color magenta e che lo fa assomigliare a un pupazzo di plastica.

***

Quando pensate al gioco, quali romanzi o racconti vi vengono in mente? E voi avete mai scritto una scena incentrata sul gioco, che sia d'azzardo o meno?

***


Fonti:

  • Wikipedia per l'origine dei giochi menzionati
  • "La variante di Lüneburg" di Paolo Maurensig – Adelphi
  • "La briscola in cinque" di Marco Malvaldi - Adelphi
  • "I giocatori di Titano" di Philip K. Dick - Fanucci editore


Immagini:

  • Pixabay per immagine iniziale
  • "The chess player" di di Robert Macbryde, c.1947–1950
  • "I giocatori di carte" di Paul Cézanne del 1892
  • "Sky" di di Yue Minjun del 1997
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mercoledì 17 maggio 2017

Il Caffè della Rivoluzione: Le voci di una città / 23



Esiste un’opera straordinaria sulla Parigi degli anni appena precedenti alla Rivoluzione, ovvero  tra il 1781 e il 1788, che costituisce uno dei primi esempi del giornalismo d’inchiesta e che per gli appassionati del periodo è una vera miniera di informazioni. Si tratta di Le tableau de Paris (Ritratto di Parigi) di Louis-Sébastien Mercier, ovvero il signore dagli occhietti vispi che potete vedere qui effigiato in un’incisione dell’epoca.

Mercier può essere considerato una sorta di Michele Santoro del periodo, pur se il paragone può essere sgradito se non si è sinistrorsi. Il fatto è che Mercier fu il primo ad aggirarsi in quelle zone della città che non soltanto erano miserabili e sporche, ma anche pericolose, dove il borghese e tantomeno il nobile mai mettevano piede. Il suo obiettivo era scrivere una sorta di resoconto – e una denuncia sociale e politica – sulle condizioni disumane in cui i suoi concittadini si trovavano a vivere. Questo giornalismo militante ante litteram sfociò appunto nella monumentale opera Le tableau de Paris, che per ricchezza, prolissità e anche per mancanza di sistematicità fu paragonata a “un cassetto rovesciato”. La pubblicazione di quest'opera non fu determinante per lo scoppio della rivoluzione, ma senz'altro contribuì a far deflagrare la polveriera.

Ma andiamo con ordine e diamo alcune notizie biografiche su Mercier, prima di presentarvi un primo tableau di Parigi. Mi servirò infatti molto spesso di questo libro per cogliere alcuni vividi aspetti della Parigi di quell’epoca. Vedrete che ne varrà la pena!

Louis-Sébastien Mercier (nato a Parigi nel 1740) era figlio di un mercante di spade e apparteneva a una famiglia agiata. Fece studi regolari presso il collège des Quatre-Nations, dandosi poi per breve tempo all'insegnamento della retorica a Bordeaux. Tornato a Parigi si dedicò ben presto al teatro. Fu grande ammiratore di Shakespeare, a cui si ispirò nel saggio Du théâtre, ou Nouvel essai sur l'art dramatique, che scrisse nel 1773 con l'intento di liberare il teatro dalle regole della drammaturgia classica tradizionale. Ha lasciato un numero impressionante di drammi, molto in voga alla fine del XVIII secolo, ma ora quasi completamente dimenticati. Tra di essi La brouette du vinaigrier del 1775 (La carriola del commerciante d'aceto), dramma tra i primi in Francia di argomento borghese.

L'opera principale per la quale Mercier è ricordato è appunto Le tableau de Paris. Divisa in 12 volumi, l'opera è stata pubblicata tra il 1781 e il 1788. Proprio lo scalpore suscitato dalla pubblicazione anonima dei primi due volumi, fortemente animati da spirito critico nei confronti delle classi dominanti della Francia prerivoluzionaria, indusse Mercier a fuggire in Svizzera, dove, a Neuchâtel, si sentì al sicuro per portare a termine la pubblicazione dei restanti volumi.

Rientrato a Parigi allo scoppio della rivoluzione, aderì ad essa militando dapprima nelle file dei giacobini, per poi passare in seguito all'ala più moderata, quella dei girondini. Fece anche parte della Convenzione nazionale e nel periodo del Terrore di Robespierre fu imprigionato per le sue idee moderate e per aver votato contro l'esecuzione del re. Vale infine la pena di ricordare la pubblicazione nel 1770 da parte di Mercier di un romanzo fantastico intitolato L'An 2440, rêve s'il en fut jamais, antesignano della moderna letteratura fantascientifica, nel quale in forma di sogno viene descritta una Francia del futuro, ispirata agli ideali di libertà e di progresso umano e sociale dell'Illuminismo. Mercier morì a Parigi il 25 aprile 1814.

Parliamo ora dell’opera Le tableau de Paris, di cui ho potuto leggere solo un compendio, che significativamente si apre con un incipit dove l’autore, rifugiatosi sulle Alpi svizzere, paragona la bellezza delle montagne, la salubrità dell’aria e la tranquillità dell’esistenza sulle alte vette al crogiolo mefitico della città. Mercier non è tenero con le metropoli, e in modo particolare non lo è con Parigi. Il ritratto che ce ne dà è realistico, polemico e feroce, specie a paragone di altri luoghi come Londra. Per Mercier il massimo grado di civiltà viene raggiunto dalla vicina Inghilterra cui la Francia, secondo lui, dovrebbe ispirarsi in molti campi. Davvero curioso è stato leggere queste righe, specialmente scritte da un francese!

Nell’estratto che ho tradotto per voi, dal titolo Babele, l’autore ci parla con vivacità del modo di parlare dei parigini e non può mancare un’occhiata all’interno di un caffè, circostanza tanto più gradita visto il titolo di questa rubrica:

“Il Parigino si distingue per la sua pronuncia rapida. In generale parla molto a lungo senza dire nulla, o piuttosto dicendo delle sciocchezze. Ascoltate una conversazione di due persone che si conoscono appena; è un affollarsi di complimenti, poi di domande una dopo l’altra; tutti e due parlano insieme, e nessuno si preoccupa di rispondere. (…) Si discorre molto all'interno di una stanza; ma non è ancora abbastanza: si usa ricominciare la conversazione alla porta, sul pianerottolo e lungo tutta la scala. Ci si rivolge ancora qualche parola mentre ci si allontana, e tutta questa abbondanza di parole si riduce a delle ripetizioni. Nei caffè, prestate orecchio alle dispute stridule e sciocche. Qui ci sono dei rimatori surriscaldati, che disquisiscono pro o contro la metrica; più lontano, dei grossi borghesi che commentano a lungo un'inutile gazzetta. Questa petulanza nel linguaggio è così familiare ai Parigini che ogni tavolo di caffè ha il suo oratore. Se è solo, intrattiene il garzone affaccendato, la cameriera intenta a dare il resto; e, in mancanza di meglio, cerca con gli occhi un ascoltatore.

I vetturini e i carrettieri, dopo le imprecazioni in uso, cominciano tra loro una rissa fatta di parole grossolane; i cazzotti arrivano in seguito alle parole, e le parole riprendono dopo i pugni.

Sui grandi battelli fluviali non ci si ascolta; c’è un rumore confuso, perpetuo. I marinai fanno fatica a comunicarsi gli ordini di manovra. Quando due battelli si incontrano, ci si rivolge dai ponti di coperta delle frasi con voce stentorea, che eccitano tutti i passeggeri. Allora comincia una serie di ingiurie a cascata; si fa a gara a ridurre il vicino al silenzio. (..) 

È impossibile al governo legare la lingua ai Parigini. Affilata, arrotata, ciarliera, petulante, si esercita sopra ogni cosa e dappertutto. Si ciancia nel salone dorato come nella tabaccheria affumicata; ci si ferma per la strada per chiacchierare. Le vetture separano i dialoganti che, malgrado il pericolo e le rimostranze del cocchiere, si riavvicinano al più presto per completare le loro futili frasi. (...)  

E i giornalisti non sono delle specie di chiacchieroni, che ammucchiano ogni giorno, ogni mese, ogni settimana, delle parole vuote di senso?”

***
Chissà che cosa direbbe Mercier oggi su queste categorie oggetto della sua penna al vetriolo? O, viceversa, come rimarrebbe stupito nel vedere le persone completamente mute che camminano per le strade con l'occhio vitreo fisso sul cellulare!

***

Fonti:

  • Le tableau de Paris par Louis-Sébastien Mercier - La Découverte / Poche
  • Wikipedia per la biografia


Immagini:

  • Devéria, Couché & Géraut - Louis-Sébastien Mercier, Oeuvres choisies de Mercier, avec des Remarques, des Notices, et L'examen de Chaque Pièce, par MM. Ch. Nodier et P. Lepeintre, Paris, Madame Dabo-Butschert, Libraire-Éditeur. M. DCCC. XXIV.
  • Copertina del libro Le tableau de Paris par Louis-Sébastien Mercier - La Découverte / Poche
  • Le seguenti immagini sono tratte da The Project Gutenberg EBook of All About Coffee, by William H. Ukers: 
        - A Corner of the Historic Café de Procope Showing Voltaire and Diderot in Debate - From a rare water color
       - THE CAFÉ DE PROCOPE IN 1743 - From an engraving by Bosredon
       - THE CAFÉ FOY IN THE PALAIS ROYAL, 1789 - From an engraving by Bosredon



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sabato 13 maggio 2017

Bernabò Visconti e l'harem del Diavolo 4.


Se ben ricordate, lo scorso anno scrissi una serie di tre post sulla figura del terribile Bernabò Visconti, che vertevano sui seguenti argomenti: il monumento funebre e la biografiai luoghi prediletti da messere, Il Diavolo nella Torre, ovvero il mio copione teatrale. Con mia grande sorpresa, i post erano stati un vero successo, forse a causa di messer Visconti che ha tutte le carte in regola per risultare interessante. Mi ero dunque ripromessa di riprendere la serie quando fosse arrivato il momento opportuno.

Stavo dormendo sugli allori, complice la bella stagione primaverile, quand'ecco che mi è arrivato all'orecchio un vero e proprio ruggito. Era Bernabò in persona, che, dopo essersi manifestato tra fuoco e fiamme, lampi e tuoni, mi ricordava con la consueta delicatezza che avrei dovuto porre mano alla seconda serie di articoli per soddisfare curiosità che altrimenti sarebbero rimaste senza risposta... e anche perché si sta avvicinando un certo evento con passo felpato ma inesorabile. Mi sono affrettata dunque alla scrivania, ho intinto la penna nel calamaio e mi sono messa subito all'opera su un primo articolo che avrebbe dovuto riguardare le donne amate da Bernabò. Ho subito capito, tuttavia, che un titolo come Bernabò Visconti e le sue donne sarebbe stato inadeguato; o, peggio, che avrebbe provocato le ire dell'attore principale... la parola "attore" non è scelta a caso.

Per chi non lo ricordasse, infatti, Bernabò Visconti amava le donne.

Le amava in maniera smisurata e appassionata, e tutte quante, da quelle nobili a quelle del popolo. Amava la moglie Beatrice Regina della Scala, la favorita Donnina de' Porri e la schiera delle sue amanti. Voleva bene alle figlie avute da loro, cui fece fare ottimi matrimoni e cui destinò cospicue doti. Nessuno, nemmeno il suo peggior nemico, avrebbe potuto negare che il Diavolo si mostrasse munifico e generoso con tutte, colmandole di regali e attenzioni. Le teneva presso di sé anche dopo che la relazione era finita, al punto da costituire nel suo palazzo un vero e proprio harem secondo le parole di un cronista dell'epoca. Negli annali milanesi gli sono attribuiti trentasei figli avuti dalla consorte e da altre amanti sparse per ogni dove. Aveva così tanti figli che un detto popolare dell'epoca recitava: “De chi e de là del Po tôt fioi del Bernabò”. Al contempo, però, le sue donne dovevano rigare dritto, come le vicende hanno dimostrato.

Vediamo dunque alcune di queste figure femminili che allietarono e movimentarono la sua esistenza. La più importante di tutte è, senza alcuna ombra di dubbio, la legittima consorte.

Beatrice Regina della Scala

I tre fratelli Visconti (Galeazzo, Matteo e Bernabò), in seguito all'esilio comminato dallo zio Luchino avevano vagato per l'Europa di corte in corte, giungendo persino nelle Fiandre. Alla morte di Luchino nel 1349, tuttavia, l'arcivescovo Giovanni, altro loro zio, li richiamò a Milano. Oltre a spartire molto opportunamente i territori tra i tre giovani, tutti dell'età di trent'anni circa, provvide anche a stipulare ottimi contratti matrimoniali per ognuno di loro, e dimostrandosi un avveduto sensale. Infatti il nipote Bernabò, tenace nell'odio, implacabile nella vendetta, aveva grandi doti, ma non riusciva a evitare eccessi e attacchi di collera che lo mandavano su tutte le furie. Suscitava timore per l'ira e l'imprevedibilità, e al contempo attrazione per la sua esuberanza, la sua generosità e i divertimenti chiassosi. Occorreva dunque una donna dal carattere insieme fermo e accomodante.

Ed è qui che entra in campo Beatrice Regina, ovvero la primogenita di Mastino II della Scala, signore di Verona, Vicenza, Padova, Parma, Brescia e Lucca, e di Taddea di Carrara. La potete vedere qui, nell'affresco di Santa Maria Novella a Firenze, accanto al marito. Lei tiene in grembo un cagnolino, lui regge sul braccio un falco e ha un curioso copricapo. Bernabò ha i capelli biondicci, mentre pare avesse occhi e barba nerissimi, essendo figlio di una Doria. Lei è pure bionda e ha gli zigomi alti secondo i canoni di bellezza dell'epoca, per cui può essere che fossero ritratti idealizzati.

Nonostante il matrimonio fosse combinato, i due si piacquero immediatamente. Il 27 settembre 1350 si sposarono e andarono a vivere nel palazzo di San Giovanni in Conca. Beatrice Regina era stata allevata per essere una donna in grado di muoversi in ambienti di alto lignaggio, e anche un'attenta amministratrice. Con grande avvedutezza, seppe sfruttare i lati deboli di lui per farsi concedere terre e diritti commerciali, e accumulando ricchezze capaci di procurarle un potere autonomo. Beatrice Regina fu anche una benefattrice di Milano, e fu fondatrice della chiesa di Santa Maria alla Scala, oggi non più esistente in quanto demolita nel XVIII secolo per far spazio all'omonimo teatro, che prese appunto  il nome dalla chiesa.

Anche il castello di Pandino reca tracce del legame affettivo e di reciproca stima esistente tra marito e moglie. Venne fatto erigere dalla coppia intorno al 1355-1370 come residenza di campagna per la caccia, grande passione di Bernabò. Al momento della realizzazione venne completamente affrescato, persino nella zona delle stalle, ora utilizzate come biblioteca comunale. La decorazione del castello era composta da svariate forme geometriche, tarsie a imitazione del marmo e da alcune figure umane, variando da vano a vano. Nelle forme geometriche vennero rappresentati gli stemmi araldici dei Visconti e dei Della Scala: bisce accostate a scale, a memoria dell'affetto e della stima di Bernabò per Beatrice Regina.

Beatrice Regina mise al mondo ben quindici figli, cinque maschi e dieci femmine, che fecero prestigiosi matrimoni con i rampolli delle maggiori casate europee. Lui ebbe per lei una fiducia illimitata, al punto da affidarle il governo della città di Reggio. Era l'unica capace di contenere gli scatti di collera del marito, da placarne le improvvise bizze come fosse stato un grosso bambino capriccioso (e pericoloso), al punto da far pensare a una sorta di rapporto madre-figlio. Celebre fu il suo intervento per sottrarre Pandolfo Malatesta al destino di essere infilzato dalla spada del marito, episodio di cui narrerò più avanti.

Morì il 18 giugno 1384 e Bernabò ne fu talmente addolorato che ordinò ai sudditi di portare, come lui, il lutto stretto in memoria della loro signora, per il tempo di un anno. Chiunque non fosse a conoscenza dell'ordinanza, e venisse colto con abiti fuori luogo, incorreva nelle furie di messere. Privo della sua miglior consigliera e guida, da quel momento in poi iniziava la sua parabola discendente, destinata a portare, appena un anno dopo, alla sua caduta, incarcerazione e morte.

Donnina de' Porri

La più famosa favorita di Bernabò fu senz'altro Donnina de' Porri, colei che gli fu vicina fino alla fine e colei che condivise con lui la prigionia nel castello di Trezzo sull'Adda, dove era stato rinchiuso per opera del nipote Gian Galeazzo, che l'aveva spodestato. La famiglia Porro è un casato nobile di Milano e della Lombardia, i cui membri rivestirono cariche alla corte dei Visconti. Furono feudatari sovrani della Brianza e signori di Monza, Como, Lecco e Lissone durante tutto il Medioevo. Il centro dei loro domini convergeva su Lentate sul Seveso, dove c'è uno splendido Oratorio che vi consiglio di andare a visitare (qui il link dell'associazione che se ne occupa, per orari e visite). Il casato nei secoli successivi ebbe particolare rilievo sia presso la corte imperiale austriaca, del Sacro Romano Impero, sia presso la corte napoleonica del Regno d'Italia.

La cugina del conte Stefano Porro di Brianza, Donnina, figlia del giureconsulto Leone Porro di Copreno, fu a partire dagli anni 1360 una vera, seconda consorte di Bernabò Visconti, al quale diede almeno quattro figli, che ricevettero nomi a ricordo delle chansons de geste tanto in voga, come Lancilotto. Bernabò la chiamava affettuosamente col cognome "la Porrina". Non si conoscono ritratti di Donnina, per cui ho scelto una scena a mia discrezione di epoca un poco più tarda, che raffigura una coppia in un interno.

Nel testamento di Bernabò, redatto nel 1379, Donnina ricevette insieme al figlio Lancillotto il feudo di Pagazzano alla Ghiara d'Adda e gli usufrutti di Niguarda. L'eredità le venne contestata da Gian Galeazzo, che infatti aveva escluso dalle pretese dinastiche i figli legittimi, e quindi non voleva certo riconoscere i diritti di quelli naturali. L'eredità venne riconosciuta più tardi da Filippo Maria Visconti. Non è nemmeno chiaro se Bernabò sposò la donna dopo la morte della moglie, Beatrice Regina, con cui peraltro Donnina faceva affari come se fossero state due ottime socie.

Bernabò morì nel castello di Trezzo sull'Adda il 18 dicembre 1385, probabilmente avvelenato da un piatto di fagioli, e da quel momento anche di Donnina si perde ogni traccia. La cosa che mi ha sempre colpito di questa figura femminile fu che, al momento in cui avrebbe potuto tagliare la corda, stette vicino al suo amante e signore fino alla fine. Forse il Diavolo non era così brutto come lo si dipingeva...


Giovannola da Montebretto e Bernarda Visconti

 ... o forse sì. Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, che parliamo del Diavolo, e con lui non bisogna mai abbassare la guardia! Bernabò era spietato e imprevedibile, e aveva un senso dell'onore che portava fino all'esasperazione seminando morte e terrore ovunque andasse. La vicenda che sto per narrarvi, infatti, sarebbe una qualsiasi storia di rapporti adulterini con risvolti anche comici se non che fu conclusa dalla morte di un'infelicissima giovane, figlia naturale di Bernabò, in una delle maniere più tremende.

Giovannola, detta così probabilmente per la bassa statura, fu una delle amanti dei primi tempi. Abitava a Milano in una casa presso la Torre dei Moriggi, nella parrocchia di S. Pietro in Vigna, e da lui aveva avuto una figlia, Bernarda, nata nel 1353. Dopo la nascita della bimba, Bernabò fece traslocare madre e figlia in una casa appena fuori la Rocca di Porta Romana, dove egli svolgeva di solito mansioni amministrative. 

Nonostante godesse del pieno favore del suo signore, che la copriva di regali, Giovannola era una donna vanitosa e sciocca e e convinta di poterlo dominare. Il cronista Pietro Azario, colui che paragonava le donne del signore di Milano a un vero e proprio harem, ci racconta come andarono i fatti che fecero precipitare la donna dalle stelle alle stalle. Tra i molti doni, Bernabò le aveva regalato un bellissimo anello. Peccato che la donna avesse intrecciato una relazione con Pandolfo Malatesta, capitano generale di Galeazzo fratello di Bernabò, o forse volesse semplicemente civettare con lui. Fatto sta che la sventata donò a Pandolfo proprio l'anello di Bernabò. Forse anche Pandolfo era ignaro della provenienza, o non si sarebbe presentato al Visconti sfoggiando l'anello al dito. Riconosciuto l'anello, Bernabò montò su tutte le furie e si avventò sul malcapitato con la spada sguainata. In un istintivo gesto di difesa, il Malatesta si aggrappò al fodero finendo lungo disteso per terra. Fu la sua salvezza. Beatrice Regina accorse a placare gli animi e a convincere il marito a non accoppare l'uomo; insomma, la moglie era intervenuta per difendere l'amante dell'amante del marito dalle furie del marito stesso. Una situazione surreale. Il terzo intervento provvidenziale fu la richiesta di Galeazzo di far tornare da lui il suo capitano, cosa che lo salvò dall'arresto e dalle conseguenti rappresaglie. Giovannola venne allontanata dalla corte e cadde in disgrazia.

In quanto a Bernarda, tra l'altro fisicamente molto somigliante alla madre, venne allevata a corte insieme ad altre bambine. All'età di quattordici venne maritata al bergamasco Giovanni Suardi. La coppia era molto male assortita, tanto che, dopo poco, la giovane era ritornata a vivere a Milano presso il padre. Lì però aveva avuto una relazione adulterina con Antoniolo Zotta. Ci fu una denuncia e Bernabò fece arrestare i due amanti. Il processo si svolse nel 1375. Il reato prevedeva per Antoniolo solo una pena pecuniaria; ma, sotto tortura, confessò di tutto, anche furti che non aveva commesso, e venne impiccato. Per la giovane si prevedeva una condanna a morte; ma, non volendo esporre una Visconti all'onta di un'esecuzione capitale, il padre le riservò una sorte persino peggiore, ovvero la fece agonizzare per mesi. Dopo averla fatta torturare con docce gelide e scorticamenti, Bernarda fu murata viva nella Rocca di Porta Nuova, insieme alla cugina Andreola, una giovane badessa accusata del medesimo reato. Dopo qualche mese le due ragazze vennero separate e non ebbero nemmeno più il conforto della reciproca compagnia. Resistettero per sette mesi a pane e acqua, ridotte a scheletri. Bernarda morì il 4 ottobre 1376, e la cugina la seguì pochi giorni dopo.

Dopo la sua morte, cominciò a manifestarsi il fantasma di Bernarda dalle parti di santa Radegonda e furono avvistate delle giovani che sostenevano di essere Bernarda. Entrambe le questioni non mancarono di far andare in bestia il padre, che pensò persino che qualcuno avesse fatto fuggire la figlia. Nella sua esistenza, comunque, continuò a permanere un oscuro senso di rimorso per la crudeltà con cui aveva infierito sulla figlia. Ma lui era il Diavolo e non poteva comportarsi altrimenti.

***

Fonte:
Bernabò Visconti di Daniela Pizzagalli - Rusconi

Immagini:
  • "Bernabò Visconti riconosciuto da un contadino che lo accompagnava al Castello di Marignano" di Pasquale Vianelli (1820-1821) - Circolo ufficiali di Milano
  • Bernabò Visconti e Beatrice Regina della Scala, Santa Maria Novella a Firenze
  • Stemma della casata posto sul castello di Sirmione, si noti la scala a cinque pioli e non a quattro
  • Casino di caccia Borromeo, Particolare degli affreschi, Oreno di Vimercate
  • Due amanti in una miniatura medievale

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mercoledì 10 maggio 2017

Il Caffè della Rivoluzione: La dolce notte di Jean-Philippe Rameau / 22




Adoro il film Les Choristes, film del 2004 diretto da Christophe Barratier: mi piace la trama, l'interpretazione, i personaggi e soprattutto le musiche. Il nocciolo della storia è comunque tratto dal film del 1945 La gabbia degli usignoli diretto da Jean Dréville, che ottenne una candidatura agli Oscar del 1948 per il miglior soggetto.

La scena iniziale è ambientata a New York. Pierre Morhange è un famoso direttore d'orchestra francese, che riceve una telefonata dalla Francia: sua madre è morta. Dopo il funerale, un uomo bussa alla sua porta. Inizialmente Pierre non lo riconosce, ma quando l'uomo dice di chiamarsi Pepinot, improvvisamente si ricorda: cinquant'anni prima i due, quando erano ragazzi, erano stati tenuti in un collegio di rieducazione riservato a bambini difficili chiamato Fond de l'étang (Fondo dello stagno). Guardando le foto assieme, ad un certo punto, Pepinot passa a Pierre un diario, scritto da Clement Mathieu, loro sorvegliante all'istituto. Pierre comincia a leggere. In questo modo l'azione di sposta all'indietro nel 1949. Mathieu, compositore e insegnante di musica rimasto senza lavoro, accetta un impiego da sorvegliante a Fond de l'étang. Viene accolto dal direttore Rachin, che gli parla dei ragazzi che frequentano l'istituto, del loro comportamento non corretto e gli presenta la sua regola "azione-reazione". Suggerisce a Mathieu di non dare alcuna giustificazione agli alunni, nella convinzione che i ragazzi capiscono solo se puniti. Mathieu crede, invece, che per educarli sia possibile usare punizioni meno severe, instaurando con loro un dialogo e una maggiore comprensione. Dopo un paio di scherzi, sentendo i ragazzi cantare, decide anche di formare un coro diviso in tre gruppi, nonostante la contrarietà del direttore. Tra di loro c'è il turbolento e ribelle Pierre Morhange dalla voce d'angelo. ...

Voi direte: che cosa c'entra con la Rivoluzione Francese, argomento di questa rubrica? Come sa benissimo chi scrive, qualsiasi riferimento è valido per alimentare quella caldaia in attività che è l'immaginazione di uno scribacchino come me quando scrive. Ma anche quando non scrive, perché il film è del 2004, e cominciavo appena appena a maturare l'idea di mettermi al lavoro su un romanzo sulla Rivoluzione. Come a dire, che mi aggiravo con il mio paniere nella foresta, e vi mettevo dentro quello che, un giorno, forse mi sarebbe stato utile. La scrittura di un romanzo è fatta di tante cose, che sedimentano e maturano nel tempo e senza fretta.

In una bellissima scena del film i ragazzi cantano in coro L'Hymne à la nuit ovvero l'armonizzazione di un tema dall'opera di Jean-Philippe Rameu, dal titolo Hyppolite et Aricie, composta nel 1733.... guardacaso alcuni decenni prima della Rivoluzione Francese. Nella scena specifica, le sacerdotesse di Diana rendono un eterno omaggio alla notte nell'atto I, scena 3. L'armonizzazione è di Joseph Noyon (1888-1962), mentre le parole sono state scritte dal compositore Édouard Sciortino (1893-1979). Come avrete capito dalla data del 1733, Rameau era un compositore, clavicembalista, organista e teorico della musica, noto e apprezzato prima della Rivoluzione, i cui lavori venivano rappresentati e suonati nei teatri di tutta la nazione. I francesi e i parigini in particolare erano pazzi per il teatro e i concerti, al punto che l'aristocrazia li allestiva in casa propria, e molti aristocratici erano ottimi attori dilettanti, in grado di competere con i loro colleghi. Tra le sue opere più famose si può annoverare il balletto Les Indes Galantes con il celebre rondeau che, se volete, potete ascoltare qui in una versione particolarmente vivace interpretata dar Magali Léger e Laurent Naouri,con Les Musiciens du Louvres diretti da Marc Minkowski in versione concertistica.

Come un filo che si dipana nel tempo, l'aria è dunque giunta fino a noi tramite il film Les Choristes. Siete pronti ad ascoltarla? Ecco qui il link e, sotto, il testo in francese dell'Inno alla notte, equiparabile a una poesia di Leopardi.


Ô nuit ! Qu'il est profond ton silence
Quand les étoiles d'or scintillent dans les cieux
J'aime ton manteau radieux
Ton calme est infini
Ta splendeur est immense
Ô nuit ! Toi qui fais naître les songes
Calme le malheureux qui souffre en son réduit
Sois compatissante pour lui.
Prolonge son sommeil, prends pitié de sa peine
Dissipe la douleur, nuit limpide et sereine.
Ô Nuit ! Viens apporter à la terre
Le calme enchantement de ton mystère.
L'ombre qui t'escorte est si douce,
Si doux est le concert de tes voix
chantant l'espérance,
Si grand est ton pouvoir transformant tout
en rêve heureux.
Ô Nuit ! Ô laisse encore à la terre
Le calme enchantement de ton mystère.
L'ombre qui t'escorte est si douce,
Est-il une beauté aussi belle que le rêve ?
Est-il de vérité plus douce que l'espérance ?


***
E a voi è mai capitato di "mettere da parte" qualcosa, e poi di ritrovarlo nella stesura dei vostri romanzi come il vino buono invecchiato nelle botti?

***

Fonti:
Wikipedia per informazioni sul film e note biografiche 

Immagini:

  • Fotogramma dal film "Les Choristes"
  • Rameau ritratto da Joseph Aved
  • Apparizione della Regina della notte, guazzo per una scenografia del Flauto magico di Karl Friedrich Schinkel, 1815

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sabato 6 maggio 2017

Gli sceneggiati mystery della Rai / 2


Il mio articolo sugli sceneggiati storici Rai, ovvero Marco Visconti, La baronessa di Carini e Delitto di Stato (qui il link) aveva avuto un ottimo riscontro, e mi ero ripromessa di rivedere, o vedere ex-novo, alcuni di questi sceneggiati Rai, ora tutti facilmente reperibili su Youtube, in modo da poter continuare a parlarne con cognizione di causa. Anche il successivo post sullo sceneggiato perduto I Giacobini (qui il link) è stato molto gradito. Così in questi mesi mi sono fatta una bella scorpacciata!

Partiamo dunque con quelli che ho ribattezzato i mystery secondo un mio personale criterio, e che contengono tutta la materia esoterica, colta e simbolica che molto mi appassiona, e che viene unita in una trama avvincente e meravigliosamente orchestrata. Si incomincia a furor di popolo con il più bello di tutti:


1. Il segno del comando (1971)


Lo sceneggiato è stato diretto da Daniele D'Anza, e prodotto dalla Rai nel 1971 in cinque puntate con un cast di attori strepitosi, come Ugo Pagliai, Carla Gravina, Massimo Girotti, Rossella Falk, Paola Tedesco solo per citarne alcuni.

Lancelot Edward Forster (Ugo Pagliai) è un professore di letteratura inglese presso l'università di Cambridge. Ha scoperto per caso un inedito diario di Lord Byron, scritto durante il soggiorno romano del 1817, e sta lavorando alla traduzione, di cui ha pubblicato la prima parte su una prestigiosa rivista letteraria inglese. In un passo del diario, Byron ha annotato una frase inquietante ed enigmatica: «21 aprile 1817, notte, ore 11. Esperienza indimenticabile, luogo meraviglioso, piazza con rudere di tempio romano, chiesa rinascimentale, fontana con delfini, messaggero di pietra, musica celestiale, tenebrose presenze».

La pubblicazione del diario ha attirato nel frattempo l'attenzione di George Powell (Massimo Girotti), addetto culturale dell'ambasciata inglese a Roma, che invita Forster a tenere una conferenza presso il British Council in occasione della settimana byroniana. Per combinazione il professore riceve anche un secondo invito a recarsi nella Città Eterna, da parte di un misterioso pittore, un certo Marco Tagliaferri, che gli invia una fotografia della piazza citata da Byron, sfidandolo a trovarla.  

La prima puntata inizia dunque con l'arrivo del professor Forster a Roma, dove si reca innanzitutto presso lo studio di Marco Tagliaferri. Là incontra la bellissima modella del pittore, Lucia (Carla Gravina), che lo invita a un appuntamento serale alla scalinata di Trinità dei Monti per condurlo poi a cena alla Taverna dell'Angelo. Nel frattempo, il professor Forster scopre con sgomento che Tagliaferri è morto da cento anni...

Vi assicuro che vedere questo sceneggiato per la prima volta è stata pura emozione, e parla una persona che ha visto centinaia di film. È ammaliante e anche di più, come la sua protagonista femminile, una Carla Gravina bella e sensuale con gli occhi splendenti di una donna innamorata, eppure sfuggente e misteriosa come nella sigla iniziale, dove corre per le strade di una Roma notturna, sostando ogni tanto per voltarsi come per invitare Ugo Pagliai a seguirla. La città diventa un labirinto costellato di simboli e indizi che si presentano nella maniera più inattesa. Si tratta di un linguaggio di oggetti (una collezione di orologi che non devono mai smettere di ticchettare, pena la morte del proprietario, monili dai grandi poteri su cui tutti cercano di mettere le mani, quadri che presentano inquietanti rassomiglianze con i viventi...), indizi di una ricerca che sempre riconduce all'immagine del cerchio, ovvero all'eterno ritorno del pittore Tagliaferri. 

Nello sceneggiato vi sono notazioni colte, come le poesie di Lord Byron, sulfureo poeta inglese che appunto soggiornò a Roma, o come il Salmo XVII della doppia morte, sonata per organo di Baldassarre Vitali, compositore realmente esistito, in un gioco continuo di rimandi che irretisce lo spettatore, e lo incanta. Lentamente si comprende che i personaggi in qualche modo sono tutti collegati, i maggiori come i minori, e che molti di loro non sono quello che sembrano. Vi è un continuo cambio di maschere e di ruoli, e la bonomia lascia spazio alla crudeltà, mentre l'apparenza minacciosa può costituire un aiuto. Una ricerca che, passo dopo passo, conduce Forster all'abbacinante rivelazione finale, quella logica e razionale... o forse no. Quello che è certo è che il binomio amore e morte detta la sua ultima parola.

La realizzazione di questo finale fu alquanto travagliata. Sarebbero state preparate cinque versioni (notizia però non confermata da D'Agata), ma comunque Daniele D'Anza fu costretto a cambiarlo su pressione di alcuni attori. Di questo travaglio produttivo non si coglie alcun segno in questo meraviglioso sceneggiato. Non bisogna dimenticare nemmeno la sigla finale, la suggestiva canzone Cento campane, scritta da Fiorenzo Fiorentini per il testo e da Romolo Grano per la musica, cantata da Nico Tirone, cantante del gruppo beat Nico e i Gabbiani. Mentre scorrono i titoli di coda, si intravedono in filigrana le carte dei tarocchi, e in special modo quella del Diavolo. Il disco ebbe un buon successo di vendite, anche se il brano è noto soprattutto nella versione successiva di Lando Fiorini.

A voi vedere questo sceneggiato per scoprire che cos'è "il segno del comando" del titolo.


2. La dama dei veleni (1978)

L'unico difetto di questo sceneggiato Rai è la brevità! La storia si svolge infatti in tre puntate anziché nelle sei minime canoniche. Per il resto la trama non ha nulla a che invidiare a Il segno del comando, e annovera nel suo cast proprio Ugo Pagliai nel ruolo del protagonista maschile. Altri volti celebri sono Susanna Martinkova, Warner Bencivegna e Corrado Gaipa. La regia è di Silverio Blasi. La sceneggiatura è tratta dal romanzo The Burning Court (1937) o La Camera Ardente di John Dickson Carr, ovvero il nome di un tribunale francese speciale, investito di poteri straordinari per giudicare reati eccezionali, la cui sala delle udienze era illuminata in continuazione, anche di giorno, con fiaccole.

Nella prima puntata Dario Gherardi (Ugo Pagliai), dirigente di una casa editrice specializzata in editoria esoterica, incontra a Parigi Marie D’Aubray (Susanna Martinkova), una ragazza franco-canadese. La ragazza sta fissando come incantata la facciata di un palazzo e ha al polso un braccialetto con il muso di un gatto. I due si innamorano immediatamente e, pur conoscendo poco o nulla del suo passato, Dario sposa Marie e la porta a vivere in una sua villa a Frascati. Un giorno Dario, che da Roma - dove ha sede la casa editrice - sta tornando a casa in treno per il fine settimana, si ritrova a sfogliare un libro del criminologo Guido Santacroce (Corrado Gaipa), che mostra il ritratto di una dama francese dell'800 ghigliottinata per veneficio. Il viso della dama mostra un'inquietante rassomiglianza con quello della moglie. 

Arrivato a casa affronta l'argomento con Marie, ma viene interrotto dall'arrivo del vicino di casa, Carlo Desgrez (Warner Bencivegna), che comunica alla coppia che il ricco zio non è morto di gastrite, come supponevano, ma sospettano che sia stato avvelenato. L'intento del nipote è quello di riaprire la tomba per cercare tracce e reperire quello che in gergo si chiama "la scala della strega", ovvero una cordicella con nove nodi. Infatti i Desgrez hanno dimestichezza con i casi di stregoneria nella loro storia familiare: in casa esiste persino il ritratto di una famosa avvelenatrice, Marie-Madeleine d'Aubray, marchesa di Brinvilliers, vissuta nel 1600, arrestata e torturata da un inquisitore membro dei Desgrez, e condannata ad essere bruciata viva. Peccato che il ritratto appeso in casa abbia il viso asportato e quindi dai lineamenti irriconoscibili, ma reca al polso un braccialetto identico a quello sfoggiato da Marie. E Marie è terrorizzata alla vista di un semplice imbuto, strumento con cui la marchesa di Brinvilliers venne sottoposta alla tortura dell'acqua...

Di particolare suggestione sono le vie di Frascati e il Parco dei Mostri di Bomarzo in provincia di Viterbo dove furono girate alcune scene. Insomma, un altro sceneggiato assolutamente da recuperare!


3. Ritratto di donna velata (1975)

Anche questo è uno sceneggiato di genere giallo, diretto da Flaminio Bollini, con protagonisti Nino Castelnuovo e Daria Nicolodi. Prodotto dalla Rai nel 1974, è andato in onda dal 31 agosto al 14 settembre 1975 in prima serata sul Programma Nazionale (l'odierna Rai 1). Riuscì a catturare una audience altissima, risultando uno dei programmi televisivi italiani più visti di quell'anno. Per affinità di genere può essere accostato ad altri celebri sceneggiati gialli-fantastici prodotti dalla Rai in quel periodo quali A come Andromeda, ESP, Il fauno di marmo, Gamma e soprattutto Il segno del comando, con cui vi sono svariate similitudini.

L'azione si svolge in Toscana, tra Firenze e la zona di Volterra e coinvolge un giovane pilota collaudatore, e nobile spiantato, Luigi Certaldo (Nino Castelnuovo) alle prese con una misteriosa studentessa universitaria di archeologia, l'enigmatica Elisa (Daria Nicolodi), conosciuta a casa di un suo amico. La porta quindi a Volterra, dove si trova la villa della famiglia Certaldo e dove attualmente vive suo cugino Alberto, in quanto la ragazza deve svolgere delle ricerche nella zona per i suoi studi.

Volterra è nota per il museo etrusco e le svariate tombe, queste ultime oggetto di saccheggio da parte dei tombaroli; e, nel film, viene nominata una necropoli etrusca ancora da scoprire i cui ricchi corredi funerari assicurerebbero il possesso di un'enorme ricchezza. La vicenda prende subito a muoversi attorno al mistero legato a un'urna funeraria che nasconde le indicazioni per trovare l'ingresso a questa "città dei morti" di cui vogliono entrare in possesso i personaggi più loschi, anche legati alla malavita. Anche la famiglia Certaldo pare legata a filo doppio alla storia locale tramite l'inquietante cugino Giacomo, il cui viso è identico a quello di un antenato del 1700 in odore di negromanzia. Nella villa c'è anche un secondo ritratto, ovvero quello della donna amata dal marchese, il cui volto è però celato da un velo nero... Ma la realtà è spesso più incredibile della fantasia e anche questo finale ce lo confermerà in pieno. E i morti della necropoli non vanno disturbati, perché si vendicano sempre.

Gli attori sono tutti perfettamente calzanti nel loro ruolo. Nino Castelnuovo, ormai celebre per la sua interpretazione di Renzo ne  I Promessi Sposi, interpreta la parte di un giovane arruffone e spesso irritante. Il personaggio non ha il fascino e la nobiltà di quelli interpretati da Ugo Pagliai, e forse è giusto che sia così, in quanto la sua ingenuità gli permette di sopravvivere alle situazioni più rischiose, sebbene per il rotto della cuffia. Anche Daria Nicolodi, molto nota dopo il successo del film Profondo rosso, esprime in pieno il suo fascino magnetico e lunare, come di chi viva sotto un incantesimo. Molti bravi anche gli attori di contorno, che contribuiscono a rendere la trama avvincente fino alla fine.

Concludo con una curiosità sulla statuetta etrusca della sigla iniziale, detta anche "l'ombra della sera". Essa rappresenta un dio benevolo e protettivo sulle cui labbra aleggia un lieve sorriso. Questa statuetta ha una linea così moderna che è stata molto spesso presa come pietra di paragone con le opere di Giacometti.

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Ma qual è il filo conduttore che lega questi tre sceneggiati? Ce n'è più di uno, ma il tema ricorrente è il concetto della reincarnazione, tema "scottante" nell'Italia di allora - e forse ancora oggi!

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Avevate visto questi sceneggiati all'epoca oppure vi piacerebbe vederli sulla base del post? Vi erano piaciuti e vi avevano fatto paura, specialmente La dama dei veleni?

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Fonti:

  • Wikipedia per le trame
  • Immagini in pubblico dominio

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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