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sabato 24 giugno 2017

Quel buontempone di Bernabò Visconti 6.


Continuo nella mia rassegna di articoli sul personaggio di Bernabò Visconti, che ormai ha piantato saldamente le sue tende nel mio blog in vista del famoso evento che avrà luogo il giorno 8 luglio. Questo sarà dunque l'ultimo post prima del grande finale con tanto di locandina. Tenete duro! :-)

Bernabò, intemperante e violento, aveva un suo senso della giustizia pur dalla logica contorta. Anche nei momenti in cui era maggiormente irritato, sapeva apprezzare l'arguzia con cui una persona controbatteva, e quindi la presenza di spirito era essenziale per salvarsi la pelle. Naturalmente non tutti erano dotati di questa capacità, e la maggior parte di chi lo contrariava fece una gran brutta fine: alcuni vennero sepolti vivi, ad altri vennero cavati gli occhi, altri furono decapitati, altri bastonati, altri bruciati... e l'elenco potrebbe continuare ancora a lungo visto il sadismo di cui Bernabò dava prova alla minima infrazione alle sue leggi o ai suoi capricci. Se oggi è vera la frase "La legge non ammette ignoranza", egli la applicava alla lettera. L'imprevedibilità di Bernabò, le sue reazioni sproporzionate, gli scoppi d'ira incontrollati gli conferivano quell'aura terrorizzante e diabolica con cui è giunto fino a noi, pur se alimentata dalla damnatio memoriae cui fu sottoposto per opera del nipote Gian Galeazzo che lo aveva scalzato.

Dopo la sua morte vi fu una fioritura di novelle, la maggior parte delle quali originate in Toscana, favole e dicerie che traggono Bernabò fuori dalla Storia comunemente intesa per trasformarlo in un vero e proprio protagonista letterario. Veri o presunti che fossero i fatti narrati, danno la misura di quello che doveva essere l'uomo, che potete vedere qui sopra in un momento di particolare buonumore nell'incisione di Eugenio Silvestri (1845), tratta dal libro Ritratti dei Visconti, Signori di Milano di C. Pompeo Litta. Questa fioritura culminò nell'Ottocento con il romanzo La Ca' di Can di Carlo Tenca, contemporaneo di Manzoni, e di cui ho parlato qui.

Nelle Trecentonovelle di Franco Sacchetti, raccolta che con tutta probabilità fu ideata dal Sacchetti durante il suo incarico di priore nel 1385 a Bibbiena e redatta agli inizi del 1392, Bernabò compare come protagonista della novella IV. L'autore asserisce che il signore di Milano era tenuto più in considerazione del Papa. Sacchetti da buon toscano era guelfo e quindi aspramente antivisconteo; eppure in questa novella rende testimonianza alla potenza e al prestigio del dominus milanese. Nella vicenda narrata infatti Bernabò premia la saggezza di un umile mugnaio con la nomina ad abate, dopo che egli è riuscito a risolvere quattro quesiti dalla soluzione impossibile. L'ultimo quesito è: "Quello che la mia persona vale," La risposta del mugnaio è sia astuta sia lusinghiera: "Ventinove denari, perché nostro Signore Gesù Cristo fu venduto a trenta denari; penso che voi valete un denaro meno di lui."


Episodio della vita di Bernabò Visconti
(post 1831). Palazzo Cernezzi, Como.
Nel celebre episodio con i legati papali giunti a portargli l'ennesima scomunica del Papa,
Bernabò intima loro: "O mangiate o bevete":
 l'alternativa era mangiarsi la pergamena e i sigilli oppure essere lanciati nel fiume Lambro.

Bernabò non ebbe alcun riguardo per gli ecclesiastici, che anzi si divertì a maltrattare in modo particolarmente feroce, e in special modo coloro che predicavano bene e razzolavano male. Nelle due novelle che il fiorentino Ser Giovanni dedica a Bernabò, è un frate conventuale a fare le spese dell'intolleranza del Visconti. I conventuali chiedono a Bernabò di sovvenzionare il loro capitolo, ed egli non glielo nega, ma si prende gioco della loro condotta sessuale: "Noi provvederemo a' lor' bisogni, massimamente a quelli delle femmine, il quale e' sa che sarà maggior bisogno che voi abbiate, però che voi ne siete molto vaghi, e quelle che voi avete mo non basterebbero". Avuta la risposta, uno dei frati ha la malaugurata idea di rispondere per le rime, dandogli del cafone con una frase in latino: "Qui di terra est, di terra loquitur." Bernabò, che conosceva benissimo il latino e il diritto canonico in quanto, per ironia della sorte, avrebbe dovuto intraprendere la carriera ecclesiastica come figlio cadetto, si vendicò facendo scaldare un ferro e infilandoglielo in un orecchio. Si preoccupò inoltre che uscisse dall'altra parte affinché non udisse mai più.

Vi è un'altra vicenda, riportata dal Sacchetti, da Goro Dati e arrivata fino al Cinquecento in quanto presente anche nei Ghiribizzi del Rofia e anche oltre, che mostra la durezza di Bernabò nei confronti del clero. Un parroco si rifiuta di officiare a un funerale perché la famiglia è così povera che non ha denari per pagarlo, e quindi il signore fa seppellire vivo il parroco insieme al cadavere. L'avversità del  Visconti, in questo e molti altri esempi, sembra esercitarsi contro quel clero più istituzionalizzato e vicino al papato, e quindi più lontano dai bisogni della gente.


Affresco della chiesa di San Giovanni in Conca, chiesa palatina attigua
al palazzo di Bernabò Visconti, che mostra il supplizio di San Giovanni.

Nella IV novella dell'anonimo del codice Ginori Conti è un artigiano a scampare alle ire del signore grazie all'avvedutezza delle sue risposte. Nel racconto è sospettato di essere un ladro, o comunque un disonesto, visto che in un pubblico mercato aveva sgozzato due capponi belli e grassi, esclamando: "Chi gode un dì, non vive di stenti tutto l'anno." Bernabò lo convoca e gli domanda dove abbia preso i soldi per comprare i due capponi, e perché abbia sprecato tutto quel bendiddio, anziché conservarlo. L'uomo, dopo aver addirittura accusato il signore di essere troppo ricco e avaro, risponde che ha un metodo infallibile per amministrare i pochi denari guadagnati. L'oculatezza dimostrata dall'uomo nella spiegazione della sua tecnica colpisce molto Bernabò, che lo perdona; però gli fa promettere di non rivelare a nessuno il segreto della sua abilità, a meno che non riveda la faccia del suo signore duemila volte. Poi Bernabò fa chiamare i suoi consiglieri e amministratori e li mette alla prova, domandando di scoprire il metodo impiegato dall'artigiano. Dopo essersi spremuti invano le meningi, essi si rivolgono all'artigiano stesso, che glielo rivela in cambio di una bella somma in monete d'oro. Il signore, adirato dal fatto che abbia violato le sue disposizioni, lo fa portare a corte. L'artigiano però gli risponde che aveva visto il suo viso non duemila, ma ben tremila volte, in quanto si era fatto pagare dai consiglieri tremila monete d'oro... proprio con il profilo di Bernabò. Quest'ultimo ammira talmente tanto l'arguzia dell'artigiano, e ne è così divertito, che scoppia a ridere, lo salva e gli fa ottenere benefici e rendite a profusione.

Insomma, un signore di grande crudeltà e spietatezza, che disponeva della vita dei suoi sottoposti a suo capriccio; ma, per contro, provvisto di un suo humour macabro e che sapeva apprezzare l'ingegno di chi lo fronteggiava. Un uomo dalle molte sfaccettature  e di indubbia eccentricità.

Alla prossima!

***

Fonte;
Archivio storico Lombardo - "Un denaro in meno di Cristo". Bernabò Visconti nella novellistica toscana di Luigi Barnaba Frigoli 

Immagini:
Wikipedia e web


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mercoledì 21 giugno 2017

Il Caffè della Rivoluzione: Ritratti di famiglia in un interno / 26





Di recente mi è capitato di rivedere un ritratto di coppia che mi è sempre piaciuto molto (ne ha parlato Marco Lazzara nell'ambito della sua serie "Viaggio multimodale nelle scienze", che potete trovare qui per la chimica insieme con il ritratto stesso). Si tratta dei coniugi Antoine Lavoisier et Marie-Anne Lavoisier, dipinto da Jaques Louis David, e attualmente al Metropolitan Museum of Art. Eccolo qui sulla vostra sinistra.

Per chi non lo sapesse, Lavoisier era un chimico, biologo, filosofo ed economista francese ed è universalmente riconosciuto come il "padre della chimica". Lavoisier, essendo nobile di nascita, fu membro di vari consigli aristocratici. A causa del suo ruolo di funzionario fiscale, venne però considerato coinvolto con la monarchia deposta dalla Rivoluzione Francese, cosa che gli costò la vita: accusato di tradimento, fu condannato a morte e ghigliottinato nel 1794. La sua importanza per la scienza venne espressa dal matematico e astronomo torinese Joseph-Louis Lagrange che si dolse della decapitazione dicendo: "Alla folla è bastato un solo istante per tagliare la sua testa; ma alla Francia potrebbe non bastare un secolo per produrne una simile." Comunque, se avete delle curiosità sulle sue opere e scoperte, vi consiglio di suonare alla porta di Marco, che è senz'altro persona più qualificata della sottoscritta per soddisfarle. ;-)

In quest'ambito, vorrei invece fare alcune considerazioni su questo dipinto a olio dal punto di vista artistico. Come prima cosa, è un ritratto del 1788, quindi è un anno precedente allo scoppio della rivoluzione. Per questo motivo, oltre che per il fatto di essere ambientato in un interno domestico altolocato, vi si respira un'aria serena. La posa in cui è ritratta la coppia mi ha richiamato alla mente il secondo ritratto di cui vi parlerò in questo blog, e mi ha fatto pensare a una sorta di codifica nella ritrattistica di questo genere, un po' come nelle fotografie di inizio '900 in cui le persone si mettevano in posa appoggiate a un mobiletto o a una fioriera.

Lavoisier è seduto a un tavolo coperto da un panno rosso e ingombro di alcuni strumenti per i suoi esperimenti chimici, secondo una tradizione che deriva dal ritratto cinquecentesco in cui l'uomo era attorniato dai simboli della sua professione. Un pallone di vetro è posato ai piedi del tavolo, e viene quasi sfiorato con il piede. Lavoisier ha una penna d'oca in mano e sul tavolo vi sono alcuni fogli su cui era intento a scrivere. È vestito interamente di nero, e per contrasto spiccano i pizzi delle maniche e della camicia, e la parrucca bianca; ha le gambe inguainate da calze presumibilmente di seta e una delle sue gambe, magrissime, scosta il lembo della tovaglia e traccia una curiosa diagonale. Non sta leggendo i suoi fogli, ma sta osservando la giovane donna che gli si è avvicinata. Le rivolge uno sguardo di amore e profonda venerazione: si potrebbe ben dire che ha occhi soltanto per lei!

La moglie Marie-Anne sembra appena entrata nella stanza; gli ha posato una mano sulla spalla, mentre con l'altra si appoggia gentilmente al bordo del tavolo. A differenza del marito, è colta in piedi nella sua interezza, ed è vestita con un luminoso abito bianco da casa, probabilmente di cotone, mussola o altra stoffa leggera, e chiuso alla vita da una cintura azzurra; la scollatura è ornata di bellissimo pizzo. Il suo sguardo sereno rivolto verso lo spettatore esprime grande dolcezza. La luce arriva da sinistra, la coglie e la investe, dando alla sua figura una posizione dominante.  Nell'angolo a sinistra, c'è una sedia sopra cui è appoggiato un faldone che potrebbe contenere dei disegni. Lo sfondo grigio non incupisce la composizione, ma la rende ancora più quieta e soave. Com'è ovvio di tratta di un quadro attentamente studiato, eppure i coniugi sembrano colti in un momento spontaneo di intimità domestica. E mi viene da pensare che lui abbia voluto lasciare che, in questo ritratto, fosse la moglie a primeggiare.

La posa dei coniugi  Lavoisier mi ha fatto venire in mente un altro bel ritratto dello stesso pittore, ovvero quello dei coniugi Desmoulins del 1792, che potete ammirare sotto. Come avete capito, David era uno dei pittori più in voga del momento, e molte personalità chiedevano i suoi servigi per essere immortalate sulla tela.


La storia dei Desmoulins è una delle più appassionanti e tragiche della Rivoluzione Francese, al punto che sto scrivendo un romanzo incentrato su di loro. Camille Desmoulins era un avvocato, giornalista e uomo politico. Aveva studiato al liceo Louis-le-Grand di Parigi con  risultati brillanti. Era compagno di studi di Maximilien de Robespierre. Diventò avvocato nel 1785. Malgrado la balbuzie, sapeva fare presa sulle masse anche quando saliva alla tribuna come oratore. Il suo primo grande discorso ebbe luogo davanti alla folla riunita nei giardini del Palais-Royal, il 12 luglio 1789. Il suo discorso infiammò la folla e la portò alla presa della Bastiglia. Nel 1790 Camille aveva sposato Lucile Duplessis, dopo aver vinto le reticenze del padre della fanciulla. Robespierre fu presente alla celebrazione in qualità di testimone di nozze. Nel 1792 nacque un figlio chiamato Horace, chiamato così in onore degli Orazi della storia romana. Camille fu poi eletto alla Convenzione Nazionale.Venne arrestato insieme a Danton, Fabre, Philippeaux, Lacroix e altri amici all'alba del 31 marzo 1794. Comparve davanti al tribunale per tre giorni consecutivi. Agli imputati fu impedito di avvalersi di testimoni, e il processo si chiuse con la condanna a morte di Desmoulins e di quattordici degli altri quindici imputati. Camille fu ghigliottinato il 5 aprile 1794. Anche la moglie Lucile subì la medesima sorte il giorno 13 aprile. Il bambino, rimasto orfano, fu allevato dai nonni materni. Questa è la stringatissima biografia della coppia, doverosa pur triste che sia.

Ma ora risolleviamo gli animi e occupiamoci del ritratto del 1792, epoca in cui la Rivoluzione stava velocemente correndo verso il suo climax. Come potete vedere, la posa della moglie e del marito è pressoché simile al ritratto dei Lavoisier, con la differenza che è stato aggiunto anche il bambino, in braccio alla madre, e che pone la manina sulla testa del padre. Sembra letteralmente unire i genitori come se fosse un piccolo Cupido nudo. Anche Camille è seduto alla scrivania e tiene la mano sinistra nervosamente appoggiata sui fogli, e il gesto ben rispecchia il suo carattere; come Antoine Lavoisier, il suo sguardo si volge in direzione della moglie e, qui, anche del figlioletto. L'altra mano è appoggiata sul bracciolo di una sedia dallo schienale alto. Anche la moglie Lucile ha un abito da casa simile a quello di Marie-Anne, con la differenza che la cintura è rossa, e i capelli sono cinti da una fascia di uguale colore; e il pizzo della scollatura è meno arricciato. Lo stesso colore rosso spicca anche nei risvolti della giacca di Camille, sotto la camicia a jabot. Lucile posa la mano sinistra sopra quella del marito. Lo sfondo nero sembra inghiottire l'uomo, facendo tutt'uno con la giacca. Dal punto di vista della luce, proveniente da sinistra come nel ritratto precedente, la composizione appare più equilibrata e a ognuno viene dato il giusto rilievo, compreso il bimbo. Le espressioni sono allegre e vivaci, come di un complice terzetto di discoli.

Camille non era una bellezza classica, e la sua fisionomia doveva essere così bizzarra che non c'è un ritratto uguale all'altro. Lucile in realtà non era mora con gli occhi scuri come nel quadro, ma bionda con gli occhi azzurri, non soltanto secondo altri ritratti dell'epoca, ma secondo le testimonianze dei contemporanei. Siccome non era possibile che David fosse daltonico, mi sono a lungo scervellata sul perché vi fosse così poca rispondenza alla realtà. Alla fine mi sono data una risposta, non so quanto attendibile. All'epoca il modello dei rivoluzionari era la Roma repubblicana, complesso di virtù politiche e civiche. Può essere dunque che lei fosse stata dipinta con l'aspetto di una donna romana e con tutta probabilità questo ritratto è servito al regista polacco Wajda per il casting degli attori che impersonano i Desmoulins nel suo magnifico film Danton che ho recensito qui.

***

Mi sono fatta prendere la mano, o meglio le dita sulla tastiera, e il post è risultato lungo rispetto agli standard di questa rubrica dedicata alla Rivoluzione, ma penso che ne valesse la pena. Ci sono dei ritratti di famiglia che vi piacciono in modo particolare?

***

Fonte immagini: Wikipedia
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domenica 18 giugno 2017

"Il Pittore degli Angeli" approda su Amazon... con un abito nuovo di zecca!


Vi avevo promesso un mese di giugno ricco di novità, ed eccomi con la seconda! Sto parlando del romanzo storico

Il Pittore degli Angeli 

e della mia decisione di farlo approdare sul circuito Amazon nella doppia forma cartacea e digitale e rivestito di una nuova copertina. Premetto che il romanzo non è recente, e aggiungo che per me "vecchio" e "nuovo" in narrativa sono categorie su cui non voglio spendere troppe parole, e che concernono piuttosto il lato commerciale del mondo editoriale.

Il Pittore degli Angeli è sempre stato un autopubblicato: fu stampato dapprima presso una tipografia milanese, poi apparve su ilmiolibro.it e, in seconda battuta, su lulu. Insomma, ha avuto un itinerario un po' travagliato. Ho provato in tutti i modi a dargli pubblicità, ma inutilmente; forse non ho attivato i canali giusti o forse non mi sono data da fare abbastanza. In conclusione, è sempre stato come il figlio che non riesce ad accasarsi e che si preferisce tenere in casa piuttosto che darlo in pasto a un editore qualsiasi o, peggio, a un editore a pagamento, che non lo tratterebbe con la dovuta cura o lo tratterebbe proprio male. Tutti aspetti con cui non ho intenzione di annoiarvi (e annoiarmi) oltre in questo post, in quanto ampiamente dibattuti altrove.

Nonostante il fatto di non aver mai attirato l'attenzione di nessun "pretendente", Il Pittore degli Angeli è un romanzo che mi ha sempre dato molte soddisfazioni, sia in termini di riscontro dei lettori sia come affluenza di pubblico ogni volta che l'ho presentato. Non so se è il titolo a essere di richiamo oppure qualche altra alchimia ad agire, ma il riscontro c'è stato. Se fossi ricordata grazie a questo solo romanzo, ne sarei più che felice.

Siccome la mia creatura meritava un vestito nuovo, ho coinvolto Fabio Gialain, il grafico che ha curato le bellissime copertine del ciclo crociato La Colomba e i Leoni. Fabio ne ha prodotte ben due: una per la versione italiana, quella che vedete, e una per la versione inglese, che pubblicherò a breve e che ha una copertina completamente diversa. Nello specifico questa copertina ha mantenuto l'immagine dell'angelo annunciante sulla sinistra, dal Polittico Averoldi di Tiziano Vecellio, dato che mi sembrava opportuno avere una continuità con il passato. L'uomo sulla destra è lo stesso Tiziano Vecellio in uno dei suoi due autoritratti. In questa particolare immagine è riccamente abbigliato con un pellicciotto senza maniche e lo zuccotto di velluto in testa; ha un camiciotto ricamato, e la catena del cavalierato conferitagli dall'imperatore Carlo V. Sullo sfondo, scende una sorta di tela azzurra lacerata, o sipario strappato.


Insomma, Fabio ha fatto come sempre un ottimo lavoro... e non avete ancora visto la copertina della versione in lingua inglese! Lo ringrazio moltissimo del tempo che mi ha dedicato: è un vero amico oltre che un ottimo collega di lavoro. Se desiderate contattarlo per avvalervi dei suoi servigi professionali, potete reperirlo su LinkedIn oppure scrivermi alla mail che trovate su "Guest post e altro".

Ringrazio anche Maria Teresa Steri, blogger di Anima di Carta, che ha messo a disposizione la sua guida per pubblicare su CreateSpace e pubblicato i suoi post su come formattare e preparare un ebook su Amazon, ed è stata generosa di consigli e anche interventi sui file. Maria Teresa è una persona speciale in tutti i sensi, oltre che un'amica. Mi sembra di conoscerla da sempre, e incontrarla è stato doppiamente prezioso, in un mondo dove tutti sgomitano nella convinzione di essere la reincarnazione di Boris Pasternak e che chiedono e prendono, e non danno mai. Ricordo che anche Maria Teresa scrive, ed è autrice del bellissimo noir paranormale Bagliori nel Buio di cui potete avere maggiori dettagli sul suo blog.

Non mi resta che concludere il post con i link Amazon dove acquistare e scaricare il romanzo, per chi lo desideri:

. Versione cartacea
. Versione ebook

Qui la pagina interna al blog dove potete trovare la sinossi, il booktrailer e un breve estratto, cioè
tutte le informazioni utili per fare conoscenza con il libro.

Alla prossima con la versione inglese!

***

E voi avete mai scritto un libro che, nonostante tutte le difficoltà e le frustrazioni, continua a esservi particolarmente caro?



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mercoledì 14 giugno 2017

Il Caffè della Rivoluzione: La mia Spoon River rivoluzionaria / 25





L'argomento di questo post sarebbe stato perfetto per il 2 novembre, e non per questi giorni di canicola estiva, ma tant'è... anch'io spesso recito a soggetto. Infatti, quando pensiamo ai maggiori protagonisti della Rivoluzione Francese, non ci sfiora nemmeno il dubbio dell'età in cui morirono: siamo convinti che dovessero avere come minimo cinquant'anni. Questo accade in modo particolare per alcuni di loro, come Robespierre che appare il più rigido e "antiquato", o come il massiccio e corrotto Danton, rovinato da un'esistenza di piaceri terreni. La presenza di alcune malattie devastanti, come il vaiolo che sfigurava i lineamenti, contribuiva a togliere al volto la freschezza tipica dell'età giovanile e a invecchiare, almeno in apparenza.

Calcolatrice alla mano, si scopre invece che quasi tutti morirono giovani. Giovani persino per l'epoca. Robespierre aveva trentasei anni, e dunque era un uomo nella sua piena maturità; Danton era minore di un anno. Camille Desmoulins aveva trentaquattro anni, e in una delle lettere alla moglie, scritte dalla prigione del Luxembourg, lamenta proprio il terribile destino di "morire giovane". Lucile Desmoulins, la moglie, che lo seguì al patibolo dopo una decina di giorni, ne aveva ventiquattro. Antoine de Saint-Just salì alla ghigliottina senza aver compiuto ventisette anni.

I loro corpi finirono nelle fosse comuni dei grandi cimiteri di Parigi, già strapieni, e quindi molto spesso non esistono tombe con cui ricordarli. Ho dunque pensato di prendere spunto dall'Antologia di Spoon River, una raccolta a metà tra la poesia e la prosa dello scrittore americano Edgar Lee Masters per comporre la mia personale Spoon River rivoluzionaria. In ogni poesia di Lee Masters, infatti, si racconta un'esistenza sotto forma di epitaffio. È lo stesso defunto a parlare di sé in maniera sincera, sintetizzando la sua vita e molto spesso rivelando una terribile verità nascosta.

A differenza di Masters, io non ho scritto un'epigrafe, ma appongo alcune frasi scritte di loro pugno o dichiarazioni certe, confermate da più testimonianze di contemporanei, quindi senza tema che siano state loro attribuite a posteriori per motivi politici o ideologici. Anche se estrarre una frase dal suo contesto è pur sempre una forzatura, trovo che in  qualche modo rispecchino la loro esistenza, il loro carattere, le loro speranze e le loro ambizioni. Come vedrete, i personaggi che ho scelto sono tutti giovani tranne l'ultimo.

Entriamo dunque in questo mio cimitero virtuale, con rispetto e anche un po' di timore e circospezione. La prima persona che incontriamo è celeberrima e non ha bisogno di molte presentazioni. A voi scoprire gli altri.


Maximilien Robespierre (1758-1794)

Pretenderebbero forse di farmi scendere
nella tomba con ignominia?
Non avrei lasciato sulla terra 
che la memoria di un tiranno?

(dal discorso dell'8 termidoro 1794,
vigilia del suo arresto e della sua esecuzione)




Louis Antoine de Saint-Just (1767-1794)

Eppure, malgrado tutto, resto sempre me stesso:
avulso dal tenebroso destino.
Ero un dio e sempre lo sarò. Per l'eternità.

(da Organt, poema del 1789, 
riferendosi a Lucifero caduto)



Camille Desmoulins (1760-1794)

Avevo sognato una Repubblica adorata da tutti.
Non potevo credere che gli uomini 

fossero così ingiusti e feroci.

(da una lettera alla moglie, scritta il 2 germinale
dalla prigione del Luxembourg)





Lucile Desmoulins (1770-1794)

Essere degli esseri, essere indefinito e indefinibile!
Tu che tutta la terra adora. 

Tu mia sola consolazione.

(dalla "Preghiera a Dio", scritta sui suoi diari il  6 giugno 1789
all'età di diciannove anni)



Georges-Jacques Danton (1759-1794)

Un uomo che difende la propria vita
se ne infischia di un campanello e urla.

(rivolto a Herman, presidente del Tribunale rivoluzionario,
che lo richiamava all'ordine chiedendo
"Non senti il campanello?" il giorno 14 germinale 1704)



Jean-Paul Marat (1743-1793)

Quale mezzo ci resta ormai 
per far finire i mali che ci opprimono?
Ripeto non esservene alcun altro 
che le esecuzioni popolari.

(da una dichiarazione dell'8 luglio 1791)




Olympe de Gouges (1748-1793)

Uomo, sei tu capace di essere giusto? 
Chi ti pone questa domanda è una donna: 
questo diritto, almeno, non glielo toglierai. Dimmi. 
Chi ti ha dato il potere sovrano di opprimere il mio sesso?

(dalla Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, 1791)




Emmanuel Joseph Sieyès (1748-1836)


Ho vissuto.

(citato in Mignet, Notices historiques, I, 81)


***

Non tutti gli epitaffi sono drammatici o tristi, beninteso. Esistono epitaffi ironici come quello di Walter Chiari, "Amici, non piangete, è soltanto sonno arretrato”, o alcuni sulle tombe degli antichi Romani sulla via Appia, modernissime per senso dell'umorismo. 

Conoscete altri epitaffi celebri? Toccando ferro, avete mai pensato di scrivere il vostro?

***

Fonti immagini:

  • Maximilien Robespierre - collezioni presso lo Château de Versailles
  • Louis de Saint-Just di Pierre Paul Prud'hon
  • Camille Desmoulins realizzato da Jean-Sébastien Rouillard
  • Lucile Desmoulins di Louis-Léopold Boilly
  • Georges Jacques Danton realizzato da Constance-Marie Charpentier, Museo Carnavalet, 1792.
  • Jean-Paul Marat di Joseph Boze
  • Olympe de Gouges di Alexandre Kucharsky
  • Emmanuel Joseph Sieyès di Jacques-Louis David

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sabato 10 giugno 2017

La famiglia Visconti, ovvero i parenti-serpenti 5.


Il giorno del debutto del mio spettacolo teatrale si sta avvicinando, gente! E quindi vi intratterrò ancora per un po' con questa serie di post sulla figura di Bernabò Visconti che è il protagonista assoluto de


Il Diavolo nella Torre

la cui "prima" avverrà a Trezzo sull'Adda il giorno 8 luglio. In quanto a messere, si sta già lisciando le penne per l'occasione... Abbiate pazienza, e vedrete che non rimarrete delusi da ciò che vi racconterò.

Forse nessuna famiglia come quella dei Visconti, infatti, ebbe una fama così luciferina nella storia nostrana. I Borgia passarono ai posteri come corrotti, avidi e dissoluti, ma i Visconti emanarono fin dall'inizio un'aura senza dubbio sulfurea, vuoi per lo stemma col serpente vuoi per alcuni membri particolarmente letali. In questo caso, niente è più vero del motto "parenti-serpenti" in quanto molti Visconti si azzannarono tra loro, facendosi fuori a mezzo veleno o con il delitto su commissione, o provocando morti quantomeno sospette. I Visconti erano i peggiori nemici del Papa, da cui venivano scomunicati un giorno sì e l'altro pure, con l'accusa di essere degli eretici; e Bernabò aveva collezionato una lunga serie di scomuniche.

Il nostro Bernabò Visconti, di cui abbiamo diffusamente parlato nei post precedenti di questa serie a lui dedicata, non era secondo a nessuno, tanto da essere soprannominato il Diavolo. Nell'affresco che potete vedere sotto, sono riuniti i tre fratelli Visconti; nell'ordine partendo da destra, c'è il nostro Bernabò, Galeazzo e Matteo e, ultimo a sinistra, lo zio, l'astuto arcivescovo Giovanni. Nell'articolo ci occuperemo proprio dei fratelli, Matteo e Galeazzo, e poi del nipote Gian Galeazzo che ne determinò la rovina.


Non è facile districarsi nella genealogia della famiglia Visconti, che a un certo punto letteralmente si disseccò per mancanza di eredi maschi: Bianca Maria Visconti, figlia illegittima di Filippo Maria, sposò infatti il capitano di ventura del padre, ovvero un certo Francesco Sforza. A questo scopo ho preparato un albero genealogico con alcuni dei più importanti familiari. Dato che nello scorso post mi sono occupata delle donne di Bernabò (qui il link), mi sembra giusto dedicarmi ora ai parenti maschi con cui ebbe maggiori rapporti o che gli causarono più problemi; ma indirettamente parleremo anche delle donne. Il nostro Bernabò si trova in basso a destra, ed è evidenziato in neretto. Eccolo:
Partiamo quindi con i due fratelli Matteo e Galeazzo, e con l'anno 1349. Tutti i giovani Visconti rientrano infatti a Milano dall'esilio alla morte dello zio Luchino, richiamati dall'altro zio, l'arcivescovo Giovanni. Hanno trent'anni e le vicissitudini già sperimentate ne hanno indurito il carattere.

Matteo II Visconti

Sul dissoluto Matteo II c'è ben poco da dire, se non ricordare che al suo rientro viene fatto sposare con Bianca di Savoia, figlia del conte Aimone di Savoia, e che nella spartizione dei territori con i fratelli a lui spettano i domini subpadani (con accesso da Lodi): Lodi, Piacenza, Bobbio, Parma e Bologna. Assunti i pieni poteri, i tre fratelli prendono possesso di dimore adatte al loro rango, e Matteo va ad abitare in contrada San Clemente, in quella che è stata la lussuosa residenza privata di Giovanni Visconti: un palazzo prospiciente l'Arcivescovado, cui è collegato con un ponte a cavallo dalla strada.

Dopo nemmeno un anno di dominio congiunto da parte dei tre fratelli, il 29 settembre 1355, presso il castello di Saronno, al ritorno da una battuta di caccia presso Monza, dopo una cena Matteo lamenta forti dolori addominali e muore. Sulle circostanze di questa morte prematura circolano versioni differenti. Il cronista Pietro Azario attribuisce il decesso agli stravizi: "Solo dal vizio della lussuria era infangato." Anche un altro contemporaneo, il Corio, attribuisce la sua fine alla vita dissoluta, dicendo che teneva più di una donna nel proprio letto, la qual cosa avrebbe finito per consumare il suo vigore giovanile. Per amor di completezza Corio aggiunge un'altra versione, addirittura con maledizione materna incorporata: Valentina Doria, la madre, avrebbe maledetto Bernabò e Galeazzo, colpevoli di aver avvelenato il lombo di maiale di cui Matteo era ghiotto. Esiste un'altra versione dello storico Villani, che conferma il fratricidio dopo una losca vicenda ancora una volta improntata alla lussuria. La versione più accreditata parrebbe quindi quella dell'avvelenamento.
Requiescat in pace. +

Galeazzo II Visconti 

Galeazzo è molto diverso dal fratello Bernabò, sia nell'aspetto fisico che nel carattere, almeno in apparenza. Mentre Bernabò è scuro come la pece, esuberante e chiassoso, Galeazzo è attraentechiaro di capelli e d'occhi, e ha un temperamento introverso raffinato; è inoltre molto interessato alla cultura. Ma non è né un ozioso né un debole e nasconde in sé una vena di sadismo pronta a manifestarsi alla prima occasione.

Prima di essere condannato all'esilio dallo zio Luchino nel 1346, Galeazzo non solo è sospettato di aver preso parte alla congiura per eliminarlo, ma di essere anche l'amante della moglie di Luchino, la genovese Isabella Fieschi soprannominata Fosca, non si sa se per il colore dei capelli e degli occhi oppure per il temperamento ombroso. Nel 1331 la giovane ha sposato Luchino, di molti anni più vecchio di lei. A Milano Isabella si annoia, e trova molto diletto nella compagnia dei nipoti del marito, oltretutto suoi coetanei (per l'appunto Matteo, Bernabò e Galeazzo)... specialmente in quella di Galeazzo. Isabella partorisce poi due gemelli: Luca, poi noto come Luchino Novello Visconti, e Giovanni. Parte alla volta di Venezia per un adempiere a un voto fatto a San Marco, nel caso le fosse nato un figlio, a bordo di una sontuosa imbarcazione. Su di essa di celebrano feste e festini, si suona e si danza e, così navigando e folleggiando, si giunge a Mantova e poi a Venezia. Allarmato dai resoconti della vita allegra condotta dalla moglie, Luchino la richiama a corte e Isabella ripercorre a malincuore il viaggio di ritorno. Egli sta facendo buon viso a cattivo gioco, ma sospetta che i due bambini siano figli di Galeazzo. Pare che, in seguito, sia addirittura Isabella la mandante dell'avvelenamento decisivo del marito. Al rimpatrio di Galeazzo dall'esilio, comunque, viene bandita insieme con i due bambini in un lontano castello ligure per chiudere una volta per tutte la questione.

Riprendiamo la successione cronologica delle vicende, dopo questa breve digressione su Isabella Fieschi. Alla morte di Matteo II, senza eredi, Galeazzo e Bernabò si spartiscono i suoi domini, spianando la strada per il grande "Stato Visconteo" che sarebbe stato definitivamente plasmato da Gian Galeazzo. I due fratelli danno prova di poter convivere a lungo e senza pestarsi troppo i piedi, tranne qualche momento di dissidio, e di accorrere l'uno in aiuto dell'altro in occasione delle numerose guerre causate da leghe antiviscontee. L'aver vissuto così tanto insieme durante l'esilio da Milano ha senza dubbio fatto sì che i fratelli conoscano a menadito pregi e difetti reciproci.  La sposa di Galeazzo è la dolce e caritatevole Bianca di Savoia, che con il marito condivide il gusto per una vita ritirata, lontana dalle manifestazioni più estreme della mondanità. Anche l'assegnazione dei domini di Galeazzo è significativa, dato che si tratta delle terre occidentali, vicine al dominio sabaudo da cui viene la moglie: Pavia, Como, Novara, Vercelli, Asti, Alba, Tortona, Alessandria e Vigevano.

Dal suo castello di Pavia, vero centro politico del dominio visconteo che Bernabò va allargando con i suoi continui conflitti, Galeazzo ordisce una complessa trama di alleanze diplomatiche per garantire stabilità allo Stato. Chiama a Pavia Francesco Petrarca come precettore per suo figlio Gian Galeazzo e come diplomatico. Abbellisce Milano ed il Milanese di molti edifici, avvia la costruzione della rocca di Porta Giovia che divenne in seguito il Castello Sforzesco, mentre il suo castello di Pavia diviene un cantiere aperto di artisti provenienti dall'Europa francofona che diffondono in Italia gli ultimi sviluppi dell'arte tardo gotica. Fonda anche l'Università di Pavia.

Galeazzo è però anche tristemente noto per il suo sadismo, e ad esempio per aver inventato la Quaresima, una pratica sadica che prevede l'alternanza, per i condannati al supplizio della ruota, di un giorno di atroci torture ad un giorno di riposo. I condannati muoiono spesso prima di poter essere suppliziati con la ruota. Galeazzo muore a Pavia nel 1378, ormai contorto nelle membra a causa di un'artrite deformante... e non c'è modo migliore per esprimere quello che doveva essere quest'uomo nel suo intimo: molto più significativo di qualsiasi ritratto di Dorian Gray.

Gian Galeazzo Visconti 

L'ultimo dei nostri personaggi è quello che si potrebbe definire come il più subdolo dei Visconti, ovvero Gian Galeazzo (Pavia, 16 ottobre 1351-Melegnano, 3 settembre 1402), l figlio ed erede di Galeazzo II. Viene detto Conte di Virtù dal nome di Vertus in Champagne, titolo portato in dote dalla prima moglie Isabella di Valois. Dopo la morte del padre, egli gli subentra nel governo dei territori.

Fin da giovane Gian Galeazzo dà prova di un carattere fintamente mite, quasi contemplativo, e amante delle arti. Appassionato della caccia col falco, e giudicato un imbecille dallo zio Bernabò, viene deriso da quest'ultimo per la sua scarsa discendenza, poiché dalla moglie francese egli ha avuto soltanto il piccolo Azzone e Valentina. Ma il fuoco cova sotto la cenere, ed egli aspetta soltanto l'occasione opportuna per liberarsi dell'ingombrante e troppo virile zio, che ha invece una moglie feconda e uno stuolo di amanti da cui ha avuto una trentina di figli, opportunamente accasati, e a cui la sorte sembra sorridere.

Gian Galeazzo è un uomo che sa scegliersi i consiglieri e i capitani degli eserciti, e ha già nominato, nel 1378, proprio capitano generale, quel Jacopo Dal Verme che gli sarà fedele per i successivi trent'anni. Nel 1380 asseconda lo zio Bernabò nella lotta contro i veneziani, e nello stesso anno viene nominato vicario imperiale. Finge dapprima grande amore allo zio e, rimasto vedovo, ne sposa la figlia, sua cugina Caterina. Caterina e Gian Galeazzo si sposano dunque il 15 novembre 1380 presso la chiesa di San Giovanni in Conca.  Il piccolo Azzone muore lo stesso giorno delle nozze, e a quanto pare lo zio non gli fa nemmeno le condoglianze. 

Ma Gian Galeazzo s'è legato tutto al dito e comincia a scavargli il terreno sotto i piedi. Dopo aver orchestrato una congiura insieme con i suoi consiglieri in modo da prevenire possibili reazioni dalle corti europee, in cui Bernabò aveva sistemato molti figli e figlie con opportuni matrimoni, Gian Galeazzo passa da Milano fingendo di recarsi a un pio pellegrinaggio al Sacro Monte di Varese. Aspetta lo zio alla pusterla di Sant'Ambrogio con una scorta di armigeri e là lo fa catturare e arrestare, insieme con due dei suoi figli maschi, nel 1387. Acquisisce la benevolenza dei soldati e del popolo permettendo il saccheggio del palazzo e dei tesori di Bernabò, che finisce con l'essere imprigionato nel castello di Trezzo sull'Adda dove muore. Poco prima di morire, la leggenda narra che fosse riuscito a incidere sul muro la frase: "Tal a mi qual a ti"... il cui significato è self-explanatory come direbbero gli anglosassoni.

Pochi sembrano ricordare questo dettaglio, ma a me ha sempre colpito che Gian Galeazzo non fosse soltanto il nipote di Bernabò, ma anche il genero, avendone sposato la figlia Caterina. Quest'ultima era stata promessa dapprima in sposa al re d'Inghilterra, ma le nozze erano andate a monte. Dei sentimenti della povera Caterina, vittima come tutte le donne di alto lignaggio che vengono scambiate come se fossero della merce, si sa poco a nulla. Dopo premesse tanto eccellenti per la sua vita matrimoniale, si ritrova sposata al mandante dell'assassinio di suo padre, in quanto pare che il veleno propinato nel piatto di fagioli di Bernabò, al castello di Trezzo, fosse dovuto alla mano amorevole del nipote e genero.

Il sangue del Diavolo continua tuttavia a scorrere nelle vene dei figli di Gian Galeazzo e Caterina, producendo esponenti degni di cotanta stirpe, come dimostra il duchino Giovanni Maria. Era noto per le sue efferatezze e viene assassinato davanti alla chiesa di S. Gottardo in Corte da un gruppo di congiurati, come raffigurato in questo olio su tela di Ludovico Pogliaghi in un'interpretazione dal sapore romantico tipicamente ottocentesca.



***

Fonte:
Bernabò Visconti di Daniela Pizzagalli - Rusconi

Immagini:
  • Stemma visconteo. Wikipedia.
  • Affresco rappresentante i tre fratelli Visconti. Nell'ordine: Bernabò, Galeazzo e Matteo. Ultimo a sinistra, lo zio, l'arcivescovo Giovanni.
  • Incisione di Matteo II, opera di Eugenio Silvestri (1843?), tratta dal libro "Ritratti dei Visconti, Signori di Milano" di C. Pompeo Litta.
  • Galeazzo II Visconti di Cristofano dell'Altissimo.
  •  Danza di fronte al genio Amore (1420-30); miniatura tratta da Roman de la Rose, Vienna.
  • Gian Galeazzo Visconti, ritratto del 15° secolo attribuito ad Ambrogio de' Predis.
  • Caterina Visconti con il marito Gian Galeazzo Visconti accanto a un cespuglio di rose.
  • La morte di Giovanni Maria Visconti nel 1412 di Ludovico Pogliaghi (1886).
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mercoledì 7 giugno 2017

Il Caffè della Rivoluzione: La satira è sempre lecita? / 24




Un paio d'anni fa Charlie Hebdo, un settimanale satirico francese dallo spirito caustico e irriverente, fu portato alla ribalta per l'eccidio di matrice terroristica di cui fu vittima. Il 7 gennaio 2015, attorno alle ore 11.30, un commando di due uomini armati con kalashnikov fece irruzione nei locali della sede del giornale, durante la riunione settimanale di redazione, sparando. Furono uccise dodici persone, tra le quali il direttore Stéphane Charbonnier detto Charb, diversi collaboratori storici del periodico e due poliziotti; altre quattro persone della redazione rimasero ferite. Pochi istanti prima dell'attacco, il settimanale satirico aveva pubblicato sul proprio profilo Twitter una vignetta su al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico. Dopo l'attentato il commando, che durante l'azione gridò frasi inneggianti ad Allah e alla punizione del periodico Charlie Hebdo, fuggì, uccidendo per strada un altro poliziotto. Le pubblicazioni ripresero regolarmente solo il 25 febbraio 2015, con Riss come direttore responsabile.

Dopo l'ondata di iniziale simpatia e solidarietà con il settimanale, Charlie Hebdo perse rapidamente il favore dell'opinione pubblica continuando imperterrito con la linea che aveva sempre portato avanti, ovvero quella di non far sconti a nessuno. Uno degli esempi che ci indignò maggiormente fu la vignetta pubblicata il 2 settembre 2016, in seguito al terremoto di Amatrice in Italia, che causò 298 morti, dove le vittime del terremoto vengono raffigurate come fossero dei piatti di pasta, sotto il titolo Séisme à l'italienne. La domanda che tutti noi ci siamo posti in questi frangenti è se ci sia un limite alla satira, e dove possa collocarsi questo limite.

La Francia ha una lunga tradizione alle spalle nella pubblicazione di vignette satiriche. Durante la
Rivoluzione Francese la derisione e il dissenso si espressero soprattutto nei cosiddetti "libelli" ovvero pubblicazioni il cui autore era anonimo, dal contenuto diffamatorio e violento, e che circolavano tra il popolo in forma clandestina. Erano presi di mira soprattutto i personaggi più odiati: i ministri del re, gli esattori delle tasse, i membri della corte, i rappresentanti dell'alto clero che sfruttavano e affamavano il popolo o la cui condotta dispendiosa era un insulto ai miserabili. Nell'immagine qui sopra, potete vedere il Terzo Stato, raffigurato come un vecchio che si appoggia a un bastone, curvo sotto il peso di un rappresentante particolarmente grasso dell'Alto Clero e di un membro della nobiltà. Per terra vi sono delle quaglie e delle lepri, la cui caccia era vietata ai contadini.


Molto spesso però l'umorismo di scritti e immagini
non era raffinato, e a farne le spese era soprattutto la regina Maria Antonietta, raffigurata in stampe pornografiche mentre amoreggia con il suo favorito Hans Axel von Fersen, o con il marchese di Lafayette, che peraltro detestava, o impegnata in amori saffici con la sua amica duchessa di Polignac, come in quella che potete vedere qui sopra. Tra il 20 e il 21 giugno 1791 vi fu la fuga della famiglia reale, che venne riconosciuta a Varennes e riportata a Parigi; episodio che diede il colpo di grazia alla sua già traballante popolarità. In una stampa  i reali furono rappresentati come dei maiali che vengono ricondotti nel porcile; la coppia reale veniva anche trasformata in una mostruosa bestia bicefala.

Nemmeno il regime del Terrore fermò la stampa satirica, che anzi prese come bersaglio privilegiato Maximilien Robespierre. Potete vederlo nella stampa a colori mentre è intento a cucinare munito di lente d'ingrandimento, per togliere dal brodo tutti gli elementi sospetti ovvero controrivoluzionari. A furia di fare piazza pulita degli oppositori, alla fine Robespierre si ritroverà da solo e potrà ghigliottinare soltanto il boia Sanson (vedi la stampa in bianco e nero a destra).

A quei tempi però la satira non imperversava solo in Francia, ma anche nella nazione arcinemica per eccellenza: l'Inghilterra. Dopo aver accolto con favore l'inizio della Rivoluzione Francese, infatti, persino gli intellettuali inglesi più illuminati si resero conto che la stessa si stava rapidamente trasformando in un bagno di sangue. E la stampa inglese iniziò a prendere di mira i sanculotti e i patrioti con vignette feroci; quella che vi presento qui accanto è un esempio davvero blando. Nella scena sulla sinistra viene rappresentata la "libertà" francese, ovvero un sanculotto magro e orrido che si nutre di erbe rinsecchite, mentre sulla destra si può osservare la "schiavitù" inglese nella persona di un uomo corpulento, addirittura obeso, dalle guance  e dalle labbra rosse, che si taglia una bella fetta di carne ben cucinata. Francamente non so chi dei due sia più repellente, ma è certo che in un'epoca dove si saltavano i pasti un giorno sì e l'altro pure, un messaggio del genere arrivava in pieno a pance e coscienze.

Il crescendo fu esponenziale e la controrivoluzione si scatenò con vignette che nulla hanno a che invidiare allo stile di Charlie Hebdo, come questa disegnata da James Gillray, Un Petit Souper à la Parisienne (1792), con una scena degna di un racconto dell'orrore dove una famiglia di patrioti cannibali, denutrita e seminuda, sta cucinando e mangiando se stessa in un tugurio.

Dopo Termidoro, ovvero la caduta di Robespierre, e dall'avvento del Direttorio e di Napoleone, sarebbero stati questi ultimi a diventare oggetto della satira più scatenata. Ma questa è un'altra faccenda, che va oltre il periodo storico cui è dedicata questa rubrica.

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Che cosa vi offende di più nella satira, se c'è? Secondo voi ci dovrebbero essere dei limiti alla dissacrazione e in che cosa consistono?



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sabato 3 giugno 2017

Lo splendido video di Rossella Sicilia per "Le Strade dei Pellegrini"


In attesa della pubblicazione del mio ultimo romanzo Libro II - Le strade dei pellegrini, mi ero messa all'opera per la realizzazione del relativo booktrailer, seguendo la mia solita modalità di lavoro che vi ho illustrato nel seguente post "Booktrailer, che passione!" Ho dunque cercato la musica adatta, sudando sette camicie per trovarla, pensato al testo e radunato le immagini; e ho preparato il mio prodotto di cui ero piuttosto soddisfatta.

Poi ci ho riflettuto e mi sono detta che, stavolta, mi sarebbe piaciuto che per questo romanzo vi fossero finalmente degli spezzoni video ovvero immagini in movimento. In altre parole, un booktrailer più professionale di quanto avrei potuto fare io. Avevo già provato a guardare su alcuni depositi video free consigliati dagli amici blogger, ma, vuoi l'argomento del romanzo per cui è difficile trovare materiale adatto, vuoi per l'incapacità e la mancanza di tempo della sottoscritta,  vuoi per il fatto di non sapere come muovermi, non avevo cavato il classico ragno dal buco (oggi sono in vena di proverbi).

Mi è venuto in mente però il meraviglioso booktrailer realizzato per la mia amica Stella Stollo, inerente il suo romanzo storico I delitti della primavera, ambientato nella Firenze del Botticelli. Perché non chiedere a Stella un contatto con chi l'aveva realizzato? Detto fatto, ho chiesto a Stella se poteva presentarmi Rossella Sicilia per poi prendere accordi direttamente.

Ho quindi contattato Rossella e ci siamo accordate per la cifra e la tempistica. In mancanza dell'ebook, ho voluto inviarle una copia cartacea del mio romanzo affinché potesse leggerlo e immergersi nell'opera. Le ho detto di impiegare tutto il tempo necessario in quanto il romanzo è massiccio e, anche se è di genere avventuroso, non è acqua fresca. E, visto che sono in vena di proverbi, aggiungo che "Presto e bene non stanno insieme", e ne sono talmente convinta che lo adotterei come motto per uno stemma, se ne avessi uno.

Al termine della sua lettura, Rossella ha preparato il booktrailer di cui mi ha proposto due versioni, una con la mia musica e una con altra musica scelta da lei. Alla fine ho optato per il video con la mia musica, che è... beh, non vi svelo l'arcano, perlomeno non subito, ma è ad hoc e ho voluto mantenerla.

Lavorare con Rossella mi ha permesso di incontrare un'altra bella persona che abita questo vasto mondo e stringere un legame più prezioso di quello che avrei potuto avere con un anonimo studio professionale. Il romanzo Le strade dei pellegrini l'ha coinvolta al punto da rimanere incollata dalla prima all'ultima pagina e con acuta sensibilità ha saputo cogliere gli aspetti principali e più profondi del libro: ha completamente riscritto il testo del mio booktrailer e ha trovato spezzoni di filmati collegandoli in maniera armoniosa e che hanno dato valore all'insieme. Il vero tocco da maestro è stato l'aggiunta di un elemento che fa capire alla perfezione il concetto del tempo che eternamente gira.

Se vi interessa visionare altri esempi dei suoi lavori, potete visitare il suo canale Youtube al seguente link. Rossella ha anche un blog, dall'evocativo titolo di "Books serendipity" che potete trovare qui.

Per il momento, eccovi il booktrailer de Le strade dei pellegrini: buona visione e buon viaggio a tutti!





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Fonti immagini:

  • "Effetti del Buon Governo in campagna" (dettaglio) di Ambrogio Lorenzetti (1338-1339), Sala della Pace, Palazzo Pubblico, Siena 
  • "San Benedetto e monaci" di G.A.Bazzi detto Il Sodoma (1505 ca.)

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mercoledì 31 maggio 2017

I miei anni ’80, ovvero un’anima divisa in due





Contavo di passare inosservata nella serie di post riguardanti gli anni Ottanta, meme ideato da Miki Moz e ripreso da numerosi blogger tra cui Io, la letteratura e Chaplin nella persona di Luz che mi ha gentilmente nominato per prima e che ringrazio. Poco dopo sono stata impallinata come un tordo da Glò e poi PiGreco de La nostra libreria e quindi non potevo proprio esimermi. Mentre lo stavo preparando, spremendomi le meningi, mi è giunta anche la nomination di Clementina de L'angolo di Clé che ho considerato un segno del destino. Mi sono rimessa all'opera, maledicendo la mia memoria che non è più quella di una volta, tanto è vero che ho sempre avuto problemi con le date. Inoltre quel decennio non è stato particolarmente esaltante, per cui la mia testimonianza sarà un po' fuori dal coro. Spero che vogliate perdonarmi per questo.

Sono nata nel 1963 e all’inizio degli anni ’80 avevo diciassette anni. In questa decade di mia assoluta stagnazione esistenziale sono avvenuti pochi eventi degni di nota. Ma andrò con ordine e riserverò questo aspetto nell’apposita sezione "Life". Alcune categorie come il cibo non le affronterò in quanto le marche che ricordo con affetto appartengono più alla mia infanzia e quindi agli anni Settanta. Musica e cinema invece furono straordinari, e con questi due argomenti incomincio volentieri.

Musica

Premesso che non mi sono mai piaciuti i cantanti troppo sdolcinati, il 1980 conserva qualcosa della melodica degli anni Settanta, e negli abiti e pettinature dei cantanti, e tra le mie favorite ci sono le canzoni Video Killed the Radio Star di The Buggles, My Sharona di The Knack, probabilmente gli unici singoli per cui questi gruppi passeranno alla storia; e Luna del pierrot Gianni Togni.

Ho sempre amato la musica di Franco Battiato che secondo me è un mix inarrivabile di suoni, testo e riferimenti alla cultura anche orientale. La voce del padrone è giustappunto del 1981 e acquistai il 33 giri che consumai a furia di sentirlo e risentirlo, al punto che la puntina cominciò a "saltare" sul vinile. Seguirono L'arca di Noè nel 1982 – in questa Voglio vederti danzare è di una sensualità inarrivabile - e Orizzonti perduti del 1983. E poi, naturalmente, i Matia Bazar che hanno cominciato nel 1980 con Il tempo del sole e hanno pubblicato album indimenticabili, almeno per me, durante tutto il decennio. Riccardo Cocciante lo amavo in toto! Tra gli stranieri, ascoltavo tutta la produzione dei Police e tutta quanta quella degli U2, e molto spesso Bryan Ferry; poi mi sono innamorata degli album Eye in the Sky e The Turn of a Friendly Card degli Alan Parsons Project.

La canzone di Battiato citata mi fa venire in mente Let’s dance di David Bowie per cui ebbi una folgorazione della tarda adolescenza al punto da appendere un poster nella mia stanza. Non mi piaceva soltanto la musica, ma il suo personaggio carismatico e bisessuale e di un’eleganza innata, al punto da leggere avidamente notizie della sua vita privata e da imbastire una sorta di racconto che sicuramente ho buttato via. Tra le canzoni singole rammento In the air tonight di Phil Collins e la stupenda The power of love dei Frankie goes to Hollywood. Indimenticabile la voce roca di Kim Carnes in Bette Davis Eyes e nel duetto con Barbra Streisand Make no mistake, he’s mine, dove due donne si contendono ferocemente uno stesso uomo. E Juliet di Robin Gibb ovvero uno dei fratelli Bee Gees. Non posso dimenticare la struggente The Captain of her heart dei Double, no davvero, in quanto all’epoca ero pure in crisi per la mancanza di un fidanzato stabile!

Mi torna alla memoria anche l'esplosiva The Final Countdown degli Europe con i biondoni dalle lunghe chiome inanellate che balzavano qua e là sul palco, e si capiva lontano un miglio che erano i discendenti degli antichi vichinghi. Der Kommissar del compianto Falco non può mancare nell’elenco, come la misteriosa 5 o’clock in the morning con il videoclip dove si addensava la nebbia (finta). Bella e martellante era la canzone di The Eye of the Tiger che era anche la colonna sonora di uno dei film Rocky, mi pare il secondo. Ce ne sarebbero tante altre, ma mi fermo qui.

Aggiungo una menzione ad honorem per la musica classica: tutta, tanta e sempre.


Cinema e TV

All’epoca andare al cinema costava poco e quindi vi andavo molto spesso con le mie amiche; potrei quindi scrivere post sull’argomento fino alla nausea. Mi limito a citare una decina di film per problemi di spazio e di pazienza dei lettori, citando anche la scena che è rimasta scolpita nella mia memoria. Anche in questo campo, non mi sono mai piaciuti molto i film romantici, con un’unica eccezione. Comincio con un film che è rimasto stabilmente in vetta alla classifica dei miei preferiti, e di cui potrei nutrirmi anche ora se tutti gli altri scomparissero in virtù di qualche magia, ovvero:

1. Blade runner (1982) di Ridley Scott. Come scena memorabile d’istinto avrei detto la classica scena finale con la morte di Roy Batty dopo lo scontro con Rick Deckard (“Ho visto cose che voi umani…”), ma preferisco citare l’incontro della “creatura” con il “creatore”, ovvero lo stesso Roy Batty che esige dal suo fattore "più vita!" in un grido disperato che, forse, è lo stesso di ciascuno di noi di fronte a quel fenomeno incomprensibile che è la velocità con cui passa l'esistenza.

2. Ran (1985) di Akira Kurosawa, basato sulla tragedia shakespeariana Re Lear. Il vecchio signore feudale Hidetora Ichimonji ha deciso di dividere il suo feudo tra i tre figli Taro, Jiro e Saburo, e da questa decisione si innesca una storia sanguinosa per la conquista del “trono di spade” tra vendette, assassinii e tradimenti. Di questa ricordo con particolare vividezza la grandiosa scena della battaglia, con gli eserciti contraddistinti da bandierine di colori differenti infilate nell’armatura.

3. Fanny e Alexander (1982) di Ingmar Bergman, che è anche un film tv. Nel 1907, si narrano le vicende delll'agiata famiglia borghese degli Ekdahl. La realtà è osservata con gli occhi innocenti dei due bambini Fanny e Alexander, figli del direttore del teatro locale Oscar. La loro vita cambia bruscamente quando la madre diventa vedova e finirà per sposare il rigidissimo e austero pastore protestante Vergérus. Si tratta della classica storia familiare tra educazione repressiva e momenti in cui il meraviglioso e il magico dell’infanzia hanno il sopravvento. Anche qui, la fine, con il fantasma del defunto Vergérus che dirà al figliastro Alexander: "Non ti libererai di me."

4. Gli intoccabili (1987) di Brian De Palma, ovvero la storia della lotta senza quartiere dell'integerrimo Eliot Ness contro Al Capone. Citerei la scena alla stazione ferroviaria, la carrozzina sobbalzante che scende le scale con neonato a bordo, il volto pulito, quasi angelico di Kevin Costner che si volta da una parte all’altra, sgomento, per capire dove accorrere, il contabile di Capone che si allontana, e tutto è preciso come una bomba a orologeria che sta per esplodere. Anche la scena, però, del confronto tra Al Capone-De Niro ed Eliot Ness-Kevin Costner, e il primo che urla: “Sei un buffone! Non sei niente! Sei solo chiacchiere e distintivo! Chiacchiere e distintivo!” che avviene sulle scale dell’albergo e anche nella scena del processo.

5. Amadeus (1984) Tutto il film è un capolavoro, a cominciare naturalmente dalla musica, ma la scena di Mozart che detta a Salieri la Messa da Requiem sul suo letto di morte è immensa: è il travaglio creativo del gigante davanti al pigmeo, che assiste al miracolo e, a tratti, non capisce nemmeno che cosa stia succedendo. La cosa curiosa è che Salieri non era per niente un compositore di secondo livello, e all’epoca aveva lo stesso successo di Mozart. La risatina isterica dell’attore che interpreta Mozart e il colore verdastro-invidia nella carnagione di Salieri passeranno alla storia.

6. L’impero colpisce ancora (1980) e Il ritorno dello jedi (1983) della saga galattica Star Wars. Nel primo, la frase pronunciata da Darth Vader a Luke “Io sono tuo padre” è la quadratura del cerchio nella teoria di Freud sul complesso edipico, e la scoperta traumatica di ogni adolescente che il padre tanto mitizzato non solo non è un eroe, ma in questo caso è pure cattivello. Nel secondo, il duello tra padre e figlio con le spade laser e la meravigliosa musica che accompagna drammaticamente lo scontro. Questi li conterei come uno, tanto per me sono indissolubilmente legati.

7. Rain Man (1988) di Barry Levinson con i due splendidi protagonisti perfettamente calati nei ruoli: Tom Cruise spavaldo, egoista e avido di soldi, e l’autistico Dustin Hoffman chiuso nel suo mondo d’incomunicabilità e regole ossessive. Menzionerei la scena dove Tom Cruise fa scendere l’acqua bollente nel bagno e Dustin Hoffman dà fuori di matto e urla: “Brucia, brucia! Acqua brucia bambino!” e poi, calmatosi, mormora: “Mai fatto male a Charlie baby” e Tom Cruise capisce che hanno allontanato e rinchiuso il fratello maggiore in un istituto per paura che gli facesse del male. La fotografia di loro due bambini che stavano osservando è ormai finita sommersa nell'acqua del bagno, ovvero l'acqua della memoria.

8. Excalibur (1981) di John Boorman, una magistrale, fatata e sontuosa interpretazione delle storie di re Artù, della regina Ginevra, di Morgana e dei cavalieri. Non posso che menzionare la scena con il cavaliere di nome Parsifal che riesce a rispondere alle domande sul Santo Graal, e a ottenere la coppa, grazie alla quale quale ridona energia e vita al morente Artù, e quindi alla sua terra, che con lui è un tutt'uno. Ma anche quella dove la dama del lago ridà la spada ad Artù, che si è appena comportato in modo assai poco regale nel suo primo scontro con Lancillotto.

9. La storia infinita (1984) di Wolfgang Petersen. Con questo film e il Nulla che inghiotte il mondo di Fantàsia, e le sue creature fantastiche, ritornai ragazzina e volli leggere anche il libro, che mi piacque immensamente. Più che una scena, mi piaceva molto un personaggio ovvero Atreju, il contraltare di Bastian, il bambino vessato dai compagni che vive nel mondo “reale”, e tutte le scene che lo riguardavano come l’incontro con la vecchissima Morla, la testuggine gigante che sbuca dalla sua caverna per rispondere, starnutendo, ai quesiti di Atreju.

10. Lady Hawke (1985) di Richard Donner. Non poteva mancare un altro film sul Medioevo, ed è questa la storia d’amore cui faccio riferimento. Ambientata nel XIII secolo, ha come protagonista il ladruncolo Philippe Gaston (detto le Rat) che riesce a fuggire dalle prigioni della fortezza di Aguillon poco prima della sua esecuzione; durante la fuga dalla città rischia di venire nuovamente catturato dalle guardie dello spietato vescovo ma in suo aiuto accorre l'ex capitano delle guardie Etienne Navarre (Rutger Hauer). Navarre è sempre accompagnato da un bellissimo falco, che è in realtà la donna che ama perdutamente, Isabeau (Michelle Pfeiffer). Entrambi sono soggetti alla maledizione del vescovo, un mago volto al nero: i due amanti non potranno mai incontrarsi e amarsi perché Isabeau è condannata a essere un falco di giorno e Navarre un lupo di notte. Entrambi i protagonisti sono un sogno di bellezza. La scena assolutamente indimenticabile è l’ingresso di Navarre nella cattedrale, tenendo il cavallo al passo, per combattere il vescovo. Se volete vedere l’effige di un indomito e sfolgorante cavaliere medievale in tutta la sua imponenza, osservate questa scena.

Questo per il cinema, per la tv e in cartoni animati non posso omettere la mia amata Lady Oscar e il fascinosissimo Capitan Harlock; e gli sceneggiati Rai che, all’epoca, erano ancora belli.

Letture e passatempi

Anche qui, ho letto talmente tanto nella mia vita che la memoria mi fa difetto, e non posso nemmeno aiutarmi con gli anni di pubblicazione.Quello di cui sono certa è che facevo scorpacciate di classici, e quindi leggevo (e rileggevo) Jane Eyre e Cime Tempestose, tutto Charles Dickens e il grande Stevenson; Il rosso e il nero di Stendhal; poi Arthur SchnitzlerFëdor Dostoevskij. E moltissimi francesi dell'Ottocento che adoravo: Flaubert, Maupassant, Hugo, Balzac...

Per quanto riguarda i fumetti, nei primi tempi leggevo ancora Lanciostory dove mi appassionavo alle storie de L'Eternauta e poi Skorpio. Ma questi sarebbero più pertinenti agli anni Settanta, a dire il vero.

Andavo molto a teatro, particolare che mi ha fatto ricordare l'articolo di Clementina, tanto è vero che avevo l'abbonamento al Teatro Nazionale dove potevo andare anche la domenica pomeriggio.


Life e ricordi dell’epoca

Sono nata e vissuta in città, e la parte migliore del mio anno (“un’anima divisa in due”) erano le vacanze estive in montagna. Questa che vedete è la fotografia di me a diciassette anni proprio a Tesero, paese dov'è nata mia madre: capelli lunghi, aria fintamente innocente e uno gnomo gigante alle mie spalle. Una grande innovazione per il mio aspetto fisico sono state le lenti a contatto, per cui potevo lasciare a casa gli occhiali e dimenticare la mia sindrome da brutto anatroccolo.

All'inizio degli anni Ottanta presi il diploma di traduttrice interprete, e l'anno successivo il diploma di operatrice turistica. Nell’anno della mia maturità calò un’estate infuocata. Ripassavo nel bagno per trovare un po’ di refrigerio; e in particolare non mi entravano in testa i Cubisti (forse per questo motivo odio tanto Picasso!). La commissione d’esame era prevenuta nei nostri riguardi - ho fatto il quinto anno da privatista - convinta com’era che eravamo tutti “figli di papà” che andavano avanti solo grazie ai soldi dei genitori. Di conseguenza la maturità fu un bagno di sangue. Io avevo preparato una tesina del Decadentismo francese con i miei amati Baudelaire-Rimbaud-Verlaine, ma non capivo nemmeno che cosa mi stava chiedendo il professore causa improponibile accento dialettale. Contestai un paio di volte - perché quando mi ci metto sono una vera rompiscatole, a costo di rimetterci - e fui promossa per il rotto della cuffia; ero talmente disgustata che non volevo nemmeno andare a ritirare il diploma. 

Dopo tre mesi di meditazione, rinunciai ad andare all’università per lavorare ed essere indipendente dai miei genitori che mi tenevano sotto una campana di vetro, e poter viaggiare. La parola indipendenza ha sempre guidato le mie scelte, giuste o sbagliate che fossero. Fu una grande delusione specie per mio padre, che mi sognava dottoressa... sarei stata una dottoressa davvero scarsa, emotiva come sono.

A diciannove anni dunque già lavoravo come segretaria, e ho assistito a tutte le evoluzioni tecnologiche negli uffici: dall'enorme macchina per scrivere manuale dai tasti duri come sassi su cui pigiare forsennatamente a quella con la pallina con le lettere in rilievo, che muovendosi faceva un fracasso infernale, e che potevi cambiare se volevi un font diverso. Ero poi passata all'elegante "margherita" che potevi sempre sostituire, in una macchina per scrivere con display. Allora di lavoro ce n'era in abbondanza, e quindi si poteva scegliere, e la soddisfazione di ricevere la prima busta paga era stata incommensurabile. Sempre nei miei "fantastici" anni Ottanta, però, mi presi due gravissimi esaurimenti nervosi causa ambienti schiavizzanti.

Siccome mi dispiaceva lasciar perdere lo studio in toto, in questi anni frequentai le serali e ottenni due certificati di English Proficiency, ovvero lingua inglese a livello universitario. Frequentai anche un corso di tedesco di base al Goethe Institut per altri tre anni e mezzo. Che altro? Sì, l'altra nota positiva, anzi altamente positiva, fu che vinsi un concorso letterario con il mio primo romanzo, Una Storia Fiorentina, che venne pubblicato da Firenze Libri.

Insomma, come avete ormai capito non ricordo gradevolmente gli anni Ottanta. Ero a disagio nell’ambito delle grosse e rumorose compagnie e preferivo coltivare rapporti di amicizia a tu per tu; e mi stavo preparando a rimanere single a vita, quand’ecco che, finalmente direi! il decennio finì e si aprirono i tumultuosi anni Novanta dove spuntò all'orizzonte il vascello del Captain of my Heart ovvero mio marito Ruggero. Tutto è bene quel che finisce bene!

***

Per quanto riguarda la nomina di cinque blogger, mi fermerei qui perché ho visto che all’incirca sono state tutte nominate le stesse persone che conosco anch’io. Quindi lascio campo libero a chi vuole può cimentarsi!



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QUALCOSA DI ME

QUALCOSA DI ME
Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO

IL MIO ULTIMO LAVORO
Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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